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Full text of "Bollettino della società pavese di storia patria"

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BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PAVESE 01 STORIA PATRIA 



VOLUME UNDICESIMO 
1911 




PAVIA 

MATTEI, SPERONI & C. EDITORI 

Corso Vitt. Emanuele 63 

1911 



7^ 



RIFORME AMMINISTRATIVE ED ECONOMICHE 

NELLO STATO DI MILANO 

AL TEMPO DI MARIA TERESA 



Continuazione e fine. 

CAPITOLO IL 

Il movimento intellettuale. 

Nello sere d'inverno del 1762-3 — e forse anche già nel- 
l'inverno precedente (1) — conveniva nella casa del conte Ga- 
briele Verri, in Milano, un gruppo di giovani colti ed intelli- 
genti, che ai discorsi vuoti e spesso frivoli dei quali, in tutti 
gli altri salotti, si deliziava la buona società di quel tempo, 
preferivano, di gran lunga, le discussioni alle quali potessero 
offrire materia le più gravi e varie questioni, sopratutto di let- 
teratura, di filosofia e d'economia. I convenuti portavano in tali 
discussioni la vivacità del loro ingegno giovanile, la cultura fatta 
sui migliori scrittori e pensatori stranieri del tempo, gli illumi- 
nisti francesi specialmente, alla scuola dei quali tutti, quale più 
quale meno, venivano educando il proprio spirito e formando 
le proprie opinioni. E da quei giovani, nel fervore delle discus- 
sioni, spesso movevano le idee più radicali e più ardite, sugge- 
rite dall' aspirazione verso un serio rinnovamento sociale ; idee 
che contrastavano troppo con quelle fino allora dominanti, sopra- 
tutto nella classe aristocratica, per non provocare la diffidenza 
ed il malumore del padrone di casa, il senatore Gabriele ; uomo 
troppo ligio alla tradizione, alle antiche consuetudini di idee e 
d'opere, troppo arrabbiato conservatore e misoneista, per non 
vedere con antipatia forse male dissimulata i soci dell'Accademia 

(1) Questa è una congettura di Fr. Novati, Otto lettere di T. P. Attico e 
P. Cornelio Scipione, Ancona, 1887, p. 16. 



549^ 






- 6 — 



dei Pugni (1). Che così avevano voluto chiamarsi quei giovani, 
assumendo ciascuno un proprio pseudonimo; fra i quali erano 
parte principale di quella cosidetta accademia Pietro ed Ales- 
sandro Verri, chissà mai con quanto dolore del vecchio patrizio, 
che vedeva così resa vana e finita con opposti risultati la sua 
paterna opera educatrice. _ 

Ma l' opera dell'Accademia dei Pugni non si limito alle 
amichevoli e vivaci discussioni, che si tenevano la sera m casa 
Verri ■ che quei giovani vollero non solo educare se stessi, ma 
anche' i propri concittadini alle nuove idee venute d'oltralpe, 
sicché pensarono di trovare nella stampa un efficace strumento 
di propaganda, presso una popolazione di mente troppo pigra 
per non essere ancora fortemente attaccata a secolari abiU di 

^ToTebbe origine, per iniziativa dell'Accademia dei Pugni 
il Caffè, del quale fu breve la vita - - meno di un biennio, dal 
giugno 1764 al maggio del 176(3 - ; ma che segna un momento 
importantissimo nella stona della cultura milanese nel secolo 

decimottavo (2). . . 

Colla morte del periodico si dissolse anche la società che o 
pubblicava e ciascuno dei giovani che la costituivano prese la 
sua via, diversa da quella degli altri; e chi lascio per molti 
anni la città natia, quale si diede tutto alle cure familiari, quale 
si consacrò alle scienze esatte, qualche altro infine, coltivando 
le discipline giuridiche od economiche, passò la sua vita in mezzo 
ai pubblici negozi, sedendo autorevole membro nelle pubbliche 
amministrazioni, tutto intento a quella grave e comp essa opera 
di riforme che, già prima del 1765 intrapresa nello Stato di 
Milano, venne via via maturandosi negli anni di poi. 



Ma poiché non è nostro compito dire propriamente dell' Ac- 

(l) L. F ERRAR ,, Del Caffè, persico milanese del sec. XVI11, Pisa, 1899; 



P 



. 22. 

(2) L. Ferrari, op. cit., cap. I, passim. 



cademia dei Pugni e del Caffè — ciò che fu fatto egregiamente 
da altri — vogliamo solo occuparci di due membri dell' accademia 
e redattori del giornale : di Pietro Verri e di Cesare Beccaria. E, 
senza avere qui la pretesa neppure di riassumere le vicende 
onde è intessuta la vita dei due grandi milanesi, ci basta fer- 
mare l' attenzione su ciò che può spiegare le loro indoli così 
profondamente diverse e la parte di pensiero e d' azione che 
essi ebbero nel movimento riformatore che caratterizza il loro 
tempo. 

La vita pubblica del Verri ha principio, si può ben dire, 
colla pubblicazione del Caffè, di cui egli fu l'anima; prima 
d'allora la vita sua esteriore ci presenta di notevole solo il pe- 
riodo durante il quale egli militò nell'esercito austriaco, parte- 
cipando alla guerra dei Sette Anni. Restituitosi poi nel 1760 a 
Milano, di là, si può dire, più non si mosse, se non per brevi 
assenze, dividendo il suo tempo e la sua attività fra le cure 
familiari e sopratutto fra i cari studi — ne' più vari campi di 
questi affermando più o meno, ma in grado pur sempre note- 
vole, la sua individualità — ed i pubblici affari, dove occupando 
cariche assai importanti, tutto compreso dei suoi uffici, sollecito 
oltremodo del pubblico bene degli e interessi dei suoi concittadini, 
nella tutela di questi spese il suo fervido ingegno per molti 
anni e la sua instancabile attività. Ed, invero, grande fu la parto 
che il Verri ebbe nella vita pubblica milanese; fu egli, anzi, uno 
di coloro che più cooperarono, e forse anche il più fervido di 
tutti, alle riforme che a mano a mano si vennero attuando 
sotto il dominio di Maria Teresa e di Giuseppe II. 

Molte ed importanti cariche egli occupò ed ebbe vari e gravi 
uffici : eccolo così, nel 1765, creato membro del Supremo Con- 
siglio d' Economia, poi amministratore della Ferma Mista, come 
delegato del governo, più tardi pure amministratore delle re- 
galie alienate (lj; nel 1772 vice-presidente del Magistrato Ca- 
merale, del quale nel 1780 divenne presidente. Ed onorifi- 



(1) P. e A. Verri, Lettere e scritti inediti, ediz. Casati, Milano 1879, 
IV, 145. 



ccnze neppure gli mancarono da Vienna, quale, fra altre la 
nomina (.1778) a presidente della Società Patriottica (1) ed a 
Consigliere Ìntimo di Stato nel 1783 (2). . 

Ed in quasi venticinque anni consacrati alla vita pubblica 
_ che egli si ritrasse a vita privata nel 1785 - la sua atti- 
vità si manifesta grande sia nel campo teorico, sia ,n quello 
pratico e mostra nel Verri chi mirabilmente riassume e con- 
tempera in sé lo migliori dot, dell' uomo di studi e dell uomo 
d' alno. Sebbene il Verri nella sua produzione letteraria mostri 
un incorno versatilissimo, veramente enciclopedico, pc molti e 
disparati argomenti dei quali tratta, pure non è dubbio che la 
sua individualità di scrittore maggiormente s, afferma negli 
scritti d'economia sia che ogl. voglia determinare la natura 
di questa scienza, sia ohe illustri te condizioni economiche dello 
Stato di Milano. Ed è pure nelle questioni concrete, economiche 
e finanziarie, che toccano ,1 suo paese, che «O»--». 
spiega V attività pratica di lui, che di quasi tutte le forme 
economiche e tributarie, che furono via via attuate fu Passer- 
ore più illuminato e fi esecutore più zelante. E poiché P esecu- 
zione di queste riforme non fu spesso possibile se non vincendo 
vieti e perciò profondamente radicati pregiudizi e ferendo inte- 
ressi material, più o meno aperti di classi sociali che traevano 
la foro ragione d'essere e la loro forza dallo stato i pnvi.eg 
sul quale si fondava la società del tempo di clientele di 

speculatori non d'altro curanti che di accrescere le proprie fer- 
ule con danno dell' interesse pubblico - in Pietro Ver,-, 
mira non solo P attività del teorico e dell' nomo pratico consu- 
mate nei pubblici affari, ma anche ,1 cittadino dalle idee 
fondamente meditate e chiare, che vede molto lontano ed ha 
ben fisso lo sguardo alla meta cui egli tende e misura i u mza 
atti a raggiungerla e perciò sfida anche l'opinione pubblica 
; gra dterte per sua natura e sventa le insidie tante più 
pericolose quanto meglio dissimulate di coloro che s, vedono 

(,) E. Bonvv, Le cernie Pierre Verri, u. idee, e, «m lo*. Paris, 1889, 
P ' p) Fé. Costod,, Economati Italiani, Milano 1804, XV, 38-40. 



- 9 - 

danneggiati dall' opera sua di riformatore ed infine ottiene la 
meritata vittoria, perseguita con fermezza e costanza di propo- 
siti, con zelo ed entusiasmo, con disinteresse personale, col 
solo nobile scopo del pubblico bene. 

Fu 1' anno prima che venisse istituito il Supremo Consiglio 
d' Economia, che il Verri — per tacere qui di qualche suo 
scritto anteriore, Tributo del sale e Grandezza e deca- 
denza del Commercio di Milano (1) — diede la prima note- 
vole prova del suo valore nel disimpegno dei pubblici negozi; 
precisamente quando, dopo lunghe ed assidue fatiche ed attra- 
verso molte difficoltà, compilò il Bilancio del commercio dello 
Stato di Milano (2) che venne poi assai lodato per « sagacità 
e precisione da degradarne ogni moderno statistico (3) ». 
Ma era cosa inaudita, nel 1764, che si osasse pubblicare un bi- 
lancio del commercio di uno stato; pareva così un mettere in 
troppa luce le condizioni economiche di un paese e provocare 
anche discredito presso gli altri; e perciò quella pubblicazione 
agli occhi dei ben pensanti era una cattiva azione, assumeva 
quasi il carattere di un vero scandalo. E di questa spiacevole 
sorpresa e di questo malcontento si ebbe un'eco a Vienna; 
cosicché il Verri, come compenso alla sua fatica si guadagnò, 
per suggerimento del Firmian, aspri rimproveri da parto del 
Kaunitz (4). Però il Verri, giovane d'anni ed anche più di spi- 
rito, confortato dalla retta coscienza di chi sa di operare non 
per interesse personale, ma per il bene pubblico, doveva sen- 
tirsi le spalle troppo robuste per scomporsi gran che per i rim- 
proveri che gli piovevano da Vienna; tanto che non rallentò 
per questo la sua attività, anzi la intensificò e l'accrebbe nelle 
pubbliche amministrazioni. È infatti dopo il 1764 che si fa più 
assidua, più viva ed anche più violenta la campagna, che già 

(1) A. e P. Verri, Lettere e scritti inediti, IV, 153. 

(2) Delle molte fatiche, che la compilazione di questo bilancio costò al Verri, 
fa cenno il Carli in una lettera del 3 giugno 1765, pubblicata da H. Ziliotto 
in Archeografo Triestino (Trecentosessantasei lettere di G. R. Carli) 1909, 
p. 17, ed il Verri stesso in Lettere e scritti inediti cit. Ili, 328. 

(3) F. Ferrara, Biblioteca dell' Economista, serie 1", voi. III. pp. XVI-II. 

(4) A. e P. Verri, Lettere e scritti inediti, cit., I. 176-8. 



- 10 — 



egli aveva iniziato, per Y abolizione della Ferma Generale; cam- 
pagna che oltre ingegno, coltura, senso pratico, richiedeva una 
grande dose di coraggio civile. Ma di questa lotta, che terminò 
col trionfo dell'interesse pubblico nel 1770, quando fu abolita la 
Ferma Mista ed i dazi ebbero una diretta amministrazione go- 
vernativa - lotta che, per avventura, costituisce il maggiore fra 
i pur tanti e insigni meriti del Verri - di ciò che egli fece per 
il suo paese, diremo a luogo più opportuno, quando tratteremo 
delle riforme tributarie compiutesi nello Stato di Milano. 

Ma so questa riferentesi all'abolizione della Ferma Generale, 
fu la parte più importante dell'opera pratica del Verri in favore 
delle riforme, egli spiegò per esse, anche dopo, un' attivila 
intensa, quando reduce da un viaggio a Vienna, dove si era 
recato nel 1770 insieme con altri, invitato dal Kaunitz, per dare 
il proprio autorevole consiglio circa una nuova amministrazione 
finanziaria per lo Stato di Milano (1), presentò di questa un elabo- 
rato disegno insieme a Giuseppe Pecci. E poiché aveva, coli o- 
pera sua, fatto riscattare ormai le regalie alienate, attese, di 
ritorno da Vienna, con instancabile attività, alla riforma daziaria, 
lasciando una profonda orma dell' opera sua sia in quella 
riforma condotta a compimento, sia nei numerosi scritti ad essa 
attinentisi, che stese dal 1769 al 1774, coronati da una Ta- 
riffa del commercio per lo Stato di Milano (2). E fu qui che 
egli tradusse nella pratica le proprie teorie a lungo elaborate 
in materia tributaria - - delle quali diremo appresso - soste- 
nendo e facendo trionfare varie importanti riforme quali 1 abo- 
Uzione delle circoscrizioni, delle leggi vincolanti il commercio 
dei grani, dei dazi di circolazione interna e di transito; inoltre 
fece dare ritocchi importanti alle tariffe daziarie, ispirate 
sempre, per opera di lui, a maggiore uniformità ed equità di 
criteri. Così, con la riforma daziaria del 1774 « il Verri - come 
giustamente osserva un suo biografo e benemerito editore delle 
sue opere economiche, il Custodi - - ottenne la gloria di avere 
applicato al multiforme tributo indiretto quella regolarità di pr.n- 

0) Circa la gita «lei Verri a Vienna v. Bouvv, op. cit„ pp. 144 e seg. 
(2) Bouvy, op. cit., pp. 154-5. 



- li ■ — 

cipi e quella semplice uniformità, cui era stato già ridotto dal 
presidente Neri il censo delle terre; e come questa fu l'epoca 
del risorgimento dell'agricoltura, del pari la nuova tariffa il fu 
per l'industria e per il commercio » (1). 

Né a questo, che pure sarebbe già di per sé moltissimo a 
procurare a chiunque altro buona e duratura fama, si limitò 
l'attività pratica del Verri che, poco appresso la riforma daziaria, 
dava opera a fare abolire un odioso balzello, quale era appunto 
quello del Bollino, e nel 1776 ad instaurare la libera circolazione 
dei grani e metteva insieme relazioni sulla riforma monetaria (2) 
composte poco dopo altra sul consumo dei grani nello Stato di 
Milano — nello stendere la quale il Verri aveva avuto collabo- 
ratore il Beccaria — edavanti un' altra notevole, del 1783, sulla 
libertà di panizzazione (3). 

Non basta: che a questa lunga ed intensa attività pratica si 
accompagnano nel Verri, i cari e prediletti studi, che procedenti 
di pari passo con le cure faticose imposte dalle pubbliche ca- 
riche, non mai negletti, formano tanta parte della vita spirituale 
di lui, e gli apportano diletto e riposo, pace e serenità, o che i 
loro risultati siano il frutto d'esperienza diretta delle questioni 
che il Verri poi tratta nelle opere sue di economia o che costi- 
tuiscano norma per la sua azione riformatricc di uomo di stato. 

Non è qui ufficio nostro passare in rassegna tutto quanto, e 
fu molto, scrisse il Verri, sia pure di cose economiche, che qui 
solo ci riguardano, per lo scopo che ci siamo proposto col pre- 
sente studio; ci basti, per questo riguardo, ricordare di lui, oltre 
il Bilancio del commercio, già accennato, le Considerazioni sul 
commercio di Milano che sono forse la migliore prova della 
consumata pratica degli affari e della perfetta conoscenza che 
egli aveva delle condizioni economiche del suo paese; le Ri- 
flessioni sulle leggi vincolanti il commercio dei grani e le 

(1) Custodi, Economisti italiani, XV p. XXXI. 

(2) Bouvy, op. cit., pp. 155-7. 

(3) A. Errerà, Una nuova pagina della vita di C. Beccaria, in Rendiconti 
dell' Istituto Lombardo, serie 3. voi. XIII p. 165. L' Errerà pubblica pure 
questa ultima relazione in appendice alla sua memoria. 



12 — 



Meditazioni sull'Economia politica, Le quali due ultime opere 
contengono il pensiero scientifico di chi le scrisse, pensiero che, 
fra breve, formerà per noi oggetto di particolare esame. 



Al Verri negli studi economici è inferiore Cesare Beccaria, 
che per altro, lasciò di se orma indelebile in altro campo di 
attività spirituale, e così pure nella parte che prese al movi- 
mento riformatore nello Stato di Milano; parte che sebbene in- 
feriore a quella del Verri, non è certo però trascurabile e pero 
di essa è pur qui necessario qualche cenno. 

Il Beccaria si affermò, come cultore di scienza economica e 
come riformatore, quando la fama sua già alta volava e già si 
era diffusa oltre gli angusti confini dello Stato di Milano, per 
tutto il mondo civile. Ma egli aveva esordito anche prima, come 
studioso di questioni economiche, nel 1762, col imporre un 
opuscolo Del disordine e dei rimedi delle monete nello Stato 
I Milano, dove suggerisce la riforma della tariffa delle monete 
da proporsi da un apposito magistrato, che vegli sul vana e 
della circolazione europea (1). Poi ebbe la cattedra di Economia 
Politica e Scienze Camerali - istituita, con r dispaccio del 
primo novembre 1768, in Milano, presso le scuole ™d- 
che egli accettò, in luogo di simile cattedra offertagli da Cate- 
rina II a Pietroburgo. La prolusione, che egli tenne al suo 
corso, ai primi del 1769, sebbene poi giudicata assai severa- 
mente (2), costituì per lui un grande successo e le lezioni di 
Tonomia che egli poi dettò nel medesimo anno, eh ero sem- 
pre un numeroso e scelto uditorio, formato dai più distinti cvt 
Lini milanesi, da patrizi, da magistrati ed anche da stranieri (3). 

(1) Ferrara. Biblioteca dell'Economista, serie 1% voi. Ili, p. XIII-VI. 

da, Beccaria, app»e aoch. da l e tte r e di uo ™^< M '°ZT„£ £ "2 
ha trovato noli' Archivio dei Bravi a Veoeaia e che «produce a pag. 



sua citata memoria. 



— 13 — 

Ma la sua attività veramente pratica, la sua diretta partecipa- 
zione al movimento riformatore, incomincia solo nel 1771, quando 
fu nominato, pur mantenendo la cattedra che occupava, membro 
del Supremo Consiglio d'Economia, soppresso il quale pochi 
mesi dopo, fu chiamato a far parte, per molti anni, del Magi- 
strato Camerale (1). È da quel momento che incomincia l'attività 
veramente pratica del Beccaria per le riforme tributarie ed 
economiche; e della sua opera feconda sono testimoni le molte 
relazioni che egli compose su varie e disparate questioni, con- 
cernenti sopratutto l'annona, le monete, i pesi e le misure, le 
corporazioni, le imposte. Di queste relazioni già abbiamo ricordato 
una importantissima, stesa in collaborazione col Verri, sul consumo 
dei grani nello Stato di Milano, e ad essa molte altre tennero die- 
tro del Beccaria soltanto, fra le quali più notevoli quelle sulla li- 
bertà di panizzazione (1783}, sull'abolizione delle tasse mercimoniali 
e sul modo di surrogarle (1787) e, del medesimo anno, sul modo 
d'estinguere i debiti delle corporazioni d'arti e mestieri e sul- 
l'annona (2). 



11 Verri ed il Beccaria fin dai loro giovani anni coltivarono, 
almeno in parte, i medesimi studi, assimilarono le medesime 
dottrine che il vento innovatore di Francia aveva portato anche 
fra noi, ebbero lunga consuetudine di vita e comunanza di ideali, 
furono amici — sebbene la loro amicizia restasse, poi, per pa- 

(1) A questo punto non è forse inutile rilevare qualche inesattezza nella 
quale è caduto l'Errerà. Egli dice, infatti, a pag. 164 della cit. memoria, che 
il Beccaria al Supremo Consiglio d' Economia « fu trasferito dalla cattedra il 4 
aprile 1771 e con disp. 29 aprile 1771, fu eletto a consigliere e magistrato ca- 
merale ». Invece, come appare dal frammento del r. disp. 29 aprile 1771 che 
abbiamo già riferito in una nota del capitolo precedente, con quel medesimo 
dispaccio il Beccaria veniva nominato membro del Consiglio Supremo d'Eco- 
nomia e non già del Magistrato Camerale; a fare parte del quale veniva chia- 
mato solo qualche mese appresso e non era così « trasferito », ma conservava 
la sua cattedra. x 

(2) Per queste notine v. Errerà, op. ci!., p. 165. 



14 — 



rocchi anni offuscata da una densa nube di freddezza e di diffi- 
denza, che parve talora mutarsi in una profonda reciproca 
antipatia — ; eppure quanto mai essi ci appaiono diversi! Come 
opposte anche, sotto certi rispetti, appaiono le loro nature! 

L'educazione intellettuale d'entrambi si formò nel vigore della 
loro giovinezza; presso a poco sui medesimi autori, francesi 
sopratutto, allora assai in voga. Da Rousseau e da Montesquieu 
e in genere dagli Enciclopedisti deriva, infatti, il Beccaria alcune 
idee importanti, che poi svolge in Dei Delitti e delle pene; questi 
medesimi autori, insieme ad altri inglesi, il Locke e l'Hume, 
studiò il Verri con fervore, nei mesi del 1760, che trascorse a 
Vienna, reduce dall'avere assistito alla guerra dei Sette Anni (1). 
E poscia questi studi essi proseguirono in comune, quando si 
rividero a Milano ed ebbe veramente principio la loro ami- 
cizia. Le comuni letture in casa Verri ai due nuovi amici e ad 
altri che loro s'erano aggiunti, formando poi la cosidetta Acca- 
demia dei Pugni — come sopra abbiamo notato — davano oc- 
casione e materia a vivaci e feconde discussioni ed incitamento a 
studi originali. E fu appunto da quelle riunioni che sortì il capo- 
lavoro del Beccaria. Costui, mentre gli altri amici erano tutti 
intenti a discutere ed a studiare, stava in ozio ed annoiava cosi 
se stesso e gli altri, quando Pietro Verri - di ciò egli stesso 
ci fa testimonianza in una lettera al fratello Alessandro (2) - 
gli suggerì, per sua domanda, un tema da trattare ; e da questo 
suggerimento del Verri e dagli incoraggiamenti di lui e degli 
altri amici ebbe origine l'opera Dei delitti e delle pene. A pro- 
posito della quale parecchi scrittori - primo fra tutti il Custodi - 
affermarono che il merito, anzi la gloria di quel libriccino spetti 
anche al Verri, in quanto questi sarebbe stato un collaboratore del 
Beccaria: ma tale questione è stata egregiamente studiata e ri- 
solta dal Bouvy, il quale ha dimostrato, in modo inconfutabile, 
che la paternità del libro spetta interamente al Beccaria, che 
però il Verri ebbe il grande merito di suggerire la materia al- 
l' amico, di incoraggiarlo nella fatica, di consigliare poi correzioni 

(1) Bouvy, op. cit., pp. 63 e 12. 

(2) P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti, I 189-90. 



— 15 — 

al lavoro, di favorirne e curarne l'edizione (1). Il che certo non 
è piccola prova dell'amicizia del Verri per il Beccaria, e non è 
piccolo merito per quello, molto più che al momento della com- 
posizione e della edizione dei Delitti, il Verri aveva già dato 
nobilissime prove d'amicizia, sia col soccorrere il Beccaria nelle 
angustie economiche — egli che pure aveva già provato le de- 
lizie dell'avarizia paterna — ; sia col raccomandarlo vivamente, 
magnificandone le doti, a persone allora influenti, che avrebbero 
potuto giovargli (2); sia coll'interporsi a rappacificarlo colla 
famiglia, quando l'amico aveva avuto il grande torto di sposare, 
senza il consenso dei genitori, la donna del suo cuore (3). 

La collaborazione nel Caffè, contribuì, se non a rafforzare la 
loro amicizia, che era già grande, a conservarla; ma poi la morte 
del giornale, che era stato come la palestra delle loro giovanili 
battaglie, segnò, se non la fine della loro amicizia, che parecchi 
anni appresso, nella maturità rifiorì vigorosa — scordati i passati 
malintesi ed i rancori che ne erano derivati — certo l' inizio di 
un periodo di freddezza, di diffidenza e quasi d'avversione. 

Uno fra i principali motivi, che avevano fatto cessare la pub- 
blicazione del giornale, fu una gita a Parigi, che, anche per sug- 
gerimento di Pietro, fecero il Beccaria ed Alessandro Verri de- 
siderosi di conoscere da vicino, di persona, quei pensatori francesi 
che fino allora avevano solo conosciuti ed ammirati attraverso 
le loro opere. Da allora si guastano i rapporti d'amicizia fra i 
due grandi milanesi; e di questa rottura il carteggio tra Pietro 
ed Alessandro Verri ci dà numerose notizie che assai bene 

(1) Bouvy, op. cit„ pp. 91-103. 

(2) Cosi, per esempio, del Beccaria scriveva nel 1702 il Verri a G. R. Carli: 
«. . . egli è degno che v'interessiate per lui, ha molto ingegno, molta virtù 
e molte disgrazie ... ». (Da un frammento di lettera Ili settembre 1762 del 
Verri, pubblicato da Mario Udina nell'articolo Di una amicizia di C. Bec- 
caria in Pagine Istriane, 1909, p. 198. Ivi pure (p. 201) V Udina pubblica 
una lettera 2 ottobre 1770, colla quale il Beccaria si raccomandava al Carli, 
perchè questi interponesse i suoi buoni uffici per farlo nominare membro del 
Supremo Consiglio d' Economia. 

(3) Bouvy, op. cit.,p. 15; P. ed A. Verri. Lettere, e scritti inediti, cit, I, 153-4 
e 163-5. 



10 — 



valgono a lumeggiare il carattere del Beccaria. Già egli era 
apparso d'indole timida, poco fiducioso di sé e del svio ingegno, 
indolente - tanto che forse non avrebbe mai composto il suo 
capolavoro, senza l'incitamento del Verri -, ma era d'animo 
sensibilissimo e di ciò è prova il grande dolore che in lui pro- 
duce il distacco dalla moglie per il viaggio in Franca. Questo 
dolore lo accompagna durante tutto il tempo che egli vive lon- 
tano da Milano, lo fa sospirare, piangere, dimagrire; sembra 
insomma avvelenargli il godimento che egli si riprometteva dalla 

sua gita a Parigi. . 

E non solo a lui, ma anche al suo compagno di viaggio, ad 
Alessandro Verri, che del Beccaria, evidentemente ammalato in 
modo impressionante di nervi, è costretto a subire le stranezze. 
Così Alessandro Verri si vede sciupato tutto il diletto del suo 
via-io dal Beccaria, che non dissimula certo con lui la sua 
tristezza e talora, di notte, sveglia d'improvviso il compagno, in 
preda com'è a brutti sogni, a strane allucinazioni, per le quali 
egli -rida che sua moglie è gravemente ammalata, che è morta; 
e to si lamenta aspramente coli' amico, che cerca calmarlo e dis- 
suaderlo dall'infelice idea di ritornare, com'egli vorrebbe, subito 

a Milano (1). . . . 

Fin qui nulla turba i buoni rapporti d'amicizia tra Pietro 
Verri ed il Beccaria, tanto che 1' uno ha parole affettuose di com- 
passione per le tristi condizioni psichiche dell'altro, cui cerca 
dissuadere dall'inopportuno disegno di troncare la permanenza 
a Pari-i (2). Ma una prima nube turba l'amicizia dei due illustri 
milanesi, auando Alessandro Verri col fratello lamenta Pana 
di superiorità sprezzante che il Beccaria ha assunto verso di lui. 
L'incontro fra i due amici, poco dopo il ritorno del Beccaria 
dalla Francia, riesce oltremodo freddo e pare segnare la fine 
della loro amicizia, a turbare la quale, secondo il Bouvy, hanno 
avuto grande parte un certo senso di ribellione del Beccaria 
contro il Verri, che si atteggiava in certo modo a suo tutore 

(1) P. ed A. Verbi, Lettere e scritti inediti, I 213-5, 224-6, 240. 

(2) P. ed A. Verri, lettere e scritti inediti, I, 232-9. 



— 17 — 

intellettuale, e 1' azione personale di Teresa Beccaria, ostile al 
Verri, che aveva pieno ascendente sull'animo del marito (1). 
Dovette soffrire assai di ciò il Verri, se egli, che pure era uno 
spirito così facile alla simpatia, così sereno e generoso, potè, 
— sia pure in una corrispondenza privata ed intima,, col 
fratello, non certo destinata alla pubblicità, anzi perciò riflesso 
più fedele e sicuro dell' animo di chi scriveva — uscire, 
in amare parole , in gravissime espressioni verso il Bec- 
caria ; così là dove lo dice un apatico ed un egoista, che si 
coltiva l'amicizia solo di chi gli può tornare di beneficio, salvo 
poi in seguito sbarazzarsene, senza minimo rimorso (2), un or- 
goglioso, un ingrato, un impostorissimo (3). 

Fin qui il risentimento del Verri è troppo naturale ed umano 
per non giustificare, od almeno scusare, gli epiteti davvero poco 
lusinghieri, onde egli qualifica 1' amico d'ieri; ma ciò che spiace 
nel Verri è la troppa coscienza, il ricordarsi troppo elei bene 
fatto al Beccaria, ed anche una presunzione davvero fuori di 
luogo, se potè dire che era opera sua la gloria del Beccaria ; 
e spiace anche più che la sua ira giunga fino al punto da tac- 
ciarlo di plagiario, asserendo che egli ha preso dagli scrittori 
francesi quel che di meglio è nei Delitti e pene (4). Ed il 



(1) Bouvy, op. cit.. pp. 80-1. 

(2) P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti, I, 405-07. 

(3) P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti, II, T5. 

(4) P. ed A. Verri, lettere e scritti inediti, II, 23. Quest' accusa di plagio 
fatta al Beccaria da Pietro Verri-, sostiene pure il fratello di quest'ultimo, Ales- 
sandro, che si esprime così : « Quanto al libro Dei delitti ti dirò che penso, 
come ti devo aver scritto, che si potrebbe far vedere che molte cose sono 
prese da Montesquieu, da Elvezio e, sopralutto, dal Contratto sociale, sino 
alle frasi inclusivamente. Perché in quel libro molte sono le idee digressorie 
in confionto del suo soggetto ; e queste idee sono prese dalla gran lettura 
eh' egli facea di quegli autori, dei quali era entusiasta ed inzuppato ». (Fr. No- 
vati ed Em. Greppi, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, Milano, 1910, 
II, 151). Pietro Verri, inoltre, asserisce che « tutte le idee luminose e grandi » 
del Beccaria — e così allude certo al libro De" delitti — sono prese dalla con- 
versazione con lui e con Alessandro (Fr. Novati ed Em. Greppi, Carteggio cit., 
II, 165). 



— 18 — 



Verri va anche più oltre nella sua animosità e nella sua opera 
di denigrazione, cercando di negare il valore intellettuale del 
Beccaria e dicendo ogni male del suo insegnamento di scienza 
camerale presso le Scuole Palatine di Milano. A proposito del 
quale insegnamento dice che la prolusione, tenuta dal Beccaria, 
davanti ad un sceltissimo e numeroso uditorio, ha avuto scarso 
successo (1); e mette in canzonatura, con sarcastiche parentesi 
le lodi che di essa si trovano su un giornale di Lugano (.). i er 
quella prolusione egli giudica il Beccaria un uomo mediocrissimo: 
] In tutta la sua chiacchierata non vi ho veduto una sola idea 
luminosa e nuova sulla materia; nessuna precisione e chiarezza 
di idee e principii; molti luoghi comuni, molte proposizioni az- 
zardate, alcuna antica chimera ripetuta; nessuna vera eloquenza 
e molte frasi di retore stentissime. . . . In conclusione, tutto 
quello che vi è, di tratto in tratto, di ben pensato è ripetizione 
o di lui medesimo o di altri; e sento il livello di W^™™ 
abbassato assai assai ed incapace di scrivere nel modo che ha 
fatto quando viveva con noi; il che mi leva ogni resto di sdegno 
e sostituisce un placido sentimento nel mio animo » (3) 

Né dai severissimi giudizi dati della prolusione s. salva il corso 
di economia del Beccaria; della cui prima lezione piena di .cor- 
bellerie » non « Ve cosa più stentata, vaga, umile e, direi quasi, 
rid », cosicché il Beccaria e ne più né meno di un « Arlecchino 
11' cattedra », di un «Arlecchino principe », che ; scnve m s * 
abilmente e in modo da vergognarsene » (4). Vero è che 
"non rimane inerte di fronte a! giudizi offensivi del Verri 
sul conto suo, alcuni dei quali giudizi comuni conoscenti si anno 
cura di riferirgli e lo retribuisce con pan moneta, che dal far 
"non pare bastino a dissuaderlo i doveri di gratitudine eh 
Irebbero pur sempre a lui unirlo. Ed ecco che u Verri - a 
i a^\ R^riH-i — è un carattere falso, nino, 
modo di vedere del Beccai ìa 

(1) Fr. Ncvat, ed Em., Greppi, Carteggio cit., II, 118. 

(2) Fr Novati ed Em. Grepp., Carteggio et., IL .31. 

(3 ) Fr. Novat, ed Em. Grepp,, Carteggio cit., II, 132-4 

(4) Fr. Novat. ed Em. Grepp,, Carteggio et., Il, 164-5 e 169. 



— 19- 
cho mai non gli è slato vero amico (1), che vuole attribuirsi 
meriti che non ha, quasi avesse collaborato all'opera sui De- 
litti e le pene. Ed altro ancora egli dice del Verri ed altre 
malignazioni i suoi amici aggiungono. 

È davvero doloroso vedere l'amicizia sincera dei primi anni 
tramontata, vedere così ciò che anche altissimi spiriti hanno di 
meno nobile; solo allieta il pensiero che quella nube troppo 
densa e troppo lunga si dissipò alla fine e tornarono i due ad 
essere sinceri amici, confortati dalla coscienza del proprio in- 
gegno e del bene che essi andavano spiegando per il proprio 
paese. Tornato poi tra loro il sereno, entrambi deposti gli antichi 
risentimenti, continuarono infaticabili la loro opera a favore delle 
riforme; il Verri, spiegando maggiore attività e maggiore co- 
stanza del Beccaria; entrambi, neh' usare il meglio del loro in- 
gegno e della loro attività, non mossi da nessun interesse per- 
sonale, ma dall' amore del bene pubblico. 

Certo è nel Verri viva la coscienza del proprio valore e della 
forza della propria individualità, anche nel solo campo delle ri- 
forme; ed a cbi di questa sua coscienza dubitasse darebbero cer- 
tezza gli scritti del Verri, destinali ad essere pubblicati od a 
rimanere come chiusi entro la breve cerchia dell'intimità fami- 
liare, sopratutto le lettere al fratello Alessandro. E ciò ap- 
pare anche dalla tendenza spesso in lui assai spiccata a scemare 
il merito altrui o col disprezzo o coli' ironia, quando non anche 
colla caricatura, ed a deplorare — ciò negli ultimi anni di sua 
vita, quando aveva lasciato le pubbliche cariche e s'era ritirato 
a godere di un meritato riposo, mentre il governo austriaco con 
pedantesche ragioni regolamentari gli lesinava la pensione, che 
ben gli sarebbe spettata per i suoi grandi servigi — ed a deplo- 
rare, dico, come certe riforme non abbiano sortito esito felice, 
perchè chi doveva attuarle non ha seguito i suoi consigli ed i 
suoi suggerimenti (2). Ma questi ed altri difetti, che l'attenta 

(1) P. ed A. Verri, lettere e scrìtti inediti, II, 147. 

(2) v. in Lettere e scritti inedili, (IV, 153-6) i severi giudizi che il Verri 
dà di alcuni collaboratori delle riforme, quali il Cristiani, il Pecci, il LottingeT 
e specialmente il Firmian. 



20 



lettura dei suoi scritti ed altre testimonianze fanno rdevare nel 
Verri non valgono eerto a diminuire l'ammirazione che gli e 
dovuta per la sua nobile vita tutta trascorsa fra gli studi ed i 
pubblici uffici, tutta dedicata al bene dei suoi concittadini. 

E poiché, oltre che essere l'anima di molte ed importanti ri- 
forme economiche e tributarie condotte a compimento nello Stato 
di Milano, egli fu pure uomo di pensiero, anche per meglio 
comprendere la sua azione pratica, dobbiamo qui esaminare il 
suo pensiero scientifico che quell' azione guida ed informa. 



# 
* * 



Di tante che scrisse, una delle opere, alla quale il Verr, deve 
la sua migliore fama e come pensatore e come osservatore di 
fatti economici, è costituita dalle Riflessioni sulle lem vio- 
lanti principalmente nel commercio dei grani. .Essa a lungo 
concepita e stesa nel 1769, dopo qualche anno dacché .1 Verri 
aveva parte attivissima nelle pubbliche amministraz.oni, costi- 
tuisce il migliore frutto dell'attività intellettuale, la migliore prova 
d- esperienza nei pubblici affari, che l'autore ci abbia lasciato a. 
sé La materia che egli tratta era a quel tempo a. palpitante 
attualità; che in quasi tutti i paesi d'Europa occupava assai . 
governi, gli studiosi ai questioni economiche ea i consumatori 
ff timore - più o meno giustificato - di una imminente crisi 
per la quale il grano, questo elemento primo dell'esistenza ma- 
teriale potesse da un momento all'altro mancare per soddisfare 
b sogni piò urgenti. Cosi s, spiegano i provvedimenti più o 
neno efficaci presi dai vari governi per fronteggiare la crisi 
temuta così il fiorire, nella seconda metà del secolo decimo tavo, 
nna copiosa letteratura in Italia ed o.tr'alpe, collabi. £ 
economisti cercavano, per vie diverse, le e anse deUa crisi gra 
n-tria e ne proponevano i rimedi, additando soluzioni pur esse 
d v se Tale problema si agitò assai anche nello Stato fi, Milano 
mie e quanto da noi la crisi granaria fosse naturale o se, per 
"ventar dipendesse da eanse artificiali é questione che qui 
Z opport no anche solo accennare e che sarà d, proposito 



- 21 — 

trattata più avanti, quando avremo a dire del sistema annonario 
vigente in Lombardia e dei tentativi fatti per avviare lo stato ad 
una relativa libertà economica. Quel che qui ci interessa, invece, 
vedere è il contributo di pensiero che al problema annonario 
portò il Verri coli' opera sua; anche perchè le sue Riflessioni, 
secondo il giudizio del Ferrara, costituiscono : « una delle migliori 
produzioni che si abbiano su questo argomento di cui fu tanto 
preoccupata la seconda metà del secolo decimottavo » (1) ed a 
parere del Cusumano quest'opera del Verri è « la più metodica, 
la più ordinata e la più convincente della storia economica sul- 
1' annona », poiché in essa l'autore « svolge la questione anno- 
naria sotto tutti i punti di vista ed è pregiatissimo per l'ordine 
delle materie, per la chiarezza delle idee e per la verità di molti 
principi enunciati (2) ». 

E le Riflessioni poi, oltre che per un grande valore intrinseco, 
devono essere assai considerate anche da un punto di. vista pura- 
mente storico, sebbene non abbiano avuto efficacia immediata ad 
illuminare gli spiriti del tempo ed a sradicare da essi vieti e gravi 
pregiudizi circa gli effetti della libertà economica pensata co- 
munemente come una bella ma pericolosa utopia; che composte 
nel 1769 rimasero a lungo fra le carte inedite dell' autore e vi- 
dero la luce solo nel 1706 e poco appresso nel 1804, la seconda 
volta per mezzo del Custodi. E ciò perchè rispecchiano il fedele 
e più costante pensiero dell' autore, che traduceva nella pratica 
la teoria a lungo elaborata, mostrando ai concittadini, come 
membro del Supremo Consiglio d' Economia prima, del Magi- 
strato Camerale poi, colle riforme daziarie, delle quali egli fu il 
più autorevole ispiratore ed il più efficace autore, come fosse pos- 
sibile, sia pure attraverso molte difficoltà, innovare, se non del 
tutto certo in modo notevole, l'opprimente fìscalissimo sistema an- 
nonario, che fino allora vigeva nello Stato di Milano. 

Colle Riflessioni il Verri mira a dimostrare una tesi assai 
semplice per la sua enunciazione, ma che ai suoi tempi appa- 

(1) Fr. Ferrara, Biblioteca dell" Economista, serie I, voi. IH, p. XVII. 
(21 V. Cusumano, La teoria del commercio dei grani in Italia, in Archivio 
Giuridico XIX, 100 e 108 



- 12 - 

riva molto, troppo eterodossa per essere facilmente accettata : 
la crisi granaria in Lombardia è determinata solo dalle leggi 
vincolanti e può essere risolta solo colla libertà. 

Ed a questo suo assunto il Verri soddisfa con un' ampia trat- 
tazione, dove alla forza delle argomentazioni s'accompagna la 
chiarezza e la speditezza del dettato, che non scemano alcune 
ripetizioni che qua e là si trovano e che l' autore stesso av- 
verte ; e dove egli si mostra pieno padrone della materia 
che ba per mano ; che alla conoscenza dei precedenti storici 
della grave questione unisce la perfetta conoscenza delle con- 
dizioni annonarie dello Stato di Milano e larga informazione su 
quelle degli altri paesi d' Europa e sopratutto della Francia e 
dell' Inghilterra. 

Prima di affrontare direttamente la questione, cioè prima di 
dimostrare che la libertà commerciale non solo non è la causa 
della carestia dei grani, ma che contro quella carestia è anzi il 
migliore rimedio, il Verri si domanda se le leggi vincolanti pos- 
sano impedire 1' esportazione di una merce da uno stato. L'uscita 
di una merce dallo stato nel quale \iene prodotta, non è in 
ragione della libertà — che mille esempi mostrano come le 
leggi vincolanti possano essere violate — d' esportazione, ma 
dell' utile che da questa si ricava e 1' utile è naturalmente in 
ragione diretta dell' eccesso del prezzo estero sopra l' interno. 
In regime libero la differenza tra i due prezzi è la minima 
possibile, dunque essa è accresciuta dove vigono le leggi vinco- 
lanti; lo quali, del resto, trovano comunemente gravi ostacoli di na- 
tura pratica alla loro attuazione, sia negli interessi privati, che 
colla propria pluralità mirano a deluderle, sia nella facilità colla 
quale i custodi si possono ingannare e corrompere, sia perchè 
i confini di uno stato non si possono seriamente difendere dai 
contrabbandi. Inoltre in un paese con vincoli annonari, quando 
il prodotto eccede il bisogno, abili speculatori, in ispecie se 
1' eccesso di produzione è instabile, dipendendo dalle annate di 
produzione, che abbiano mezzi — e questi possono essere molti e 
vari — di sottrarsi alle norme legislative, tentano d' incettare mag- 



- 23 - 

giore quantità possibile di merce, che poi esportano, provocando 
un aumento artificiale di prezzo all' interno (1). 

Dove é poi una sovraproduzione, le leggi vincolanti, impedendo 
il libero commercio coi paesi di là dai confini dello stato, in 
questo tanno diminuire il superfluo, poiché i possessori di una 
merce che rimane senza compratori, cercheranno di produrre 
altrettanto meno e cavare altri frutti dai terreni (2). E data la 
medesima ipotesi, ora accennata, il grano in grande abbondanza 
('• a prezzo basso al tempo del raccolto, perché i produttori di 
esso trovano pochi compratori; non è forse, infatti, il prezzo di 
una merce in ragione diretta di questi ed in ragione inversa di 
quelli ? . Orbene, di questa condizione di fatto profittano i mo- 
nopolisti por accumulare molta merce nei magazzini e ciò riesce 
loro facile, quando dispongano di forti capitali ed abbiano da 
trattare con piccoli proprietari pressati dal bisogno di denaro (3); 
ed allora aumenta il prezzo del grano per un motivo puramente 
artificiale. Le leggi vincolanti non possono che creare i mono- 
polisti, diminuire i venditori, soffocare la libera e feconda con- 
correnza, determinare aumento di prezzi (4). 

Ma fra i sostenitori delle leggi vincolanti, come quelle in 
vigore nello Stato di Milano, e quelli di una piena libertà com- 
merciale — fra i quali ultimi crede schierarsi anche il Verri, se 
con ragione e fino a quale punto vedremo appresso — v' ha pure 
posto intermedio per coloro che in linea generale ammettono 
il principio liberale, ma temperato da qualche limitazione; e 
mentre il Verri nel confutare i nemici inconciliabili della libertà 
s'era valso di argomenti quasi solo razionali, qui, nel confutarne 
i tepidi sostenitori si serve per lo più dell'esperienza, dei fatti 
cioè che gli mette sott' occhio la osservazione delle condizioni 
annonarie nello Stato di Milano ed altrove. 

Così a coloro, che pure ammettendo la libertà, credono ne- 
cessarie le notificazioni, il Verri rimprovera un grave errore 

(1) P. Verri, Riflessioni ecc. in Custodi, Economisti Italiani, 1804, XVI, 32-3. 

(2) P. Verri, Riflessioni, p. 33. 

(3) P. Verri, Riflessioni, p. 169. 

(4) P. Verri, Riflessioni, p. 42. 



— 24 — 

dal punto di vista logico, una vera petizione di principio : Col- 
1' obbligo - egli vuol dire - di notificare la quantità di grano 
prodotto o acquistato, ognuno considererebbe un bene precario 
e passeggero la libertà, e nessuno, nell'incertezza di questa, im- 
piegherebbe capitali per acquistare grano, all' infuori di pochi 
speculatori, abili ad eludere le leggi vincolanti una volta ripri- 
stinate. Ecco che in tal modo si impedirebbe la concorrenza, si 
favorirebbero i monopolisti per i quali la libertà diverrebbe un 
privilegio (1;. Una difficoltà poi d'indole pratica si oppone a questa 
tesi : ^sostenitori della libertà di esportazione, subordinata però 
alle notificazioni, ammettono implicitamente la necessità almeno 
temporanea di quella libertà, che cesserebbe qualora con un rac- 
colto poco fortunato apparisse il grano insufficiente ai bisogni in- 
terni. Ma in questo caso bisognerebbe proibire l'uscita del grano 
dal giorno del raccolto a quello dell' intero computo di tutte le 
notificazioni del grano prodotto sul territorio dello stato per un 
periodo assai lungo — di più mesi, certo, nello Stato di Milano -, 
perchè questi calcoli sono molto laboriosi, perchè in questo frat- 
tempo i produttori, nell'ipotesi di scarso e insufficiente prodotto 
e quindi di una sospensione di libertà, manderebbero il grano 
oltre i confini (2). Tutto ciò senza dire dei gravi inconvenienti 
che di per sé presenta il fatto della notificazione odiosissima ai 
produttori, assai dispendiosa e quindi ripercotentesi sul prezzo 
del grano, fomite di corruzione dei funzionari, che 'dovrebbero 
•farla eseguire e mezzo inadeguato a raggiungere il proprio scopo, 
a fare conoscere 1' effettivo prodotto dei grani entro lo stato (3). 
V'ha anche chi ammette la libera circolazione interna 
dei grani in uno stato e combatte la libertà d'esportazione; ma 
la tesi di costoro non è ammissibile, perchè se la circolazione 
è libera fino ai confini, allora trionfa il contrabbando, se è limitata 
entro un dato spazio dai confini, una parte dello stato resta in- 
giustamente esclusa da ciò che per le altre si suppone un bene- 
ficio (4). 

(1) F. Verri, Riflessioni, pp. 166-7. 

(2) P. Verri, Riflessioni, pp. 169. 

(3) P. Verri, Riflessioni, pp. 166-7. 

(4) P. Verri, Riflessioni, pp. 148-9. 



- 25 - 

E neppure è accetlabile Y opinione di chi vorrebbe V istitu- 
zione di grandi magazzini di grano, da rifornirsi con denaro 
anticipato dallo Stato, nei quali si custodisca la quantità di grano 
necessaria al consumo, lasciando il resto del grano libero per 
la esportazione, perchè 1' acquisto di esso, fatto a questo modo, 
è più costoso e sono assai facili le frodi. Inoltre per provvedere 
i magazzini occorrono grandi acquisti di grano, ciò che fa cre- 
scere assai il prezzo (1). 

Si vorrebbe anche, da taluni, accordare la libertà di esporta- 
zione finché il prezzo del grano non superi un limite massimo 
già prima fissato ; ma ad accettare questa proposta si oppon- 
gono due considerazioni : colle proibizioni l' esperienza mo- 
stra che esce più grano dallo stato che colla libertà; e poi, nel- 
l' ipotesi di cattiva annata economica e quindi nella previsione 
di aumento di prezzo del grano e perciò dell'abolizione o quanto 
meno della sospensione della libertà di esportazione, i produt- 
tori, e sopratutto 'e per essi i monopolisti, si affrettano ad a- 
sportare i loro ammassi di grano, prima che ciò sia loro impedito 
dalle ripristinate leggi vincolanti ; e cosi si provoca grave pe- 
ricolo di carestia (2). 

Le leggi vincolanti, tra tanti altri mali, producono questo 
gravissimo effetto : di diminuire il prodotto del grano e quindi 
di creare il pericolo di carestia. Se un proprietario coltiva le 
sue terre a grano colle leggi vincolanti ha un prodotto che non 
può liberamente vendere : ed allora lo cede per basso prezzo 
al monopolista ; si vede libero, invece, quanto al prodotto dei 
terroni colti vati* a prato ed in questo caso nei suoi terreni sosti- 
tuisce alla cultura a grano quella a prato. E di fronte al dimi- 
nuire della cultura a grano, effetto delle leggi vincolanti, lo 
Stato non potrebbe spiegare nessuna azione, rimarrebbe inerte 
ed impotente, poiché « chi proponesse di obbligare i proprietari 
a coltivare a grano, sarebbe autore di un progetto odiosissimo, 
rovinoso e degno di far sorridere chiunque abbia meditato sui 
principi motori dell' industria » (3). 

(1) P. Ve <ri, Riflessioni, pp. 150-4. 

(2) P. Veri», Riflessioni, pp. 163-4. 

(3) P. Verri, Rifkssioni, pp. 135-7. 



■ir, 



E risolvere il problema, (issando per legge il prezzo del 

-rane è semplicemente assurdo. Cosi il prezzo non risulterebbe 
più naturalmente dai rapporti fra venditori e consumatori., sa- 
rebbe un puro atto arbitrano della legge e sconvolgerebbe i 
principi naturali delle cose. Inoltre, ammessa anche la pratica 
possibilità di questa proposta, le conseguenze- sarebbero assai 
gravi, poiché se il prezzo del grano diminuisse assai per legge, i 
produttori venderebbero subito il grano fuori dello stato a con- 
dizioni migliori, eserciterebbero frodi, alterandop.es. i pesi e le 
misure, e violerebbero la legge nei piccoli contratti non facili a 

sindacarsi (1). 

Ma dimostrato che in tesi generale non può ammettersi ne 
suna limitazione alla libertà di esportazione del grano, non po- 
trebbe qualche limitazione essere determinata, imposta da qual- 
che peculiare ragione, da condizioni locali? Non rappresenta, per 
avventura, lo Stato di Milano queste peculiari condizioni, che nel 
caso specifico costringono a negare od in tutto od in parie il 
principio di libera esportazione ? Tale è la questione che il Verri 
si pone davanti e che insieme a quella generale sopra riferita 
tratta in molte e varie parti delle Riflessioni - ove s' intrecciano 
osservazioni d' indole generale con quelle particolari - ed è 
qui sopratutto che fa tesoro della molta esperienza derivatagli 
dalla cura assidua, dal lungo e intenso studio eh' egli, ancor 
giovane, ha già spiegato nei pubblici affari concernenti lo Stato 
di Milano. Qui meno che altrove - sempre per riassumere il 
pensiero del Verri - sono ammissibili le leggi vincolanti. Esse 
esistono da secoli in Lombardia, ma non hanno fatto che oppri- 
mere i piccoli produttori di grano e favorire l'interesse dei mo- 
nopolisti. I quali le hanno sempre facilmente potuto eludere - 
quando mai si sono applicate le gravi pene da esse stabilite 
contro i contravventori ? - e così è avvenuto che mentre nello 
Stato di Milano la produzione di grano è assai superiore al bi- 
sogno della popolazione, si siano avute in passato carestie (2). 

(1) ?. Verri, Riflessioni, pp. 47-8. 

(2) F. Verri, Riflessioni, XVI, 187-8,114 e 124. 



- 2? - 

Si potrebbe, secondo alcuni, concedere l'esportazione del grano 
superfluo. Ma coi vincoli non si impedisce l'esportazione anche 
del grano necessario, perchè la quantità di questo non può es- 
sere nota a chi deve vigilare i confini dello stato e d'altra parte, 
nel Milanese il contrabbando non si è mai potuto vincere. 

Né vale, contro la tesi liberale, l'obiezione di chi osserva 
che tolti i vincoli lo Stato di Milano, abbondante di grano, si 
troverebbe circondato da paesi che ne sono bisognosi. Ma questa 
asserzione è in gran parte falsa, perchè i più dei paesi confi- 
nanti non hanno necessità di importare grano; in ogni modo i 
vincoli portano l'effetto opposto a quello cui mirano, effetto che 
solo può essere conseguito colla libertà che colla concorrenza 
combatte il monopolio (1). Dovrebbesi forse concedere libertà 
di esportazione dallo Stato di Milano del grano eccedente la por- 
zione dominicale da introdursi nella città? 

Ma questa legge vincolante ha ormai esistenza secolare e non 
è stata mai seriamente osservata, nonostante le mille gride pub- 
blicate a questo proposito. L' obbligo d' introdurre nelle città la 
porzione dominicale, presuppone quello della notifica del grano 
raccolto e non può essere osservato se non molto tempo dopo. 
Così per qualche mese dell'anno deve sospendersi la libertà di 
esportazione del grano, facendosi il giuoco non d'altro che dei 
monopolisti (2). E per ciò che si riferisce all'obbligo delle noti- 
ficazioni, questo nello Stato di Milano già in uso da moltissimo 
tempo — anche qui con minaccia ai trasgressori di gravi pene 
— è di nessuna efficacia, poiché qui le notificazioni non sono 
comp'ete e sono sempre false ; ogni anno, infatti, è enorme la 
quantità di grano non notificato (3). Certo è utile, è anzi neces- 
sario conoscere la quantità di grano che ogni anno si produce 
nello Stato di Milano; ma questo scopo si può raggiungere non già 
colle notificazioni, ma con altri mezzi più efficaci. In regime di 
libertà i prezzi sono la misura della produzione ; così basterebbe 
che appositi funzionari sui mercati rilevassero il prezzo medio 

(1) P. Verri, Riflessioni, XVI, 222. 

(2) P. Verri, Riflessioni, XVI, 161-2. 

(3) P. Verri, Riflessioni, XVI, 171. 



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settimanale dei grani. In libera contrattazione il prezzo dipende 
dal libero conflitto tra il bisogno e r abbondanza, è quindi il più 
naturale e sincero e giusto indice di produzione- A questo modo 

Si possono raccogliere notizie utili e preziose, Che però non do- 
vrebbero mai servire a minacciare la piena libertà di commercio, 
ma solo a rendere edotti delle condizioni economiche dello 

Stato di Milano (1). La piccolezza del quale è un'altra ragione 
peculiare contro i sostenitori delle leggi vincolanti. Da noi, in- 
fatti, i confini in proporzione della superficie hanno un grande 
sviluppo; perciò avviene assai facilmente il trasporto del grano 
all' estero eludendosi le leggi vincolanti a tutto vantaggio, anche 
in questo caso dei monopolisti (2). 

Ma dimostrato, con mezzi razionali e coi dati dell'osservazione 
delle condizioni annonarie nello Stato di Milano e negli altri 
paesi d' Europa, che il sistema delle leggi vincolanti non im- 
pedisce, anzi favorisce la carestia dei grani, si può domandare 
se e quale rapporto interceda tra la libertà di esportazione e la 
produzione del grano. Ed è questa precisamente la seconda parte 
dell' assunto del Verri, nella quale egli tratta la questione non 
in un luogo solo della sua opera, ma qua e là, alternando os- 
servazioni in favore della tesi che le leggi vincolanti per se 
stesse determinino la crisi granaria, per venire poi alla conclu- 
sione che la libertà, lungi dal determinare la crisi temuta, è il 
più efficace mezzo per combatterla. 

Si pretende che la libertà produca in uno stato il formarsi 
di una oligarchia parassitaria, quella dei monopolisti, che profit- 
terebbe del regime liberale per accumulare grandi quantità di 
grano e per venderlo all' estero. Ma con ciò - osserva il Verri 
- si attribuiscono al sistema libero quelli che non sono se non 
gli effetti del sistema dei vincoli. Forse che le severissime leggi 
vincolanti, fino ad ora in uso, hanno impedito che uno stato 
fosse dominato da un piccolo gruppo di monopolisti, per causa 
solo dei quali si deve spesso temere una carestia, anche quando 

(1) P. Verri, Riflessioni, XVI, 173. 

(2) P. Verri, Riflessioni, XVI, 187. 



— 29 — 

il grano, che si produce, è maggiore del bisogno? Si lasci, invece, 
piena libertà ed allora non avranno più modo d'esistere i mo- 
nopolisti. Qualora infatti si ammassasse il grano in grande quan- 
tità ne crescerebbe la ricerca e quindi il prezzo, poiché il pro- 
duttore rifiuterebbe al monopolista il proprio grano, potendolo 
vendere altrove liberamente, per maggiore prezzo. Ed ecco, così, 
resa impossibile l'esistenza dei monopolisti di grano, come non 
esistono monopolisti di nessun prodotto che goda di libertà d'e- 
sportazione. Ciò oltre che dal ragionamento è dimostrato dall'os- 
servazione della realtà ; che 'nei paesi nei quali il commercio é 
libero non esistono monopolisti. Così la liberta è l'unico rimedio 
contro i monopolisti (1). 

Ma queste considerazioni presuppongono che il grano pro- 
dotto in un territorio sia sufficiente al bisogno della popolazione 
che su di esso vive; e poiché questo è appunto - come si è 
osservato — il caso dello Stato di Milano, parrebbe non essere 
bisogno di nessun' altra osservazione per dimostrare la tesi del 
Verri. Ma 1' autore delle Riflessioni vuole dimostrare che la sua 
tesi rimane vera anche colla supposizione che il grano prodotto 
in uno stato sia inferiore al consumo degli abitanti. Dove il com- 
mercio è libero ivi sono tanti tubi comunicanti, nei quali i fluidi 
si livellano da sé (*2) e dove la contrattazione è libera non pos- 
sono molto e durevolmente differire i prezzi tra loro. 

Colla libertà, infine, non sono possibili i monopolisti, perchè 
questi vedrebbero aumentare le esigenze dei venditori per ri- 
spetto al prezzo (3). 

Che quando il prodotto sia inferiore al consumo del grano, 
le leggi vincolanti non preservino, anzi favoriscano un peggiora- 
mento delle condizioni di fatto, il Verri dimostra assai bene; 
ma non suffraga forse egli del pari con così forti prove l'affer- 
mazione recisa da lui fatta che la libertà d' esportazione, in un 
paese dove il prodotto è scarso, anziché nuocere, è uno stimolo 
ad accrescere la produzione medesima. 

(1) P. Verri, Riflessioni, XVI, 155-6. 

(2) P. Verri, Riflessioni, XVI, 195. 

(3) P. Verri, Riflessioni, XVI, 237. 



- 30 - 

La lunga, sottile analisi che il Verri fa della questione delle 

leggi vincolanti lo conduce a queste conclusioni: 

1) La proibizione dell' uscita dei grani da uno stato con- 
duce alla carestia, perchè fa uscire dallo stato, più grano che 
non uscirebbe se ne fosse libero il commercio. 

2) La legge che vieta la libera circolazione tende a sco- 
raggiare 1' agricoltura e perciò s'oppone alle provvide viste della 
pubblica abbondanza. 

3) 1 vincoli, le cautele producono un effetto opposto al fine 
che si propone il legislatore. 

4) La sola libertà e concorrenza nel commercio è la base- 
soda e stabile per assicurare l'abbondanza pubblica nello Stato (1). 



Da quanto sin qui si è venuti dicendo del suo pensiero e 
dalle conclusioni ora riferite parrebbe doversi giudicare il Verri 
un convinto e fervente sostenitore del principio liberista. Non 
v' è, si può dire, pagina delle Riflessioni, ove l'autore non vanti, 
non esalti gli effetti benefìci della libertà di commercio in ge- 
nere ed in ispecie di quello dei grani. Per il Verri la libertà 
è 1' anima dell' industria, la produttrice della concorrenza, la li- 
vellatrice dei prezzi, la conservatrice dell'abbondanza, la divinità 
preside insomma alla vita e alla prosperità delle nazioni (-2). 
Ma s'ingannerebbe assai chi da queste parole e da altre simili 
espressioni ricorrenti le mille volte nelle Riflessioni, fosse indotto 
ad annoverare il nostro autore fra i sostenitori del libero scam- 
bio. Che il suo concetto di libertà non va oltre il condannare le 
norme legislative che pongono impedimenti al trasporto dei grani, 
che limitano il numero e la libertà dei mercanti, che proibiscono 
gli ammassi, creando così i monopolisti e producendo quella ca- 
restia che vorrebbero evitare (3). Già le conclusioni (4) alle 

(1) P. Vebri, Riflessioni, XVI, 217. 

(2) P. Verri, Riflessioni, XVI, 41. 

(3) P. Verri, Riflessioni, XVI, 158. 

(4) Le principali osservazioni del Verri, circa le legsi vincolanti, sono da 
lui ripetute, in modo riassuntivo, in Meditazioni siili Economia politica ; v. 
Biblioteca dell' Economista, serie 1, voi. Ili, 569-74. 



- 31 — 

quali il Torri giunge impediscono di dirlo liberista; ivi egli, in- 
fatti, afferma che basta sottoporre il grano al dazio d'uscita. Ciò 
egli in molti luoghi (1) dà come sottinteso dei suoi ragionamenti; 
non si pone neppure la questione della legittimità e opportunità 
di un dazio d'uscita per il grano che si esporta; che per lui è 
pacifico che una merce sia soggetta ad un dazio di esporta- 
zione. 

Basterebbe questa sua opinione per escludere che il Verri sia 
un liberista nel significato moderno della parola; specialmente 
perchè appare fautore di un dazio d'uscita dai confini dello 
stato più che per interesse fiscale, perchè esso — a suo parere 

— serve a tenere basso il prezzo, in favore della classe sociale 
più povera (2). 

Inoltre se è favorevole — nel modo però che ora si è visto 

— alla libertà d' esportazione, non accenna neppure mai se sia 
ammissibile la libertà di importazione; il che pure conduce a 
negare recisamente che egli sia sostenitore di una libertà asso- 
luta di commercio. 

Nel determinare gli effetti benefici della libertà il Verri par- 
rebbe accostarsi e confondersi coi fisiocrati — ciò che, del 
resto, gli avviene in altre questioni economiche — poiché rico- 
nosce ed afferma che la libertà di commercio dei grani accresce 
la rendita del proprietario ed i profitti del capitalista, ma — come 
già è stato da altri osservato (3) — si allontana dal Turgot e 
dai suoi seguaci, poiché non vede 1' utile che da essa deriva 
ai consumatori. 

Non può, adunque, il Verri — per concludere su questo punto 

— essere ritenuto un liberista; egli « sebbene più liberale degli 
altri è un seguace del protezionismo agrario, un fautore di quel 
sistema eclettico, che dominava nell'Italia nel secolo XVIII, pren- 
dendo a prestito dalla Fisiocrazia e dal Colbertismo » (4). 

(1; P. Verri, Riflessioni, XVI, 56-7, 217-8, 220 e in Meditazioni cit. 
p. 572. 

(2) P. Verri, Riflessioni XVI, 270. 

(3) V. Cusumano, La teoria del commercio dei grani in Italia in Archivio 
Giuridico, XIX, 105-06. 

(4) V. Cusumano, op. cit., p. 106. 



— 32 



E che egli sia un eclettico mostrano, in maggiore o minore 
misura, anche gli altri suoi scritti, sia che in "ssi egli indaghi 
i principi fondamentali dell 1 economia, sia che studi 1 fatti eco- 
nomici concreti; sopratutto mostrano le sue Meditazioni sull'Eco- 
nomia politica. 



* 
* * 



Circa la quale opera del Verri non è qui luogo per farne 
una minuta analisi, come ci avvenne, almeno in parte, per le 
Riflessioni ; poiché qui si trattava di un problema di immediato 
valore pratico, mirante a risolvere una crisi supposta imminente 
nello Stalo di Milano. Le Meditazioni invece sono, o vogliono 
essere, un vero e proprio trattato generale di economia, sicché 
di esse basti qui rilevare ciò che indichi meglio il pensiero del- 
l' autore, il contributo che egli abbia, per avventura, portato 
alla scienza pura, gli errori nei quali, nell'elaborazione del pro- 
prio pensiero, possa essere caduto. 

Eclettico, abbiamo detto or ora, si può considerare il Verri ; 
che se egli mostra di avere educato il suo spirito alla scuola 
dei fisiocrati, di questi non accetta tutte le dottrine, mentre per 
un lato appare ancora imbevuto di idee erronee, che fino al 
tempo suo tenevano il maggior campo e che trovavano la loro 
più genuina espressione nella dottrina mercantilistica, per altro 
previene e precorre, più o meno chiaramente, certe idee che 
saranno svolte e formulate, poco appresso, dagli economisti in- 
glesi facenti capo ad Adamo Smith. 

Si mostra egli ammiratore dei fisiocrati, ma già sino dalle 
prime pagine delle Meditazioni, mostra di non seguirne tutte ed 
in modo incondizionato le teorie; per esempio là dove tratta il 
problema della produzione della ricchezza. Che « la setta degli 
economisti » appunto costituita dai seguaci del Quesnay e del 
Turgot, riconosce come unica vera fonte della ricchezza la pro- 
prietà terriera, mentre, a parere del Verri, di essa deve ammet- 
tersi una seconda fonte, non meno importante della prima, e 
precisamente l' industria. Non è vero — contrariamente a quanto 



- 33 - 

credono quegli economisti — che ogni uomo che non adoperi 
l'aratro sia un essere sterile ed una classe sterile formino i ma- 
nifattori. Questa erronea opinione deriva dal fatto che chi 1' af- 
ferma crede che il valore di un prodotto industriale sia equiva- 
lente a quello della materia prima e degli alimenti che sono 
serviti agli artigiani, che l'hanno fabbricato, nel periodo del 
loro lavoro. Ma così nessuna industria non produrrebbe 
ricchezza, mentre molti arricchiscono nelle industrie e gli arti- 
giani si trovano, generalmente, in condizioni economiche migliori 
dei contadini. 

Qui 1' errore dei fisiocrati, secondo il Verri, è di non porre 
mente che il manifattore vende il suo prodotto ad un prezzo su- 
periore a quello necessario per rifarsi delle spese sostenute (1). 
Così, adunque, la ricchezza è dovuta ali 1 industria non meno che 
all' agricoltura. 

Già il Verri aveva, nelle Riflessioni, accennato come, vane 
siano le notificazioni per determinare le ricchezze prodotte — 
allora egli si riferiva al grano — e come il migliore indice di 
esse sia il prezzo. Il prezzo, che è la quantità di una merce 
universale, ossia del denaro, per avere un' altra merce, non 
dipende certo dall' utilità di questa, perchè vi sono cose utilis- 
sime, anzi necessarie alla vita, che però non hanno nessun 
prezzo ; né tanto meno dipende dalla rarità od abbondanza di 
una merce. Il prezzo è piuttosto determinato da due elementi 
uniti insieme: dal bisogno e dall'abbondanza apparente; poi- 
ché la quantità di merce che non viene messa in commercio 
non ha nessuna efficacia sul prezzo, rispetto al quale é come 
non esistente (2). Per il Verri, inoltre, l'aumento di prodotto è 
accompagnato, sul mercato, da quello dell'offerta e questo è in- 
dicato dal numero dei venditori (3). 

Ora questa dottrina, che espone il Verri sul prezzo ; non pare 
doversi accettare, sia perchè non è vero che sul prezzo influisca 
la sola quantità di ricchezza che è sul mercato, sia perchè è 

(1) P. Verri, Meditazioni, pp. 552-4. 

(2) P. Verri, Meditazioni, pp. 556-60. 

(3) P. Verri, Meditazioni, p. 560. 



- 34 - 

possibile che coli' aumentare e il diminuire dei compratori e dei 
venditori rimanga costante la quantità di merce rispettivamente 
domandata e offerta, 

Ora, a questo proposito si è già osservato che il Verri, con 
simile affermazione, commette un doppio errore : di parlare di 
numero dei venditori e dei compratori, anziché di quantità del- 
l' offerta e della domanda, quasi che la quantità d' offerta di- 
pendesse soltanto dal numero dei" venditori. Inoltre di credere 
che il numero dei venditori e dei compratori possa avere effi- 
cacia sul prezzo, anche indipendentemente dalla quantità della 
domanda e dell' offerta (1). 

Il Verri, adunque, conclude che scopo della economia politica 
è accrescere, in proporzione, i venditori rispetto ai compratori (2). 

Ma con quali mezzi ? 

Dato lo scopo ora ripetuto è naturale che, secondo il 
Verri, bisogni impedire, per quanto sia possibile, l' eccessivo 
accentramento delle ricchezze in poche mani. « Quando le ric- 
chezze della nazione sono costipate nelle mani di pochi, da quei 
pochi debbe il popolo ricevere l'alimento e quei pochi venditori 
dispotici del prezzo obbligheranno la plebe ad una stentata di- 
pendenza [3) ». È dunque il Verri assolutamente in favore della 
piccola proprietà e qui cade evidentemente in errore, quando 
afferma che questa è condizione dell'incremento della produzione, 
la quale, al modo suo d' esprimersi, sembrerebbe ristagnare ed 
anche diminuire col prevalere della grande proprietà. 

(!) « Crescasi il numero dei venditori (tutto il resto eguale) l'abbondanza 
crescerà e il prezzo andrà ribassando; crescasi il numero dei compratori (tutto 
il resto pure eguale) ed il bisogno crescerà ed il prezzo andrà accrescendo. 
Il prezzo adunque delle cose si desume dal numero dei venditori, paragonato 
col numero dei compratori ». (P. Verri, Meditazioni, p. 560). V. anche G. 
Macchioro, Teorie e riforme economiche finanziarie ed amministrative nella 
Lombardia del sec. XVIIJ, Città di Castello, 1904, p. 25. 

(2) P. Verri, Meditazioni, p. 563. Su questo insiste assai spesso, in 
ispecie a pp. 577-9 ; dove osserva che il diminuire il numero dei compratori 
produce una diminuzione di prezzo effimera, i cui effetti sono dannosi e che 
alla diminuzione dei compratori si accompagna quella dei venditori. 

(3) P. Verri, Meditazioni p. 564. 



— 35 - 

Vero è che accenna ad associazione di molti possessori di 
terre, ma troppo di sfuggita per lasciar capire se egli temperi 
il suo principio per il quale è fervente sostenitore della piccola 
proprietà. In ogni modo il Verri è contrario ad ogni mezzo di- 
retto che si potesse escogitare per combattere il troppo accen- 
trarsi della ricchezza, poiché ciò sarebbe un attentato al diritto 
di proprietà, che è la base della giustizia in ogni società incivilita. 
— Mezzi però indiretti a raggiungere questo scopo, a parer suo, 
esistono sia col rendere nel diritto ereditario uguali i figli, senza 
distinzione di sesso e d' età, sia con lo stabilire su qualsiasi 
terra piena libertà nei contratti, sia coli' infrenare il lusso : e 
ciò più con P educazione e con P esempio che con norme legi- 
slative (1). 

Un altro grave impedimento all'aumento della produzione è 
costituito dalle corporazioni d' arti e mestieri. Esse portano con 
sé alcuni vantaggi che sono però più apparenti che reali ; ma 
di contro a quelli, molti e gravi danni: che per esse l'industria 
e il commercio sono privilegio di pochi, e così è tolta ogni 
occasione e stimolo ad aumentare ed a migliorare i prodotti ; 
all'incremento dei quali si oppongono pure gli impacci buro- 
cratici, le competizioni e le lotte che sorgono spesso tra le varie 
corporazioni, animate da uno spirito di lega, di monopolio per 
il quale tendono a stringere sempre più fra pochi P industria 
ed il commercio. I soli effetti delle corporazioni sono il dimi- 
nuire dei venditori interni, l'aumento di prezzo delle merci, il 
freno all'attività industriale ed il diminuire della produzione (2). 

Una terza causa, che impedisce l'aumento della produzione, 
il Verri la scorge nelle leggi vincolanti la libertà di esporta- 
zione e di circolazione dei prodotti, al qual proposito egli non 
fa che riassumere le considerazioni già esposte nelle Riflessioni 
e che già conosciamo: solo qui estende a qualsiasi prodotto 
quelle osservazioni che ivi aveva fatto per la produzione e per 
il commercio dei grani. Ed anche nelle Meditazioni, nel parlare 

(1) P. Verri, Meditazioni p. 566. 

(2) P. Verri, Meditazioni, pp. 566-9 e G. Alberti, Le corporazioni d'arti 
e mestieri e la libertà del commercio intorno, ecc., Milano, 1888, pp. 131-3. 



- 56 — 

contro le leggi proibii i ve egli o 'là per sottintesa od asserì 
senza neppure discutere, la legittimità e la necessità dei dazi 

di esportazione. (1). 

Per lui il tributo di uscita, la spesa di trasporto per la merce 
fuori dei confini, il pericolo e il ritardo dei pagamenti, sono 
elementi sufficienti per assicurare che in qualsiasi stato non 
possa mai verificarsi nessuna crisi, ove non agiscano cause arti- 
ficiali, quale l'aziono dei monopolisti, derivanti appunto dalle 
leggi proibitive, che sortono l'effetto opposto a quello per il 
quale sono create (2). 

Come il Verri è contrario alle leggi vincolanti il diritto di 
esportazione cosi è contrario a tutte le privative, a tutti i pri- 
vilegi esclusivi di produzione. 

Si vogliono questi forse giustificare, asserendo che essi fa- 
voriscono l'introduzione in uno stato di nuove industrie che in 
mancanza di quelli, nonché prosperare, non potrebbero forse sor- 
gere ? Ma o chi inizia un'industria è in condizioni da non te- 
mere concorrenti ed allora il privilegio esclusivo gli è inutile, 
poiché gli basta la certezza della sua superiorità sugli altri pos- 
sibili concorrenti; od è un mediocre industriale ed allora è 
un' ingiustizia per accordare un privilegio ad uno, negare a 
qualsiasi altro il diritto di libera produzione. Inoltre non si può 
tacere che coi diritti esclusivi di produzione si limita il numero 
dei produttori, si elimina, o si tende ad eliminare, la concor- 
renza togliendo così un potente stimolo al progresso industriale. 
In queste considerazioni, riferentisi ai privilegi, non può non 
notarsi una lacuna; che qui, a questo punto, sarebbe stato bene 
che il Verri esponesse il pensiero suo sulla questione della 
opportunità e della legittimità dei brevetti d' invenzione. In 
ogni modo non si può non rilevare un grave errore nel quale 
egli cade, poiché sempre ligio al suo falso principio che il 
maggior numero dei venditori determini maggior quantità di 
offerta e quindi una diminuzione nei prezzi, sostiene p. es. 



(1) P. Verri., Meditazioni, pp. 569-74. 

(2) P. Verri, Meditazioni, p. 572. 



- 3? - 

che cento telai distribuiti tra dieci fabbricatori producono più 
che duecento appartenenti ad un fabbricante solo. Certamente 
non bisogna prendere alla lettera l'esempio qui riferito, ma esso 
mostra abbastanza che il Verri, in conseguenza del suo falso 
principio ora accennato, è favorevolissimo come già alla piccola 
proprietà, così anche alla piccola industria ch'egli, come fonte 
di ricchezza, reputa più produttiva della grande industria. Della 
quale opinione non può certo far torto al Verri chi consideri 
il tempo in cui egli visse, pensò ed operò, tempo nel quale si 
era ben lungi dall' immaginare gli enormi progressi tecnici, che 
di poi fino ai giorni nostri hanno creato la grande industria, 
trasformando profondamente, per conseguenza, i rapporti econo- 
mici fra le varie classi sociali. 

E poiché qui non è nostro intento dare un' analisi ordinata e 
completa delle Meditazioni, ma solo rilevare ciò che di più 
notevole pensò e scrisse il Verri e che meglio caratterizza il 
suo pensiero, non crediamo di doverci trattenere su quanto egli 
dice circa il denaro. A questo punto ci basti rilevare come, 
secondo il Verri, la moneta essendo la merce universale, il suo 
prezzo sia in ragione inversa dei compratori ed in ragione di- 
retta dei venditori (1). Così anche qui il Verri, come nell'ana- 
lisi del prezzo, scambia a torto il numero dei compratori e ven- 
ditori colla quantità d'offerta e di domanda (2). E viziata da 
questo medesimo errore appare pure l'analisi dell'interesse, la 
cui modicità è condizione indispensabile al fiorire dell'agricoltura; 
che il basso interesse è stimolo a bonificare le terre incolte 
ed a migliorare i mezzi di coltivazione ed ai progressi dell' in- 
dustria (3). 

Circa poi il fenomeno della circolazione della ricchezza è a 
rilevarsi nel Verri un errore, dove egli asserisce che un vendi- 
tore può limitare il suo guadagno su ogni merce, qualora il 
numero di queste merci aumenti, così che il guadagno totale 
non diminuisca; mentre l'esperienza mostra abbastanza di per 

(1) P. Verri. Meditazioni, pp. 583, 585-87. 

(2) P. Verri, Meditazioni, p. 586. 

(3) P. Verri, Meditazioni , p. 587. 



_ 38 - 

sé che non v'ha commerciante il quale dal suo commercio non 
cerchi trarre un guadagno senza limite maggiore. Doveva piut- 
tosto qui dire che la diminuzione del guadagno su ogni singola 
merce è determinata solo dall'abbondanza di produzione che. 
qualora non intervenga altra causa perturbatrice, quale il mo- 
nopolio, determina la concorrenza- In ogni modo qui il Veni 
ha il merito di intravedere come in certi casi l'aumentare del 
danaro circolante non provoca per se stesso l'aumento del 
prezzo delle merci (I); sebbene poi egli non vada immune dal 
pregiudizio — tale, almeno, considerato il principio in modo 
assoluto - che è utile il commercio di una nazione se essa 
vende fuori dai confini e che è dannoso se compera (2). E 
questo concetto errato egli ribadisce altrove, là dove tratta del 
bilancio del commercio che, a parer suo, indicando se l'annua 
esportazione supera od è inferiore air importazione, mostra 
uno stato cammini alla prosperità ovvero alla decadenza » (3). 
Ogni stato deve mirare ad accrescere la produzione, della 
quale è indice la popolazione (4). A proposito di questo ultimo 
gravissimo problema il Verri non mostra nessuna veduta ori- 
ginale e partecipa al principio indiscusso, al tempo suo, ora 
accennato. Egli ha qui il torto di asserire in modo assoluto che 
la produzione aumenta coir aumentare della popolazione e che 
il numero di questa, quindi, sia sempre l'indice sicuro delle con- 
dizioni economiche di un paese, meglio assai che l'esportazione 
che- non può essere norma sempre sicura del grado di produ- 
zione (5\ Qui non si può non osservare che, diversamente da 
altri punti, il ragionamento del Verri procede troppo per afo- 
rismi e non è sorretto dall'esperienza della realtà, da quella 
esperienza di che era così ricco il Verri e della quale suole 
assai servirsi per confortare le sue osservazioni teoriche. 

(1) «... perchè tanto si moltiplicano le voglie, quando più vanno cre- 
scendo i prezzi per soddisfarle e di tanto cresce il moto interno e il numero 
dei contratti incessanti... » (P. Verri, Meditazioni, 593). 

(2) P. Verri, Meditazioni, p. 593. 

(3) P. Verri, Meditazioni, p. 600. 

(4) P. Verri, Meditazioni, p. 006. 

(5) P. Verri, Meditazioni, p. 603-04. 



- 39 - 

Per ciò. poi ; che si riferisce al modo di distribuirsi della popo- 
lazione, il Verri vede gli inconvenienti che derivano da un troppo 
decentramento e da un eccessivo concentramento degli abitanti : 
nel primo caso la circolazione dei prodotti è resa difficile, il 
commercio è scarso, i bisogni del consumatore sono modesti e 
manca così uno stimolo ad accrescere la produzione; mentre 
l'accentramento della popola/ione rende più rapida la circola- 
zione, favorisce, il consumo ed accresce la produzione; deter- 
mina il sorgere e lo svilupparsi dell'industria, il valore dei cui 
prodotti è più incerto e precario di quello dei prodotti del suolo. 

Il Verri però a questo punto pare confonda due questioni, 
che devono tenersi distinte; egli dice che col grande accen- 
trarsi degli abitanti il prodotto del terreno, sul quale essi vi- 
vono, non basterebbe ai loro bisogni. Ora il ragionamento qui 
parrebbe dovesse avere per presupposto che comunque la po- 
polazione si distribuisca, in una determinata regione, il numero 
di essa debba rimanere costante. Egli, dunque, confonde tra loro 
l'aumento e la distribuzione della popolazione, facendo dell' in- 
sufficienza dei prodotti del suolo una conseguenza della distri- 
buzione, anziché, come pare più esatto, dell'aumento (1). 

Ma più che nei problemi di economia teorica appare note- 
vole il pensiero del Verri nelle questioni economiche d'indole 
o di applicazione pratica; questo già vedemmo in quelle rife- 
rentisi alle leggi annonarie, ora vedremo in quella che spetta 
al sistema tributario. A trattare la quale questione apre facil- 
mente la strada al Verri il concetto che egli ha dell'economia, 
per il quale si può trattare anche di cose finanziarie; poiché 
per lui la scienza economica sembra avere anche carattere nor- 
mativo, in quanto essa studia anche i mezzi per rendere più 
ricco lo stato (*2). E qui che, per formare le sue convinzioni e 
quelle del lettore, egli si vale sopratutto della grande esperienza 
che gii ha fruttato il maneggio dei pubblici affari, negli anni 
più laboriosi e fecondi della sua virilità. Il problema tributario 

(1) P. Verri, Meditazioni, p. 604. 

(2) P. VERRf, Meditazioni, p. 617. 



— 40 - 

non solo si presentava e si imponeva alla sua mente come, ogni 
altro (li materia economica, ma si imponeva alla sua coscienza di 
buon cittadino coni*' di palpitante attualità, come quello che ri- 
chiedesse un'urgente e radicale soluzione; ed egli si affanna in- 
torno ad esso, perchè ne vede tutto il valore teorico e forse 
anche più quello pratico, perciò alla questione tributaria egli 

dedica una vasta parte delle sue Meditazioni, perciò, come 
già accennammo, nel campo pratico egli nello Stato di Mi- 
lano fu uno dei più attivi e zelanti cooperatori per queir opera 
riformatrice che, come più avanti vedremo, fu compiuta in ma- 
teria di tributi. 11 tributo per il Verri — « è una porzione 
della proprietà clic ciascuno depone nelP erario pubblico, affine 
di godere con sicurezza la proprietà che gli rimane » (1). Ma, 
per tralasciare di rilevare come questa definizione sia monca e 
difettosa, che accettata così si verrebbe a negare la funzione 
più nobile ed alta che ha lo stato, di essere fattore di progresso 
e di civiltà nella nazione, oltre che di conservazione sociale: e 
per tralasciare ciò che il Verri dice per dimostrare la necessità 
e la legittimità di sottoporre, da parte dello Stato, i sudditi alle 
imposte, queste, secondo l'autore, devono stabilirsi con criterio 
di proporzionalità, affinchè la totalità di esse sia in ragione 
della capacità economica della nazione e la loro distribuzione 
avvenga equamente fra i privati (2). 

Ma se tali sono le condizioni fondamentali, alle quali deve 
soddisfare un bene inteso sistema tributario, altre pure sonvi 
e non di piccola importanza: che ogni tributo non deve colpire 
immediatamente le classi povere, non deve essere d'impedi- 
mento alla circolazione delle ricchezze, non all' esportazione, 
non allo sviluppo industriale, non insomma a quanto può ac- 
crescere la produzione (3). 

Però, se ben si guardi, ogni tributo, di qualsiasi natura esso 
sia. in ultima analisi grava sugli abitanti non in quanto pro- 
prietari, in quanto produttori di ricchezza, ma perchè consuma - 

(1) P. Verri, Meditazioni, p. 618. 

(2) P. Verri. Meditazioni, p. 619. 

(3) P. Verri, Meditazioni, pp. 619-20. 



- 41 - 

tori ed in ragione di ciò che consumano. Forsechè il proprie- 
tario di terre, l' industriale ed il commerciante non si rifanno 
sui consumatori del tributo che hanno anticipato? (1). Ma se è 
vero che i tributi solo in apparenza gravano sui produttori ed 
in realtà colpiscono, per quanto indirettamente, i consumatori, 
pare che il legislatore debba fare in modo che essi siano meno 
gravi, meno dannosi e meno vessatori che sia possibile, per 
quelle classi sociali sopratutto che, per la struttura economica 
della società, non percepiscono tutto il frutto, ma solo una parte 
del loro lavoro. E qui, appunto, il Verri mostra l'opportunità di 
certe norme, di certi canoni che si dovrebbero sempre seguire 
nello stabilire i tributi. 

Essi non dovrebbero mai colpire, almeno in modo immediato, 
le classi povere, chi non voglia così danneggiare la piccola in- 
dustria e favorire 1' emigrazione (2) ; alla quale norma non sod- 
disfa certo qualsiasi forma di capitazione, anche meno appari- 
scente, quale è certo quella di ogni tributo imposto sui generi 
di prima necessità, che perciò è da combattere. È da combat- 
tere ogni forma di capitazione, oltre che per il suo carattere 
intrinseco di iniquità, anche perchè con essa sono facili le frodi, 
forti sono le spese di percezione, contrariamente ad un altro 
canone che il legislatore deve seguire e secondo il quale bi- 
sogna scegliere quella forma d' imposta, che importi le minori 
spese possibili di percezione (3 . 

Ma non basta che un tributo sia bene scelto ed equamente 
fissato ; bisogna anche evitare i possibili arbitri da parte di chi 
deve farlo versare ed a ciò si deve provvedere con leggi chiare, 
precise, inviolabili, da osservarsi imparzialmente verso di qua- 
lunque contribuente (4). 

E poiché il legislatore deve favorire la produzione delle ric- 
chezze, deve rimovere anche ogni causa che ne impedisca o ne 
renda comunque meno attiva la libera circolazione ; così è da 

(1) P. Verri, Meditazioni, p. 620. 

(2) P. Verri, Meditazioni, p. 6^3. 

(3) P. Verri, Meditazioni, p. 624. 

(4) P. Verri, Meditazioni, p, 625. 



- 42 — 

respingere ogni tributo, eoe colpisca il trasporto delle merej 
da un punto ad un altro dello stato, da respingere quindi i 
dazi interni di circola/ione, i pedaggi ed Ogni tributo imposto 
sui contralti, che indirettamente fa diminuire la produzione 1 . 

Finalmente un quinto ed ultimo canone al quale deve atte- 
nersi il legislatore, è che il tributo « non segua immediatamente 
l'accrescimento dell'industria » \ quindi, sempre per l'ufficio 
che deve esercitare lo Stato nei rispetti della produzione, deve 
combattersi ogni tributo sulle materie prima importate e Sulle 
manifatture nazionali che si esportano, che vorrebbe a danneg- 
giare, a recidere i nervi dell'attività industriale. Tali sono le 
norme alle quali sempre ci si dovrebbe uniformare nello stabi- 
lire i tributi, che si dovrebbero pagare a piccole e quindi fre- 
quenti rate, per non provocare improvvisi perturbamenti nella 
circolazione delle ricchezze (2). 

Ma i tributi — che il Verri distingue in scoperti ed occulti, 
che è quanto dire in diretti ed indiretti, e, sott'altro aspetto, in 
forzosi e spontanei (3) come debbono essere distribuiti, 

affinchè siano di minor danno ai non abbienti? Essi dovranno tutti 
soddisfare ai canoni sopra enunciati e tali dovranno essere da 
colpire direttamente il minore numero possibile di sudditi. Anche 
la quale ultima condizione pare pienamente soddisfatta dalle 
imposte, che cadono sui godenti di possesso fondiario, sui com- 
mercianti, sui detentori — privati cittadini o istituti finanziari 
— di capitali mobili (4). Così i possessori vengono ad assumere 
la funzione di anticipatori dei tributi, che spetterebbero alle 
quattro categorie, nelle quali essi si ripartiscono. Ma gravissime 
difficoltà di natura pratica impediscono che al tributo si sotto- 
pongano i possessori di capitale mobile; ecco dunque che esso 
deve riversarsi sulle altre categorie di possessori, sia pure con 
una ingiustizia, per evitare mali maggiori : sui possessori di 
terreni, di case e di merci (5). Si vorrebbe da taluni sottoporre 

(1) P. Verri, Meditazioni, p. 625. 

(2) P. Verri, Meditazioni, pp. 626-7. 

(3) P. Verri, Meditazioni, pp. 627-28. 

(4) P. Verri, Meditazioni, p. 629. 

(5) P. Verri, Meditazioni, p. 630. 



- 43 - 

a tributo solo i possessori di terreni; ma ciò sarebbe una grave 
ingiustizia, perchè anche i possessori delle altre categorie sono 
detentori di ricchezza, sulla quale tutta, quale si sia la forma 
che essa assume, deve gravare il tributo. E poi a questa tesi 
contrasta una grave difficoltà d'indole pratica: che se si abo- 
lissero le gabelle e- ad un tratto si imponesse tutto il tributo 
sui fondi, si apporterebbe un colpo fatale all'agricoltura. 

Agricoltura ed industria sono fonti entrambe, allo stesso 
modo, della produzione; così ha sempre prima affermato il Verri 
contro i fisiocrati ; ora coerente a se stesso egli combatto viva- 
mente la dottrina dei fisiocrati in favore dell'imposta unica 
fondiaria (1). 

Equo, opportuno, legittimo è, dunque, il tributo sulle merci 
per il Verri, che mentre — come abbiamo veduto — altrove, 
nelle Riflessioni sulle leggi vincolanti, è così poco liberista da 
ammettere come indiscussa la legittimità dei dazi protettori sia 
per le materie prime, che escono dallo Stato, sia per le mani- 
fatture che vi entrano, qui tenta giustificare con ragioni davvero 
poco convincenti, ma che nel secolo XVIII avevano, forse, altro 
valore che non abbiano ora — la tesi che lo conduce ad essere 
un protezionista in quanto sostiene i dazi di esportazione ed 
importazione e solo si limita a combattere quelli di transito e 
di interna circolazione (2). Tanto egli è protezionista da affer- 
mare che in linea generale i tributi danneggiano la produzione, 
ma da fare eccezione per certi dazi d' esportazione e d' impor- 
tazione, opportunamente posti su certe merci ; sicché possono 
allora giovare come stimolo all'industria (3). 

Ed ora, per riassumere quanto sin qui si è detto delle idee 
sostenute dal Verri sul problema tributario, egli afferma che le 

k imposte debbono colpire direttamente i possessori, sia di terre, 
sia di mercanzie; così egli ha il merito di conciliare, per il 
primo, due tendenze tra loro fino allora contrastantisi, l' una 
favorevole all'imposta indiretta di consumo, l'altra all'imposta 
diretta unica sulle terre. 

(1) P. Verri, Meditazioni, p. 631-4. 

(2) P. Verri, Meditazioni, pp. 634-36. 

(3) P. VERRr, Meditazioni, p. 641. 



- Il 

Cosi, su questo punto, può concludersi col Ricca-Salcrno che 
« dulie opinioni discordanti e parziali che a quel tempo si con- 
trastavano il campo, il Verri seppe ricavare un concetto tem- 
perato, chiaro e connesso dei tributi, che può considerarsi come 
il primo sistema veramente scientifico, cioè logico ad un tempo 
e comprensivo, fondato sulla molteplice realtà delle cose e coor- 
dinato ad un principio di ragione, un sistema organico, vivo, 
dotato d'intimo vigore, eh' è la più splendida illustrazione delle 
riforme attuate in Lombardia » (1). 



• » 



Da quanto fin qui siamo venuti desumendo dall'esame delle 
sue opere principali di economia — le Riflessioni e le Medita- 
zioni — è facile, con un breve cenno, riassumere i principi, 
che informano il pensiero del Verri in materia economica- Egli 
sostanzialmente segue la direttiva della dottrina fisiocratica, che 
allora accennava a tenere il maggior campo e che il Verri 
aveva studiata attraverso i suoi mig'iori elaboratori ed espo- 
sitori, ma dai Fisiocrati si discosta particolarmente in lue punti, 
l'uno teorico, l'altro di valore pratico; espressamente dove al- 
l'erroneo concetto di quelli, essere so^o l'agricoltura fonte della 
produzione, oppone tutta l'importanza di un'altra fonte, l'in- 
dustria, e dove, coerente a se stesso, si oppone all'imposta 
unica fondiaria, alla quale vuole aggiunta quella sulle merci. 
Né vuoisi tacere qualche influsso che nel Verri esercita una 
dottrina che al tempo suo pareva, se non superata del tutto, 
prossima però a tramontare : il mercantilismo, che egli segue 
nel falso principio essere in uno stato indici di prosperità o di 

(1) G. Ricca-Salerno, Storia delle dottrine finanziarie in Italia. Palermo, 
1896, p. 138. Secondo il medesimo autore, poi, il Verri nell* indagare l'inci- 
denza dell'imposta fondiaria « sorpassa tutti gli scrittori del suo tempo; e la 
distinzione che egli fa per questo rispetto tra imposta isolata e imposta con- 
nessa con altri tributi analoghi in un compiuto sistema è di capitale impor- 
tanza e forma la base del suo sistema e della più sana teoria moderna ». 
(Op. cit., p. 279). 






- 45 — 

disagio economico l' eccedenza o l'inferiorità dell'esportazione 
sull'importazione. Chi non legga con qualche cura le Riflessioni 
e si lasci abbagliare dal ritorno in quell'opera frequente, anzi 
continuo del concetto di libertà economica e dagli inni che tal- 
volta l'autore ad essa scioglie con tono enfatico, direbbe, senza 
altro, il Verri un liberista. E tale egli è in quanto sostiene 
la libertà di esportazione, di importazione, di transito e di cir- 
colazione per le merci, e perchè favorevole al lavoro libero, 
perchè assertore dei benefici effetti della concorrenza combatte 
le corporazioni ed ogni altra forma di monopolio. Ma libe- 
rista egli, invero, non è, perchè se ammette la libertà di 
circolazione interna e di transito, esente anche da ogni tributo 
doganale e la libertà di esportazione e di importazione, per 
l'ima e per l'altra di queste ultime, come qualsiasi mercantilista, 
afferma necessari e legittimi i dazi, in quella sulle materie prime 
in questa sulle manifatture straniere. Così il Verri, pur essendo, 
per avventura, più liberale d'altri economisti, che lo precedettero 
ed anche del tempo suo, anche perchè egli considera la libertà 
economica come un' utopia, che solo potrebbe tradursi in realtà 
se tutti i paesi la istituissero contemporaneamente, abolendo in 
tale modo le barriere e le imposte doganali, non esce dalla 
cerchia dei seguaci del protezionismo agrario. 

Da insigni cultori di scienza economica furono già rilevati 
alcuni difetti nelle dottrine di Pietro Verri : così egli, p. es., ba 
il torto di considerare i commercianti quali semplici intermediari 
fra produttori e consumatori (l); così egli pecca di poca elabo- 
razione di concetti fondamentali, quali quelli di prodotto, valore, 
lavoro, capitale; cade in incoerenze, appare talora anche troppo 
analitico (2). Pur tuttavia è ormai comunemente riconosciuto che 
al Verri spetta il primo posto fra i cultori italiani di economia 
nel secolo decimottavo. 

La natura del suo ingegno, non molto incline alla specula- 
zione, lo rende alieno dall' elaborare concetti puri; egli trae, anzi, 

(1) L. eossA, Introduzione allo studio dell' Economia politica, Milano, 1886, 
p. 303. 

(2) Fr. Ferrara in Biblioteca dell' Economista, serie I,, voi. Ili, p. 31. 



- 40 - 

e desume i suoi principi teorici dall'esperienza; perciò i suoi 
ragionamenti appaiono materiati di fatti concreti e mostrano chi 
a molto buon senso, a mente lucida qualità che appaiono attra- 
verso la sobrietà, V ordine e la nitidezza di idee — accoppia una 
perfetta conoscenza delle questioni vive ed attuali per il suo 
paese, che egli tratta. Cosi pare non forse troppo ardito credere 
che nel Verri, sebbene egli occupi un posto notevole nella storia 
dell'economia, lo spirito pratico superi quello teorico, l'uomo 
d'azione il pensatore puro. 

* 

* * 

Per tralasciare di dire delle definizioni inesatte, anzi erronee, 
che dà intorno alla natura dell' economia ed al concetto di ric- 
chezza il Beccaria, lino dal principio dei suoi Elementi si preoc- 
cupa di determinare e fissare alla scienza che egli studia un 
principio generale, fondamentale, che non vari mai pei- variare 
di qualsiasi condizione e questo principio pone nell' « eccitare 
nella nazione la maggiore quantità possibile di travaglio utile, cioè 
somministrante la maggiore quantità possibile di prodotto con- 
trattabile e li più piccoli, ma più spessi possibili salari alle opere 
della mano e di opporsi a tutto ciò che potrebbe tendere a dimi- 
nuire questa massima possibile quantità d'utile travaglio » (1); 
dove, ad onta di qualche dilucidazione premessa, è oscuro ciò 
che si riferisce ai salari. Egli, adombrando quell'importantissimo 
principio a cui darà più tardi forma e va'ore scientifico lo Smith, 
della divisione del lavoro, vede quanto questa sia utile e neces- 
saria all'incremento della produzione; ed aggiunge che questa 
produzione è tanto più utile, quanto maggiori sono i rapporti 
tra le varie classi dei produttori, quanto maggiori sono gli anelli 
che le congiungono; inoltre rileva il reciproco influsso che tra 
loro esercitano produzione e popolazione, la quale nel suo in- 
cremento trova un limite nel limite di quella (2). Della popola- 

(1) C. Beccaria, Elementi di Economia pubblica, in Ferrara, Biblioteca 
dell' Economista serie I* voi. Ili, p. 398. 

(2) C. Beccaria, Elementi, pp. 401 e 405. 



- 47 — 

zione poi il Beccaria si occupa diffusamente, studiandone la 
distribuzione, che intimamente si connette colla natura di colti- 
vazione del suolo. Per se stessa la popolazione aumenta, ma tale 
incremento può essere reso meno forte ed impedito da varie 
cause fisiche e morali: la poca salubrità del clima; l'eccessivo 
accentrarsi degli abitanti, stimolo ai vizi ; le epidemie. Ciò fra 
le cause fisiche e fra le morali: la poca frequenza dei matrimoni, 
dipendente da molteplici cagioni; l'incapacità economica a sod- 
disfare il desiderio del lusso; le emigrazioni; e lo spostarsi degli 
abitanti dalla campagna verso la città (1). Tali sono le principali 
cause, che si oppongono all'aumento della popolazione; ma esse 
— insiste anche qui il Beccaria, secondo un principio che gli 
è caro e del quale assai abusa, così da viziarne assai tutta la 
sua dottrina economica — si possono eliminare con una saggia 
opera legislatrice. 

La quale opera legislatrice può esercitare — a giudizio del 
Beccaria — forte efficacia sulla produzione, il cui strumento è 
./' agricoltura 'politica, alla quale egli dà un' accezione amplis- 
sima, in quanto con questa espressione non solo comprende 
1' agricoltura propriamente detta, ma anche la pastorizia, la pesca, 
la caccia, e la metallurgia (-2). 

Molte sono le cause che si oppongono al progresso dell'agri- 
coltura, cause che tutte si accentrano nella diminuzione di prezzo 
dei prodotti, onde non solo non cresce, ma anzi può diminuire 
la coltivazione della terra. E queste cause, che sono in numero 
di nove, il Beccaria ricorda e descrive; ma di esse qui importa 
rilevare soltanto la quinta, che consiste appunto nelP << essere 
ristrette le terre dello Stato in troppo poche mani ». Da ciò po- 
tremmo aspettarci il Beccaria - come già vedemmo del Aberri — 
sostenitore della piccola proprietà; ma egli subito soggiunge che 
le terre frazionate in un grande numero di proprietari rendono 
impossibile una coltivazione più razionale, perchè dispendiosa; 
perciò impediscono l' accrescersi della produzione. Egli quindi 

(1) C. Beccaria, Elementi, pp. 406-13. 

(2) C. Beccaria, Elementi, pp. 393 e 424. 



- 4* 

ammette si un frazionamento della proprietà fondiaria, ma sin 
tanto che esso non renda impossibile l'uso della grande col tara; 
e trova utile la funzione dei fittabili, che — intermediari tra i 

grandi proprietari ed i Contadini — cooperano assai all'aumento 
della produzione (1). Tulio ciò rende il Beccaria recisamente 

contrario all'istituto dei fidecommessi ed a quello delle ma- 
nimorte (2). 

Ma fra le questioni che il Beccaria tratta nel corso dei suoi 
Elementi, ci interessa, al fine del nostro studio, in modo speciale 
Patteggiamento che egli assume di fronte al problema annonario. 
Problema del quale l'autore non si dissimula la molta gravita 
ed importanza, poiché intorno ad esso moltissimi si affaticano 
per trovare una soluzione, per la quale sono in gioco e si agi- 
tano molteplici interessi tra loro contrastanti. La questione 
appare assai complessa; ecco quindi il Beccaria affrontarla 
prospettando i vari casi, ai quali essa dà luogo. Là dove 
il grano prodotto é inferiore al bisogno non è certo a parlare 
di leggi vincolanti ; è necessario, anzi, che la cultura ne sia sti- 
molata e perciò giova moltissimo la libertà di esportazione, che 
è un ottimo coefficiente, insieme all' interesse economico del 
coltivatore (3). Ma la questione si fa assai più grave e complessa 
nell' ipotesi che il grano prodotto ecceda il bisogno. In questo 
caso bisogna certo lasciare esportare fuori dai confini il super- 
fluo. Vero è che non è possibile determinare con precisione la 
quantità di grano necessaria per il consumo interno, quantità 
alterantesi per molte cause, e d'altra parte bisogna pur supporre 
una riserva interna per fronteggiare un'eventuale carestia. Ma 
qui « la libertà assoluta, ossia il non sistema è il migliore di 
tutti i sistemi, che in materia di annona si possano immagi- 
nare » (4). 

La libertà d' esportazione potrebbe danneggiare il consu- 



(1) C. Beccaria, Elementi, pp. 427-28. 

(2) C. Beccaria, Elementi, pp. 427-9. 

(3) C. Beccaria, Elementi, pp. 441-2. 

(4) C. Beccaria, Elementi, p. 447. 



— 49 — 

matore in quanto aumenterebbe il prezzo interno del grano; ma 
questo inconveniente è eliminato dalla spesa di trasporto fino 
oltre i confini, tanto maggiore, quanto più vasta è la superfìcie 
dello stato e così da esso esce solo la vera parte di grano che 
è proprio superflua (1). Si potrebbe, dunque, avere danno dalla 
libertà di esportazione soltanto nel caso che lo stato abbondante 
di grano fosse in mezzo ad altri che ne scarseggiassero, avesse 
piccola superfìcie, onde breve fosse il trasporto e molto svilup- 
pati i confini (2). 

È solo in questo ultimo caso eccezionale che il Beccaria am- 
mette limitazioni al principio della libertà di esportazione dei 
grani : la prima delle quali è il dazio di esportazione, — qualora 
il prezzo del grano aumenti oltre un dato limite — che sotto 
l'aspetto economico rende diffìcile l'uscita del grano dallo stato; 
e questo dazio deve essere proporzionato all'aumento di prezzo 
del grano ed alla « distanza dei differenti trasporti de' grani, 
che potrebbero concorrere col grano di questa nazione » (3). 
Ma due altre limitazioni si possono porre, connesse col dazio 
d'esportazione: i mercati, che col facilitare la concorrenza, pre- 
vengono i monopoli; e le gratificazioni, che applicate con criterio 
naturalmente inverso a quello dei dazi di esportazione, devono 
contribuire al medesimo effetto. Ma un' ultima limitazione ancora 
può ammettersi, costituita dai pubblici magazzini, purché questi 
si riducano a semplici depositi di grani e non diminuiscano la 
libertà di contrattazione e non impediscano la concorrenza (4). 

Le osservazioni che ha fatto sul problema annonario il Bec- 
caria per un rispetto allarga, per un altro completa, trattando 
poi dell'esportazione e dell'importazione in generale. Ma avanti 
ciò egli ci dà una lunga analisi delle cause che possono impe- 
dire lo sviluppo dell'industria e che, numerose quali sono, si pos- 
sono ripartire in due gruppi; riferentisi le une alla materia prima, 

(1) C. Beccaria, Elementi, p. 444. 

(2) C. Beccaria, Elementi, pp. 445-47. 

(3) C. Beccaria, Elementi, p. 448. 

(4) C. Beccaria, Elementi, pp. 450-2 e V. Cusumano, La teoria del com- 
mercio dei grani in Italia, in Archivio Giuridico, XIX, 244-5. 



— 60 — 

le altre alla mano d'opera. Fra le prime sono a notarsi la mancanza 
di materia prima, le molte difficoltà che questa incontra nel : 
saggio dai produttori ai manifattori, come j dazi 'li circolazione 
interna ed m generale i tributi eccessivi ; e le leggi che facendo 

dell'industria un privilegio, limitano il numero dei manifattori. 
E fra le cause che SI riferiscono alla mano d'opera: il modo 
difettoso col quale si può preparare la materia prima; la scar- 
sezza di lavoratori e quindi V eccessivo costo della mano d'opera; 
i tributi personali troppo gravosi ; le corporazioni, che anche per 
le complesse ed ingombranti norme colle quali si reggono, sop- 
primono la libertà e quindi la concorrenza; i bandii pubblici 
che distraggono i capitali dall' impiegarsi nell'industria e final- 
mente le privative (1). 

Ma so tali sono le cause che si oppongono allo sviluppo in- 
dustriale, quali sono i provvedimenti atti ad eliminarle ? Non 
coli' anticipare denaro, come incoraggiamento a cbi sta per in- 
trodurre un'industria, anche perdio ciò sarebbe creare una 
condizione di privilegio ; ma premiando quell'industriale, che tra 
gli altri maggiormente si sia distinto. Ma il Beccaria poi osserva 
che se si ammette la libertà d'esportazione della materia prima, 
questa poi rientra nello stato sotto forma di materia lavorata: 
perciò un duplice danno alla popolazione, che vede all'interno 
aumentata la medesima materia prima e deve pagare ad indu- 
striali forestieri l'opera di manifattura. E questa osservazione 
gli suggerisce e per lui giustifica un altro mezzo, a parere suo 
efficace per favorire l'industria, mezzo che è costituito dai dazi 
d'esportazione sulla materia prima, e d'importazione sullo ma- 
nifatture, regolati secondo la differenza di prezzo nello stato e 
all'estero e secondo la spesa di trasporto. Si potrebbe a questa 
tesi opporre che l'importazione libera della materia prima ne 
pregiudica la coltura entro lo stato, in quanto la concorrenza ne 
avvilisce il prezzo; ma qui il Beccaria oppone che questa con- 
correnza non è temibile, sia perchè col diminuire di prezzo au- 

(1) C. Beccaria, Elementi cit., pp. 470-4. 



— 51 - 

menta la vendita della materia prima, sia per la spesa di trasporto 
di questa dall'estero (1\ 

Ma, per venire ad altro punto importantissimo, da che mai 
dipende il valore delle cose? Certo dal bisogno che se ne ha e 
dalla rarità delle merci che si considerano. Queste le condizioni 
prime, che determinano il valore delle cose; ma ne sono pure 
da considerare altre : fra queste la distanza del compratore dalla 
merce, nel quale caso il prezzo di questa viene aumentato per 
la spesa di trasporto, che è sostenuta dal compratore se la do- 
manda supera 1' offerta, dal venditore nel caso opposto. E bi- 
sogna poi aggiungere che il prezzo di una merce lavorata è pro- 
porzionato anche al tempo ed al numero delle persone impiegate 
nel lavoro ; ciò però quando non entrino in azione a modificare 
il prezzo due fatti diversi : la concorrenza ed il monopolio (2). 

Per fare qualche notevole osservazione offre poi modo al 
Beccaria il fenomeno della circolazione della moneta « misura 
generale d'ogni valore », che, a differenza d'ogni altra merce, 
né si consuma, né serve all' uso continuo dei bisogni. La circo 
lazione inoltre della moneta è « una fedele rappresentatrice delle 
azioni che si fanno dai cittadini », dunque delle azioni di scambio, 
le quali sono, per il loro numero « in proporzione della quantità 
di moneta circolante, del numero delle mani per le quali ella 
passa e del tempo più breve nel quale fa questi passaggi » (3). 

Intimo è il rapporto, nel determinare la ricchezza, fra la 
massa circolante e la celerità di circolazione; così due ricchezze 
possono essere equivalenti anche essendo diverse tra loro le 
masse circolanti, purché varino anche queste inversamente quanto 
alla rapidità di circolazione, « Dunque uno Stato che avesse la 
metà meno di denaro di un altro Stato, ma che invece facesse 
fare quattro giri al suo denaro intanto che 1' altro Stato ne fa- 
cesse solamente due, sarebbe egualmente ricco e forte come 

CI) C. Beccaria, Elementi, pp. 476-8. 

(2) C. Beccaria, Elementi, pp. 490-4. Circa il pensiero del B. in materia 
di teoria del valore v. A. Graziani, Storia critica della teoria del valore iti 
Italia, Milano, 1889. pp. 72-6. 

(3) C. Beccaria, Elementi, p. 513. 



- 52 - 

questo secondo » (1). Tali considerazioni 'lamio modo al Beccaria 
per concludere che non è proprio la quantità assoluta del denaro 
che forma la ricchezza e prosperità di uno stato, ma la rapidità 
e prontezza del suo movimento. 

In materia tributaria poi il Beccaria - ed è questo un punto 
del suo pensiero importantissimo per le applicazioni pratiche che 
esso poteva avere nello Stato di Milano - si accosta assai al 
Verri nel sostenere che le imposte in massima parte sono pagate 
dai consumatori, sebbene siano anticipate dai produttori, sui 
quali però gravano qualora superino il limite oltre il quale di- 
minuisce la ricerca dei prodotti e ne scema il prezzo. E pure 
insieme al Verri sostiene la necessità e l'opportunità di riscat- 
tare i dazi alienati e le regalie (2). 

Queste le teorie più importanti che il Beccaria espone nella 
sua principale opera d'economia, gli Elementi: teorie che non 
sono tali da formare un vero e proprio sistema dottrinario, ma 
che sono tuttavia veramente notevoli. Certo però esse non vanno 
scevre da errori, anzi questi sono frequenti e talvolta gravi e 
mostrano la posizione del loro autore incerta ed oscillante tra 
sostenitori di vedute dottrinarie diverse, talora anzi opposte, quali 
i mercantilisti ed i fisiocrati. 

Eccolo, per esempio, imbevuto di pregiudizi del tempo suo, 
là dove considera indice di prosperità o di disagio economico 
di un paese l'attività o la passività del commercio cogli altri 
paesi, dove nega che il commercio interno generi profitto (3) e 
dove esalta i vantaggi della bilancia del commercio. 

Si atteggia egli a liberista, ma se per questo riguardo ha 
idee più evolute dei suoi contemporanei — non però del Verri, 
che di lui è più ardito, pur non uscendo neppure egli, come 
vedemmo, dalla cerchia del protezionismo agrario — non cessa 
di essere protezionista, anche se è contro i vincoli della circo- 
lazione interna; poiché, pur ammettendo la libertà di scambio, 

(1) C. Beccaria, Elementi, p. 515. 

(2) Ricca-Salekno, Storia delle dottrine finanziarie in Italia. Palermo, 1896, 
pp. 282-4. 

(3) C. Beccaria, Elementi, p. 517. 



- 53 - 

questa attenua assai eoi sostenere come legittimi ed opportuni 
i dazi d'esportazione per le materie prime e d' importazione per 
le materie lavorate; inoltre dissuade, se pur v'ha ancora bisogno, 
dal crederlo liberista, la forte simpatia che egli mostra per i 
premi d'esportazione. Solo in altro senso egli può essere stimato 
liberista, in quanto combatte il monopolio, sotto le forme più 
importanti che esso può assumere, sia di privative, sia di cor- 
porazioni (1). 

Ma un grave errore, che è diffuso in tutta 1' opera dottrinaria 
del Beccaria e che la vizia tutta quanta — e parci superfluo 
ricordare che qui consideriamo il Beccaria soltanto come eco- 
nomista — è il concetto che egli s'è fatto dell'azione che ogni 
saggio governo deve spiegare rispetto all'attività economica del 
proprio paese. E qui che egli si allontana, si oppone anzi ad un 
principio fondamentale dei fisiocrati, che pure egli iti tanti altri 
punti segue assai da vicino, prendendo da essi mossa alle sue 
riflessioni, a quel principio che viene enunciato colla formula 
laissez faire, laissez passer, poiché è fervido sostenitore del- 
l'intervento governativo nei rapporti economici. Egli non discute 
neppure dell'opportunità e dell'efficacia dell'azione governativa 
sull'economia di un paese; si direbbe che per lui questa azione 
sia P unica e migliore e più sicura panacea per tutti i mali so- 
ciali. Così lo Stato — che come osserva il Ferrara, il Beccaria 
ha il torto, del resto comune con altri, in ispecie del suo tempo, 
di concepire come un provvido tutore della nazione, che assume 
le parti di pupillo (2) - deve intervenire colla sua opera legi- 
slativa per dare incremento alla popolazione; deve, per evitare 
la sovrabbondanza di un prodotto agricolo e la scarsità di un 
altro, regolare la giusta proporzione delle terre diversamente 
coltivate, coli' intervento di leggi che esonerino da tributi quei 
proprietari che introducono nei propri fondi una determinata 
coltura (3); deve accordare gratificazioni atte a procurare l'ab- 

(1) G. Alrerti, Le corporazioni d' arti e mestieri ecc. ci t-, pp. 125-6 e 129. 

(2) F. Ferrara, Biblioteca dell'Economista, serie 1*, voi. Ili, p. XXXVII. 

(3) C. Beccaria, Elementi, p. 440. 



/ 



- 54 - 

bondanza della produzione (l). lo un ponto solo il Beccaria si 
mostra contrario all' azione governativa, per ciò che si riferisce 
alle Leggi suntuarie; le quali sono ila combattere, perchè in ul- 
tima analisi (anno diminuirò la produzione e quella ricchezza 
die esse appunto vorrebbero favorire. Lo scopo che si prefiggono 
le leggi suntuarie si può meglio ottenere coir esempio, contrario 
al lusso, dato dalle classi dominanti e colla libertà dei commercio 
— quale valore relativissimo in bocca al Beccaria abbia quest'ul- 
tima espressione è mutilo ripeterò - che distoglie dalle spese 
sterili per quelle utili (2). 

Se tali sono i principali errori, che assai scemano valore 
air opera del Beccaria, non si possono tacere i pregi che in essa 
tuttavia si notano. E per non dire di doti formali che il Cossa 
trova nel Beccaria, quali la precisione, la chiarezza ed d rigore 
nelle deduzioni (3), negli Elementi sono da rilevarsi alcune buone 
idee. Cosi il Beccaria in essi ha il inerito di esporre buone idee 
sulla popolazione in rapporto alla produzione, sebbene su 
questo argomento sia a rilevarsi una lacuna, poiché non 
considera il caso in cui la quantità di una popolazione ecceda 
la produzione, partendo egli evidentemente nei suoi ragionamenti 
da una premessa erronea: che quella sia sempre proporzionata 
a quest'ultima. Ed a lui pur anche spetta il merito di avere, 
per primo, esaminato le vere funzioni dei capitali produttivi (4); 
e di avere notato i vantaggi che, nei rispetti dell'incremento 
della produzione, presenta la grande sulla piccola coltura; e sembra 
anche spettargli quello di avere adombrato il principio impor- 
tantissimo della divisione del lavoro ;. principio che poi venne 
svolto dallo Smith (5). Inoltre è stata in lui riconosciuta bontà 
d'idee per ciò che si riferisce al valore normale ed al fenomeno 
della circolazione (6); però queste idee, che formano il merito 

(1) C. Beccaria, Elementi, p. 452. 

(2) C. Beccaria, Elementi, p. 527. 

(3) L. Cossa, Introduzione allo studio dell Economia Politica, Milano, 1892, 
pp» 301-2. 

(4) G. I'ecchio, Storia dell'economìa pubblica in Italia, Lugano, 1829, p. 148. 

(5) Questo merito gli viene negato dal Ferrara, op. cit., p. LXII. 

(6) L. Cossa, op. cit. p. 301-2. 



- 5") - 

del Beccaria, si trovano sparse qua e là in mezzo ad altre er- 
ronee, quali abbiamo accennate; in mezzo anche ad incoerenze 
ed a contraddizioni. Sono queste ultime, appunto, che impediscono 
di assegnare il Beccaria ad una o ad altra delle scuole dottri- 
narie più o meno in voga al suo tempo; sicché egli, come ab- 
biamo osservato, oscilla incerto tra mercantilisti e fisiocrati, 
prendendo ora dagli uni, ora dagli altri; donde le incoerenze e 
le contraddizioni nelle quali cade. Ai mercantilisti lo uniscono, 
per esempio — come già abbiamo notato — quei falsi concetti 
in materia economica per i quali, nonostante la sua buona vo- 
lontà, non sa emanc ; parsi dal protezionismo; ai fisiocrati quel 
che hanno di liberale le loro idee e la sua teoria sul prodotto 
netto, oltre quanto forma materia alle prime pagine degli Ele- 
menti; però da questi ultimi si allontana, quando — come già si 
osservò del Verri — giustamente non accetta il principio che 
solo la terra sia fonte di produzione, ma per questo riguardo 
mette in rilievo l'importanza dell'industria fi). 

TI valore del Beccaria nella scienza economica è stato varia- 
mente giudicato; così intorno agli Elementi il Ferrara dà un 
giudizio assai severo, sopratutto per le molte incoerenze e con- 
traddizioni nelle quali l'autore cade, oltreché per essere troppo 
analitico, in molti punti privo di idee elementari e di originalità 
di pensiero {2\ mentre il Villari non esita a considerare gli 
Elementi, come la migliore opera del Beccaria, dopo quella sui 
delitti e le pene, tale da segnare un progresso nella storia della 

(1) Il Pecchio invece ed il Macchioro affermano che il Beccaria è coi fisio- 
crati nell' ammettere che solo la terra sia la fonte della produzione. Il Mac- 
chioro, anzi, a prova di ciò adduce un' espressione del Beccaria che si legge a 
pag. 529 (ediz. del Ferrara) « la terra è l'unica produttrice di nuovi valori ». 
Ma questa frase può essere stata poco meditata; il contesto, d'altra parte, 
non autorizza a darle il valore assoluto interpretativo die pare al Macchioro; 
questa interpretazione poi è smentita da altre espressioni del Beccaria, come, 
p. es., questa: « che le manifatture formano un ramo primario e prezioso di 
azioni e la prosperità di uno stato » (C. Beccaria, Elementi, p. 468). Del 
resto negli Elementi sono assai numerosi i luoghi nei quali l'autore mette in 
luce 1' importanza dell' industria per riguardo alla produzione. 

(2) F. Ferrara, op. cit., pp. LXII-III. 



- 56 - 

scienza economica (1). Comunque sia del valore assoluto che 
vogliasi attribuire al Beccaria come economista, ormai è incon- 
trastato che egli per Ciò segue a molta distanza il Verri. 



Detto cosi dell'attività pratica del Verri e del Beccaria nelle 
riforme e del contributo di pensiero che essi portarono alla riso- 
luzione di problemi economici che il bisogno di quelle sollevava 
e dalla quale risoluzione erano osse stesse, od in questa od in 
quella guisa, suggerite, non possiamo tacere di altri, che pure 
si accompagnò ai due dei quali abbiamo fin qui parlato, nelfo 
pera riformatrice, vogliamo dire di Gian Rinaldo Carli. Che, dopo 
aver peregrinato per varie città, stabilitosi a Milano nel 1753, 
per invito dell'amico suo Pompeo Neri, qui condusse a termine 
la sua vasta opera sulle monete e partecipò alla vita pubblica 
milanese, a cominciare dal 1765, come presidente, prima del 
Supremo Consiglio d'Economia, poi del Magistrato Camerale (2). 

E come al Neri si deve sopratutto la riforma dei tributi di- 
retti ed al Verri dei tributi indiretti, così al Carli spetta il merito 
della riforma monetaria, attuatasi per lo Stato di Milano nel 177S, 
alla quale assiduamente attese, sia col pubblicare una tariffa per 
il corso provvisorio delle monete estere, sia col suggerire la 
coniazione di nuove monete. Egli per la sua lunga e grande 
attività fu certo un benemerito cooperatore delle riforme attuatesi 
nello Stato di Milano; ma in lui spiace assai l'atteggiamento 
ostile che assunse, e come uomo politico e come scrittore verso 

(1) Gli Elementi «... sono un monumento duraturo alla gloria del Beccaria; 
in esse (legioni) dà prova di una mente chiara ed inventiva, capace sempre 
di ritrovare il valore e definire la natura delle questioni economiche ». P. Villari, 
Saggi di storia di critica e di politica, Firenze, 1868, p. 317. Dove se è 
giusto dire che il Beccaria e il Verri vogliono l'onnipotenza dello stato, non 
è altrettanto vero che essi « sostengono la libertà più ampia ». Come pure 
non è esatto il Villari, quando asserisce (op. cit., p. 319) che il Verri nel com- 
mercio dei grani sostiene una libertà senza limiti. 

(2) L. Bossi, Elogio storico del conte G. R. Carli, Venezia 1797, e P. 
Custodi, Economista Italiani, serie 1*, voi. XIII, p. 6. 



— 57 — 

il Verri, col quale era entrato in dimestichezza nei primi tempi 
che aveva posto sua sede a Milano, nel 1755 (1), e verso 
il quale non si fece scrupolo — oltre che di contrastarlo nella 
sua carriera — di usare, commentandone con tono malevolo le 
Meditazioni, espressioni offensive e volgari, che, come tali, non 
tornano certo a suo onore e sono proprio di chi, con dolore 
vede in altri superiorità d'ingegno e maggiori benemerenze (2). 
Ma, poiché qui non ci riguardano i rapporti fra il Verri ed 
il Carli, limitiamoci a determinare brevemente il pensiero di 
quest'ultimo su questioni d'economia che, più o meno, abbiano 
un riflesso nella realtà pratica. Il Carli - alla cui fama di pensa- 
tore certo deve avere recato non piccolo danno la natura irre- 
quieta del suo spirito (3), che lo induceva ad occuparsi delle 
cose più varie e più diverse, tanto che forse non v'ha disciplina 
che egli non abbia trattato, forse anche con pretesa di origina- 
lità — , anche dopo il grande trattato sulle monete, del 
quale il terzo ed ultimo volume era uscito nel '60, trattato 
che è prova di straordinaria erudizione in chi lo scrisse - si 
curò dell'argomento, da lui prediletto, sulle monete, in iscritti- 

(1) R. Zu.tOTTO. Trecentosessantasei lettere di Gian Rinaldo Carli catodi- 
siriano cavate dagli originali e annotate, in Archeografo Triestino* Trieste, 1909, 
p. 101, n. 1. 

(2) P. Custodi, op. cit,, voi. XIII, pp. 5-12. È doveroso, però, notare che 
anche il Verri non stava inerte — non era egli certo uomo da non reagire ! — 
di fronte al Carli ; cosi lo dice invidioso della gloria altrui ed in modo speciale 
di lui Verri, ed esce spesso, a suo riguardo, in espressioni, che non sono 
davvero troppo lusinghiere. Per ciò v. P. ed A. Verri, Lettere e scritti ine- 
diti cit., II, 287 e 289; III, 44,217,314,321. 

(3) B. Zii.iotto. op. cit., pp. 101-05. Mi pare che nel trattare dei dissidi 
ira il Carli e il Verri, lo Ziliotto non giudichi con troppa equità, poiché pare 
faccia responsabile dell' inimicizia sorta fra i due il Verri, cui egli accusa d'in- 
vidia verso il Carli, mentre se mai il fatto é vero, deve dirsi proprio il con- 
trario. E che il Carli non fosse certo né spirito mite né conciliante, provano 
abbastanza le velenose note che egli appose alle Meditazioni del Verri nel- 
l'edizione di Venezia. Così pure non panni accettabile quanto, circa i rapporti 
tra il Carli ed il Verri, scrive M. Udina (Al. Verri e G. R. Carli, lettere ine- 
dite, in Pagine Istriane, 1909, p. 4) la cui opinione pare coincidere con quella 
dello Ziliotto. 



— 5 ì 

minori ed in relazioni per il governo viennese, che egli venne 
via via stendendo, mentre con grande attività si dedicava alla 
riforma monetaria. Ora 6 appunto da qaeati scritti minori 
meglio che dall'opera capitale sulle monete e dulie note 

apposte alle Meditazioni del Verri, e da una lettera, che sul pro- 
blema annonario egli diresse nel 1771 al Neri, che SÌ può rica- 
vare quel che è di più notevole delle sue vedute; in economia. 

Le quali, invero, non sono certo ardite; e per il loro valore 
intrinseco e per il modo col quale sono sostenute, non sembrano 
tali da procurargli molta fama; anzi si può, senz'altro, aggiun- 
gere che col Carli la scienza economica, nonché (aie nessun 
passo, per (pianto modesto, con qualche intuizione originale, 
coir adombrare qualche idea felice, che abbia poi altri, per avven- 
tura, a svolgere, rappresenta una sosta, anzi un regresso rispetto 
ai contemporanei. E che questa affermazione non sia del tutto 
errata sta, a parer mio, a dimostrine Patteggiamento che il 
Carli assume rispetto ad un problema gravissimo in sé e per le 
conseguenze pratiche, sopratutto al tempo suo. al problema 
annonario. 

Circa il quale problema si é già osservato come il Bec- 
caria ed il Verri -- questi però assai più ardito — nonostante 
le loro buone intenzioni, non riescono ad uscire dalla cerchia 
dei protezionisti, in quanto pure ammettendo il principio di libera 
circolazione interna e di libera esportazione dei grani, sostengono 
poi la necessità di un dazio d'importazione. Orbene il Carli, 
assai meno liberale dei due ora ricordati, anzi ricco di molti dei 
gravi pregiudizi che al tempo suo' prevalevano in materia di 
libertà economica, afferma che il grano deve essere oggetto di 
amministrazione governativa, anziché di commercio (1). Spetta al 
governo intervenire a regolare la produzione del grano (2); nes- 
sun governo può esimersi da questo dovere, perché « né le 
stagioni, né le raccolte sono sempre eguali, né gli uomini sono 
sempre eroi ». Ma come? Il Carli nega che in materia possa 
valere una norma generale assoluta, perciò respinge la libertà 

(1) G. R. Carli, in Economisti Italiani, voi. XIV, 385. 

(2) G. R. Carli, op. cit., p. 379. 



- 59 - 

illimitata e la totale proibizione (1) e fonda il suo principio eclet- 
tico sugli insegnamenti che la questione annonaria gli offre nella 
storia economica dell' Inghilterra. 

Egli alla libertà eretta a sistema oppone che essa giova solo 
ai latifondisti ed ai grandi mercanti di grano (2); vede, adunque, 
di essa effetti opposti a quelli che, come è noto, rilevava il Verri; 
a differenza del quale, però, il Carli ha il grave torto qui, come 
anche altrove, di limitarsi ad affermare, senza darsi nessuna cura 
perchè il suo asserto sia comunque confortato da qualche dimo- 
strazione. Dal modo come espone i provvedimenti presi in In- 
ghilterra per risolvere la crisi granaria, appare che egli ne è am- 
miratore e che vorrebbe fossero introdotti anche nello Stato di 
Milano; è contrario così ad ogni sistema, poiché questi provve- 
dimenti debbono variare col variare di condizioni contingenti. 
Tuttavia egli non dissimula certa predilezione per le norme 
seguite in Inghilterra; così è per la libera interna circolazione 
e per una certa libertà d'esportazione, subordinata, a condizioni 
interne di produzione, fino a quando cioè, il prezzo del grano non 
ecceda all' interno un prezzo prestabilito (3); ed è anche favo- 
revole ai premi di esportazione. 

^ Altri, e precisamente il Verri, aveva osservato come i dannosi 
effetti delle leggi vincolanti appaiano noli' illanguidire dell'agri- 
coltura e nello scemare della popolazione; questi effetti, invece, 
il Carli nega in modo assoluto, adducendo, come esempio, le buone 
condizioni economiche e l' aumento di popolazione nello Stato di 
Milano (4); ma anche qui non dimostra, non indaga egli se que- 
ste buone condizioni non dipendano, per avventura, da altre cause. 
Così colle sue considerazioni viene a conclusione opposta a quella 
del Verri e veramente arbitraria, che « la libera estrazione di 
grani non forma la vera ricchezza delle nazioni; né le leggi coat- 

(1) G. R. Carli, op. cit., pp. 363-5 e 380-81. 

(2) G. R. Carli, op. cit., p. 385. 

(3) G. R. Carli, op. cit., pp. 371-73 ed in Biblioteca dell' Economista, 
serie I* voi. Ili nota a p. 575 ; dove il Carli si mostra favorevole ad una legge 
che permetta la esportazione del grano subordinatamente al prezzo interno. 

(4j G. R. Carli, in Economisti Italiani, voi. XIV, 387. 



— (V) — 

ti ve e moderatrici l* annona impediscono l'accrescimento dell'a- 
gricoltura e della popolazione » (1). 

Quell'eclettismo co! quale il Carli sembra prendere le mot 
nella lettera al Neri sulla questione dei grani • eclettismo che 
gli fa respingere ogni sistema assoluto, cosi da combattere tanto 
la libertà illimitata quanto una totale proibizione sembra poi 
abbandonare verso la fine e nella conclusione del suo scrìtto; 
in ogni modo egli, altrove, appare non solo rigido protezionista, 
ma reciso nemico della libertà economica sotto le forme più 
varie. Così, oltre mostrarsi in realtà contrario al piccolo commer- 
cio dei grani, è pure favorevole alle leggi proibitive del com- 
mercio in generale; 6 contrario, dunque, alla libera esportazione 
delle materie prime, solo concedendo quella delle materie lavorate 
se e quando e per quel che esse eccedano l'interne consumo (2); 
vuole che si stabilisca per legge il prezzo dei generi di prima 
necessità >,3); è favorevole alle privative, sebbene voglia che si 
concedano per un periodo breve, (4 ; parteggia per le corpora- 
zioni d'arti e mestieri, sostenendo che bisogna « dare al com- 
mercio la libertà possibile, tenere i commercianti e gli artefici 
come tutti gli individui della società, nella possibile disciplina » (5). 

Ed è contrario alla libertà economica anche rispetto ai tributi, 
poiché, sia pure non in modo aperto, egli è favorevole ai dazi 
di circolazione interna, oltre che alla molteplicità ed alla varietà 
di essi (6;. Così, dunque, il Carli — per accennare anche al suo 
pensiero in materia tributaria — è contrario all'imposta unica 
sulla terra, quale altri, al suo tempo, sosteneva; imposta che egli, 

(1) G. R. Carli, op. cit., p. 387. 

(2) G. R. Carli, in Biblioteca dell'Economista serie I, voi. IH, n. a p. 570. 

(3) G. R. Carli, op. cit., n. a p. 567 e n. seconda a pp. 580-82. 

(4) G. R. Carli, op. cit., n. a p. 576. 

(5) G. R. Carli, op. cit., n. a p. 568. 

(6) «... un dazio totale posto inesorabilmente ai confini, un dazio numeri 
camente uniforme può essere nel fatto più distruttivo dell'industria e più in- 
giusto che non un dazio percepito a proporzione che la merce esce o s'intro- 
duce in uno Stato e differente secondo che sono differentemente situate le 
diverse parti della provincia confinanti cogli Stati esteri ». G. R. Carli, op. cit., 
n. a p. 626. 



— GÌ — 

invece, recisamente condanna in quanto è « il più sicuro segreto 
per poi-re in totale deperimento e rovina qualunque più doviziosa 
nazione» (1\ Ed a questa teoria dell'imposta unica contrappone 
la molteplicità dei tributi, in modo che « ogni classe di persone 
senza distinzione concorra a sostenere i pesi della società » : 
così vuole che i tributi colpiscano le terre, le derrate e le per- 
sone (2). 

Anche in quest'ultimo punto egli, adunque, oltre che nel com- 
battere la libertà economica, si oppone ai fisiocrati; dai quali 
si distingue anche per un terzo rispetto non trascurabile. Il 
Carli, infatti, contrariamente ai fisiocrati, crede ed afferma che 
la ricchezza può essere prodotta ed aumentata dall'industria e 
dal commercio, anzi giunge a tanto da cadere, con senso esclu- 
sivistico, nell'errore opposto, poiché nega che l'agricoltura sia 
fonte della ricchezza (3). 

Certo questo grave errore non potrebbe di per se togliere al 
Carli buona reputazione nella scienza economica, se egli di questa 
buona reputazione godesse; come di per sé non la può togliere, 
in generale, nessuna veduta unilaterale poi superata; ma ben 
altro impedisce che il Carli sia tenuto in molta considerazione 
come economista Sono i frequenti e grossolani errori che si 
incontrano, si può dire, in tutte quasi le note che egli appone 
alle Meditazioni del Verri, errori che fanno giudicare dal Ferrara 
quello del Carli un « miserabile sistema economico che è al disotto 
delle verità più comuni ed indiscutibili » (4). 



Un nome che si accompagna a G. R. Carli, come di chi gli 
fu legato da lunga consuetudine d'amicizia, è quello di Pompeo 
Neri. Il Neri appartiene, più che altro, alla storia del movimento 

(!) G. R. Carli, op. cit., n. a p. 395. 

(2) G. R. Carli, op. cit., n. a p. 630. 

(3) G. R. Carli, Economisti italiani, XIV, 367 e 377-78. Erroneamente 
dunque il Cantù (C. Beccaria e il diritto penale, pp. 1 33-31 ) dice che il 
Carli pone la terra come unico fattore di produzione. 

(4) F. Ferrara in Biblioteca dell' Economista, serie 1°, voi. Ili, p. XIX. 



- 62 - 

riformatore nel paese ov'egli ebbe vita (1) e perciò, per i limiti 

imposti al nostro studio, non ci accadrebbe qui neppure di Éare 
menzione 'li lui; ma esso trascende i confini delia Toscana, perche 
anche altrove, oltreché nel granducato Lorenese, egli spiegò una 
grande attività pratica, sicché ad una delle più importanti riforme 

maturatesi nello Stato di Milano, 6 raccomandato il suo noni'-. 
Vogliamo, e chiaro, riferirci alla riforma censuaria attuatasi il 
primo gennaio del 1760 nello Stato di Milano, riforma della quale 
dovremo parlare nel capitolo seguente e cui ora accenniamo 
soltanto per determinare la parte principale che in ossa ebbe il 
Neri. 

Già egli nella natia Toscana s'era acquistata notevole fama 
e come giureconsulto, dettando lezioni nelle Università di Pisa e 
di Firenze, e come uomo politico, essendo egli, appresso, divenuto 
segretario del Consiglio di Reggenza ; quando, nel 1719, veniva 
chiamato a Milano quale presidente della nuova Giunta del Cen- 
simento. Questa grandiosa riforma, ordinata nel 17J8 da Carlo 
VI, era stata a lungo trascurata, anche pei 1 le agitate condizioni 
politiche che avevano determinato le grandi guerre di successione, 
quando fu ripresa da Maria Teresa, coli' elezione del Neri a pre- 
sidente. Ed il Neri, negli anni che dimorò a Milano, fino al 175*, 
quando si restituì per sempre alla sua Toscana, spiegò grande 
attività a benefìcio della riforma censuaria, della quale fu egli 
autorevole assertore e fervido ed attivissimo esecutore; sicché 
si deve precipuamente all'opera sua la riforma dei tributi di- 
retti nello Stato di Milano, che sostituì al sistema fino allora 
vigente, sistema fondato su secolari privilegi, confuso, disordi- 
nato, viziato da mille incongruenze, uno nuovo, più razionale e 
più equo (2). 

(1) Circa la parte avuta dal Neri nel movimento riformatore in Toscana 
v. A. Morena, Riforme e dottrine economiche in Toscana, in Rassegna Na- 
zionale, 1886, XXVIII, 235 e segg. e 596 e segg. 

(2) G. Rocchi, Pompeo Neri, in Archivio Storico Italiano, 1876, XXIV, 
pp. 69 e 255-57. Che nello Stato di Milano il successo della riforma cen- 
suaria si debba solo al Neri è affermato da Pietro Verri, (v. Fr. Novati ed 
Em. Greppi, Carteggio cit. II, 157. il Peccbio (Storia dell' Economia Politica 
cit, p. 107) dice che l'operazione censuaria per opera del Neri « fu condotta 
con una sapienza, imparzialità e sagacità che servirà sempre di modello a chi 
vorrà imitarla ». 



- 63 — 

Non solo, ma mentre nello Stato di Milano si lavorava con 
fervore per condurre a termine la riforma censuaria, quasi a 
rifarsi del lungo tempo per inerzia od altra causa perduto prima 
del 1749, procedeva di pari passo l'elaborazione della riforma 
amministrativa comunale e provinciale, che già abbiamo delineata 
e della quale fu pure il Neri il più benemerito autore. Ed infine, 
egli ebbe il merito, nel periodo che dimorò a Milano, di occu- 
parsi della questione monetaria in generale e nei riguardi dello 
Stato di Milano ed incoraggiò e favorì il Carli nei suoi studi 
sulla medesima materia ed egli stesso ne scrisse, cooperando così 
a quella riforma che, per avventura, come notammo, costituisce 
il maggior merito di quest' ultimo. 

Questo per ciò che si riferisce all'attività pratica nello Stato 
di Milano, ma ad essa il Neri congiunse attività di pensatore e di 
scrittore, quale ci è attestata dalla relazione sul censimento 
milanese del 1750; dalle Osservazioni sopra il prezzo le- 
gale delle monete dell'anno successivo; e da scritti minori, 
ch'egli compose più tardi e da relazioni colle quali contribuì al 
movimento riformatore, poi, in Toscana. 

. Ma è pur necessario aggiungere che nel Neri ministro 1' uomo 
pratico ed attivo supera di gran lunga il pensatore ed il teorico; 
anzi in lui questa seconda natura non mettono in molta luce i 
suoi scritti ora accennati. Così il Ferrara ha osservato, nell'opera 
sulle monete del Neri, l'accuratezza onde egli delinea la storia 
dell'abbondanza dei metalli sotto i Romani e sul rapporto tra 
l'oro e l'argento, ma ha pure negato in lui ogni svolgimento 
dottrinario e teorico (1). Né pregio siffatto pare trovarsi nella 
lettera indirizzata al Carli sulla materia frumentaria; nel quale 
scritto egli batte la medesima via del Bandini coli' oppugnare il 
sistema annonario vigente ancora nella più parte dei paesi, si- 
stema contrario ad ogni libertà (2). 

Egli vuole libertà d'incetta dei grani che, a parer suo, torna 
tutta a beneficio dei lavoratori (3); vuole, anzi, una generale 

(1) Fr. Ferrara, Biblioteca dell' Economista, serie 2", voi. VI, 92. 

(2) A. Morena, op. cit., voj. XXVIII. 235 e G40. 

(S) I". Neri, Memoria sopra la materia frumentaria, in Custodi, Econo- 
misti Italiani, voi. IL, 24-5. 



— 04 — 

libertà per distruggere il monopolio, che non <• se non il prodotto 
• lei sistemi proibitivi (1). !><• leggi, che contengono pene rigorose 
contro i contravventori ai divieti annonari, sono non solo ridicole, 
ma assai dannose (2). Per il Neri, inoltre, colla libertà non e 

possibile il monopolio, punii/; il frumento non è di natura incor- 
ruttibile come l'oro ed è chimera il supporre che vi siano per- 
sone capaci di ammassarlo in quantità enorme, sia per il dete- 
riorarsi di esso, sia per il comparire di nuova sorgente che ne 
avvilllsca il prezzo od esponga il monopolista ad un grande 
scapito (3). 

Tali le ragioni del Neri, che invero non paiono molto 
convincenti a dimostrare l'impossibilità del formarsi del mo- 
nopolio dei grani. In una regione, infatti, piccola come il gran- 
ducato di Toscana, che sia priva di libertà d'importazione o di 
circolazione o con libertà limitata da forti dazi, si richiedono 
proprio ammassamenti enormi per fare aumentare il prezzo, so- 
pratutto se i mezzi di comunicazione siano diflicili e dispen- 
diosi? Nò si può tenere in conto eccessivo il deterioramento della 
merce che non può essere poi molto rapido; ed infine colle leggi 
vincolanti non è a temersi la concorrenza di merce straniera, 
così da rovinare gli incettatori di grano. Pertanto, su questa 
questione del monopolio, pare che sia mancata la dimostrazione 
della tosi del Neri, tesi in apparenza liberale. Ed a quest' ultimo 
proposito è forse lecito dubitare assai che il Neri sia un assertore 
della piena libertà annonaria, come egli fa supporre e come, anzi, 
afferma in modo reciso (4). Nella sua lettera al Carli parla egli, 
sì, continuamente di libertà che si deve introdurre nel sistema 
annonario, ma non definisce mai quel che intenda per simile 
libertà; e se si pensa anche che egli non accenna mai alla legit- 
timità o no dei dazi d'importazione, d'esportazione e di circo- 

(1) P. Neri, op. cit., 25. 

(2) P. Neri, op. cit., 18. 

(3) P. Neri, op. cit., 29. 

(4) P. Neri, op. cit., 9, 16, 19, 25, 40-1; nel quale ultimo luogo cit. il Neri, 
è contrario ad una « libertà dimidiata » cioè proibizione per alcuni mesi e li- 
bertà poi con prodotto abbondante di grano. 



- 65 — 

iaziono interna, par lecito credere che questo silenzio egli man- 
tenga, perchè non gli sembra neppure discutibile l'accennata 
legittimità dei dazi. Così anche il Neri, per quanto possa atteg- 
giarsi a liberale, rimane pur sempre entro la cerchia dei prote- 
zionisti (1), come già abbiamo veduto del Verri; cui, nella 
trattazione del problema annonario, resta di gran lunga inferiore. 
Ed invero tratta la questione con ampiezza molto minore e di- 
versamente dal Verri non ci dà una vera e propria teoria, assur- 
gendo, così, a considerazioni generali, ma rimane sempre entro 
gli angusti limiti di un caso concreto, quale gli presentano le 
condizioni annonarie della sua Toscana. 



Fin qui ci siamo occupati di quei pensatori che ebbero anche 
viva parte d'attività pratica nelle riforme via via introdotte nello 
Stato di Milano; resta, così, ora a dire di qualche altro che a 
queste portò o solo contributo di attività pratica o solo di pensiero, 
giungendo, rispetto ad esse, a proporre soluzioni che se non fu- 
rono attuate, non perciò non sono meno degne di essere rilevate; 
poiché mostrano il vario atteggiarsi degli spiriti del tempo di 
fronte a problemi teorici suscettibili di pratiche applicazioni. 

Uno di coloro le cui idee non trovarono applicazione, ma 
anzi, almeno in parte, furono in contrasto con quelle alle quali 
si ispirarono certe riforme attuatesi nello Stato di Milano, è il 
marchese Pietro Martire Fraganeschi. Egli nel Testamento econo- 
mico politico di un Patrizio Lombardo invecchiato negli affari 
pubblici appare pensatore abbastanza ardito, in quanto afferma 
il principio della libertà di commercio; e quanto ai tributi indi- 
retti ne vuole in generale l'abolizione. Così è contro le regalie 
sui generi di prima necessità (2); è contrario a quelle che si 

(1) Questa conclusione si oppone all'opinione di A. Morena (op. cit., voi. 
XXVI, 668) secondo il quale il Neri sarebbe stato un liberista senza limiti e 
senza condizioni. 

(2) P. M. Fraganeschi, Testamento economico-politico d'un Patrizio Lom- 
bardo invecchiato negli affari pubblici, dedicato a Monsieur Necker, Milano, 

1787, p. 30. 



_ 66 — 

riferiscono a generi necessari alle manifatture (1); ma fa ecce- 
zione per quelle sul sale e sul tabacco, sebbene le voglia 
assai modiche (2); e pur mostrandosi favorevole a sopprimere i 
dazi vorrebbe conservato quello di importazione per gli oggetti 

di lusso (3). 

Questo per ciò che si riferisce ai tributi indiretti ; che 
vogliamo accennare, quel che più import;», al suo pensiero sui 
tributi diretti, il Fraganeschi è recisamente contrario (4) ai prin- 
cipi tributari che al tempo suo ormai prevalevano e che per lo 
Stato di Milano avevano trovato la loro pratica attuazione nella 
riforma consuaria andata in vigore col cominciare' del 1760 e per 
la quale, a giudizio del Fraganeschi, il carico non era distribuito 
equamente, sicché certe popolazioni, come i (',, maschi, poco pa- 
gavano ed altre troppo (5). Non che egli non riconosca 
alcuni pregi in questa riforma; cosi, a parer suo. il nuovo si- 
stema catastale, per il quale viene sostituita la norma territoriale 
a quella del domicilio, nel determinare il concetto d'imposta diretta 
che ogni provincia dello Stato di Milano doveva versare, evitava 
l'ingiustizia di distribuzione dell'imposta, che sarebbe derivata 
dallo spostarsi della popolazione dalle campagne nelle città a tutto 
danno di quella rurale. Ed un altro pregio era che col sistema 
catastale ogni aumento di popolazione di una parte dello Stato, 
rispetto all' imposta, tornava a vantaggio di tutta la popolazione 
dello Stato medesimo. 

(1) P. M. FRAGANESCHt, Op. Cìt., p. 38. 

(2) P. M. Fraganeschi, op. cit., pp. 30-2. 

(3; P. M. Fraganeschi, op. cit., pp. 46-7 e 56. 

(4) P. M. Fracaneschi, op. cit. p. 60. 

(5) P. M. Fraganeschi, op. cit., p. 14. Quanto a coloro sui quali grava 
l'imposta, così il Fr. si esprime: « Rene o male che sia distribuito il carico, 
viene sempre a cadere sopra i Possessori, Capitalisti e quelli che hanno im- 
pieghi pubblici o privati, col mezzo delle rispettive reudite, guadagni ed assegni, 
dovendosi riguardare gl'Impiegati, i Capitalisti ed i Possessori come i rivi, 
per i quali si diffondono le sostanze nel rimanente della Società, mediante una 
tale vicendevole relazione, per cui riva'gouo sopra di essi gli aggravi degli 
altri Individui della Società medesima, siano Mercanti, Operai, Artisti, Dome- 
stici e Servitori o di altra classe di persone che in qualche modo si occupano 
a prestare alcuno di tanti altri servizi che occorrono tra quelli che convivono ». 
(op. cit., pp. 49-50). 



— 67 — 

Ma nonostante questi pregi il Fraganeschi è contrario al si- 
stema catastale, causa di grandissime ingiustizie (1); a quel 
sistema che oramai da secoli vigeva nello Stato di Milano, per 
quanto poi attenuato colla grande riforma della quale era stato 
anima il Neri e secondo la quale appunto il criterio unilate- 
rale di far gravare l'imposta solo sui terreni, era stato in- 
tegrato coli' imposta mercimoniale e con quella personale. Or- 
bene il Fraganeschi, il cui Testamento è, si può dire, tutta una 
requisitoria contro il nuovo sistema di tassazione diretta, respinge 
questo criterio anche nella forma ultima più attenuata, poiché, 
a suo giudizio, il carico pubblico si può e si deve ripartire in 
una forma più equa, gravando non già sul reddito fondiario o 
su quello mercimoniale, ma in ragione del numero della popo- 
lazione occupata ossia della popolazione agricola (2) : che, secondo 
il Fraganeschi, si conserva e si moltiplica assai più che quella 
delle città (3). Così, adunque, si deve colpire solo il reddito per- 
sonale; onde criterio di tassazione non é più la fertilità del suolo, 
ma la densità di popolazione agricola e così al criterio del fondo 
viene sostituito quello di un altro fattore di produzione, il la 
voro (4). Per tal modo, come osserva il Conigliani. il pensiero del 
Fraganeschi si risolve in questo assioma: « La produttività reale 
del terreno è in ragione diretta della popolazione coltivatrice e 

CI) P. M. Fraganeschi, op. cit., pp. 49-50. 

(2) < . . . i fondi non sono mai stati, non sono e non saranno mai soggetto 
da cui poter desumere la norma per la ilistribuzione del carico, volendosi ap- 
prossimare più che si può alla giustizia » P. M. Fraganeschi, op. cit., p. 60. 

(3) P. M. Fraganeschi, op. cit., p. 36. Stabilito quanto rendano ora com- 
plessivamente il Censo e le regalie, le quali tutte dovrebbero abolirsi tranne 
quelle del sale, del tabacco e degli oggetti di lusso importati — l'equivalente, 
secondo il Fraganeschi, si dovrebbe ripartire per capitazione e nelle città e 
nelle provincie, pagabile ogni anno in dodici rate (v. op. cit., p 65], senza 
ammettere nessuna esenzione, diversamente da quello che si fa nel sistema 
censuario (op. cit., p. 83). 

(4) C. A. Conigliani, P. M. Fraganeschi e le questioni tributarie in Lom- 
bardia nel sec. XVII I in Saggi di economia politica e di scienza delle finanze, 
Torino, 1903, pp. 640-1. 



- m — 

non della fertilità naturale del terreno sterno * [1). Per tal modo 
coli' imposta sul reddito personale si toglie l'ingiusta distribuzione 
del carico fra città e campagna, fra pianura e montagna, con- 
seguenza dell' imposta catastale 2). 

Il FraganeSChi, dunque, semina accordare tutte le sue sim- 
patie ad un' imposta di capita/ione; ma questa imposta non è 

in realtà, tale, non è un testatico veto e proprio, perche essa 
deve gravare sui possidenti ed in ragione del numero dei lavo- 
ranti che ciascuno di essi può mantenere; essa, comunque, ba il 
benefico effetto di « ristabilire l'equilibrio della ricchezza nel 

paese e favorire lo sfruttamento massimo delle sue naturali 
risorse » (3). 

E poiché, secondo il Praganescbi, per equamente distribuire 
la imposta diretta il mezzo più opportuno è la regalia del sale. 
« si deve — per concludere col Conigliani — ammettere che il 
suo piano si risolve in un' imposta sui profitti della coltivazione e 
del mercimonio congiunta a una tassazione indiretta sul lusso » (4). 



Ed avanti di concludere, forse non è fuori di luogo spendere 
qualche parola anche intorno a 0. B. D'Arco. E ciò non fosse 
anche per altro, se non perchè egli parmi, è l'esempio più ti- 
pico, più rappresentativo delle grandi incertezze nelle quali si 
dibattevano, nella seconda metà del secolo decimottavo, i più fra 
coloro che si occupavano di problemi economici, imbevuti ancora, 
per una parte, di vieti pregiudizi, atti a concepire, per altra, o 
quanto meno ad accettare con simpatia, soluzioni nuove, che a 
quei problemi fossero per darsi. 

Di questa condizione spirituale di incertezza fra l'antico ed il 
nuovo, verso cui pare giungere il D'Arco, attraverso una crisi 
forse, più che originale e spontanea del suo spirito, determinata 

(1) C. A. Conigliani, op. cit., p. 633. 

(2) P. M. Fraganeschi, op. cit., p. 63. 

(3) C. A. Conigliani, op. cit., p. 644. 

(4) C. A. Conigliani, op. cit., p. 651. 



da influsso esteriore delle varie dottrine economiche, più o meno 
elaborate, che al tempo suo prevalevano, egli parali che dia la 
migliore prova rispetto al problema annonario. Di fronte al 
quale il suo pensiero passa per tre fasi ben distinte, poiché — 
come già ebbe a notare il Cossa (1) — da principio egli « si 
ispiri) al mercantilismo, poi diventa eclettico in materia di grani, 
e finisce coir ammettere, anche per riflesso delle opinioni del- 
l' Ortes, la piena libertà dei commercio ». 

E per non occuparci della prima delle accennate fasi che 
attraversa il pensiero del d'Arco, e ciò non fosse altro perchè, 
in quanto mercantilista, egli non tratta di proposito il sopraindi- 
cato problema, in una delle sue opere più importanti Dell' An- 
noila (2) egli basa la questione su tre diritti fondamentali: dei 
quali il primo spetta al proprietario, che ha appunto il diritto 
di esportare del proprio grano la parte eccedente il bisogno in- 
terno (3). Il secondo diritto è del consumatore, che limita col 
proprio quello del produttore, poiché « ogni uomo in ogni paese 
e stato cn'ei viva, ha diritto positivo ad una porzione di terra 
che da lui coltivata può produr quanti frutti all'annuale suo so- 
stentamento possono occorrere » e poiché « ogni uomo ha 

diritto all'esistenza e conservazione sua » (4). Un terzo ed ultimo 
diritto spetta al sovrano, poiché egli deve preoccuparsi a che il 
grano prodotto sia sufficiente al bisogno dei propri sudditi « in 
qualità di depositario e difensore dei diritti privati e di padre e 
tutore della nazione » (5). 

(1) L. Cossa, Introduzione allo studio dell'Economia Politica. Milano, 1892, 
p. 297. 

(2) L'occasione alla dissertazione Dell'Annona fu data da un concorso 
bandito dall'Accademia di Mantova, nel 1768, sui quesito: « Quale sia il modo 
blu semplice di unire 1' assicurazione dell' Annona colla libertà del commercio 
e.l estrazione dei grani ». Essendo più volte andato a vuoto questo concorso, 
il D' Arco lesse all' Accademia di Mantova, nel giorno 20 gennaio 1775, la ci- 
tata sua memoria, v. A. Balletti, V Economia Politica nelle accademie e nei 
congressi degli scienziati, Modena, 1891, pp. 105-110. 

(3) G. B. D'Arco, in Economisti Italiani, voi. XXX, 240. 

(4) G. B. D' Arco, op. cit., voi. XXX, 249. 

(5) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 239. 



- 70 - 

Gru il rispetto di questi tre diritti fondamentali, che spettano 
al proprietario, al consumatore ed al sovrano, fa si che nei paesi 

agricoli le crisi granarie non siano possibili fi). Ma quale sistema 
deve regolare la produzione ed il consumo del grano? Qui il 1/ Arco 
sembra respingere qualsiasi norma fissa; poiché a parer suo si 
dove proibire V esportazione di grano solo nel easo di vera ed 
assoluta necessità Ci) e concedere libertà, invece, quando il pro- 
dotto di esso superi il bisogno (3); e neppure è ammissibile la 
proibizione stabile e costante di esportazione, temperata da qualche 
sospensione | 1 . Ma nel medesimo tempo è contrario ad una li- 
bertà di esportazione costante ed illimitata, « la quale riesce 
propizia aduno stato.... in tempo di soprabbondante raccolta di 
grano; perniciosa vi riesce e fatale necessariamente ogni volta 
che tale stato non si trovi contenere grano eccedente gli interni 
bisogni » (5). 

Il D'Arco dice di non volere << prendere il tuono di riforma- 
tore », ma di credere che il più opportuno e conveniente piano 
annonario debba risultare dall'unione e dal contemperamento dei 
tre piani che egli ha considerati (6); sicché viene a concludere 
in favore della libertà di esportazione, finché il prodotto superi 
i bisogni, da sospendersi per il tempo in cui si soffra penuria 
di grano; mentre poi, nei casi più gravi, spelta il dovere al 
comune ed allo Stato di acquistarne e rivenderlo a prezzo minore 

del costo (7). 

Tale, fin qui, il pensiero del D'Arco, che lo mostra eclettico 
e seguace del Galliani (8); quanto, poi, al valore della dimostra- 
zione della sua tesi, essa non è che una lunga enumerazione e 
descrizione di diritti e di doveri che intercedono fra il produttore, 

(1) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 270. 

(2) G. B. D' Arco, op. cit., voi. XXX, 265-8. 

(3) G. B. D' Arco, op. cit., voi. XXX, 275. 

(4) G. B. D' Arco, op. cit., voi. XXX, 307 e seg. 

(5) G. B. D" Auco, op. cit., voi. XXX, 319-20. 

(6) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 329-30. 

(7) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 331-34. 

(8) F. Cusumano, op. cit., p. 248. 



- 71 - 

il consumatore e lo Stato, cioè ii sovrano. Quindi il D'Arco non 
porta nessun contributo, non gitta nessuna luce, per quanto tenue, 
sul problema annonario, che, come già da altri fu rilevato (1), 
egli ha il grave torto di trattare sotto l'aspetto giuridico, anziché 
sotto l'aspetto economico, come il problema stesso richiederebbe. 
Il quale torto si ritrova anche altrove, nelle opere del D'Arco, 
là dove, pur tuttavia, egli giunge a conclusioni assai liberali. 
Difatti l'opera Dell' influenza dello spirito del commercio sulla 
economia interna dei popoli e sulla prosperità degli stati segna 
tra passo ulteriore notevolissimo nello svolgimento del pensiero 
del D'Arco: che ivi egli, già prima mercantilista poi eclettico, 
ci si rivela più liberale d'ogni altro economista fin qui conside- 
rato. Ivi egli asserisce che il divieto di esportare materie prime 
da uno stato e d'importare materie lavorate è inefficace, o peggio, 
raggiunge effetti contrari (2); non può essere il frutto di un 
« illusorio sistema ». Propugna, adunque, piena, illimitata libertà 
d'esportazione e d'importazione. Ciò non basterebbe, è vero, per 
porre il D'Arco fra i liberisti; come ciò vedemmo non essere 
bastato neppure per il Verri; ma bisogna, però, notare che il 
D'Arco nell'opera ora citata, che, per avventura, contiene e ri- 
specchia il pensiero definitivo al quale egli è pervenuto, in fatto 
di libertà economica va al di là del Verri; appare di lui più 
ardito, poiché combatte anche la legittimità e l'opportunità dei 
dazi di esportazione per le materie prime e d'importazione per 
le lavorate. Vero è che quest' ultima parte della sua tesi egli 
non fa oggetto di dimostrazione particolare — ciò che del resto 
non faceva, vedemmo, neppure il Verri — ; ma egli più volte 
asserisce che l'imporre dazi d'importazione e d'esportazione 
equivale ad un divieto assoluto (3). Se, dunque, il D'Arco, alla fine 
si mostra più liberale del Verri gli è di gran lunga inferiore, 

(1) G. Macchioro, op. cit., pp. 91-2. 

(2) G. B D'Arco, op. cit., voi. XXXI, pp. 115-16 e 125 e seg. 

(3) «...il divieto dell'introduzione delle manifatture straniere non suole 
andare disgiunto da quello dell'esportazione delle materie prime, od almeno 
dal sopraccarico di dazi gravosi al sommo e capaci a far l'effetto della proi- 
bizione », G. B. D' Anco, op. cit., voi. XXXI, p. 143 e v. anche pp. 138-9 e 145. 



- n - 

panni, per il contributo di idee portato alla risoluzione del 
problema annonario, anche perchè asostegno della sua tesi ad- 
duce, come è del resto sua abitudine, anziché ragioni econo- 
miche considerazioni inorali e giuridiche. 

Egli, poi, dà una grandissima importanza all'agricoltura ri- 
spetto alle industrie, dicendo che quella il legislatore deye fa- 
vorire avanti queste; e fra i mille provvedimenti ch'egli addita 
a questo riguardo non dimentica di ricordare, con non piccola 
ingenuità, le doti che il governo dovrebbe istituire per le ragazze 
di campagna che vanno a marito (1 , oltre che lo sgravio dei 
contadini da certi carichi; le quali disposizioni sono « somma- 
mente conducenti a portare al massimo possibile le classi pro- 
duttrici » ('2). Così, con simili provvedimenti governativi si ot- 
terrebbe il vantaggio di impedire lo spopolarsi delle campagne 
e l'accentramento demografico nelle città, dannosissimo, fra altre 
molte ragioni, perchè ad esso è parallelo l'accentrarsi in poche 
mani dello ricchezze (3). Circa la distribuzione delle quali il 
D'Arco è fervente sostenitore della piccola proprietà e vuole che 
« lo spirito della legislazione sia costantemente rivolto ad insen- 
sibilmente introdurre e stabilire non già l'eguale distribuzione 
delle terre, bensì la loro ripartizione per quanto è mai pos- 
sibile equabile e proporzionata » (I). Non solo; ma egli vuole 
che il legislatore in mille guise favorisca lo sviluppo della pic- 
cola proprietà (5), affinchè vengano « le proprietà a ricadere 
nelle mani dei produttori medesimi » (6). 

Come è facile vedere anche solo da questi pochi cenni, il 
pensiero del D'Arco è profondamente pervaso e viziato dal pre- 
giudizio secondo il quale è assegnata un' infinità di attribuzioni 
e di funzioni allo Stato, che di fronte alla nazione viene a trovarsi 
nel preciso rapporto che intercede fra tutore e pupillo. 

(1) G. R. D'Arco, op. cit., voi. XXX, pp 138-9. 

(2) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, p. 141. 

(3) G. B. D'Auco, op. cit., voi. XXX, 59. 

(4) G. B. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 146. 

(5) G. K. D'Arco, op. cit., voi. XXX, 151. 

(6) G. B. D' Arco, op. cit., voi. XXX, 166. 



u 



3 — 



Da quanto fin qui abbiamo esposto, circa il movimento di 
idee che precede ed accompagna le riforme teresiane nello Stato 
di Milano, non pare difficile, a mo' di conclusione, accennarne 
il carattere generale, che pure si rivela attraverso le naturali va- 
riala di quelle idee stesse. In generale i pensatori, che fin qui 
abbiamo considerati e che di sé informano il movimento intel- 
lettuale lombardo, quale qui ci riguarda e ci occupa, appaiono 
alieni dall' elaborare concetti puri, non atti a formarsi ciascuno 
un proprio sistema dottrinario; nei loro scritti sono piuttosto 
frammentari; nei loro ragionamenti spesso portano qualche buon 
contributo d' idee e di osservazioni attinte alla diretta esperienza 
della realtà contingente, ma spesso sono anche incoerenti, quando 
pure non cadano in vere e proprie contraddizioni con se stessi. 
La natura dei loro ingegni li rende alieni dal trattare questioni 
puramente teoriche; sì, invece, atti assai a trattare questioni 
suscettibili, comunque, di applicazione pratica. 

Varia naturalmente da uno ad altro il modo di porre e di 
risolvere certi problemi; così, come abbiamo avuto modo di ve- 
dere, vengono a conclusioni diverse : p. es. rispetto al problema 
della libertà economica quale di essi è risoluto ed intransigente 
protezionista e monopolista, quale altro è protezionista in forma 
più attenuata, pur aspirando alla libertà di scambio, anzi creden- 
dosene, a torto, assertore; qualcuno, infine, incerto di sé co- 
mincia ad un modo per poi risolvere ad un altro la questione. 

Tuttavia, nonostante qualche varietà, in generale i pensatori 
lombardi derivano le loro idee da dottrine spesso diverse e con- 
trastanti fra loro, e queste poi modificano per influsso della 
realtà che è loro sotto gli occhi; nei loro ragionamenti pertanto 
procedono spesso incerti ed oscillanti, cosicché la loro posi- 
zione di fronte alle questioni che li occupa, è molte volte poco 
sicura e quindi male definibile. Spiriti, adunque, essi ci appaiono 
meno teorici che pratici, e difatti i più fra essi ebbero parte 
notevole, alcuni importantissima, nell'azione riformatrice. 



71 



Ma oltre le incoerenze e le contraddizioni, nelle quali essi ca- 
dono spesso, vizia pur anche la loro natura ili pensatori una comune 
eccessiva fiducia nell'attitudine dello Slato a compiere opera ri- 
formatrice. Essi non dubitano dell'onnipotenza dello stato, quindi 
da questo aspettano ogni beneficio. In politica poi non portano, 
certo, nessuna novità d'idee; ligi al principio «l'autorità non 
pongono per nulla in dubbio la legittimità del potere sotto il 
(piale vivono, sebbene alcuno di essi abbia in gioventù avuto 
tra mano Montesquieu, Voltaire e Rousseau; devoti all' autorità 
ed alla persona del Principi' die li regge, non sono, per nulla, 
assertori di rivendicazioni politiche, di una qualsiasi partecipa- 
zione dei cittadini al governo de) proprio paese. 



Fin qui si è parlato dei pensatori le cui idee, più o meno 
direttamente, si connettono con il movimento riformatore nello 
Stato di Milano; non solo, ma si è pure accennato alla parte di 
azione pratica che i più tra essi ebbero nel detto movimento. 
Il che, forse, vale a rendere non del tutto ingiustificata l' oppor- 
tunità, avanti di finire questa parte del presente studio, di ag- 
giungere alcunché sulla figura e sull'azione di colui che sembra 
aver dato il suo nome al periodo in cui, per avventura, fu più 
intensa 1' opera riformatrice di Maria Teresa nello Stato di Mi- 
lano, vogliamo dire del conte Carlo Firmian. 

La vita di Carlo Firmian, avanti che egli fosse nominato 
ministro plenipotenziario nello Stato di Milano e nel Ducato di 
Mantova — prima, dunque, del 1759 - non ci interessa gran 
che; nato a Trento nel 1718, ivi e poscia ad Innsbruck, a Salz- 
burg ed a Leida trascorse la sua prima giovinezza, studiando di 
tutto un po' e provvedendo così la sua mente di una infarinatura 
enciclopedica. Dalla sua qualità di nobile e dalle molte aderenze 
che aveva a Vienna la sua famiglia, ebbe spianata la via, che 
era più battuta dai giovanotti aristocratici di belle speranze, alla 
carriera amministrativa e diplomatica; fu, nel 1740, nominato 
da Carlo VI consigliere nell' imperiale aulico Dicastero a Vienna 



/O — 

e confermato in questa carica da Maria Teresa nel '45, dopo che 
aveva passato qualche tempo in [talia, a Milano, a Firenze ed a 
Roma, fatto socio di alcune delle molte Accademie che pullula- 
vano allora, deliziosamente, nel bel paese. E nominato poi con- 
sigliere intimo doli' imperatore Francesco I, nel '53 era mandato 
per consiglio del Kaunitz, ministro plenipotenziario di Maria 
Teresa, presso Carlo IH di Borbone; ciò che gli diede modo di 
soggiornare a Napoli per cinque anni. Ivi, a giudizio di un suo 
biografo (1), il Firmian avrebbe dato grandi prove di sé, della 
sua grande abilità e del suo fine tatto diplomatico, ammansando 
Carlo III, che era sortito male dalle decisioni del trattato d'Aqui- 
sgrana e che di ciò pareva menare non pochi lagni, e combinando 
il matrimonio di Ferdinando coir arciduchessa Maria Carolina, 
una delle tante figliole da marito, delle quali, per fortuna sua, po- 
teva disporre l'imperatrice per i fini della sua politica internazio- 
nale. Ma le cure di diplomatico, per gravi che fossero, non dove- 
vano poi assorbire del tutto il nostro Firmian ; che egli frequentava 
assiduo i salotti di Napoli, era in relazione coi più noti letterati 
indigeni e trovava anche tempo per dilettarsi di cose archeolo- 
giche, dicendo anche lui la sua sui monumenti di Ercolano e 
di Pompei. 

Tale l'uomo che nel 1759, in seguito ad imperiali dispacci 
del 20 e 22 Febbraio, preceduti da altro dell' anno prima, era da 
Maria Teresa regalato ai buoni sudditi lombardi per reggere le 
loro sorti (2). 

E poiché egli fu, nello Stato di Milano, ministro plenipoten- 

(1) l.e brevi notizie, che diamo intorno al Firmian, sono tratte da Vita e 
reggimento del conte Carlo di Firmian, ministro plenipotenziario nella Loni- 
tardia soni, M. Teresa e Giuseppe 11 Augusto, con notizie storiche di quella 
epoca austriaca libri VII, di Antonio Mazzetti, presidente dell* Appello Lom- 
bardo ; e per ciò che riguarda la vita del Firmian fino al 1759 si trovano 
qua e là in voi. I, pp. 3-46. 1/ opera ora citata, ancora inedita, trovasi mano- 
scritta nella Biblioteca Civica di Trento ed é divisa in tre volumi che portano i 
N. di Catalogo 1405, 140G, 1407. Quanto all' autore Antonio Mazzetti v. cenni 
biografici in Fr. Ambrosi, Scrittori e artisti Trentini, ediz. II, Trento 1894, 
p. 206. 

(2) A. Mazzetti, np. di., t. I. pp. 50 e seg. 



— 70 - 

ziario dal '59 all'82 ed in quell'abbondante ventennio molto si 
fece o si tentò di fare con quale '-sito non dobbiamo qui 
dire secondo la fama più comune, parrebbe che quel periodo 
di riforme dovesse prendere nome da lui ed egli esserne il più 
benemerito se pure non L'unico autore. E difetti, durante e dopo 
il suo governo, il Firmimi fu da molti considerato 1" anima del 
movimento riformatore in Milano e si ebbe egli, perciò, non pic- 
cole lodi (1). Tale merito, p. es., gli attribuisce uno storico im- 
parziale, il Botta (2), tale merito gli è stato, almeno per molto 
tempo, incontrastato dai più. Se non che, già fin da quando egli 
era o pareva 1' arbitro delle sorti dello Stato di Milano, già fin 
da quando l'assisteva la fortuna e da Vienna gli piovevano lodi 
e decorazioni ad iosa e, quel che più importa, non gli venivano 
lesinati lauti emolumenti; se non che. dico, in mezzo ad un e 
di lodi, che scendeva e saliva a lui e sembrava circondarlo ria 
ogni parte — e come gli si potrebbe far colpa se, per avven- 
tura, il bravo uomo se ne pavoneggiava? — si udiva, tratto 
tratto, qualche voce che stonava maledettamente. Era la voce di 
Pietro Verri che non faceva coro alle altre, che non prendeva 
troppo sul serio queir uomo, che tanto si lodava e si onorava 
da chi voleva proprio vedere in lui un grande uomo di stato. 

Che pensare ora dei vari ed opposti giudizi che si sono dati, 
fin qui, sulla figura e sull' opera di Carlo Firmian? Se quei giu- 
dizi, presi per sé, pesassero tutti allo stesso modo, se avessero 
tutti il medesimo valore, ci sarebbe, davvero, da rimanere assai 
impicciati, ma appunto perchè il medesimo valore non hanno, 
non è diffìcile, forse, giudicare il Firmian con serenità. 

Il giudizio assai favorevole che di lui dà il Botta non ha. è 
evidente, grande valore: ciò per la semplice ragione che se pure 
il Botta sia storico sereno ed imparziale, non aveva nessuna di- 
retta conoscenza della storia milanese nella seconda metà del 

(1) Il Mazzetti, (op. cit.. t. Ili, pp. 258 e segg.) dedica tutto il cap. 3°, del 
libro V. per riferire intorno al Firmian molti giudizi di suoi contemporanei; 
tra questi giudizi appaiono notevoli quelli del Carli, del Beccaria, del Giulini, di 
M. Rosa, del Balestrieri, del Secchi, del Passeroni ecc. 

(2) C. Botta, Storio. d'Italia dal 1789 al 1814, ed. 1824, 1, 11. 



- 77 - 

secolo decimottavo o quindi il sno giudizio non rendo che l'im- 
pressione ch'era più comune. D'altra parte, bisogna pur es- 
sere giusti, non si può certo accettare ad occhi chiusi quello 
severissimo del Verri (1); che tra il Firmian ed il Verri, bene 
si sa, non correva troppo buon sangue, sebbene in apparenza 
i rapporti, quelli ufficiali, fossero corretti. Già il Verri, uomo 
non facile a dimenticare i benefici, da lui fatti ad altri e tanto 
meno i torti da altri ricevuti — e questo abbiamo veduto trattando 
de' suoi rapporti col Beccaria — non poteva dimenticare che 
quando aveva compilato il primo bilancio del commercio dello Stato 
di Milano, egli si era guadagnato un forte rabbuffo dal Kaunitz e 
ciò solo per opera del Firmian. E poi, appresso, durante tutta la 
sua carriera, il Verri si era visto, o almeno creduto, contrariato 
dal Firmian. da cui egli, invece, vedeva favoriti altri, come p. 
es. il Carli, coi quali non era sempre in buona armonia e che, in 
ogni modo, egli giudicava a sé inferiori. 

I severi giudizi del Verri furono già messi in dubbio, circa 
la loro autenticità, da un apologista del Firmian - del quale 
fra breve dovremo parlare — dal Mazzetti, che invano si è sfor- 
zato di dimostrare che gli Scritti Inediti, dove quei giudizi 
si trovano, portano falsamente il nome del Verri, come autore, e 
sono invece di un benemerito editore di opere sue, del Custodi (2). 

(1) « Frattanto ci teneva depressi un ministro invisibile e rintanato fra 
una galleria di cattivi quadri, fra una libreria di volumi conosciuti pel solo 
frontispizio, segnando comodamente senza leggere i decreti che gli presentavano 
i suoi scrivani favoriti... Quello che v"era di più curioso è che il ministro che 
era alla testa del nostro paese, dopo dieci anni non lo conosceva e credeva di 
buona fede uno spirito avverso nel popolo. Ciò accadeva perchè alcuni segre- 
tari s'erano impadroniti degli affari e impaurivano il conte di Firmian, suppo- 
nendogli d' essere in mezzo ai serpenti ; egli si appiattava nella sua biblioteca 
inaccessibile a tutti i ricorsi e se talora v'era l'uomo fortunato al segno di 
parlargli col mezzo d'una moneta al cameriere diletto, il parlare era superfluo, 
perchè rare volte intendeva un affare per suo verso, e quand'anche lo inten- 
desse, credeva illusoria e cabala l' evidenza medesima ». (P. Verbi, Scritti 
lnudili, Londra, 1825, pp. 20-1 e 144-5). Circa l'efficacia grande che sul Fir- 
mian avevano i suoi segretari v. P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti, 
I, 152. 

(2) A. Mazzetti, np. cit. La lunghissima e vana dimostrazione del Mazzetti 

si trova in t. Ili, cap. I e II. 

6* 



- ?'s _ 

\ parte che il Mazzetti non adduca acròma ragione per dimo- 
strare di'' quegli Scrini Inedia non siano del Veni e che 
ora essi non diano più luogo per nessuna discussione circa la 
loro paternità, quei severi giudizi in bocca al Verri non sorpren- 
dono troppo: in quanto non contrastano con altri espressi dal 
Verri in altri luoghi delle sue open, l . E non dovrebbe dubi- 
tarsi della loro paternità, quel che forse più importa, anche per 

una ragione psicologica, poiché essi sono del tutto conformi alla 
natura impulsiva del loro autore, assai impressionabile e facile 

assai come alle grandi simpatie, COSÌ alle forti antipatie. Il fatto 
poi elio quei giudizi severi giudizi tanto seven e violenti, che 

accettati cosi come sono farebbero considerare, chi ne era _ 
getto, un perfetto imbecille, anziché un uomo di stato, sia pure 
mediocrissimo si trovano in iscritti del Verri spettanti - 
ultimi anni di lui, contribuisco a togliere dall'animo anche il 
più piccolo senso di sorpresa (die in osso fosse rimasto. Poiché 
quei giudizi il Verri scriveva con animo profondamente am< 
e iato, (piando vedeva non riuscito, o solo in modo insignificante, 
il programma di riforme tributarie ed economiche che celi fin 
dalla prima ora aveva preparato e maturato nella sua mente e 
per il (inalo, per più d'un ventennio, aveva lavorato, affrontando 
lotto, impopolarità e delusioni; e quando egli, tanto benemerito 
del proprio paese, si vedeva quasi lasciato da parte. 

Così il giudizio del Verri è offuscato e dall'indole passionale 
di lui e dalle circostanze che contribuirono a formarlo, perciò 
non può essere accolto senza benefìcio d' inventario. 

A quello del Verri si contrappone, fra i tanti, in modo re- 
ciso, il giudizio che formula Antonio Mazzetti in Vita e reggi- 
mento del conte Carlo di Firmimi e che è qui nostro dovere 
di esaminare, per giustificare l'opinione che ci siamo formata 
del personaggio del quale qui si discute. 

Neil' apologia inedita 1' autore dice di essersi indotto 
a scrivere per difendere il Firmian dai suoi diffamatori : 
« Vi fu qualche diffamatore e maldicente che in dileggio di 

(1) V. P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti, voi. I, passim. 



— 79 - 

lui e del miglioro dei governi con tali cose imbrattar la penna 
lasciossi, delle quali uomo non v'ha, dotato di qualche fior di 
senno, che non sentisse vergogna. Non era giusto che la ma- 
lizia e la viltà di cotestui guastasse impunemente la storia 
squarciando la bocca in parlar male di opere alte ed onorate 
di un Ministro, che non può essere imitato senza lode, né sprez- 
zato senza ignominia » (!•. Ed i giudizi del Verri, sopra ac- 
cennati, che egli, a torto, attribuisce invece al Custodi, dice 
« iniquissimi per la falsità più sfacciata, asprezza e fiele » e 
ad un certo punto, preso da sacra indignazione, continua : 
« Mirate quanto vento, quanta impudenza e quanta pazzia sono 
in queste parole (i giudizi del Verri) e potrete da questo solo 
risolvere essere meglio non aver capo che avere in capo queste 
ribalderie, questa rabbia di calunniare ... ; sfacciate abbomine- 
voli vergogne che cagionano raccapriccio per orrore e quasi 
sfinimento per noia » ( ; 2X Ma chi spinse il Custodi a dire male 
del Firmian? Si domanda l'ottimo biografo, sempre fisso nel- 
l'idea che gli Scritti Inediti del Verri siano, invece, del Cu- 
stodi. « Il tenebroso spirito di parte, quello spirito maligno 
torbido iracondo che nella continuazione della Storia del Verri 
(non senza raccapriccio, né senza orrore il diciamo) parlò bas 
samente di Giuseppe II » (3). 

I periodi, che qui abbiamo riferiti, non sono che un modesto 
saggiolo, che però può bastare per rendere un' idea del tono 
che ha l'apologia mazzettiana. quando poi si aggiunga che essa 
di simili fioretti è pressoché tutta cosparsa. Essa, che pure con- 
tiene non poche notizie utili per le ricerche che formano oggetto 
del presente studio, ci induce così ad essere assai diffidenti, 
molto più che, ove non si tratti di un'arida enumerazione, del 
resto utilissima, di cose d' ogni genere che si riferiscono al 
governatorato del Firmian, la forma è sempre enfatica, e ma- 
gniloquente, sicché chi legge ha l'impressione d'assistere ad 

(1) A. Mazzetti, op. cit., t. I, Prefazione, p. 3. 

(2) A. Mazzetti, op. cit., t. III. p. 125. 
(?) A. Mazzetti, op. cit., t. Ili, p. 138. 



- 80 - 

una predica e di udire dal pulpito i tuoni del più ameno degli 

scagnozzi. 

Ma, oltreché la (orma stucchevolmente rettorica, scema assai, 
so pure non distrugge V effetto che il Mazzetti s'era ripromesso 

per la sua fatica — di rivendicare la fama del Firmian contro 
i suoi detrattori e fare di lui emergere le alto qualità di grande 
uomo di stato — la scarsa documentazione di ciò che afferma, 

E por venire al contenuto, alla parte sostanzialo - sfron- 
data d' ogni fioretto rettorico - che cosa ci dico il Mazzetti del 
Firmian che meriti d'essere preso in considerazione? 

Ecco qua: egli enumera con minuta diligenza tutto lo ri- 
forme — ed anche quelle che, per avventura, a torto stima 
tali — introdotte nello Stato di Milano, mentre no ora ministro 
il Firmian ed ha poi V aria di chi, ad un dipresso, ragionasse 
così: Vedete quante bellissime ed utilissime cose sono state com- 
piute da S. M. la grande Maria Teresa per i suoi amatissimi 
sudditi dello Stato di Milano? Ebbene in quel tempo era mini- 
stro il Firmian, dunque le riforme allora attuate si devono tutto 
al Firmian. - Così la dimostrazione che il Mazzetti tenta, a fa- 
vore del suo eroe, non convince, perchè egli crede di dimostrare 
ciò che invece non dimostra affatto. Ancora: l'ottimo magistrato, 
trascinato dall' entusiasmo che in lui ispira la santa causa di 
rivendicare una gloria iniquamente misconosciuta e conforme- 
mente, del resto, al ragionamento or ora accennato, neh' enu- 
merare gli infiniti meriti del Firmian, cade in più d' un errore 
di fatto. Così — per limitarci ad arrecare qui due esempi — 
egli dice che la grande riforma censuaria fu fatta per merito 
del Firmian (1), mentre quando costui venne a Milano il censi- 
mento era già cosa compiuta ed andò subito in vigore. E così 
non spetta a lui nessun merito per l'abolizione della Ferma (2); 
della quale riforma, una deìle poche veramente serie ed efficaci, 
fu autore Pietro Verri e soltanto lui. Secondo il quale, quando 
si trattava di decidere e di fare : gli interessati a che non si ve- 

(1) A. Mazzetti, op. cit., t. Ili, p. 146. 

(2) A. Mazzetti, op. cit., t. I, pp. 86-94. 



— 81 — 

nisse a capo di nulla, i Fermieri che vantavano molte aderenze 
a Vienna, assai tentarono siili' animo onesto sì, ma debole ed 
incerto del Firmian ; sicché alla fine questa riforma si sarebbe, 
come pare più verosimile, attuata contro la volontà del Firmian 
o, almeno, rimanendo egli indifferente (1). 

Pertanto l'apologia del Mazzetti non raggiunge per nulla il pro- 
prio intento. Non si vuole perciò negare qualsiasi pregio nel 
Firmian ; lo dice il suo apologista uomo di studi, coltissimo, un 
vero mecenate e per questo riguardo non e' è nessuna ragione 
per stimare non vere le affermazioni del Mazzetti. Ma questi me- 
riti ed altri simili, a cui sembra che costui dia tanto peso, paiono, 
per avventura, tutti estranei a quelli di un uomo di stato, sotto 
il quale solo aspetto noi dobbiamo e vogliamo qui considerare 
il Firmian. 

Tolto perciò, per le ragioni ora accennate, ogni valore all' apo- 
logia del Mazzetti, per accertarci se il Firmian sia, o no, una 
figura notevole di uomo di stato, non resta se non il carteggio 
che egli tenne col Kaunitz, poiché non lasciò di sé scritti note- 
voli — almeno per quel che fin qui si sappia - ; e davvero dal- 
l' esame di esso la figura del Firmian ci pare proprio che non 
guadagni molto. Poiché di nessun altro elemento di giudizio 
disponiamo, quel lunghissimo carteggio — la corrispondenza 
tra il Firmian ed il Kaunitz. che si conserva nell' Archivio di 
Stato di Vienna, si stende per ben ventitre anni ed è quasi quo- 
tidiana — dovrebbe ora dimostrarci se il Firmian sia stato pro- 
prio quella figura notevole che da taluni si vorrebbe. 

Invece ? Invece essa all' occhio spassionato di un lettore di 
quella lunga corrispondenza, non può non apparire una figura 
incolora, insignificante, forse anche coreografica soltanto ; tut- 
t'al più non diversa da quella di un bravo burocratico, diligente 
a trasmettere relazioni e proposte d'altri a Vienna e di là ad 
abbassare disposizioni ed ordini, senza vedute proprie, senza 
nessuna idea geniale, senza insomma una propria individualità. 
Quel carteggio, per i dati di fatto che da esso si possono de- 
vi) P. ed A. Verri, Lettere e scritti inediti 1. e. 



- 82 - 

sumere, è fonte preziosissima d' indagine, ma nei riguardi del 
Firmian non è che riboccante di luoghi comuni, di frasi trito 
e ritrite. Facciamo, si, grazia a questa serie infinita di frasi re- 
toriche,, che appartiene al bagaglio di fòrmule ufficiali : ma poi % 
Poi, tolto anche questo elemento negativo, non appaio gran che 
della individualità del Firmian. 

Vero è che, a questo giudizio si potrebbe muovere un'obie- 
zione di qualche apparente' gravità e che potrebbe anche 
suonare cosi: Si potrebbe ammettere come giusta l'impres- 
sione or ora esposta, se l'epistolario in questione fosse un 
epistolario privato, nel quale le lettere del Firmian fossero tutte 
di suo putiiio e non si limitassero a portare solo la sua firma, 
come queste. Sta bene — pare lecito rispondere - siamo, si, 
di fronte a lettere d'ufficio, di necessità fredde, monotone, com- 
passate; teniamo pur conto del gelido frasario burocratico; 
ma da quelle carte, pur compilate da segretari (1), dovrebbe, 
in qualche modo, tratto tratto, per suggerimento a chi do- 
veva compiere la fatica di scriverle, balzare fuori l'indivi- 
dualità del ministro plenipotenziario per lo Stato di Milano ; 
molto più che questo ministro avrebbe dovuto essere il centro 
animatore di un movimento di riforme che, qualunque sia il 
suo valore ultimo per rispetto ai risultati finali, a quel tempo 
apparve e fu certamente notevole. 

E se anche è vero che un carteggio ufficiale poco si presta 
a porre in rilievo la individualità di chi scrive, noi non siamo 
autorizzati a supporne uno privato fra il Kaunitz ed il Firmian, il 
quale meglio ci mostri la natura e gli intenti dei due ministri. Ora 

(1) Fra i segretari del Firmian, almeno ne' primi tempi, fu pure Stefano Lot- 
tinger che, secondo il Verri, preparava le lettere per il Kaunitz, le quali poi 
venivano firmate dal ministro plenipotenziario. Orbene il Lottinger che fu 
membro del Supremo Consiglio d' Economia — come osservammo in una 
nota al capitolo primo - così ci viene rappresentato: «...uomo ambi- 
ziosissimo, di minutissime passioni, dissimulato, pronto a qualunque ma- 
neggio per f ire una fortuna, uomo d'una sorta di spirito cattivo, disinvoltissimo 
a spacciar la mercanzia, indifferente per ogni sentimento che non sia d'un me- 
diato interesse; ardito sino all' impudenza, orgoglioso, capace nel tempo stesso 
di qualunque bassezza » (l\ ed A. Verri, Lettere e scritti inediti cit., IV, 148). 



— 83 — 

di questo secondo supposto epistolario nessun indizio, nessuna 
traccia, almeno fin qui. che se mai dovrebbe, parai, apparire 
io quello ufficiale; sicché noi possiamo ben credere che i rap- 
porti tra il Firmian ed il Kaunitz siano esistiti solo attraverso 
il carteggio ufficiale, TI quale carteggio - - e forse non è inu- 
tile dire ancora una volta - - nel lettore spassionato non lascia 
certo P impressione di avere dinanzi nel Firmian una forte 
individualità : è una figura la sua assai mediocre e forse non 
esagererebbe molto chi la dicesse insignificante. 

Ma. poiché a partire dal 1760 e per un ventenio, non si 
può negare P esistenza di un intenso moto riformatore nello 
Stato di Milano, di esso spetta, per avventura, il merito al go- 
verno di Vienna? Che di meriti personali, per questo riguardo, 
non si può parlare per Maria Teresa, la quale, è noto, non si 
occupava né poco né punto personalmente delle cose relative 
allo Stato di Milano (1). E poiché a Vienna della Lombardia 
solo il Kaunitz si occupava, spetta, forse, a lui questo merito ? 

Se questo merito gli spettasse proprio dovrebbe, parrai, ap- 
parire dal carteggio, sia pure ufficiale, di lui col Firmian. Ed 
invece nulla, nulla di ciò : il Kaunitz, che pure è il solo a Vienna 
che si occupi, per dovere d' ufficio, della Lombardia, assume il 
contegno e segue la tattica, attraverso moltissimi anni, di chi, 
in ben altre faccende affaccendato, si limita a stare a vedere 
quello che fanno gli altri, bene disposto a lasciar fare, bene 
augurando, ed anche sinceramente, che il moto riformatore abbia 
successo; dal momento che questo successo non danneggia gli 
interessi della monarchia austriaca, anzi ne accresce il prestigio 
e la popolarità in Lombardia e così ne rafforza e consolida il 
dominio su questa regione. 

Ed allora? Allora, poiché chi stava a capo dello Stato di 
Milano non era stoffa da grande uomo di stato, non aveva mente 
abbastanza fervida di idee geniali e spalle abbastanza robuste 
per sostenere il peso della non piccola responsabilità di farsi 
iniziatore ed anche solo troppo fervido fautore di serie e radi- 

(I) P. ed A. Vekri, Lettere e scritti inediti cit. voi. I. 



— 84 - 

cali riforme; e d'altra parte il grande ministro di Vienna non 
aveva né il tempo né la voglia di occuparsi troppo delle cose 
nostre, se non in quanto l'occuparsene tornava m favore degli 
interessi dinastici austriaci, cosi è forza concludere ed a 

ciò si verrebbe anche per esclusione che m Lombardia il 
movimento riformatore sotto M Teresa — non diciamo . al 
tempo di Giuseppe II; che questo periodo non ci riguardai 
mai per esso sarebbe vero tutto l'opposto di ciò che qui si af- 
ferma — fuuii latto d'origine puramente indigena. 

E questo fatto, possiamo aggiungere, nel suo svolgimento 
non fu contrastato, anche diciamo pure — fu favorito, al- 
meno fino ad un certo punto, dal governo di Vienna, ma per 
fini, naturalmente, del tutto estranei agli interessi dello Stato di 
Milano. 

Carlo Invernizzi. 



NINFE E PASTORI 

SOTTO L' INSEGNA DELLO " STELLINO 



(Continuazione, vedi fase. III-1V 1910). 

Lorenzo Mascheroni. 

Sul finire del 1786. lasciando le scuole della natale Bergamo 
nelle quali insegnava, veniva alla cattedra universitaria il futuro 
autore dell' Invito a Lesbia, quando già nella città orobica s'era 
formato un nome poetico. Ma di lui, esperto e dotto nell'arte 
di Euclide e disposto a misurare ogni cosa col compasso, di- 
ceva l'abate Giuseppe Rota ebe si ridesse d'Elicona e di Par- 
naso, e ammoniva: 

Non s'aspetti da lui verso né motto 

Se non lo vede e tocca chiaro e piano 

Come tre e tre fan sei, quattro e quattr'otto. (1) 

Eppure, venuto a Pavia, egli era destinato a diventare il più 
zelante tra gli Affidati, il principe accademico per eccellenza 
[e che più a lungo serbasse il supremo grado, il più ameno e 
arguto e ricercato tra gli abati professori, il più piacevole e 
onesto parlatore, caro agli aristocratici salotti nostri. Ed a lui 
specialmente dobbiamo saper grado, se qualcosa conosciamo di 
quel ch'era l'intima e reale fisionomia della folla letterata che 
brulicava nelle sale del Belcredi in questa Pavia, dove, egli di- 
ceva, si facevan dei commenti su tutto (2). Il suo epistolario, amo- 

(1) Poesie e -prose cit. di L. Masch., Introduzione di C. Caversazzi, p. 20. 

(2) Contributi alla biogr. di L. M. per cura di A. Fiammazzo. Bergamo, 1904, 
li, p. 57. Lettera 9 marzo 1789. 

7 






- 80 - 

[•osamente pubblicato dal Fiammazzo (1), abbastanza scorretto 

e trascurato nella lingua e nello stile, e letterariamente di ben 
poco valore, è però pieno di notiziette di cronaca mondana in- 
teressanti la vita pavese, esposte in modo disadorno, ma con 
quella spontaneità e quell'arguzia tnaliziosetta che gli erano 
proprie. 

Pieno «li candidezza e di sincerità, ma accompagnato dai 
saggi consigli dei suoi concittadini che gli raccomandavano cau- 
tela e guardia nel ninni» soggiorno, perché « il circuii quae- 
rens quem devoret non è si proprio del Diavolo, che troppo 
spesso non si avveri negli uomini » (2), col suo ingegno e la 
sua piacevole conversazione seppe aprirsi tosto le sale ospitali 
della nobiltà pavese, sicché dopo pochi mesi dall'arrivo a Pavia, 
poteva scrivere al fratello Giuseppe: « ho fatto amicizia posso dir 
cosi) col Co. Alessandro Botta, che é senza dubbio il primo Si- 
gnore di Pavia, in casa del quale montano, si può dire, quasi tutti 
i Principi che passan per Pavia » ; e tanto più lusinghiera gli 
riusciva la conversazione di quel patrizio, perché aveva notato 
in lui un gran talento per la matematica (3). E come in casa 
Botta, egli era ammesso e desiderato nelle più aristocratiche e 
ragguardevoli famiglie della città. 

Brutto e, come pare, negletto negli abiti, prima ch'ei toccasse 
il suolo della Nebbiosa — cosi egli chiamava scherzosamente 
Pavia — studiò e apprese la galanteria tra quei pavesi e per 
quei pavesi ch'egli, a dir dell'Alborghetti, sapeva tutti umaniz- 
zare (4). Testa filosofica lo diceva il conte canonico Camillo 
Agliardi, e si congratulava con lui « che sì bello e galante 
fosse diventato che si tirava dietro gli sguardi di tutta Pavia », 
e quella sua testa avrebbe ben voluto vedere fornita a ricci e 

(1) Op. cit. 

(2) Così D. Giovanni Ceroni : Fiammazzo, op. cit. p. 168. 

(3) ivi, I, p. 93. 

(4) Bull, della civ. bibl. di- Bergamo, a. I, 1907, n. l,p. 15. Il Mascheroni 
era brutto anche a giudizio di lei « che le penne — Di Pindo ai voli gli solea 
vestire ». Vd. la lettera di Lesbia al Bettinelli, 15 aprile 1798, che il Maes 
giudicò irriverente al buon poeta : Maes, op. cit, p. 80. 



— 87 - 

coperta di odorosa polve, sicché rappresentasse in punto tre dif- 
ferenti figure, di matematico, di antiquario, di ganimede. Che il 
Mascheroni, sin dal dicembre dell' '86, si fece spedire da Bergamo 
certe superfluità sinodali, le quali ispiravano a un Antonio Pa- 
gnoncelli il timore che il prete professore non fosse « per di- 
ventare a gran passo lo scandalo degli irsuti confratelli » (1). 

Il chiaro professore si trasformava, e smetteva la veste talare, 
e in abito corto, mezzo laico, « cincinnatus nitidoque amictu » (2), 
nelle sale dell'Accademia con la sua eletta conversazione e con 
le arguzie bonarie consolava le dive ticinesi. E benché la fama 
della sua felice galanteria si fosse tosto formata, tanto che il 
prof. Zenoni del collegio Germanico scherzosamente lo chiamava 
« mon damoiseau galant, ma charmante beauté » (3), tuttavia 
egli amava di dirsi e sottoscriversi misogino (4). 

Ma misogino non era (5) ; ma anzi amabile al gentil sesso, 

(1) Vd. Poesie e prose cit. di L. M., p. 385. 

(2) Dai distici latini di G. Navarro, riportati in Poesie e Prose cit., Introd. 
p. 130. 

(3) Poesie e prose ecc. cit., ivi p. 385, in nota. 

(4) Lettera al conte Fogaccia 16 giugno 1787. 

(5) A stabilire che fosse misogino (Poesie e prose cit. , Introduzione, 
,p. 86) non basta ricordare che egli stesso amenamente si professasse tale 

più d'una volta, mentre conosciamo quant' egli fosse spirito giocoso e faceto 
e ben comprendiamo ch'egli, scherzando, si affermasse misogino, amichevol- 
mente e bonariamente motteggiando sulla filoginia del suo amico conte Fogac- 
cia. Non già che la pretesa misoginia fosse una posa artificiata rispondente 
a una delle tante tendenze del secolo, (lo stesso Alfieri non si tenne, nelle 
sue satire, dal versare sulle donne un po' di « negro sale », — vd. Bertana 
V. Alfieri, Torino, Loescher, 1902, p. 523 — ) che anzi dote amabilissima del 
Mascheroni è la sincerità e la spontaneità ; ma essa è espressione di quella piace- 
volezza e di quell' arguzia che erano sue. Vero che il M. ancora motteggiando 
lamentava che il Fogaccia sempre scrivesse « sopra donne come il Petrarca » 
(29 marzo 1790), ma altrettanto vero che il contino orobico gli aveva scritto 
anche prima (16 nov. 1787), con mediocre piacevolezza condita con non mediocre 
sproposito : « Se fossi un uomo a cui piacesse trattar col gentil sesso, come 
fate voi, e se si lasciasse adescar dalle sue lusinghe... »: il che dimostra che era 
^questo uno scherzo che si palleggiavan a vicenda (Fiammazzo, op. cit., p. 123). 
E chi dal trovare nei quaderni del Mascheroni il bisticcio : 

Quid facies facies Veneris eum veneris ante ? 
Ne sedeas sed eas ne pereas per eas, 



_ m — 

galante come l'età voleva, schietto ammiratore 'li grazie mu- 
liebri, dalle quali trasse ispirazione ad omaggi '-li" sono squisiti 
ceselli. Imi bensì onesto, continente, canto apprezzatorc delle 
insidie e motteggiatore delle vanità femmini 

volesse farne al caator «li Lesbia come una goffa, aozi una grottesca divisa, 
Barebbe lauto logico come chi, per la stessa ragione, volesse attribuirgliene 
la paternità. Ora sarà argomento di misoginia il fatto die il M., inaugurando 
gli studi all'Università pavese nel 1794, raccomandasse ai giovani: « Absti- 
aendura Venere et vino », se essi (roteano raggiungere li ataf Ma è 

almeno provato che lo s [ )i f rliato autore .li Bacca maestro d'eloquenza, che di- 
ceva di sentirsi serpere per ogni vena il dio dei pampini, fosse anche astemio? 
Scriveva, è vero, il Mascheroni sullo scorcio dell'ottobre \l'J-'> al suo Fogaccia : 
« Anche questa volta ho conosciuto qualche poco Venezia. Non intendete 
mai di certe conoscenze, che sono troppo lontane dal mio carattere. Misogino 
e tanto basta ». Ma proprio sulla fine di quel benedetto '93, nel dicembre, il 
buor. Mascheroni avvampava dell'incendio uscito dai caratteri, anzi dagli occhi 
di S. E., l'affascinante Isabella Teotochi Marin. e le scriveva una letterina 
che mostra, anche attraverso l'umorismo tutto mascheroniano, ch'egli sentiva 
l'aneurisma, da lui descritto nei versi aggiunti all'Inetto, e che sentiva pure 
come « l'uom sogna ad occhi aperti e delira dolcemente, vincendo intervalli 
infiniti di condizioni ». E proprio allora, cosi riscaldato, faceva omaggio all' in- 
cantatriee Labesilia della felice traduzione dell'anacreontica: Partendo da 
Posilipo, che il soavissimo Bertola nel 1790 aveva dedicato ad Isabella stessa : 

Quain bene illius illius 
Spirantes oeuli igneni 
Fulgeaut prope litoris 
Oram partenopei ! 

Singolare misogino, diremo noi, s'egli era misogino! la cui tenue, ma non 
mortale operetta, V Invito, gli fu ispirata da un vivo spirito di galanteria, dal 
fascino di una calda ammirazione. Singolare misogino, il cui epistolario è 
tutto pieno di figure femminee che gli abbellivano quotidianamente la vita 
illibata, per alcune delle quali ha espressioni entusiastiche, come la mirabil 
contessa Maria [Mezzabarba] (Fiammazzo op. cit. II. p. 41) di cui serbò lunga 
memoria, come per la famiglia tutta dei Mezzabarba (p. 71); singolare miso- 
gino che non disdegna di scendere a dar all'amico ghiotto di notizie, par- 
ticolari intimamente femminei, come: « La Campeggi non ha ancor par- 
torito, siccome nemmeno la signora Teresina, né la Sig. Aurelia » f/p 34), 
e: « La sign. Teresina ha fatto un figlio maschio e immaginatevi se è 
contenta, e se discorre con piacere della franchezza di questo suo primo 
parto . . . Ella ha partorito un giorno dopo donna Chiara Campeggi la 
quale ha fatto una figlia, ossia ha semplicemente partorito (come qui si usa dire 
quando si partorisce femmina » (p. 64). E finalmente, chi n'abbia vaghezza, 



- 89 — 

E pur protestando che sarebbe sempre stato quello di prima 
« a dispetto del calamistro e dell' ulimoso friscello », si adattava 
ai lieti riti della galanteria e diceva di proporsi all' imitazione 
un incomparabile modello, il conte Gerolamo Fogaccia (1747- 
1824), un gentiluomo bergamasco, accademico Eccitato, a lui 
amicissimo, venuto a Pavia nel dicembre 1786 e convissuto 
poi col N. sin alla metà del luglio 1788, quando fu eletto 
Nunzio della Serenissima (1). Il contino, vivido, elegante, un 
po' fatuo ammirator di dame, passabile rimatore, ben presto 
s'abbandonò alle gioconde fole della galante società pavese, e 
accolto anch' egli con onore in seno agli Affidati, vi sbrigliava 
l'ardor poetico, ascriveva ad onore di esser tenuto nel novero 
dei servitori e poeti delle dame Belcredi (2), ed era lodato dal 
suo grande amico, il quale soltanto lamentava scherzosamente 
ch'ei sapesse cantare appena di donne (3). Gli è che aveva largo 
campo il Fogaccia a stemperare in complimenti, in madriga- 
luzzi, in versi o in prosa, l' ammirazione e l' ardor suo sentimen- 
tale che meritavano a lui il titolo di fìlogino, come al Bertola, dal 
cui bel labbro attendeva e ambiva il giudizio imparziale (4). V'era 
con le figlie, la marchesana Rosales, eletta dama della quale il 
conte bergamasco diceva di averla scritta « su quel libro sul 
quale la sua gratitudine registrava quelli e quelle che gli 
avevan fatto del bene »; v'era la contessa Maria e la contes- 
sina Gambarana, figura sì sovranamente leggiadra, che il Fogaccia, 
poco più tardi, confessava che nemmeno in Venezia, dov'egli era, 

può rileggere la lettera 4 febbraio 1789 del Fogaccia al Mascheroni (Fiammazzo, 
op. cit. p. 131), nella quale il contino bergamasco dice con molta serietà, 
benché non con altrettanta limpidità di forma, ch'egli, in fatto d'infiammabilità 
erotica, la cedeva al Marchese Corti, e si dava per vinto anche dal Masche- 
roni, ma che in fatto di gratitudine non la cedeva a nessuno. — Oggetto del- 
l' amore e della gratitudine, di cui si disputava, era la marchesana Maria Bei- 
credi. 

(1) Introduzione cit. di C. Caversazzi, p. 107; Fiammazzo, op. cit. II, p. 5; 
e per la data di nascita del Fogaccia, ivi, p. 6. 

(2) Fiammazzo, op. cit. II, p. 140. 

(3) Fiammazzo, op. cit., p. 77. Lettera del Masch., 29 marzo 1790. 

(4) ivi, pag. 140. 



— 00 - 

aveva veduto una più bella creatura L); la principessa di Calca- 
gabio (sic), a cui il conto dedicava il suo omaggio cavalieri 
la marchesa Cusani e madama Laura Corti corteggiate e onni- 
potenti tanto che facevano e sfacevano i rettori (3); v'era 
la contessa Giuseppina Mezzabarba, ultima discendente della 
nobile famiglia pavese, sposata a diciottenni al conte Emanuele 
Kevcnhiiller, che teneva una nobilissima conversazione il cui 
fregio sovrano ora Alessandro Volta : colta dama (4) che colle 
due popolo, come le chiamava il Mascheroni,, si divideva tra 
Milano e Pavia e Nizza, dove dovette ritrarsi sullo scorcio del 
1788, che andava soggetta a parossismi e dimagrava (5): la mira- 
bile contessa Maria Mezzabarba (6) e la marchesa Malaspina. e 
la bella marchesina Costanza, che riscuoteva il plauso masche- 
roniano, recitando sul teatro privato di famiglia, Teresa Botta 
Malaspina, le contesse Campeggi, Paleari, e altre molte di 
cui si allietava Pavia (7), misero avanzo dei Longobardi, come 
volentieri diceva il Mascheroni (8), ma popolata da nume- 
rosa e potente nobiltà del sangue, largamente benevola all'ari- 
stocrazia dell'ingegno. Accadeva talora che dame e cavalieri si 
accordassero con gli studenti, e partecipassero alle serenate che 
questi facevano nella notte ai celebratissimi professori, comin- 

(1) Fiammazzo, op. cit., lettera del Fogaccia da Venezia, 24 genn. 1789. 

(2) ivi, lettera nov. o die. 1792, pag. 140. 

(3) — Luigi Cremani fu eletto rettore (1787-88) per impegno della marchesa 
Corti e della Cusani, e uno dei biglietti per Bigoni era scritto cosi : « Reiectis 
omnibus nymphis, eligo rectorem dominum Bigonium ». (Lettera del Mascheroni 
al Focaccia 2 dee. 1787: Fiammazzo, op. cit. p. 24). Il Bigoni ottenne il retto- 
rato nel 1791-92, dopo il Mascheroni (1789-90). 

(4) Le sue nozze furono cantate da E. T. Villa. 

(5) Fiammazzo, ivi, p. 49. lettera del Mascheroni 21 Nov. 1788. 

(6) ivi, p. 41. 

(7) Nunzio a Venezia, il Fogaccia ricordava ancora con desiderio i lieti sa- 
lotti pavesi : « Oh la dolce conversazione della contessa Kevenhùller di cui 
ho la memoria e il cor sì pieno ! Oh i vari enimmi, ed i bei giuochi, ed i sa- 
poriti dialoghi dell'anno ottanta otto, del mese di Maggio in casa Mezzabarba ! 
Oh la campestre amena brigata di Casa Botta! », e diceva di aver bisogno 
dell'aria di Pavia per far versi. (Fiammazzo, op. cit., p. 132-134) 

(8) Fiammazzo, op. cit., Il, p. 66, lettera 26 nov. 1789. 



- 91 - 

ciancio, « poiché tutto si comincia dagli clementi », dal Ma- 
scheroni, il quale, destato nel sonno una volta dovette alzarsi per 
mirare e sentire l'orchestra piantata in mezzo la corte, e una 
folla plaudente di forse trecento persone, tra le quali varie 
dame, come la Contessa Pozzi, la Gambarana col marchese Ma- 
laspina, la Malaspina, la Belcredi .... E di là i suonatori con 
la loro cantoria passavano dal Volta che galantemente riceveva 
le dame nel suo appartamento, dal Radetti, dai due Fontana, dal 
Cremàni . . . (1). 

in siffatta città e col suo prezioso naturale, tutto riusciva 
gradito al Mascheroni, dal clima che conferiva assai alla sua 
salute, nonostante le nebbie (2), nonostante l'aria fatta a stracci 
(3), alle passeggiate predilette sul bastione (4) o nel chiostro 
di S. Agostino (5), al poco dispendio per la vita, all'erudita 
e ilare conversazione del Bertela che egli a lungo frequentò, 
dividendo le oro libere e i pasti non frugalissimi (6), alla dotta 
compagnia dei colleghi coi quali passava geniali serate, all'ama- 
bile ospitalità dei cittadini. 

Don Lorenzo entrò tra gli Affidati il 16 gemi. 1787 (7), il 9 
febbraio aperse la prima volta la bocca al canto nel tempio 
delle muse, e tosto dopo di lui il contin Fogaccia, sotto gli au- 
spici dell' allora Principe Prof. Aurelio De Giorgi Bertela. Il 
Mascheroni si accontentò di leggervi un sonetto caudato, già 
vecchio di quasi un anno, sonetto che fu già variamente edito, 

(1) Ivi, II, pag. 29. 

(2) Ivi, I, p. 14. 

(3) Ivi, II, p. 95. 

(4) Ivi, I, p. 14. 

(5) Mem. e Doc. per la St. dell' Un. di Pavia cit-, 111, p. 180. 

(6) Uno specimen : L' abate bergamasco, dichiarandosi contento del suo 
Traiteur, scriveva all'amico Fogaccia (21 Nov. 1788, dalla Nebbiosa): « Bertola 
vien da me al pranzo solamente, e si trova contentissimo. Egli si è accordato 
jer 45 soldi (di Milano), e io per 50 per esservi compreso la piccola cena 

soglio ('sic), candele, sapone. Si avrebbe (sic) potuto accordarsi a meno, ma al Sig. 
Jertola é piaciuto avere oltre la minestra 4 piatti, e paste frutta, e formaggio». 
Vd. Fiammazzo. , II, p. 49. 

(7) Fiammazzo, op. cit. 11. p. 81, nota. 






- 92 — 

e che fra le carie degli affidati ii conserva col titolo « Il Mu 
di Prè Crispino * (1). 

Il Fogaccia invece affrontava la non difficile prova del bat- 
tesimo accademico e, come paro, poetico, con questo sonetto 
che, probabilmente al pari degli altri suoi, avrà avuto suf- 
fragio di ritocchi dall' autorevole Mascheroni : 

Mentr'io, Belcredi, col divino Euclide 

Del Britanno Archimede a parte a parte 
Volgea le dotte, e preziose carte 
Su cui ciato di luce il ver s' asside, 

Tu con Bertola, cui sì amico arride 
E l'estro animator Febo coinparte, 
Dietro, diceste, le nostr' orine fide 
Vieni, e coltiva la poetic' arte. 

Al dolce invito e ad un leggiadro nembo 
Che poi di fiori in Ippocrene nati 
Versar le Muse a larga man dal grembo; 

Di salir Pindo a me desìo pur venne, 

Ma se a smarrir non ho vostr'orme, o vati, 
Voi date al tergo mio l'ardite penne (2) 

D'allora continuò il galante bergamasco, fervido ammiratore 
di grazie muliebri (3), a dedicare alle belle le sue musaiche 

(1) Nell'edizione del Caversazzi cit., p. 138, il son. reca il titolo: Per il 
proposto dì Tagliuno. 

(2) Questo son. col precedente citato del Mascheroni, vd. in foglio mano- 
scritto nella Fald. Affidati (Ms. 533), nella quale sono pure gli sciolti maschero- 
niani al Bertola « Aurelio a cui la cetera gentile ». In questo foglio vedi pure 
l'altro son. del Fogaccia, qui sotto ricordato: « D'Angelica Y anel se con la 
cetra », e un terzo che com. « Se dalle dive ascree nati già sono ». 

(3) Fare che sopra le altre tributasse i suoi omaggi cavallereschi alla con- 
tessa Paleari. Lo dice con quel suo fare tra amorevole, scherzoso e adulatorio 
il Mascheroni in una lettera al contin Fogaccia 9 marzo 1789 : « Quanto al- 
l' Accademia sopra la pittura, la prima scena è stata rappresentata dalla 
C. Pai., la quale in tempo che s'andava formando l'adunanza s'è levata dal 
circolo delle Dame, che erano nella sala del fuoco, e mi ha investito con rapide 
interrogazioni sopra il C. Fog. ». Vedi Fiammazzo, Contributo cit. II. p 57. 
E credo s' alluda qui alla contessa Eleonora Paleari nata Arrigoni, alla quale 






— 93 — 

ispirazioni, non spontanee ma, aiutatore il Mascheroni, corrette 
ed eleganti. E una volta l' indiscreto conte si augurava di avere 
dalle dive ascree con la cetra l'anello di Angelica per render 
vana ogni magic' arte femminile, e coli' arcana pietra « veder di 
bella a chi l'onor si dee: 

Vorrei veder se chi vezzosa sembra, 
Con magic' arte 1' inamabil volto 
Nasconder sappia, e le rugose membra. 

Ma ben presto il Mascheroni doveva dedicare all'Accademia 
nostra e al dolcissimo Bertola, suo principe, una delle cose sue 
più gentili, lo sciolto (1) « che la sacra dei vati infula onora — e 
nobil serto intesse al nostro Guidi » (2), letto nella riunione 
accademica del 9 maggio 1787. In esso il poeta afferma l'effi- 
cacia del canto d' argute corde, che suW anima si spande, esalta 
i sacri vati che hanno dal cielo impeto e sensi, e alla cui 
voce 

.... l'anima s'inalza 
Sovra l'esser mortale, e ai casi avversi 
Usbergo d'adamante al cor circonda. 

Gentile e felice l'omaggio ad Alessandro Guidi, che della 
nostra accademia era considerato come divinità tutelare, Apollo 
Musagete : 

è diretto anche 1* omaggio poetico di un altro nostro accademico : Vd. La 
Villetta Eleonora, canzone anacreontica di Giacinto Gandini, giureconsulto 
e socio di varie accademie. Milano, stamperia del Genio, senz'anno: ma la 
dama vi è detta cittadina. 

(1) « Aurelio a cui la cetera gentile ». 

(2^ Son due versi di Defendente Sacchi, che fanno parte della dedica che 
il dotto e geniale pavese rivolgeva al prof. Carpanelli, nella sua edizione delle 
Poesie edite ed inedite di L. M. Il Sacchi giustamente lamentava che la patria 
ingrata non avesse ancor posto monumento o parola a chi, solo, « fé all' Italia 
sentir Tebani accenti », e il lamento rimane ancor oggi vivo e inascoltato ! 



- 94 - 

Dov'è, Pavia, dov'è l'almo ritiro 
Ove al tuo Guidi lusinghiera apparve 
u Una donna superba al par di Giano »? 
Quanta pompa di vezzi e di tesori 
Gli spiegò innanzi, e di che dolce invito 
Assalto mosse al generoso core 
L'arbitra delle cose instabil Dea! 
Ma nel pensi er dell'inclito Poeta 
Altre figlie di Giove, altre venture 
Teneano impero; e, di lor luce asperso, 
Sdegnò l'oro mirar, sdegnò le gemme, 
E non curata rimandò Fortuna. 
Datemi un simil cor, Dive del canto: 
E lascerò che il folle ignaro volgo 
D'inutili condanni i versi miei. 

D'allora la cetra di Dafni Orobiano risonò assai frequente 
in Accademia, arguta e piacevole quasi sempre, flebile una volta. 

Ai 25 gennaio 1788, quando il venerato bando del Principe 
Bertola imponeva di svolgere il soggetto « Quanto la Poesia 
abbia influito sulla istituzione, sulla riforma, sul rabbellimento 
dei Baccanali antichi, e se potesse, e come, utilmente influir 
presso i moderni », Dafni vi declamava le diciannove stanze 
bernesche, i" Mascheroni. E fu l'ultima volta che poetasse come 
semplice adepto, perchè il 14 marzo 1788 (1) fu chiamato al 
Principato che egli tenne sino al 1791. E varie furono le sue 
letture: al 15 maggio 1788, gli endecassillabi In Morte di Sa- 
lomone Gessner, nei quali, in onore del rinnovatore di Teocrito, 
tessendo un idillio pastorale, versò anch' egli latte sulla sua 
tomba, in omaggio del Bertola che, della fama dello svizzero 
poeta degli amori e della primavera era stato V araldo in 
Italia: 

(I) Con questa data è da rettificare l'asserzione del Caversazzi : op. cit., 
p. 106, che il M. entrasse in ufficio nell' 89. Egli fu eletto Principe con 9 
voti contro 1, dato ad Alessandro del Conte : Vice principe il Bertola, secondo 
lo statuto. 



— 95 — 

. . . Non piangete, o Ninfe; 

Aroute è in cielo, e gli rincresce il pianto. 

Suo molle flauto e le forate canne 

Ticofilo le tien, ch'elvezi modi 

Dolce ripeter feo l'itale selve. 

Così, sull'ara dell'amicizia, sfringuellava il buono e dotto Ma- 
scheroni, chiamando svenevoli e zuccherati pastori e deliquescenti 
ninfe a ripeter malinconicamente i motivi della poesia pastorale, 
a versare rose e pure fraghe sul tumulo, a porre sulla tomba 
il panierino de le ciliege, nel quale poi una leggiadra e can- 
dida colomba fa il nido. 

Il 13 febbraio 1789 fu la volta di alcune quarte rime al 
professore Cremani. Già in una leltera in data 29 die. 1788, il 
Mascheroni aveva scritto: « quel buffoncello di Cremani vuol 
insegnare in un cicalata ai Pittori di fare i nasi simili al mio, 
e perchè non al suo? » (1). Pare che il soggetto scelto da 
Luigi Cremani per l'accademia su la pittura fosse di non poco 
interesse, perchè il M. doveva la sua notevole bruttezza al naso 
un po' schiacciato, e i colleghi suoi dell'Ateneo solevano as- 
somigliarlo a quel busto marmoreo di Cristoforo Bottigella (2) 
che trovasi all'Università (3). La cicalata accademica dello spi- 
gliato toscano professore d'istituzioni criminali era dunque prean- 
nunziata, e il Mascheroni stesso si assunse l' incarico di introdurla 
con le già accennate quartine, dove briosamente discorre di 
nasi classici ed etruschi: 

Oh quanto onore si son fatti, oh quanto 
Colle lor cicalate i vostri padri! 
Pien di filosofia scrittor leggiadri 
Quant'han della Toscana alzato il vanto! 



(1) Fiammazzo. — Contributo cit. II, p. 53. 

(2) Lettore di gius civile e canonico dal 1455 al 1491. 

(3) Da una lettera inedita, trovata dal prof. A. Foresti nella Quirinana di 
Brescia, intorno alla quale vd. Boll. cit. della Civ. Bibl. di Bergamo, A. 1. 
p. 17-18. 



- 96 — 

Altri Lodò La tosse e la morìa 

Con quello stil che il più bel fior ne coglie ; 
Altri lodò la gotta (1) ed altre doglie; 
Altri in fin, cicalando, la pazzia. 

E concludeva dopo una lieta apostrofe alla lìngua fiorentina: 

Allegramente ormai battete l'ala, 
E fate questa vostra cicalata; 
E così sembrerete alla brigata 
Sul naso di qualcuno un cicala. 

La cicala adunque posò cantando sul naso di Dafni Orobiano, 
e riuscì, lo dico lo stosso M., « elegante, erudita e saporita »; 
ma benché riscuotesse largo plauso, il demani non volle che 
fosse copiata, neppure dal Mascheroni, sicché essa è perduta. 

L'Accademia era prevalentemente versaiuola, ma non poteva 
mancare, con un Principe che era illustre scienziato, qualche 
fiorettatura scientifica alle sedute, e ne diede l' esempio lo stesso 
Mascheroni leggendo il 6 maggio 1789 un Discorso sopra la 
cometa, da lui giustificato innanzi alla meraviglia della sua nobi- 
lissima udienza, col far riflettere che è una delle nove sorelle 
anche Urania, maestra della scienza del cielo. Del resto egli 
espose facetamente la sua materia, ricordando il terrore super- 
stizioso prima inerente all'apparir delle comete, e come poi, 
naturalizzate le comete nel sistema del nostro sole, gli uomini 
avevano cangiato la cagion del terrore, e non se n'erano libe- 
rati, perchè un urto con altro corpo celeste è peggio che una 
peste o il precipizio d'un regno. Ricordava la fuga di alcune 
intere famiglie, specialmente marittime, all'annunzio dell'arrivo 
della cometa dell'anno 1769, e insegnava che quattordici erano 
state le apparizioni dell'astro attuale, a periodi di centoventinove 
anni circa, che nel 1274 era apparso tre giorni avanti la morte 
di San Tommaso d'Aquino, e chi scrisse del santo la prese per 

(1) È il medico poeta fiorentino Lorenzo Rellini (1643-1700) che lesse la 
cicalata sulla gotta, dopo una lieta cena, una sera del 1699 ali* Accademia 
della Crusca. 



— 97 — 

una stella apparsa particolarmanto sul suo monastero di Fossa 
nuova, quale messaggio di morte. La stessa cometa aveva già 
fatto la sua apparizione anche nel 632, e nella sua coda sparsa 
dal mezzodì verso i confini del settentrione, la quale agli occhi 
di chi la descrisse parve una spada, si lesse con eguale accor- 
tezza il destino ferale di Maometto. Nel 1789, la cometa, per- 
duti tutti i diritti sullo spavento degli uomini, diceva il Masche- 
roni, conserverà pure qualche attrattiva per la nostra curiosità; 
le sue belle chiome sparse per lungo tratto di cielo, chissà che 
non dieno origine a qualche nuove acconciatura di crini, onde 
brilli anche nell' epoca de' suoi tumulti la sempre bizzarra e 
volatil Parigi. — Ma fallì la cometa, che fu attesa invano, e Pa- 
rigi rivoluzionaria non diede la nuova acconciatura. 

Ai 27 maggio 1790 il M. leggeva in Accademia una sua 
traduzione in ottava rima della Tempesta di Enea (Eneide, I), 
già da lui recitata il 26 maggio 1782 agli Eccitati di Bergamo (1); 
il 24 marzo 1791 le ottave Bacco maestro di eloquenza (2), il 
16 giugno dello stesso anno, in uri' accademia libera, la prosa 
Il voler di Giove all' ornatissima donna la Marchesa de' 
Belcredi, una mediocre fantasìa umoristico-satirica in cui si 
riferisce una chiacchierata tenuta nel concilio degli Dei intorno 
alla scoperta del pallone areostatico, attribuita a Pallade : Venere 
osserva che senza la maniera di guidare la nuova barca, gli 
alunni di Pallade an.dran sempre per 1' aria come le gallozzole 
che col sapone sogliono fare i fanciulli ; Minerva consiglia Ci- 
prigna a trarre dalla sublime invenzione nuova moda per le 
sue femmine, un' acconciatura per le teste, alla Mongolfier, salvo 
il pericolo di aggiungere la leggerezza areostatica a cervelli 
per sé leggerissimi. Il padre dei numi sentenzia : « Finché Pal- 
lade non insegni l'arte onde guidare per l'aria la sua nave, io 
voglio che questa nave sia il trastullo delle ricchissime e popo- 
lose città ». 

1(1) Vd. il brano in Poesie e prose cit. Introduzione, pp. 124-127. 
(2) L' accademia fu aperta con un' orazione dell' universale Belcredi su 
'eloquenza, conservata anonima tra le carte degli Afl'. (Ms. 533), di pagg. 78 
numerate. Com. « La facoltà dell'articolata favella », fin. « ed una fredda 
ragione tutto contempla e tutto naturalmente determina ». 



— 98 - 

L'abate orobico poetò poi ancora per una grave accadem 
sulla Storia, indetta pel 3 febbraio. l~'.i2, e aperta dal principe 
Elia Giardini con un' orazione, e n' ebbe ispirazione a uri me- 
diocre sonetto « La Storia corona un buon l), letto da 
lui prima, di una poesia di Vincenzo Malacarne, pn e al- 
l'Università (2), di un sonetto di Monsignor Vescovo di Bergamo, 
e di questi bizzarri quattordici versi, dovuti a uno storico as- 
sennato, il frate Siro Severino Capsoni, compagno dotto e cor- 
tese all'insigne matematico, nella ricerca di carte e diplomi e 
iscrizioni lapidarie, pel Codice diplomatico bergomense di Mario 
Lupo (3) : 

Paralipomeno d'antica Storia romana. 

Una bella scoperta in antiquaria 

Per comune istruzion vo' far palese, 
Giacche nessuno fino ad or l'intese, 
Della gazzetta nostra letteraria. 

Riguarda essa la moda, oggi ordinaria, 
De' femorali vulgo alla francese, 
Cui qual' estranio a Roma ignoto arnese 
Ommette il Calepin de re vestiario.. 

(1) Caversazzi, op. cit. p. 167. Probabile che il Mascheroni abbia fatto questo 
sonetto per Leopoldo II, il quale visitò Pavia il 26 maggio 1791 cou due suoi 
figli, alloggiò all'albergo della Lombardia, ricevendovi tutte le autorità civili 
e militari, e ripartì il 28. Il sonetto fu letto in accademia con ritardo di 
alcuni mesi, adattandovisi pel soggetto su La Storia. 

(2) Entrato in Acc. il 1790. 

(3) Che monsignor Lupo fosse anch' esso acc. Aff. e che anzi il ritratto di 
quel canonico e primicerio della cattedrale di Bergamo fosse riposto « fra i 
ritratti degli illustri accademici che già furono fra gli Affidati » risulterebbe 
da un'epigrafe a un sonetto « Questi, che come Enea vivo discende » di L. 
M., pubblicato da Aloisio Fantoni, in Poesie di Lok. Masch. p. 148. Ma improbabile 
in sé è il fatto della collocazione del ritratto tra gli Affidati, in seno ai quali 
tale usanza non eia: e d'altra parte né 1' Acc. nostra, né Pavia non sono 
citati nel sonetto, che si dirige invece Gl'ombre illustri de' vati bergamaschi. 
Esso fu dunque fatto per gli Eccitati, come il son. dal Fantoni pubblicato 
nella seg. pag. 349. Quesf osservazione sfugge al Marchesi, op. cit. p. 49. 



- 99 - 

Ma il signor Calepino mi perdoni; 

Le antiche Livie calzonavan spesso 

Coi lor mariti Ottaviani e buoni. 
La Storia è dunque che 1' amabil sesso 

Portava fin d'allora i suoi calzoni, 

Né più, né men di quel che s'usa adesso. 

Tale è l'Accademia, alla cui fatile vita artificiosa e fittizia 
si piegavano gli uomini più savi. Ma in chiesa coi santi, e in 
taverna coi ghiottoni. Il Mascheroni prese parte il 22 marzo 
1794 all'adunanza per l'assunzione di Don Carlo Bellisorni, 
patrizio pavese, alla sacra porpora, essendo principe il Volta, 
e vi recitò una sua versione assai libera di un epigramma di 
monsignor Gian - Paolo Dolfin (1), chiamando, di suo, il porpo- 
rato, massimo cigno del bel Tesino, il quale in sì bel giorno 
infiorava la riva sotto il palazzo Bellisorni. Probabile che Dafni 
non negasse poi all'Accademia i successivi parti della sua musa, 
come il sonetto caudato in morte di Milordino, un cagnolino della 
marchesa Corti, sbranato da un molosso il dì delle nozze di 
sua figlia con don Giuseppe Candiani, e morto il di 4 novembre 
1794, otto giorni dopo l'imeneo. Ma mancano i verbali. 

L'attività poetica portata dal N. all'Accademia ha medio- 
cre importanza, ma certo egli le recò gran lustro per la cele- 
brità del suo nome, le attirò uomini prestanti per grado o per 
fama letteraria, come S. E. Mons. Gio. Paolo Dolfin veneto, ve- 
scovo di Bergamo (ammesso il 15 Nov. 1788), del quale resta tra 
le carte accademiche più di un sonetto. In uno di essi (2) S. E. 

(1) Vd. Verb. acc, alla data 22 marzo 1794, dove si dice semplicemente: 
versione del professor Mascheroni, dopo la nota che riguarda l'epigramma 
del Dolfin. La traduzione del Mascheroni coli' originale del vescovo di Ber- 
gamo, e una versione dello stesso epigramma, fatta dall' abate Don Antonio 
Mussi, R. P. di S. T. e di lingue orientali nella R. Università di Pavia, è 
alle stampe con 1' Elogio dell' Em. Cardinale Carlo Bellisorni Patrizio Pavese, 
recitato nella pubbl. Adunanza degli Affidati per la di lui promozione alla 
Sagra Porpora, da Elia Giardini, R. P. di Rettorica e socio di essa Accademia, 

.in Pavia, MDCCXCIV, presso Baldassare Cornino, pp. 57-59; fu ripubblicata 
Ida A. Fantoni, op. cit. p. 238, ma non dal Caversazzi. 

(2) Coni. « Ben può l'età presente andar superba ». 



— 100 — 
opinava — beato lui — che l'età sua potesse andar superba al 

dolce suon dell'apollineo metro, onde rischiarava il rauco canto 

del passato: oppure — lamentava la sua gloria non è im- 
mortalo, perebè manca Pania favorevole dei Mecenati II Belcredi 
proclamava monsignore singolarmente pregevole nei temi filosofici, 
o dicova elio trattasse le cose della natura con verità, eleganza 
e fantasia; ma il marchese ora di ben facile contentatura nel 
giudicare il Dolfìn, come già questi nel giudicare la sua età (1 . 
E tra i concittadini del Mascheroni ricorderò pure Maffeo Rocchi, 
segretario degli Eccitati (2) e più tardi l'abate Cristoforo Negri, 
che fu pure segretario dell'accademia bergomense; Don Giacomo 
Cosetti, professore di retorica di Bergamo, Don Girolamo Picca- 
luga (1791), l'abate Carlo Foresti (1 Dicembre 1788) del quale 
resta tra le earto dell' Acc. un'egloga su « I vantaggi della campa- 
gna e nominatamente di Fagnano, » e un sonetto sulla « Partenza 

(1) La patente fu mandata al Dolfìn dal Mascheroni, per tramite del conte 
Fogaccia, il quale fu pregato di suggellarla in ceralacca con qualche suggello 
insignificante. Fiammazzo, op. cit. II. p. 48. 

Questo prelato vescovo è ricordato da E. Bertana. In Arcadia cit. p. 3, insieme 
al cardinale Veronese, vescovo di Padova, tra quei vescovi incolti ed ombrosi 
che ostinavansi a tener lontani i loro chierici dagli studi esatti e sperimen- 
tali, per sospetto che quegli studi fossero pericolosi all'integrità della fede. Chi 
ne abbia vaghezza, potrà trovare di lui larga notizia nella Introduzione del 
Caversazzi (p. 94) alle Poesie cit. di L. M. Egli lo dice vano, accensibile, vol- 
tabile, debole, geloso della propria autorità, intollerante dei recenti filosofi ; 
e ricorda che il Mascheroni appiccicò al buon vescovo epigrammi più o meno 
bonari, uno dei quali comincia: « Caro merlotto mio, pietà mi fai », e un 
altro che conclude : « Che se hai la mitra, mancati la testa ». Tra le carte acca- 
demiche trovasi anche il sonetto, di cui tocca il Mascheroni nella lettera 9 
Marzo 1789 al conte Fogaccia {Poesie e prose cit. di L. M. p. 164). L'ottimo 
prelato, proponeva : « Se saggio pittore vuole coli' industre pennello accorre 
1' idee delle spiranti tele, 

Pinga la nobil stanza, ove s' aduna 
Degli Affidati l' immortai consesso, 
Pinga queste grand' alme ad una ad una 



Qui regna Apollo e le canore Dive. 
(2) Un suo sonetto reca il Caversazzi, op. cit. p. 376. 



— 101 — 

dalla villeggiatura di Fagliano ». E d'altre parti d'Italia, l'abate 
Zononi del Collegio Germanico di Pavia, (1) probabilmente quel 
Lorenzo Zenoni che, il 13 giugno 1793, mandava al Ma- 
scheroni l'espressione della sorpresa e dell'ammirazione susci- 
tate dall' Invito (2); il P. don Mariano Fontana, barnabita, mila- 
nese (17 16-1803), detto Fontanino, o Fontanella — per distinguerlo 
dal dottissimo Gregorio, detto Fontanone, — a cui l'austerità 
degli studi matematici non toglieva di spaziare tra i fiori dell'amena 
letteratura (3); Gaetano Navarro di Legnago (Liniacensis) (4): 
buon latinista, maestro di lingue, filosofo ermetico, alchimista 
(cercava per alchimia la semenza dell'oro, la polvere di proie- 
zione e l'elisir universale per migliorare l'animo dell'uomo), 
ammiratore del Mascheroni (5) ; il Padre Gaspare Bertolazzone 
rimatore e teologo (6); il prof. D. Giuseppe Zola (1732-1806) di 
Concesio, allora professore di Storia ecclesiastica nell' Università 
ticinese e direttore del Collegio germanico, una delle più nobili 
e virili figure — dice Carlo Magenta - - (7), di cui parlino le 
memorie dell'Ateneo, e uno tra i più celebri scrittori della chiesa; 
Gio. Battista Bodoni, l'insigne tipografo parmense, creato poeta 
per virtù magica della patente speditagli dagli Affidati (8); Gio. 
Iacopo Baldinotti di Pistoia che estemporaneamente sfogava un 

(1) Poesie e prose cit., p. 385. 

(2) Ivi, Introd. p. 185. 

(3) Due suoi poemetti non ineleganti sono in due Raccolte poetiche sopra 
i personaggi e le donne illustri della famiglia Malvezzi. E di lui vd. V Elogio 
di M. F. ecc. scritto dal G. R. Saviou, Pavia, Capelli, 1809. 

(4) Il Navarro indirizzava al Mascheroni alcuni distici, visitandolo a Pavia: 
« Qua l.ongobardus celsa regnabat in aula », pubblicati dal Caversazzi, in 
Poesie it. e lat. cit., Introd. p. 130. 

(5) Poesie cit., p. 128 ss. 

(6) Autore di un Poemetto per le faustissime nozze Mezzacapo-Pepoli, 
Bologna, S. Tomaso, 1784; e di Osservazioni sulla dissertazione stampata in 
{Soma, sotto il suo nome, sali' antichità del precetto di astenersi dalle opere 
serrili ne' giorni di festa, Pavia, S. Salvatore, 1788. 

(7) Mem. e doc. per la St. dell' Univ. di P. I, 499. 

(8) Nel voi. XIX dei Ticinensia, n. 39, nella Bibbi. Un. Pav. è un sonetto 
di lui agli Acc. Aff. « in ringraziamento d' essere stato ascritto ad essa Ac- 
cademia ». 



— 102 — 

amoro senile (1), l'abate Vincenzo Mantovani dicitore egregio e 
apprezzato, Don Bartolomeo Varegi (2), V improvvisatore Don 
Bartolomeo Lorenzi, lodato autore della Coltivazione dei monti; 
S. E. l'umanissimo conte H. Zuanne Widman, podestà di Bergamo, 

e Ludovico Widman, il cui genetliaco di memoria goldoniana 
ci richiama a queir omonimo al quale C. Goldoni dedicò Iji bot- 
tega del caffè, compiacendosi che tale commedia fosse rappre- 
sentata nel teatrino di lui (3). Ancora menzionerò il modenese 
Luigi Cerretti (1738-1808), poeta facile, autore di rime notevoli 
per splendore di forma, ma che rispecchiano l'incontinenza della 
vita (4), professore allora d'eloquenza all'università patria e poi 

(1) Fald. Aff. 533. N. 1, foglio volante. « Il poeta richiesto d' improvviso 
in tempo d'una sua passione amorosa, protesta di non poterlo fare » con un 
sonetto, del resto men che mediocre, in cui si lagna che freddo torpore gli ag- 
ghiacci ormai i sensi, e pur piange sulla fede tradita da lei che adora. — Che 
altre cosucce leggiere declamasse il B. in accademia, serban traccia i verbali. 

(2) Di lui restano tra le carte degli Aff. delle ottave intitolate « La galleria 
della gratitudine ». 

(3) C. Goldoni, Le Commedie, Firenze, Raperini, 1753, To. I. pp. 163-165. 
— Il Goldoni (Nuovo teatro comico, Fitteri, 1753-1757, t. 1. p. 79 s.) ricorda 
di aver conosciuto in casa di un Widman il conte Lodovico Rezzonico, al 
quale egli dedicò La cameriera brillante. — Di questo Widman restano tra 
le carte acc. poche rime di indole scolastico-retorica. 

(4) Questo non impedì ebe nella dedica M'Ombra di Cerretti, premessa ad 
Alcune poesie inedite di l. c, Pavia, Galeazzi 1808, si dica di lui che lo « allat- 
tarono alle innocenti poppe le tosche e le latine muse ». Tra le carte accade- 
miche è un sonetto per monaca colla scritta : « Del big. Cerretti Prof, d* Elo- 
quenza in Modena ». Lo credo inedito, non apparendo né nella citata edizione, né 
in quella di Pisa del 1799, né in quella del Pedroni, Milano-Pavia, Galeazzi, 1810, 
né in quella del Pedroni di Milano 1812, e neppure tra le Poesie scelte del 
cav. L. e, Milano, Silvestri, 1822. Che sia stato fatto « nel monacarsi della 
gentiliss. Dama l' Illus. Signora Marchesa Dama Maria Belcredi », si può arguire 
dal trovarsi esso insieme con due sonetti anonimi « Amor co' suoi compagni, 
il riso e '1 gioco » e « Ahi quanto Marte », che sono dedicati alla detta dama. 
Eccolo : 

Cinta un giorno fu già di doppio muro 

La sacra Tenipe, ove tu inoltri il piede, 
E tranquilli recessi, e viver puro 
Sacra fin' or vi proteggea la Fede. 



- 103 — 

alla nostra: l'abate Locatelli professore di greco, l'abate Don 
Giorgio Gallesio Spinola genovese, il P. Orenghi, professore di 
belle lettere nel Collegio dei Somaschi di Novi, il Cappuccino P. 
Francesco Antonio Bonafoces d'Alba Ponza di Monferrato, Fran- 
cesco Franzini milanese, Gennaro Vismara, Domenico Vernezzo 
genovese e Agostino Bianclii pur genovese, pastor arcade cbe 
in accademia scompisciava carta con lo pseudonimo di Lagesildo, 
tributava lodi ai mani di Carlo Edoardo « rampollo illustre 
delle stuarde genti », e poneva il vinto di Culloden, sozzo del 
vizio della crapula, tra i più gran portenti della fede, circonfuso 
di gloria (1). Di lui qui reco più che il nome, per l'ardente 
ammirazione ond'era acceso verso il Bertola, ammirazione la quale 
gli faceva dire cbe i cari numeri del leggiadro abate erano il 

Ma nembo uscito dal gelato Arturo, 

Avido in suo canimin di stragi, e prede, 

Ruppe i recinti, ed in deserto oscuro 

Parte cangiò della verginea sede. 
Or che farai ? Vaga qual sei di pace, 

Perchè, fanciulla, offrirti inerme, e frale 

Vittima nuova al suo furor ti piace ? 
Ma tu ridi e t'avanzi ? Ah invan non spera, 

Chi sa che 1' empio, spesso al cedro eguale, 

É gigante al mattin, polve la sera. 

Sul senile magistero universitario del Corretti nella nostra Università, ved. 
il dotto e geniale studio di V. Cian, Ugo Foscolo all' Università di Pavia, cit., 
nel Boll, della S. P. di Storia Patria, a. IX, p. 308, e 327, nota 29. Nella 
notizia data da Z. Volta (Di un dramma inedito del Cerretti, nei Rendiconti 
dell' Istit. lomb. S., II. voi. XVI, 1883, pp. 261-68) è da rettificare l'afferma- 
zione che II giudizio di Numa, ras. negli Archivi dell'Università di Pavia, sia 
inedito. L'adulatoria cantata è alle stampe anonima: Il G. di N., Cantata da 
rappresentarsi nel teatro alla Scala di Milano, la sera del 26 Giugno 1803, 
anno 11, alV occasione che si celebra l'annua festa nazionale ecc. Milano, 
Dalla Stamperia e Fonderia del Genio tipografico, presso il Ponte di S. Marco, 
N. 1997. 

(1) Circa Carlo Edoardo Stuart, che veramente nel suo passato aveva l'e- 
pica impresa di Scozia, e fu marito di Luisa Stolberg Gedern, il « degno 
amore » di V. Alfieri, vd. Emilio Bertana, Vittorio alfieri, cit. p. 161-219, 
passim. Il sonetto di Lagesildo è posteriore al gennaio 1788, quando la 
« vecchia carogna di Carlo Edoardo si decise una buona volta a scomparire 
dal mondo ». (Bertana, ivi, p. 219). 



— 104 - 

suo piacerò ingenuo, la compagnia sua unica (1). Fra i paresi, 
Luigi Caccialupi (2) il cav. Gio. Alessandro Brambilla 1728- 
1800), chirurgo primario di S. M. I. e li. (3), l'ingegnere Mi- 
chele Verga (4), Don Carlo Leggi, patrizio, Don Giuseppe Lolla, 
il mortarese abate Luigi Travelli (5) e, con altri molti, Pio 
Magenta di Sedone (1771-1844), un poetastro allora, che divenne 
poi un pezzo grosso, membro del comitato esecutivo in Pavia, 
dopo la conquista del Bonaparte, prefetto a Ferrara e altrove; 
insignito della corona ferrea e del titolo di barone dal Bonaparte, 
che anche lo imprigionò, autore di non infelici poesie, di una 
versione degli epigrammi di Marziale lodata dal Giordani, di un 
canto Felice e Claudia, che si conserva manoscritto nella nostra 
università e fu pubblicato dal nipote prof. Carlo Magenta, in Pavia 
pei tipi Fusi, nel 1875. Allora era arcade bifolco d'elezione, gonfio 

i'l) Varie sgraziate rime di lui sono tra le carte accademiche, come un'ode 
pastorale, dove diceva di infiorare i numeri del Rolli e del Bertola, e uno Scherzo 
bertoliano. Lagesildo ebbe felice intuito almeno una volta, quando cantò: 
« l'ingrata etade.... — calpesterà il mio nome in un coli' ossa ». L'ammirazione 
del Bianchi pel Rolli è di seconda mano, istillata come gli era dalla cosciente 
ammirazione del Bertola, che sentenziava in una nota alla poesia La Campagna: 
« Rolli è così appassionato, cosi naturale, così delicato, che non so chi de' 
lirici dì questo secolo possa in siffatti pregi mettersegli a fronte; e guai in 
materia di linguaggio di cuore a chi non l'ha per tale ». Circa il Rolli vedi anche 
le Osservazioni sul Metastasio del Bertola, ai cui giudizi sono assai conformi 
quelli del Carducci: Poetici erotici del secolo XVI11, Firenze, Barbera, 1868, 
p. XXVIII ss.; né solo in quel tanto che è degno di essere ammirato, ma pure 
in ciò che vuole esser detestato. 

(2) Vd. Notizie risguardanti la città di Pavia eit., p. 606. 

(3) Lo conobbe a Vienna e ne fu onorato Alessandro Volta nel suo viaggio 
con Scarpa. Circa il famosissimo chirurgo, ved. Crist. Ant. Rigoni, Elogio 
del cav. Brambilla, F'avia, Bizzoni, 1830. 

(4) Fu ingegnere municipale (\'d. Riv. di Scienze Storiche, a. V, 1908, 
p. 240-41, e 379), e in questa qualità fu perito d'ufficio a fare il preventivo 
della spesa per la riattazione della base del Regisole nel 1791. Ved. la perizia 
nel Pacco 553 dell'Archivio Civico di Pavia. 

(5) Vd. Rime per nozze della March. D. Carolina Bellisomi col Conte D. 
Giacinto Petrucci, 1792 ; e vd. oggi intorno al Travelli : Pezza Francesco, 
Saggio d' un poemetto epitalamico del poeta can. prof. L. T., per nozze, No- 
vara, 7 genti. 1893. 



- 105 - 

e spropositato secentista di fatto (1). Una sua canzone, conser- 
vata manoscritta tra le carte accademiche, è un ben bizzarro e gonfio 
documento della più stolta fantasia, consacrata in versi. Egli chiama 
«zìi Affidati « dell'alta Arcadia immortai prole » e ama figurarsi 
gli accademici, cinti d'eterne penne il bianco dorso, mirare, ai 
loro versi, le fiere tremanti al suolo e il canuto Ticino alzarsi 
sulla spiaggia: versi — dico egli — che siedono sulle stelle e 
fulminano e frangono i trofei della fumante invidia. Ma il vate 
è specialmente devoto a Lorenzo Mascheroni, mercè del quale 
il bel Tesino va senza lido: egli ama figurarsi il poeta di 
Lesbia mentre al manco lato gli siede anelante ministra la Fama, 

E, grave in fronte, giace 
La Gloria, a destra, di suoi vezzi ornata, 
Quindi il bel cerchio la "Virtute serra 
E con purpurea penna intorno gli erra. 

Con questi, altri versi di tutte le misure, come diceva il buon 
Mascheroni, riferendo al suo amico conte Fogaccia! Eppure il poeta 
confidava di arrestare il corso all' onde al suon delle sue canne ! Ma 
erano intinti tutti della stessa pece, ed è curioso riferire da una let- 
tera di Lorenzo Mascheroni al contin Fogaccia un bizzarro giudizio 
che rispecchia la media intellettuale di quel pubblico accademico : 
« Ora... dirò dei vostri platonizi (sic) sonetti ... dirò dell'ultimo 
sonetto recitato nell' accademia dalla bella voce e pronunzia 

dell' Ab. Mantovani Il verso « Che fate mormorar sì dolce 

l'ore » è elegantissimo, ma non so se sarà capito da molti. Esso 
è uno di quelli che appunto per non essere gustati, sono applau- 
diti in ragione inversa; ma il sonetto essendo assai bello in 
complesso anche per il criterio degli ineruditi che forse avran 
preso le ore non per aure, ma per horae. . . ha avuto plauso 
distinto... » (2). 

(1) Nel Museo Civico pavese è di Fio Magenta un busto in marmo coll'iscri- 
zioue : Pio Magenta? | R. ltal. Baroni \ Eq. Cor. Fer. | Prov. Praefecto \ Scholis 

| Adservatis et Auctis \ Bassanenses Grati \ An. MDCCGVUT \ . 

(2) Fiammazzo, op. cit. II. p. 77-78. La lettera è del 30 marzo 1790 (sexage- 
sirao quarto ante Kal. Iun.). 



- 100 — 

Ma sopra questi slot. ali quanto istancabili auleti, attende un 
cenno l'OblatO Antonio Mussi [1751-1810 il quale, destinato a 
Pavia noi 1786, come prefetto degli studi nel Seminario generale, 
o poi come profossore di Dogmatica nel 178É uccessivamentc 
di lingua ebraica dal 1792 al 1796, eompose perla nostra acca- 
demia buona parto delle sue l'<»- *ie pittoriche, in cui si dime 
talora efficace artefice di versi, vuoi che dia precetti d'arti belle, 
vuoi che descriva insigni opero d'arte, traendone anche ispira- 
zione a sentimenti religiosi, vuoi eh." s'industri di ping ne 
bibliche o tradizioni ebraiche: il che probabilmente concorse a 
procurargli la cattedra di Belle Arti (1), quando fu soppressa la 
facoltà teologica. 

E volentieri stuzzicava la vena nel verziere delle muse tici- 
nesi Francesco Mocchetti (1760-1839), allora giovane e colto 
alunno del Collegio Ghislieri, studente di medicina e filosofia; 
e, dopo la laurea conseguita nel 1791, medico valente, professore 
di fisica al patrio liceo di Como, studioso d'arte, e raccoglitore 
d'opere artistiche. Poeta delicato e tale che fra i comensi dell'età 
sua, a dir di Francesco Ambrosoli (2), non fu secondo a nes- 
suno, tranne che a Gastone della Torre di Rezzonico, piacque 
tanto perla signorilità dei modi, la dottrina e l'amabile conver- 
sare a Carolina di Brunswick, che essa lo volle seco in quella 
specie di corte da lei tenuta in Cernobbio. e l'ebbe caro alla 
mensa, al passeggio, al teatro; e non è semplice ipotesi maldi- 
cente che queste predilezioni non siano state troppo più plato- 
niche di quelle onde la gran dama, che doveva poi diventare 

(1) Il Mussi tenne anche l'insegnamento della lingua greca sino al 1799, 
e fu poi direttore dell'Ambrosiana. Fu autore d'una dozzina di opere di dom- 
matica, di eloquenza sacra, sulla lingua ebraica, di una tragedia Iephte e di 
una Versione del primo cantico di Uose dall' ebraico, in versi italiani e latini, 
con note, Pavia, Bolzoni 1792. Le Poesie pittoriche furono edite pure in Pavia, 
a. VII. rep., e di esso discorre brevemente V. A. Arui.i.am, op. cit. p. 67, 
lodando i sonetti Ercole ed Anteo, Sisifo ecc. Per l'Acc. furon fatti, ad es., 
l'ode sul Quadro della Risurrezione (13 febbraio 1789). un son. Sansone che 
squarcia il leone (6 maggio 1789) ecc. 

(2) Memorie intorno alla vita ecc. di Francesco Mochetti raccolte da Fran- 
cesco Ambrosoli, Como, Ostinelli, 1841, p. 21. 






— 107 — 

principessa di Galles e regina d'Inghilterra, (1) circondò il proprio 
corriere Bartolomeo Pergami di Crema, e nel 1814 Luciano Bo- 
naparte, principe di Carini (2). E all'augusta Clori, alla regal 
Clori infelice, che per breve tempo nel primo seno del pittoresco 
Lario aveva instaurato i fasti d'Albione, il Mocchetti vecchio e 
cadente dedicava versi gentili (3), ricordandola con quel nome 
arcadico a lui caro, che tra noi, giovanissimo, aveva usato a de- 
signare una damigella pavese, la marchesina Daria Belcredi, in 
una anacreonticuzza che è un umile e vezzoso omaggio settecen- 
tesco di damo incipriato. Egli, Tirsi, così in tenui versi pregava 
Clori e Giulietta (4) : 

Graziose Damigelle 
Tutte belle 

Che dal sen d'aurea conchiglia 
Schiuse Venere gentile 
Quando Aprile 
Ad amar no riconsiglia, 



Dite, care Damigelle 
Tutte belle, 

Se un desio ora vi svelo, 
M'aprirete sul bel viso 
Un sorriso, 
Scomponendo il roseo velo? 

Deh volate al vostro lume 
Sulle piume 

Bei desir, figli d'amore! 
Tirsi a Clori, ed a Giulietta 
Leggiadretta 
Pien d'ardor le manda il core. 

(1) Fu moglie a Giorgio IV il re bigamo e dissoluto che fu pure sposato 
segretamente alla bellissima Mrs. Maria Fitzherbert. Vd. Thackery: The four 
Georges. 

(2) Ambrosoi.i, op. cit. p. 28; e Rivista d'Italia, a. 1909. 

(3) ivi, p. 29. 

(4) Fald. Affidati 533. « In occasione che si mandò un presente alla da- 
migella Belcredi ». 



- 10S — 

Ah m'aprite 8ul bel viso 
Un sorriso ! 

8' aggradite il picciol dono, 
Graziose damigelle 
Tutte belle, 
Ben felice allora io sono. 

Entrato tra gli Affidati il 15 aprile 1788. un mese prima di 
Alessandro Volta, suo concittadino, suo maestro e poi suo amico, 
a cui consacrò ammirazione <-d affetto immutabili 1), vi 1< 
un componimento poetico, La (/rolla di Circe, il 15 maggio, lo 
stesso giorno in cui il grande fisico recitò i suoi versi sul 
« Viaggio al Monte Bianco », e poi altri leggieri e leggiadri 
nonnulla, e un'epistola a Giuseppe Parini in versi sciolti, versi 
giovanili, ma che sono una promessa di quel che egli avrebbe 
potuto essere, se avesse continuato la via con trasporto battuta 
« de la sì profanata arte dei carmi ». 

L'epistola è documento del culto di che egli onorava il 
grande di Bosisio (2), del quale poeticamente è figlio; anzi essa 
è pegno di rapporti ideali eh' egli coli' autore del Giorno ebbe 
sul Lario, quando con lui negli anni giovanili fu ospite pre- 
giato della duchessa Serbelloni, nella villa di Tremezzo. 

Scritta per incitamento di donna Vittoria, che alla grandezza 
dei natali seppe congiungere lo splendor delle lettere, e inco- 
raggiò i culti ingegni (3), quell'epistola accompagnava la tra- 
duzione della generosa Ode al Popolo di M. Thomas, allora 
assai letta ed ammirata : 

Mentr'io, Signor, di solitaria villa 
Fra l'elegante, e nobile tristezza 
Al pensator Filosofo sì cara, 
In placid' ozio vo traendo i giorni, 



(1) Il Mocchetti scrisse anzi del Volta un elogio vibrante di affetto. 

(2) Vecchio, il Mocchetti tutto si trasfigurava e sfavillava parlando del 
grande poeta civile. 

(3) Fra gli altri, spinse a scriver pel teatro Giovanni de Gamerra, livornese. 
Vd. Concari, Il Settecento, Vallardi, p. 148. 



- 109 — 

Soffri, spirto immortai, che del tuo Nome 
Piena l' estatic'alma, a te dispieghi 
Dell'animoso immaginar sull'ale 
L'impaziente volo, al suon di questi 
Incolti accenti, che spontanei all'urto 
Nacquer di caldo giovanil desio. 

Italo Genio, il so, sacra è la pace 

Ai grandi ingegni, ed ai divin Cultori 

Delle bell'Arti, e de' Palladj studi; 

E non lice a mortai lingua profana 

Tentar cosa celeste. Indarno aspira 

Palustre augello al luminoso raggio 

Che il tuo gran genio fuor tramanda, e gode 

Brillar non solo all'alma Italia in fronte, 

Ma a tutta ancor la eulta Europa, e il Mondo: 

G se teco del ver Filosofia, 

Saggia maestra col sudato Locke, 

De' regni Metafisici signore, 

E col profondo Pope entro la folta 

Caligine de' tempi a svolger siede 

Dell'occulte cagion, delle create 

Cose l'immensa regolar catena; 

se d'attiche grazie, e di gentile 

Util riso condita in aureo stile 

La delicata satira risvegli, 

E al tuo Giovili signor con destra mano 

Sferzi i costumi, e il pregiudizio mordi. 

Ma non gli sorse nell'animo l'arduo desiderio spontanea- 
mente. Così gli impose Apollo, perchè il regal cenno chiedeva 
questo lavoro, ed è caro ai geni il cenno dell' onniflca dea 
Pallade. 

Il Genio, che m'informa, ecco già move 
Di fibra in fibra con celeste foco; 
Per l'aer scosso in ondeggianti cerchi 
Dalla versatil armonia di Febo 
Con intrepido volo a te mi guida. 
Ecco i promessi carmi.... 



— no — 
Felice il poeta, sudasi sublime spirito otterrà approvazione j 

A maggior suono animerò le conle. 

Fatto di me maggior, e mentre pasco 
L'avida mente sulle dotte carte 
Del tuo nettar celeste, andrò sdegnando 
Il volgar giogo e la servii catena, 
Sentier nuovo ad aprir, de' sommi ingegni 
Geloso aminirator, di Te fra gli altri 
Grande del par filosofo e poeta. 

E allora, alla vigilia della rivoluzione francese, il blocchetti 
declamava col Thomas all'aristocratica assemblea accademica 
non profetici versi : 

Quante infedeli e scelerate mani 

S'alzan sul trono, e la corona in fronte 
Scuotono ai re. Tu, Popolo, non sai 
Con gran delitti cangiar faccia ai regni, 
E far fremer la terra — 






... Il solo vizio 
É disonorato e vii, distingue i grandi 
La virtù sola, e sol l'Uom giusto è grande. 

Mirabile e beata serenità arcadica! Pochi mesi prima un 
altro poeta, a torto lasciando la spirituale blandizie de' suoi 
ritmi, scriveva tra noi in vesto di filosofo della storia: « L'Eu- 
ropa già più non teme le rivoluzioni, l'Europa, in cui le rivo- 
luzioni ordinarie finanche sono oggi più rare assai, gagliarde 
assai meno; perchè maggior semplicità nel principio delle costi- 
tuzioni è rinchiusa; perchè nelle forme sociali regna maggior 
perfezione ». 



Una visita era ambita dal Mascheroni, quella della contessa 
Paolina Secco Suardo, l'immortale Lesbia Cidonia, bell'ingegno, 



— Ili — 

bellezza fascinatrice, quarta alle grazie, — diceva il suo poeta, 
ripetendo un vecchio motivo della galanteria in rima — de- 
cima alle muse (l). Un'antica promessa della Lesbia di visi- 
tare 1' Università di Pavia, promessa ricordata all' inclita donna 
dal Mascheroni nel dicembre 1786 col son. « Vieni e consola 
del Tesin la sponda », era rimasta insoddisfatta : i cuori sensi- 
bili che chiedevano al cielo di 

Veder sua luce nel suo viso accolta, 

non avevano saziato la loro brama, e il Mascheroni aveva avuto 
soltanto l'onore di accompagnare per i gabinetti universitari il Co. 
Girolamo Suardo, fratello di Paolina, nel novembre 1788 (2). Ma 
sullo scorcio del '92, il professore orobico, ritornando da Bergamo 
alla sua cattedra universitaria, annunciava la venuta imminente 
della piacente contessa alla schiera desiosa degli ammiratori (3). 
Voti veri e ardenti facevan specialmente Gregorio Fontana (4), 
del quale diceva il Mascheroni che versasse tutto l'animo in mille 
lettere, ogni giorno ringiovaniva di quella gioventù che danno le 
muse (5) e alla taumaturga decretava omaggio, adorazione, apo- 
teosi (6); con esso Alpruni, il Marchese Malaspina, i Belcredi, lo 
Spallanzani, Bertola, Tamburini, Brusati, Scarpa. Tardando la 
poetessa, il Mascheroni rinnovò le istanze il 9 dicembre 1792, rap- 
presentando all' incomparabile che a gennaio si sarebbero sciolti 
in Parnaso gì' inni di giubilo, se l' astro sospirato fosse apparso (7). 

(1) Mascheroni: All' omatissima Donna Paolina Secco Suardo Grismondi, 
mandandole le nuove ricerche sull'equilibrio delle volte, v. 55. 

(2) Fiammazzo, op. cit., p. 49. Lettera del Mascheroni al Co. Fogaccia 
21 Nov. 1788. 

(3) Poesie e pi-ose cit. Introduzione, p. 143-144; 

(4) Lettera del Fontana al Mascheroni, 1 ottobre '92: Fiammazzo, op. cit. 
II. p. 174. 

(5) Poesie e prose it. e lat. cit. di L. M., p. 194. Lettera 9 dicembre 1792 
del Mascheroni all' Unica. 

(6) Fiammazzo, op. cit. II. p. 147, in nota. 

(7) Poesie e prose cit. p, 194. 



- 112 — 

t'astro si lece sospirare ancora per alcuni mesi, e non inoppor- 
tunamente, giudicava G. Fontana, che nel marzo venne tra noi 
la elettissima estemporanea A mari Ili etnisca, la quale in Acca- 
demia, in casa Belcredi, improvvisò fra numerosissimi plausi 
sul conte Ugolino il 21 marzo 1793 (l). Lesbia non doveva arren- 
dersi che all'invito rinnovato dal suo grande ammiratore nel 
ben temprato e classico canto pubblicato per le insistenze 
degli amici e specialmente del Bertola il 20 aprile (2). In • 
ricordava il poeta la collaborazione da lei concessa alla Raccolta 
per nozze della marchesa Daria Belcredi col conte Salasco : 

Te qui Pallade chiama, e te le Muse, 
E l'eco che ripete il tuo bell'inno 
Per la rapita a noi, data alla Dora. 
Come più volle Amor, bionda donzella. 

La Grismondi non arrivò che ai 12 di maggio del '93, col 
conte Violetti (3) in occasione di un grandioso esercizio degli 
nani ch'era annunciato per il 14. 1 professori pavesi appena 
seppero il giorno in cui la Grismondi doveva arrivare, si reca- 
rono fuori di città ad incontrarla, e la scortarono all'abitazione, 
ch'era stata appositamente per essa disposta, e dove l'aspettavano 

(1) Anche il Mascheroni fu accademicamente entusiasta della Randettini, 
e le dedicò un sonetto rabberciato per l'occasione : « Deh, come dietro al buon 
cantor d'Enea », esaltando il vivo raggio dei suoi carmi lucenti, chiamandola 
nuova Sibilla e Dea, Bice novella che sol poteva trarlo 

Dall'atra selva a la superna luce. 

Vd. Poesie e prose cit. p. 88. Né alla sua declamazione estemporanea tra 
gli Affidati si limitano i rapporti ideali di Teresa Bandettini con Pavia: essa 
dettò un'Ode Epitalamica notevole per movimento lirico e per certo splendore 
di forma « A me l'eburneo plettro; a me di persa», Per le faustissime nozze 
de' nobilissimi signori Marchese Don Matteo Corti e Marchesa Donna Fran- 
cesca Botta Adorno, Pavia, Comini, senza data, p. 9-16. L'edizione di questa 
raccolta fu curata da Elia Giardini. 

(2) L' Invito, versi sciolti di Dafni Orobiano a Lesbia Cidonia. In Pavia, 
1793. Presso Baldassare Cornino. 

(3) Fiammazzo, op. cit. II, p. 148. 



— 113 - " 

ansiosi altri valentuomini; ma Gregorio Fontana, essendo infermo, 
non potè essere del numero, ond' ella recossi sollecita a visitare 
l'illustre suo amico (1). Anzi l'eruditismo e originale Fra Gre- 
gorio, patriarca dei Paolinisti, come egli stesso amava di chia- 
marsi (2), visitato dall'immortale Paolina nel suo tugurio da 
cui non usciva quasi mai, le dedicò quattro sonetti, rianimando la 
vena poetica (3). 

L'accoglienza avuta fu cosi gradita alla Grismondi, che la 
divina, pressata dal marchese Malaspina, lasciò cadere dalle lab- 
bra un tornerò, raccolto avidamente da tutti, e in una lettera in 
data 17 maggio 1793 scriveva da Milano: « Sono qui entournée 
non già di quei cigni eletti che ho costà lasciati con molto di- 
spiacere, ma da molte importune visite. Oh come è brutto Mi- 
lano, ed oh quanto m'è dolce e dolorosa la rimembranza di 
Pavia! » (4). 

E in Pavia a lungo furono sentiti i segni del nume ch'era 
passato ; e particolarmente, a dir del Mascheroni (5), fu il Mussi 
in estasi, Fontanone al nome di Lesbia s'inteneriva, lo Spallanzani 
e il Lambertenghi si dolevano di non averla potuta servire 

Ma' rimaneva delusa la speranza che la Diva apparisse ancora 
nel tempio sacro alle muse ticinesi, il quale — le scriveva 
venerabondo il Mascheroni — era fatto segno a sempre nuovi 
pellegrinaggi, e il 13 giugno 1793 era visitato dalla Bandettini (6): 
ultimo prezioso regalo di quella, pel tramite di Dafni, una ridonata 

(1) Maes, op. cit., p. 80. 

(2) Fummazzo, op. cit. p. 174, e G. B. Marchesi, Lorenzo Mascheroni ed i 
suoi scritti poetici, Bergamo 1893, il quale ci apprende che quei professori si 
raccolsero in associazione o accademia detta dei Paolinisti, Principe o Patriarca 
il Fontana stesso (Dalle lettere del Fontana al Mascheroni contenute nel vo- 
lume XXII, ms. Barca). 

(") Due di questi sonetti furono pubblicati del Maes, op. cit., p. 81. 
4 Fummazzo, op. cit.p. 185. 

(5 Ivi, op. cit. p. 325: lettera del Mascheroni alla Divina, da Pavia, dal 
Tempio Mezzabarba, 20 maggio 1793. 

(6) Ivi, p. 327. Non deponeva la speranza il Mascheroni, che esclamava 
scrivendo alla Lesbia: « S'avvicina il tempo di vedere la stessa Diva, alla 
quale venerabondo bacio la mano ». 



— 114 — 

anacreontica e duo superbi sonetti, che il Mascheroni destinava 
ad esser letti in Accademia dal nuovo principe Alessandro Volta 1 . 
Invano Dafni la sollecitava il 6 marzo 1794: " Non vi ho mai 
scritto, Inclita Donna, per alcun tema dell' Accademia degli Affi- 
dati: voi recate loro troppa gloria, lasciando il vostro nome 
nei loro registri, senza che vi interessiate a comporre sui loro 
argomenti. Ma a questa volta non posso dispensarmi dall' an- 
nunziarvi almeno il soggetto delle prossime Recite che si (ara 
in Quaresima, e, se io non erro, ai 22 corrente... Sulla Pro- 
mozione di S. E. Bellisomial Card mutato. .. . Potete ben cre- 
dere che se mandaste due soli versi sopra questo punto, ne 
andrebbe lieta tutta 1' Accademia, non che il nuovo suo Principe 
Alessandro Volta... ». Lesbia rispondeva, un po' in ritardo, a 
dir vero, per partecipare che disperava di poter fare qualcosa 
per l'Accademica cui tanto doveva, e pel sublime argomento 
intorno al chiaro porporato (2). 

Tanti inchini, tanti incensi, tante smanie, tante genuflessioni 
venerabonde parranno al lettore, - come sono — non più che 
il ridicolo appannaggio di queir età morbida. Ma certo così giu- 
dicò — almeno una volta — lo stesso poeta di Lesbia, quando 
all'ottimo suo amico conte Fogaccia partecipava di aver riso 
per mezz'ora coli' abate e pittore Mussi di certi interminabili 
panegirici che il poeta teologo pittore andava dedicando alla 
Contessa Ori smondi ! (3) 

Intorno a « L'Invito a Lesbia » 

«L'Invito a Lesbia », frutto squisito, e nella sua eccellenza 
unico, di quella poesia scientiflco-arcadica che fu chiamata l'« Ar- 
cadia della scienza », ha raccolto non soltanto le lodi quando 
facili e sperticate e di rito, quando misurate e dignitose dei 

(1) Ivi, p. 328: Lettera del Mascheroni alla Lesbia, 20 gennaio 1794. Uno 
dei sonetti era sopra Bruto, e puoi leggerlo nelle Poesie di Lesbia Cidonia, 
Bergamo, Mazzolini, 1882, p. 202 ; V altro credo sia quello su Catone in Utica, 

ivi, p. 201. 

(2) Fiammazzo, op. cit., p. 205. Lettera della Grismondi al Mascheroni. 

(3) Ivi, p. 106. 






— 115 — 



contemporanei (1), ma anche 1' approvazione della critica odierna 
equanime e severa (2), la quale consente al poemetto tenue, ma 
leggiadro e tornito con magistero insolitamente elegante (3), 
caratteri di bella poesia. Ma questa quasi assoluta concordia di 
giudizio pone in evidenza un fatto invero non meraviglioso né 
unico, ma notevole: tutte le rime mascheroniane, vuoi che mo- 
vessero da ragioni accademiche o da più viva e intima ispira- 
zione, siano esse del periodo bergamasco, siano del periodo pa- 
vese, comparate all'Invito, offrono incontrovertibilmente il dissidio 
ch'è tra la mediocrità e l'eccellenza. Perchè tutte le cose del can- 
dido abate anteriori o posteriori all' Invito, sono non più che 
mediocri, benché ci convenga di consentir loro variamente gli 
epiteti di gustose e lepide, di facili e graziose, o di insipide e 
scialbe, e, almeno una volta, di leggiadre: di spontanee quasi 
sempre. E se non fosse l' Invito, tutte le rime mascheroniane 
che noi leggiamo in varie edizioni (4) più o meno felici ed ac- 
curate, come quelle di Defendente Sacchi, di Aloisio Fantoni, e 
1' ultima amorosamente informata a severa critica di Ciro Ca- 
versazzi, rimarrebbero confuse nella congerie rimata, edita od 
inedita, e nella materia incondita di tanti scombiccheratori di 
carta, de' quali fu largamente prolifico il Settecento (5). 

(1) Vd. i giudizi del Beltraruelli, di Lorenzo Zenoni, di Luigi Caccianemici 
Falcarli, del Gazzaniga, di Angelo Mazza, dementino Vannetti, Ippolito Pe- 
demonte, di Isabella Teotochi Marin, riferiti dal Caversazzi nella Introduzione 
alle cit. Poesie e prose di L. M., p. 144 ss., e p. 110 ; e Contributi alla 
biografia di L. M. cit. per cura del prof. A. Fiammazzo, p. 188 ss. 

(2) I giudizi dello Zanella e dello Zoncada messi in mezzo del Caversazzi, 
op. cit., sono sostanzialmente confermati dai critici più recenti. Il Marchesi, 
(op. cit. p. 69) buon giudice, pensa che L' Invito non abbia « tutti gli elementi 
della vera e grande poesia: di rado ci commuove e ci solleva; in esso lo 
scienziato ha un po' troppo il sopravvento sul poeta. Pur esso vive e vivrà 
per la bellezza del verso, per 1" originalità dell' immaginazione e della strut- 
tura, per certi sentimenti gentili che furono la causa della composizione e che 
qua e là lo infiorano e più che tutto, per la sincerità colla quale fu dettato... » 

(3) Rertana, In Arcadia cit., 145. 

(4) Vd. Caversazzi, Introduzione cit. p. 1-9. 

(5) Lo stesso Zanella che pur colloca il Mascheroni tra i riformatori della 
poesia, giudica che, ad eccezione dell' Invito e de La falsa eloquenza del pul- 
pito, le poesie volgari del M. « non meritavano di essere né raccolte, né pub- 
blicate ». Vd. Zanella, Della letteratura italiana nell'ultimo secolo, Città di 
Castello, Lapi, 1886, p. 120-121. 



— 116 - 

u..mo di forte intellig di scienza, anima gentile, mente 

fornita di una seria preparazione classica, ammiratore cosciente 

di Virgilio, il M. era dotato di orecchio musicale e di criterio 
artistico che non esiterei a chiamare fine. Ma a non contalo che 
le suo opero tradiscono spesso l'impazienza della lima, benché 
del limare sapesse l'arte, e di sottili ritocchi fosse maestro e 
consigliere agli amici che ricorrevano al suo gusto gli, vir- 

tuoso di poesia nel senso settecentesco della parola, e tale da 
francarsi sopra la letteratura che non ha forma, di che doveva 
troppo spesso cibarsi, non senza plaudirla; potenzialmente abile 
cesellatore della parola e rinnovatore di leggiadre armonie, si 
sollevava sopra il limbo lattiginoso dell' inespressione, ma non 
toccava i cieli dell' arte, perchè egli non ebbe vera tempra di 
poeta. 

VInvito parve una rivelazione, e fu detto che il M. « con 
un solo poemetto era salito in cima di Pindo » (1). Gli elementi 
onde il N. potè dare così felicemente la scalata al monte beato 
e insediatisi senza tema d' essere precipitato, sono una più per- 
fetta tecnica del verso elaborato con più sapiente e paziente uso 
della lima, una ricerca felice di imagini, opera d'intarsio ge- 
niale, il tutto facilitato dallo sciolto, che gli toglieva l' impaccio 
della rima. S'aggiunga che il concetto scientifico è espresso con 
la precisione dello scienziato, e illeggiadrito con senso e coltura 
d' arte : che qua e là il poemetto sfavilla di calda ammirazione 
e di devoto omaggio cavalleresco alla gentile e convulsionaria 
pastorella orobica, che tramutava, a dir del Bettinelli, i filosofi 
in adoratori, e avremo quella che lo stesso eccellente autore chia- 
mava la poesia verbale, la poesia della poesia, con un po' di 
lirismo autentico in queir omaggio che nel M. è sincero ed en- 
tusiastico, come 1' amore alla scienza. Non so se tanto potesse 
conseguire, cosi soletta, la musa mascheroniana: ma non è qui 
tutto, né potrebbe essere qui tutto ; diversamente si verifiche- 
rebbe pressoché vera l' ingiusta sentenza del Landau (2), che 

(1) Così scrisse dementino Vannetti in una lettera al Pedemonte, cit. dal 
Caversazzi, Introd. cit., p. 146. 

(2) Cit. dal Caversazzi, Introd. cit. p. 148. 



— 117 — 

VI. non sia più che un « catalogo in bei versi del museo pa- 
vese di scienze naturali ». Come il M. spirò in alcuni episodi 
del suo poemetto il soffio della vera poesia, come infuse, per 
esempio, e specialmente in alcuni passi della Botanica, un vivo 
fresco passionato senso spirituale delle piante, delle erbe? Noi 
non crederemo certo che il forte ingegno e una cerC aura 
artistica e ingegnosa, e la consuetudine della rima, e un eccellente 
abito verbale, e il lungo amore a Virgilio, e il candore dell'animo 
e la sincerità nell'arte bastino a compiere di questi miracoli. 
Ora è ben noto come l'A., che veramente era modesto, in una 
sua lettera a Ippolito Pindemonte (1), scrisse che il Bertola 
aveva assai ornato V Invito delle sue penne, e che u se tutti i 
versi del Bertola vi fossero virgoleggiati, ei si rimarrebbe come 
la cornacchia di Esopo ». 

Dichiarazione autentica di un uomo, che fu, é vero, soave- 
mente devoto all' amicizia, ma la quale ha un valore indiscuti- 
bile, perchè nessun uomo mai, per modesto eh' egli sia, vorrà leg- 
germente attribuire ad altri quel che è proprio. Certo 1' espres- 
sione è vaga e iperbolica ; ma resta sempre che dei versi, interi 
versi sono dell' abate riminese e non dell' abate bergamasco. 

Ma i critici non la intendono così e non vogliono che sia 
così. Il Mascheroni non è soltanto un forte ingegno ; è anche 
un' anima candida ed austera : e c'è una religione devota alla 
idealità di una vita intemerata, e questa religione ha i suoi apo- 
stoli convinti... Si turberebbe agli sguardi di costoro la figura 
spiritualmente bella di Dafni, strappandogli qualche foglia di 
queir alloro che in Arcadia egli s' è conquistato ? No, nessuno 
ha detto questo, che forse è il vero; ma qualcuno ha detto di 
peggio. Ad esempio, lo Zanella ha ritenuto e affermato che le 
famose parole siano dettate più da sentimento di modestia, che 
da amore di verità, « perchè la mente del Bertola non poteva 
né immaginare, né colorire un così squisito lavoro » (2). Parole 
queste — sia detto con tutta 1' ammirazione che dobbiamo al 
valente critico e delicato poeta — parole che contengono un 

(1) Cit. dal Oaversazzi, Introd. cit., p. 147. 

(2) Zanella. — Salomone Gessner e Aurelio Bertola, in Nuova Antol., 15 
marzo 1882. 



— 118 — 

notevole errore di logica, e un troppo reciso e sconveniente ap- 
prezzamento. Se il graculus «Iella favola (1) si ammanta delle 
penne dogli altri uccelli; e diventa bellissimo tra tutti, egli 

perciò di essere la cornacchia, e perciò si trasmuta nella natura 
degli altri pennuti ? Non si tratta in verità di determinare che 
tutto VInvito sia del Bertola, non si tratta di sostituire, in fronte 
al poemetto, il nome dell' abate cicisbeo a quello dell" abate 
scienziato; ma soltanto di stabilire che una collaborazione effet- 
tivamente vi fu. Ma intanto il tenero poeta, una volta cosi ful- 
minato, con sicura mano, dallo Zanella, avrà anche gli strali 
degli altri critici. 

Sentiamo il Marchesi, un critico acuto ed onesto (2) : « Oh! 
aveva proprio bisogno il M. di farsi dettar dei versi dal Prin- 
cipe degli Affidati? Che aveva egli mai da imparare da lui per 
descrivere cose scientifiche ed in endecasillabi sciolti ? (3). 

E il Caversazzi, più condiscendente: « In realtà al Y>.. nel 
curare la stampa delle due edizioni dell' Invito, pavese e mila- 
nese, dev' essere occorso tutt' al più di limare qualche verso o 
di proporre qualche variazione ». 

Ecco : il primo critico rincalza il giudizio dello Zanella con qual- 
che giunta alla derrata; il secondo afferma ipoteticamente quel 
che pare a lui, e corrobora il suo giudizio con citazioni che mo- 
strano 1' alta stima che il Pindemonte a cui il Mascheroni aveva 
pur scritto della « cornacchia d'Esopo », nutriva del grandis- 
simo ingegno dell'autore dell' Invito, il quale anche lo aveva 
veramente sorpreso e umiliato (4). 

Guai se ci lasciassimo andare a trar argomento dalle gene- 

(1) AìoÓTzov fivùoi, KoAoiòs vai ògveig. 

(2) op. cit. p. 72. 

(3) IL Bertola deve anche purgare il peccato di esser stato Principe d' Ac- 
cademia. Eppure, nel 1793, principe degli Aff. non era il Bertola, ma Alessandro 
Volta, successo ad Elia Giardini, come questo era entrato in luogo del Mascheroni. 

(4) Di questa frase « mi ha umiliato » il Fiammazzo (op. cit. II p. 152) fa assai 
capitale nella sua tesi di cui ci occuperemo ; ma essa non esce dal cerimo- 
niale d' uso. L'impiegava generosamente lo stesso Mascheroni, per tanto meno, 
quando scriveva al suo Fogaccia (8 gennaio 1790) : « Oh quanto è piena di brio 
la vostra ultima; mi umilia ...» (Fiammazzo, II p. 68). 



- 119 — 

roso lodi (1). delle quali quelle anime arcadiche erano larghe di- 
spensatrici (2). Ma volessimo anche trarre da questo scambio 
di cortesie tutto il capitale possibile e cavarne conseguenze, 
forse che il Pindemonte poteva negare la sua ammirazione al 
grandissimo ingegno di Dafni Orobiano, soltanto perchè gli con- 
stava che nell' Invito e' era lo zampino di Ticofllo ? Oh che per 
questo cessava ogni merito del Mascheroni ? E poi che vale ac- 
campare le lodi che il poeta veronese gli rivolse, quando cono- 
sciamo l'opinione precisa che quegli portava sul fatto ? E perchè 
quest' opinione è di capitale importanza sino a nuova documen- 
tazione (che potrebbe essere data soltanto dalla improbabile sco- 
perta dell' autografo originale dell'Inetto), essa merita di esser 
qui ricordata. Il Pindemonte (3) parlando di quel molto che lo 
Spolverini deve alla revisione accuratissima e sensatissima del 
Torelli, aggiungeva: « Servigio simile rendè al Mascheroni il 
Bertola che l'ornò tanto delle sue penne, come lo stesso Ma- 
scheroni a me scrisse ; aggiungendo che se tutti i versi del Ber- 
tola fossero virgoleggiati ... ecc.. Stimeremo noi meno per questo 
V Invito a Lesbia e la Coltivazione del riso ? No : perchè se il 
giovarsi della critica di un amico non fosse un punto alla perfe- 
zione dell' opera necessario, non lo avrebbe Orazio, né dopo lui 

(1) Lodi amplissime non mancarono al Bertola, anche dai più famosi lette- 
rati e poeti, come V. Monti. Vd. Carlo Tonini : La coltura letteraria e scien- 
tifica in Rimini, Rimini 1884, voi. II, pp. 412-424 ; Scotti, op. cit. in Estratto, 
tra 1 Documenti. E schiettamente rispecchia il giudizio che del Bertola facevano 
i dotti dell' Atene lombarda, una lettera di Lazzaro Spallanzani, al conte di 
Wilzech, ricordata in Meni, e Doc. per la St. dell'Un. di P., cit., Ili, p. 361, 
in nota. Ugo Foscolo ebbe calda ammirazione pel B. e a sedici anni gli dedicò 
un'ode afiettuosissima (Tonini, II, 416), e nell' « Ortis » (Rimini, 5 marzo) fa 
che Iacopo ansiosamente cerchi di lui, dal quale non aveva lettere da gran 
tempo. Ma era morto. 

(2) A legger certa lettera del Roveretano, pazze umoristiche lodi toccarono 
alle Poesie Campestri del Pindemonte. Il Vannetti infatti riferiva intorno al 
prezioso libretto, appressandolo al cuore, indi alla bocca e baciandolo, e chia- 
mava il Pind. un Vesuvio ; il Bettinelli lo chiamava un originale di poesia 
patetica dopo Virgilio e il Petrarca, e gridava leggendolo e piangeva ! Vd. 
S. Peri, Ipp. Pindemonte, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1904, p. 103-104. 

(3) I. Pindemonte, Elogi, Altro Elogio del Marchese G. B. Spolverini, 
Milano 1829, voi. II, p. 86. Sta nella Biblioteca scelta d' opere italiane antiche 
e moderile, voi. 233. 



— 120 — 

tanti altri maestri si caldamente raccomandato» (l). Benissimo! 
che insomma ogni età ha usante e venerazioni, e il tributar fede 
al precetto oraziano, può parer più ragionevole che un certo 
diritto che gli scrittori d*-l due e trecento credevano 'li ai 
rispetto all'opera dei loro predecessori (2). 

La lettera del Mascheroni di cui tocca il Pindemonte pare 
perduta; ma è opportuno di aggiungere che abbiamo poro la 
fortuna di conoscerne l'abbozzo. Ne dobbiamo il ritrovamento 
alla paziente' e sagace ricerca del prof. A. Fiarnmazzo ('.'> . il 
quale lo rinvenne nel verso di una carta della collezione bJarca- 
Lurani di cose mascheroniane, stesa sui lembi superiore e in- 
feriore di una lettera dalla parte dell' indirizzo, senza data <4). 
E poiché il benemerito professore, nel pubblicare la detta mi- 
nuta, con abile dialettica, benché, a mio giudizio, non altrettanto 
fortunata, ne cava delle conseguenze ben assolute, credo oppor- 
tuno di qui riprodurla, nell' ordine un po' arbitrario datole dal 
critico : 

(1) Questa revisione a cui persuadeva l'autorità di Orazio, era largamente 
praticata da quei nostri poeti : il Mascheroni la esercitava sulle coserelle del 
conte Fogaccia, la chiedeva e la ricambiava al Bertola. così come questi cor- 
dialmente la scambiava con Licofonte Trezenio, nel suo soggiorno a Napoli. 

Ferfin l'Alfieri, nell' '88, non sdegnò di valersi della cooperazione del cortese 
Pindemonte, che fu la blanchisseuse del cui aiuto si valse a dare l'ultima 
pulitura all'opera sua. (Bertana, Vitt. Alfieri cit., p. 229, testo e nota 1). 
Il Mascheroni sottoponeva facilmente al giudizio critico non sempre illuminato 
dei suoi amici le proprie rime. Vedi come il sonetto suo « Vieni e consola del 
Tesin la sponda » all' inclita Lesbia, fu discusso da D. Gio. Ceroni (Fiammazzo, 
op. cit. p. 169) il quale nutriva speranza che le sue emendazioni trovassero il 
consenso di uomini di ben miglior gusto eh' egli non fosse, e le vedeva accolte 
dall' autore; e vedi come, per volontà dello stesso Dafni, G. Alberghetti, un 
grammatico sgrammaticato, già suo scolaro e collega (ivi, p. 191, 145) tormen- 
tasse con critica minuziosa e pedantesca lo stesso sonetto, non senza ammonire 
il Mascheroni che il far sonetti non è la medesima cosa che il bruttar fogli 
di numeri e di cifre. E potrai ivi vedere che il pazientissimo poeta di Lesbia 
sottoponeva alla critica pretenzionosa e spietata e insulsa dell'Alborghetti un 
verso propostogli dal Ceroni e non mancasse anche di trarne qualche partito 
(ivi, p. 171-172). Ma pare che la miserevole critica Alborghettiana fosse pro- 
verbiata dallo stesso Mascheroni (ivi p. 83). 

(2) G. Vandelli, nel Bull. d. Soc. dantesca it. N. S. VII. 59. 

(3) Op. cit., II, p. 346. 

(4) ivi, p. 345. 



— 121 - 

Per le uccise farfallette, 
Rampognata 
Dalla Fata, 
Melanconica ristette: 
Poi, d'Imene in le catene, 
Si gittò dietro le spalle 
E la fata e le farfalle. 

Or che i vivi tuoi colori 
Agli amori 

L' hanno resa cara tanto, 
Dell'antica sua rapina 
Clementina si dà vanto. 

Così scrive il mio dolce maestro Bertola. Ei così va bramando il 
Petrarca in uno stile, che ne toglie il desiderio agli altri. 
Sojjra V antecedente sonetto di Bertola Problema del suo scolaro Dafni: 
Se chi così scrive ecciti in altri il suo desiderio del Petrarca, o lo 
tolga. Soluzione: lo toglie. La dimostrazione sta nella bellezza del so- 
netto : 

Sopra la Clementina del Chiarisse cav. Pindemonte. 

Or che dirò io del paragrafo tanto lusinghiero di lettera di V. E., 
che mi giunge trascritto dalla gentilezza dell' immortai Bettinelli? 
Sarei tentato di diventarne un sot per la superbia. Ma anche di 
questa avrebbe la colpa Bertola, che mi ha tanto ornaro delle sue 
penne. Se i miei versi sciolti fossero virgoleggiati, rimarrei la Cor- 
nacchia d'Esopo. Io che so come mi stia, sto umile e ringrazio V. E. 
che, lodando quel di Bertola, dia a me occasione preziosa di signi- 
ficarle 1' antica mia sincera ammirazione, che non adombrerei abba- 
stanza in un poema. Or che sarà in un epigramma? 

È duopo che il lettore sia informato del pensiero del prof. 
Fiammazzo. Egli mostra (pag. 348j documentalmente che il 
Mascheroni si trovava a Milano il 29 giugno del 1793. e che 
pei consigli del prof. Mussi ritornò a Pavia e vi rimase fino 
al 6 luglio, passando poi tosto ad Arona con lo stesso Mussi, di 
cui fu ospite; e ricorda altresì che il Bertola, di quel tempo, 
era a Milano, certo dal 26 giugno, quando scriveva al Pinde- 
monte, dicendogli di aver ricevuto dal Bettinelli copia della bella 



- 122 - 

lettera dal Pindemontc scrittagli intorno a L'Invito, <■ ci* 
proponeva 'li restarvi fino a tutto luglio, « interrompendo però 

quel riposo con due o tre gite a Pavia ». Qui il Fiamm 
argomenta che il Mascheroni, il quale proprio allora intorno 
al 20 giugno) aveva avuto il paragrafo per lui lusinghiero della 
lettera ili Ippolito, trascritto dal Bettinelli, volesse esprimere 
al cavalieri' veronese la piena della propria gratitudine ; e cioè 
sotto un sonetto, a noi ignoto, del Bertela intorno alla Clementina 
p indemo ntiana, già pronto per essere spedito a Verona, stendi 
il biglietto sopra riferito, il quale è tutt'un innodello « scolaro 
Dafni » al « dolce maestro l'ertola >> cui il Mascheroni do. 
il coro di lodi, già venutogli, per VInvito, da molti amici e ammi- 
ratori, in quanto da lui era stato indotto a dare in luce il poe 
metto. « E là, dove un nuovo « stampatore » s' era offerto e 
già accinto a riprodurre prontamente, cioè due mesi dopo la 
prima edizione, « questo elegantissimo Poemetto... »; là, dove 
rimaneva a curar la nuova ristampa, nel sollione milanese, il 
banditore e zelatore della fama di lui, che andava invece a 
godere le brezze del Lago Maggiore, poteva il Mascheroni scriver 
diverso da quello che nel biglietto qui prima offerto? No, chi 
conosca quel suo gran cuore, evidentemente no! » 

Né si accontenta il Fiammazzo di spiegare così a suo modo 
la genesi della lettera del Mascheroni, inno ambrosiano - egli 
dice — nuovo pel Bertola ; egli concia per le feste il povero 
banditore e zelatore della fama dell'amico, e non esita ad affer- 
mare che il Bertola « si sia lasciato, in una propria lettera, 
tanto ampollosamente esaltare » (1). 

(1) Ci sorprende che amor di tesi spinga un rispettabile critico ad esser, più che 
severo, ingiusto, verso chi pure si meritò tutta la gratitudine del poeta di Lesbia; 
ingiusto, dico, sino al punto da scrivere che quel gran cuore del Mascheroni 
che, a sentir il Fiammazzo, scriveva sotto l'impulso di una traboccante gratitudine, 
« cogliesse argutamente 1' occasione per mostrare al maestro che a celebrare 
i pregi, o, meglio, le buone intenzioni, dell' innocente Clementina, un sonetto 
— anche più che petrarchesco — par soverchio, e valgan meglio due lievi 
strofette, due sole pennellate ». Riconoscente e sconoscente, modesto e pre- 
suntuoso Dafni ! diremo noi, se questi non fosse visibilmente calunniato dal 
critico, il quale pronuncia un giudizio che suppone un confronto éon un so- 
netto che non conosciamo, perchè è introvabile, e forse — anzi, direi certo — 
non fu scritto mai. 



- 123 - 

La conclusione del Fiammazzo è che la confessione del Ma- 
scheroni non sia più che un parallelo retorico, e che « chi 
dettava, in ogni modo, quella disgraziata prosa [della lettera di 
presentazione dell' Invito], non poteva aggiunger grazie ai versi 
che la seguono ». 



Se io dovessi ammettere per dimostrato un momento quello 
che il Fiammazzo espone e se dovessi davvero figurarmi il Ma- 
scheroni col cuore traboccante di gratitudine pel dolce maestro, 
unicamente perchè questi l'aveva indotto a dare in luce il poemetto, 
che gli dava gloria, e perchè si accingeva a curarne l'edizione 
nel sollione, là, di Milano. — rifletterei bene che il modestissimo 
Dafni avrebbe potuto mostrare la sua gratitudine in qualunque 
più squisita forma che da un animo commosso può essere ispi- 
rata, e anche con le lodi più generose, ma non mai con una 
dichiarazione che, intesa pure come una amplificazione retorica, 

[ lo spogliava di parte della sua gloria; mentre giudicherei ad- 
dirittura ripugnante alla natura dei due amici ciò che il Fiam- 
mazzo crede, cioè che il Mascheroni si acconciasse ad attribuire 
al Bertola quel che era esclusivamente suo, e che il riminese, in 
appendice ad una lettera sua, tollerasse di vedersi esaltato con 
lodi e asserzioni del tutto difformi dal vero. 

Ma e' è dell'altro. Di tutto l'artificioso edificio che il Fiam- 
mazzo costruisce intorno alla questione, noi non possiamo trovar 
buono che un punto solo, e nel rilevarlo intendiamo di far 
omaggio non solo alla diligenza del Fiammazzo nel giovarsi di 
ogni più sottile argomento, ma anche alla sua lealtà di studioso. 
Intendo di alludere all' osservazione da lui fatta, che la carta su 
cui fu stesa la famosa minuta « venne tagliata da una let- 
tera di Giovanni Alberici, scritta a Bergamo li 12 giugno 1793 » 

; (p. 350). Osservo che questa è la data a quo, quando vi si ag- 
giunga un paio di giorni per l' indugio postale, data, dico, prima 
della quale non può essere stata scritta la minuta mascheroniana. 
Il resto è arbitrario, tanto più che l'argomentazione si aggira in- 
torno a una minuta di lettera non solo senza data, ma i cui 
elementi potrebbero appartenere a due diversi componimenti, e 









— 124 — 

del cui ordine a ogni modo non è possibili sicuri, per 

essere scritta su duo lombi: e infine perchè è mancante del fa- 
moso sonetto del licitola (!). 

Il Fi ara mazzo stabilisco clic il biglietto che chiameremo della 
cornacchia sia stato vergato tra il giugno e il luglio 1793, e 
precisamente « sia quando, alla fine di giugno, il Mascheroni 
fu per un breve soggiorno a Milano [certo vi fu il 29 giugno], sia 
quando, poco dopo il 6 luglio, passò di quivi col Mussi diretto 
ad Arona ». 

Noi non possiamo accettare queste date, e non soltanto perchè 
nell'avvertenza premessa all'Invito (edizione principe si dice 
che un nuovo stampatore (il Galeazzi) s'era offerto a riprodurre 

(I) Che vi sia dell' arbitrio nella disposizione data dal Fiam mazzo ai lacerti 
della minuta, ben è provato dal fatto che il Caversazzi (Poesie e Prose cit., 
pp. 198-200, in una Giunta a una nota della p. 14?) ragionando del documento, 
dà altra disposizione alle sue parti. Particolarmente, dopo le parole : « La 
dimostrazione sta nella bellezza del sonetto », egli segna punto e non due 
punti, e aggiunge: « Qui. pensando di far seguire un proprio epigramma sul 
medesimo soggetto, (il Mascheroni) cominciava : 

Sopra la Clementina del Chiarissimo cav. Pindemonle 

Ma cancellava tosto e premetteva : « Or che dirò. ... ». La quale punteggia- 
tura e la quale ricostruzione — a rigore — tolgono fondamento alla notizia 
che il Bertola abbia mai composto un sonetto propriamente sulla Clementina 
pindemontiana, benché anche il Caversazzi non se ne accorga. Basti a noi 
affermare eh' egli compose un sonetto in cui bramava il Petrarca e pel 
quale toglieva ad altri il desiderio di lui. L" epigramma « Per le uccise Caval- 
lette » é posto dal Caversazzi al fine della lettera. Or noi sappiamo da Dome- 
nico Paolucci, che fu vicesegretario del Comune di Rimini, che il Bertola negli 
ultimi anni di vita prese ad imitare il poeta di Laura « facendone prova di- 
versi sonetti fra i quali uno in morte di Morgagni, altro a Jacopo di Bonfadio, 
altro per S. Cecilia, cinque al Sepolcro del Petrarca, e diversi amorosi i quali 
non la cedono a quelli del Petrarca stesso. . ». (Vd. Paolucci Domenico, Bio- 
grafia di Aurelio De Giorgi Bertola, in Biografia e ritratti di uomini illustri 
romagnoli, Fase. 22, pubbl. per cura di A. Hercolani, Forlì, 1834, p. 83-100. E 
vd. queste rime di sapore petrarchesco nel cit. Parnaso degli italiani viventi, 
Pisa, 1798, voli. 8-10). Anzi di alcuni sonetti che il poeta intitolò Al Sepolcro 
del Petrarca, o. meglio, al Petrarca, posso con quasi totale sicurezza asseve- 
rerà, benché nessuna didascalia lo dica, che sian stati dettati in Pavia. Nel 
secondo, per esempio, (« Poi che mi tien sì ferma stella in bando »; il 



— 125 — 

prontamente il poemetto; non soltanto perchè il Bertela, nella 
lettera al Pindemonte dei 26 giugno, parla di un soggiorno di 
riposo in Milano e non già di soggiorno dedicato a fatiche, lievi 
o gravi, e sia pure per gli amici (e al postutto per corregger le 
bozze di stampa di 529 versi non c'è bisogno di piantarsi in 
Milano più di 3") giorni sotto il sollione); ma perchè si rileva 
dalla lettera del Bertola dei 26 giugno 1793, anche senza tormen- 
tarla gran che, si rileva che il dolce Aurelio a quella data aveva 
già ricevuto dal Bettinelli copia della bella lettera del Pinde- 
monte intorno all' Invito (Fiammazzo p. 348), e si desume anche 
che il Bertola chiedeva ad Ippolito se gli fosse giunto il pacco 
affidato alla Co : Grismondi, contenente copie del poemetto pel 
Pindemonte stesso, per la Bettina Marin, per la Mosconi, per 
Vannetti. Adunque se il Pindemonte già da parecchi giorni aveva 
pronunciato il suo giudizio sull'Invito, evidentemente in base 
all' edizione di Pavia, in quanto di questo giudizio già era ar- 
; rivato l'eco in Pavia pel tramite del' Bettinelli; e se ai 26 di 
giugno il Bertola, che già aveva letto il giudizio pindemontiano, 
chiedeva al cavalier veronese se avesse ricevuto il pacco conte- 
poeta, lontano dalle terre veneta — dove posa il frale del cantore di Laura 
e dove splendono i bei rai di Isabella — va cosi parlando al Petrarca: 

Da questo eletto albergo e memorando, 
Al quale altra fortuna, altra sembianza 
Han dato gli anni, e dove amica stanza 
Avesti un tempo. . . . 

E non più dubiterei che 1' amica stanza sia quella concessa dal Visconte al 
Petrarca, leggendo il terzo dei sonetti, col manifesto accenno a Pavia e al tur- 
rito castello : 

hi queste valli paludose ed ime 

Quattro secoli e più, traesti 1' ore ; 

Queste, quest'aure ha pur vestite Amore 

De' sospir novi di tue dolci rime. 
Io del palagio alle torrite cime 

Le ciglia intendo, e sulle ciglia il core; 

Poi dico errando : il mio divin Cantore 

Orma segnò dove la mia s' imprime. 

Ad assicurarci che le valli paludose ed ime alludano a Pavia, giova il ri- 
.cordare V umide ticinie valli della bertoliana ode Partendo da Posilipo : 
« Addio beato margine » ; e ci giova pur affermare che quei sonetti petrar- 
cheschi le terzine e in ispecie del son. « In queste valli », molto bene spie- 
gheranno al lettore il significato specifico — e non vago — della frase del 
Mascheroni : ei va bramando il Petrarca. 



— 



nente altro copie dell' Invito per lui e per alti-i. è evidente eoe 
il pacco in parola conteneva copie dell'edizione di Milano. Sup- 
pongo che gli esemplari della nuova edizione saranno stati im- 
mediatamente spediti alla Lesbia, e poi gentile tramite di qui 
ad Ippolito, alla dama veronese, alla Staél veneziana, al Van- 
netti : ma, contato il tempo che potè importare la trasmissione 
a Paolina, e poi da questa al Pindemonte, ci è duopo riportare 
l'edizione alcuni giorni indietro, non dopo il venti giugno. 

Questa semplice osservazione già deve mettere in guardia 
contro certe ricostruzioni e certe genesi arrischiate, che cosi 
cade ogni valore della bella antitesi retorica tra il sollione di 
Milano e le brezze del Lago Maggiore, diminuisce di gran lunga 
il coro di lodi già toccate al buon Dafni e per le quali egli 
avrebbe sentito un certo orgoglio, generatore di gratitudine v 
il Bertola, riducendosi esse lodi a quelle, ambite certo, del padre 
Soave, di I. Pindemonte, e di quell'abate L[orenzo] Zfenoni] del 
Collegio germanico di Pavia, il quale, ai 13 giugno, adempiendo 
al dovere di incensarlo (1), consigliava il Mascheroni in un po- 
scritto: « Se avete da stampare altre cosette non fatevi fare pream- 
boli da Ticofllo. È stato trovato da tutti snervato e senza nulla di 
buono ». Grave peso dà il Fiammazzo al giudizio di questo abate 
Zenoni, ed egli pure chiama disgraziato quel preambolo (2). 
Ma qual conto facesse invece il buon Mascheroni del giudizio 
zenoniano e del suo autore, il quale in Pavia era famoso per 
far incetta di rime e per farle correre, essendo il Bidello (3), 
si può arguirlo dal fatto che egli, scrivendo al Pindemonte, come 
io credo, nel torno di tempo in cui ricevette la lettera dello Ze- 
noni, fece del Bertola quell'elogio che noi sappiamo e che pare 
al Fiammazzo un' ampollosa esaltazione (p. 352). Ma anche è da 

(1) Fiammazzo, op. cit. p. 192. 

(2) ivi, p. 153. 

(3) Fiammazzo, op. cit. p. 22. Lettera del Mascheroni 2 die. 178" al conte 
Fogaccia. Di un sonetto del conte orobico dice il Masch. : « l'Ab. Zenoni su- 
bito che T ebbe udito mi chiese che glielo dettassi, e 1' avrà fatto correre al 
suo solito essendo il Bidello. (A tal proposito questo bidello non m'ha ancora 
pagato) ». 



— 127 — 

supporsi che quella disgraziata prefazione debba aver avuto l'ap- 
provazione del Mascheroni prima di vedere la luce ; e, eli più, 
si deve credere che alcune idee siano state ispirate da Dafni 
stesso, se esse coincidono con sentimenti da lui espressi al Bet- 
tinelli in una lettera dei lfi aprile, che più non possediamo, ma 
il cui contenuto possiamo rilevare dalla risposta di Diodoro 
a noi giunta (1). 

Eppoi quella prefazione è tutt' altro che sciagurata, come 
pretende il Fiammazzo. È quel che poteva e doveva essere una 
lettera d'omaggio. Ci sono bene le tracce di quella preziosità 
che era, in verità, del Bertola, ma che era cara anche al suo 
scolaro Dafni; c'è la tendenza alla lode informa di sottile epi- 
gramma, di cui si può vedere un modello nella lettera stessa 
del Mascheroni ad Ippolito; c'è il pensiero di mostrare che con- 
fluiscano nell'omaggio alla divina gli uomini più famosi del 
tempo e stretti da soave amicizia: col Mascheroni il Bettinelli 
che pigliava Lesbia giudice e fautrice di Lettere e di Epigrammi, 
il Pindemonte che le intitolava 1' Ulisse, il Vannetti che le de- 
dicava le Rime del Tartarotti, il Bertola stesso, che chiudeva 
esclamando : « Or mirate quale specie di squisita armonia d' in- 
gegni, di affetti, di voleri, di omaggi ! Se non che duolmi che 
tutti si accorgeranno come venga in parte turbata, mio malgrado, 
da me che l'ho cerca ». 

(I) Scriveva l'eccellente autore al Mascheroni in data 25 aprile '93 da Man- 
tova, quando già V Invito era pubblicato da cinque giorni, ma non era an- 
cora noto a lui : « La sola sua modestia, che dà 1' ultima mano alla fama e 
alle opere, potea farle pensare, ch'io fossi maestro di tal discepolo, perché son 
vecchio, e scrivea quand' ella balbettava. Oh che quella puerizia da cui uscì 
un chiarissimo letterato é preziosa agli occhi miei ! ». 

Il Mascheroni adunque nel sottoporre all' immortale una raccolta di com- 
ponimenti dell* amico Giuseppe Calvi, per averne un giudizio, si era profes- 
sato discepolo di un tanto maestro, sin dalla puerizia, sin da quando balbet- 
tava. Non altrimenti nella lettera di dedica all' Invito, scritta, notisi bene, 
in quei giorni, si legge : « Dolce e pellegrina lusinga vi andrà per 1' animo, 
raffigurando qui entro quei germi, i quali deboli un giorno e mal sicuri, mercè 
la cultura vostra principalmente divennero gagliardi e fecondi ». Vd. Fiam- 
mazzo, op. ci t. p. 181. La data della lettera di proposta del Mascheroni al Bet- 
tinelli, risulta dalla stessa lettera bettinelliana. 



— 128 - 

Tirando le somme, a me pare di poter concludere che la 
lèttera del Mascheroni al Pindemonte, con le lodi del Bettola, 

sia stata scritta non già da Milano alla fino di giugno, poco 
dopo il sei luglio; ma probabilmente da Pavia, dopo d 12 giugno, 
quando il Mascheroni fu in possesso del paragrafo lusinghiero 

pindemontiano che dovetti; giungergli in quei giorni, e della 
ricordata lettera di Giovanni Alberici, sul verso della quale 
tracciò la sua minuta, e probabilmente intorno al 14 o il 15: natu- 
ralissimo che si servisse, per la minuta, di un foglio che aveva ap- 
pena ricevuto, e che però non aveva ancora riposto, egli che 
era ordinalissimo e che conservava tutto 1 . 

Opportuno è osservale che la frase dei « versi virgoleggiati » 
e « della cornacchia d'Esopo » cosi come ci è conservata nel- 
l'abbozzo del Mascheroni, è alquanto diversa dalla lezione data 
dal Pindemonte nel citato Elogio di G. B. Spolverini. Ma noi 
non consentiamo col Caversazzi quando (2) crede di poter inter- 
pretare che «la lezione pindemontiana dica che neh" Invito vi 
siano versi del Bertola e lasci intendere che siano i più e i 
migliori »: e che quella autentica lasci capire « che versi limati 
dal Bertola vi sono, ma sono i meno, benché siano i migliori ». 
Le due lezioni si equivalgono, a mio credere, perchè né l'una 
né l'altra contengono una determinazione quantitativa, ma sol- 
tanto pongono una differenza di grado di merito : Virgoleggiate, 
dice una lezione, i versi del Bertola, e io rimarrò come rimase 
la cornacchia quando le furono strappate le penne di cui s'era 
ammantata, cioè brutto come prima; virgoleggiate i miei versi, 
dice l'altra, e voi mi vedrete brutto, brutto come rimase brutta 
la cornacchia di Esopo : l' esimia bellezza che voi lodate, sta 
nelle penne di cui m'ha tanto ornato il mio dolce maestro 
Bertola. 

Nessuno più di me è persuaso che qui olezzi la modestia 

(ì) Né importa che il Bertola rispondesse al Pindemonte soltanto il 26, 
mentre é più naturale che il Mascheroni, direttamente commosso dall'elogio, 
rispondesse più tosto al Pindemonte, a cui aveva occasione di significare « per 
la prima volta la sua ammirazione ». 

(2) Caversazzi. — op. cit., p. 199. 



— 129 - 

ond' era a tutti caro il Mascheroni ; che qui brilli il caro senti- 
mento dell'amicizia e dell'ammirazione, come poteva insediarsi 
in quel suo gran cuore. 

Dirò di più : un po' caricatamente si atteggia qui quella com- 
plimentosità, che è connaturata a quelle nostre figure del sette- 
cento, e che ci fa pensare a quel che di grazioso, ma anche di 
lezioso, era nei loro inchini, nel loro baciamano e nel loro ba- 
ciabasso. Ma con tutto questo, se il Mascheroni sentiva o cre- 
deva dover tutto al Bertola (1), e fama poetica e lodi altrui, 
gli è che una modestia ragionevole gli permetteva di distinguere 
il mio dal tuo, gli dava una giusta idea del suo valore, gli 
imponeva di non incedere ammantato « di penne di paone » (2), 
come un uccello di strane guise. 

Ora noi sappiamo che il Mascheroni e il Bertola vissero in 
un* affettuosa, lunga consuetudine di vita (3), sappiamo dei due 
l'ideale comunione di pensiero, conosciamo l'alta stima che il 
M. faceva del leggiadro poeta riminese, principe senza contrasti 
di quella nostra società poetica che pendeva all' ambito giudizio 
del bel labbro bertoliano, sappiamo che le due edizioni dell' In- 
vito del '93 furono curate dal B., che di quest'ultimo sono pro- 
babilmente le note aggiunte, e che però egli diceva che gli sem- 
brava di fare nei versi dell' Invito la figura di primo ministro (4). 
E negheremo fede all' autentica e candida dichiarazione del poeta 
di Lesbia, giunta a noi pel tramite del buon cavaliere cauto e 
posato, giunta a noi nella minuta stessa dell'A. ? Certo se a questa 
confessione noi crediamo, la fama poetica del Mascheroni si ri- 

(1; Fiammazzo. nel n.° cit. del Fanfulla della Domenica. 

(2) La favola della comiglia che si veste delle penne altrui trova ben altri 
riscontri in letteratura, a cominciare da Bonaggiunta da Lucca, che si vestì le 
penne del Notaro, come suona l'accusa nel son. di Chiaro Davanzati o di M. 
Francesco da Firenze, che coni. « Di penne di paone e d'altre assai ». 

(3) Fiammazzo, op. cit. pag. 33, 59, 60, 71. Bertola tuus meusque, diceva Ce- 
sare Montalti del riminese, volgendosi al Mascheroni. Vd. Poesie e prose il. e 
lai. cit., p. 391, nota del Caversazzi. 

(4) Lettera del Bertola al Pindemonte, da Milano 26 giugno 1793, in Lettere 
inedite di Aurelio Bertola ad Ippolito. Pindemonte, Verona, Civetti, 1880, p. 8, 
pubblicate da G. Biadego, per nozze Simeoni-Pagan. 



— 180 — 

duco a proporzioni più modeste: più modeste, ma più gitisi 

più consone a quello che nelle altre rune si manifesta. E OSO 
dire che con la verità acquisti rilievo 1" affettuosa amicizia di 
ipici due colti ingegni. Il patetico e lacrimoso 'l abate che, ri- 
cordiamolo, aveva avuto la ventura di consolare la Lesbia quasi 
quarantenne e desolata nella frigida vita coniugale, e che pertanto 
era stimolato, oltre che dall'amicizia, dal dolce ricordo di idealità 
d'amore (2), infuse ne' versi mascheroniani un po' della sua 
estasi poetica; e il buono e fido Mascheroni cordialmente lo ri- 
cambiò poco più tardi, e fu « la mano cortese del pari che illustre, 
la quale si compiacque di riordinare e ripulire il manoscritto » 
del Viaggio sul Reno, quando il Bertola, con modestia il cui pro- 
fumo io non m'acconcio a rapire al Mascheroni, stimava « dolce 

(h Lagrimoso era, ma va escluso dell'aggettivo ogni sottinteso retorico. 

11 B. aveva un'affettività delicatissima, una tempra patetica : una visita a Sor- 
rento (vd. la sua lettera campestre a Donna Caterina Castiglioni) gli strappa 
le lagrime : 

Piansi, e baciai (re volte 

Le sacre mura, e il pavimento dove 
Le prime aure di vita 
Torquato respirò; 

una lettera del Pindemonte annunciategli la morte del Vannetti, che tra l'altro 
gli aveva mosso non al tutto giuste critiche, lo trae a piangere sconsolatamente; 
pei dolori, i ricordi, le voluttà presenti d' amore versa laghi di lagrime (sonetti 
amorosi); la vista delle rovine del castello di Schonburg, che parlano di ester- 
mini bellici, gli suggerisce la riflessione che 1' uomo sensibile studioso del pas- 
sato potrebbe sul Reno, dove siffatti segni di ruine sono enormi, andar rintrac- 
ciando i luoghi ove le armi han recato la strage e l'orrore, « e bagnerebbe 
più d'una volta il libro di lagrime». (Vd. Viaggio sul Reno, lett. XV, seconda 
edizione, voi. 45 della Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne, 
Milano, Silvestri, 1817, p. 75). E che il B. avesse « bel cuore veramente, aperto 
ai più nobili affetti » consente F. Flamini, op. cit. p. 23. 

(2) Che il Bertola serbasse grata rimembranza di un breve passato in cui 
Lesbia cacciò dal di lui cuore la Bettina Mosconi, mostrano i versetti che egli 
poneva in fronte al libro delle sue nuove Favole (T788), offrendole alla poe- 
tessa orobica: « Volgi o Lesbia, alla mia prole — Un' occhiata lusinghiera — 
E farai come fa il sole — Sulla nube anche più nera » (Maes, op. cit., p. 127). 



— 131 - 

e onorato di pigliar fama da un tanto letterato » (1). Quanto era 
nel vero il Pindemonte nel suo secondo elogio dello Spolverini, 
quando, a proposito di questo e del Mascheroni, giudicava che 
il giovarsi della critica di un amico fosse un punto necessario 
alla perfezione dell' opera ! 

C è, è vero, la nota lettcruccia del Mascheroni al Bertola, la 
quale dice testualmente : « vi prego, se però vi parrà bene di 
farlo, di far cangiare ne' versi miei aggiunti nella botanica il 
verso che dice sul fine 

al sol si volge 
così : 

al sol si gira, 

non solo perchè par meglio, ma anche perchè è la stessa espres- 
sione del Poliziano: « Si gira Clizia pallidetta al sole » (2), e 
non so come io l'abbia cangiato avendo pur in vista quel verso. 
Ma il tutto a vostro arbitrio ...» (3). 

Lo Scotti non ricamò nulla sopra queste righe: e forse fece 

(1) Vd. la dedica alla Nobil Donna la Signora Marchesa Orintia Sacrati, 
premessa alla prima edizione del Viaggio sul Reno (1795) e riportata nella se- 
conda impressione citata. Che il tanto letterato fosse il Mascheroni, si apprende 
da una lettera del Bertola al Mascheroni, da Rimini 9 giugno 1795, cit. dal 
Cayersazzi, Introduzione cit., p. 147, nella quale affermava di « essersi preso 
la libertà di accennare all' amorevole fatica » mascheroniana. 

(2) Stame di Messer Angelo Poliziano cominciate per la giostra del Ma- 
gnifico Giuliano di Piero de' Medici, St. 79, v. 6. 

(3) G. Scotti, op. cit. in Estratto, p. 82, Doc. D.; e vd.: Poesie e prose 
di L. M. cit. p. 184, in nota. La lettera è tolta dal ms. autografo già esi- 
stente presso il conte Cesare Battaglini di Rimini, e ora, credo, nella biblio- 
teca storica romagnola Piancastelli a Fusignano. S' intende che la data del 
bigliettino della Clizia non è « di verso il 10 luglio » come argomenta il 
Fiammazzo (Fanfulla della Domenica, 28 giugno 1903), né da Milano. Esso do- 
vette essere stato scritto probabilmente da Pavia nella seconda decade di 
giugno, in un giorno in cui il Bertola si disponeva a partire per Milano, o 
già vi si trovava, per far le ultime correzioni alla stampa dell* hivito, che già 
era tutta composta, come ci dice la frase « vi prego ... di far cangiare nei 
versi miei ... ». 






- 132 -- 

bene. Ma il Bertana a proposito della ricordata variante dei 
versi 4S8-48'.J, fa riflettere che « so il M. pensava a introdurre 
simili sottili finezze di stile, par dunque più ovvio concludere 

ohe i propri versi fosse anche in grado di farseli » (1). Ora 
nessuno vorrà negare che il M. avesse finezza di gusto, che 
sapesse fare uno studio intelligente dei sommi artisti della parola, 
e ne traesse lume di proprietà e di efficacia: il che è ben più 
che il constatare ch'egli sapesse apprezzare la maggior proprietà 
ed evidenza di una frase del Poliziano, rispetto a un' altra da 
lui usata per una svista, nell' espressione di un concetto che già 
originariamente pare gli fosse ispirato da un passo dello stesso 
Ambrogini, come mostrano le parole della lettera : « e non so 
com' io l'abbia cangiato avendo pur in vista quel verso » 2 . 
Via, se il Mascheroni non fosse stato in grado di comprendere 
simile finezza che pure è alla portata di qualunque intelligente 
scolare liceale, avrebbe avuto ben altro bisogno che di consigli 
e suggerimenti e ritocchi di versi o passi: ma tutto l'Invito 
gli sarebbe convenuto ripetere dall'opera altrui. Ora, poiché siamo 
in via di sottigliezze, sia concesso anche a me di farne, mettendo 
allo strettoio quella letterina. Perchè il M., parlando dell' Invito, 
che era opera sua — questo non si può contrastare in massima 
— e riferendosi alla Botanica che ne era una parte, dice : i versi 
miei ? Quel possessivo, non necessario, può far pensare che altri 
versi non fossero precisamente suoi. E ancora : il M. dice « ne' 
versi miei aggiunti nella botanica... sul fine ». Sul fine di che? 
Del poemetto no, perchè alla variante della « Clizia amorosa » 
segue ancora una quarantina di versi ; della Botanica neppure, 

([) G. St. d. leu. it. 50, p. 320, in nota. 

(2) Probabile che il verso del Poliziano sia stato suggerito a Dafni dallo 
stesso Ticofìlo, il quale fece profittevole lettura delle Stanze di Angiolo Am- 
brogini. Infatti nel Primo Pittore (1792) appare assai larga 1' imitazione del 
poeta di Montepulciano, e nella strofe 17* del canto IV ricorre, con altre 
imagini di sicura fonte poli/.ianesca, il verso « Là in sen pinta ha il giacinto la 
sua doglia », verso che, salvo lievi varianti, è tolto alle Staine e, vedi combi- 
nazione, proprio a quella settantanovesima strofa (v. 4 « Descritto ha il suo 
dolor Iacinto in grembo ») <ia cui fu tolta 1' imagine della Clizia che si gira 
al sole. 






— 133 — 

press' a poco per la stessa ragione. Dunque sarebbe da intendere 
sul (ine de' versi suoi, in antitesi con altri che sarebbero stati 
del Bertola ? Può ben essere, benché non mi sfugga che quel 
miei può esser messo lì oziosamente, e queir espressione « sul 
fine » possa significare né « sul fine del poemetto », né della 
Botanica, né dei versi suoi in contrapposto con versi d'altri, 
ma sul fine dei versi aggiunti (480-490), il che, per combi- 
nazione, o per precisa intenzione del M., vien a coincidere con 
la realtà. 

Per questo io dicevo che forse era preferibile lasciare in 
pace quella letterina e non farle dire più di quel che non voglia. 

Quanto all'insufficienza del sentimentale Aurelio a immagi- 
nare e colorire lo squisito Invito, e specialmente a descrivere 
cose scientifiche e in endecassillabi sciolti, è cosa da discorrerne 
brevemente. E prima di tutto è da ritenere che il Bertola fosse 
tutt' altro che incompetente in fatto di scienza, il che altri ha 
messo in evidenza (1), ed è provato un po' anche dalle note da 
lui aggiunte alle edizioni pavese e milanese del poemetto. 
Che poi egli non abbia poetato mai in isciolti, non par esatto, 
perchè egli se ne servì largamente nella traduzione degli Idilli 
di Gesner, de Le quattro età della donna dello Zaccariae, del- 
l' Iddio Pescatorio di Kleist. . . . ; non usò invece lo sciolto nello 
poesie originali, ed in ciò ebbe torto, perchè é da pensare che 

(1) Lo Scotti, op. cit. p. 189 (Pensiero italiano, voi. 18, 1896) dice che il 
Bertola si dava, oltre al resto, a severi studi di scienze naturali, specialmente 
di geologia. Infatti buon saggio di cognizioni geologiche egli offre nel suo 
Viaggio sul Reno, benché egli vi si proponesse, come dichiara nella lettera I, 
di dare qualche cenno, atto non già a soddisfare, ma a solleticare vieppiù 1' ap- 
petito dei naturalisti. Vd. particolarmente la lettera XXXIV (p. 174 ss. della 
edizione seconda cit.), la lett. XLI (ed. cit. p. 210 e ss.), e passim : 1. IV, 
p. 24-26, 1. XXVI, p. 133; 1. XLII, p. 216; XLIII, p. 222, ecc. In genere 
poi è da ritenere che in tutta l'operetta ottimamente si concili lo scopo 
artistico coi caratteri più prettamente scientifici. 

E per la cronologia ricorderò che il viaggio sul Reno, compiuto nel 
settembre 1787, descritto allora in forma di lettere alla marchesa Olintia 
Sacrati nata Romagnoli, e pubblicato poi nella sua interezza per l'Albertini 
a Rimini nel 1795, prima di questa data era però uscite parzialmente (Lettere 



— 134 — 

L'USO dello sciolto gli avrebbe consentito di avvicinarsi a quella 
perfezione che ostacoli di varia natura gli tolsero di raggiun- 
gere. 

Certo io credo che Ticofilo non avrebbe saputo da sé con- 
durre a termine l'Invito: che egli fu un'individualità poetica 
sui generis, ehe s'accendeva di viva, ma circoscritta passionalità: 
di sensibilità senza pari, ma che si eccitava essenzialmente 
per obietti soavi e morbidi: era pittore di delicate immagini. 
Di lui diceva Isabella Teotochi Albrizzi [1) : «si direbbe che la 
natura far volle, ed a mezzo lavoro si pentì, un uomo perfetto » : 
e questo pentimento di madre natura si ripercuote nelle poi 
del figlio, onde non senza ragione scriveva di lui il Carrer: 
« Chi vuole trovare ad ogni patto in un libro la massima esat- 
tezza nell'uso de' vocaboli, la massima diligenza nella struttura 
dei versi. . . chiuda il libro » (2). 11 che con più preciso giu- 
dizio è consentito da V. A. Arullani, quando rileva che nel B. 
« molte strofe son gioielli; ma la soverchia lunghezza delle 
odi impedisce ad un' intera di essere perfetta » (3). C è neh' abate 
prezioso un po' la natura dell'improvvisatore, ma di un'improv- 
visatore possente che ispirava alla Teotochi le parole : « se im- 
provvisa giuri studiata la poesia che ti canta; ma se a can- 
tar lo vedi, credi anzi, che in quel punto il Dio dei versi lo 
animi, lo riscaldi, lo ispiri » (4). 

l-V) nella Biblioteca fisica d' Europa di L. Brugnatelli, nel torno XV (iella 
collezione, primo semestre del 1790, parte terza, Pavia, S. Salvatore, pp. 81-Ì20, 
eolla 'seguente avvertenza: «Questo viaggio già annunziato in vari giornali 
d' Italia e d' oltremonte, e che esce ora alle stampe la prima volta, è dell'au- 
tore dell' Elogio di Gessner. Se ne darà la continuazione nei tomi seguenti 
G. E) ». Ma la rivista la quale aveva carattere prettamente scientifico e acco- 
glieva gli scritti dei più illustri fisici, come Alessandro Volta, fini col 1791. 
— Circa il momento della composizione del Viaggio sul Reno, vd. Fiammazzo, 
op. cit. II, p. 59, in lettera del Mascheroni al co. Fogaccia 9 marso 1787. 

(1) Ritratti, Ritratto XV. 

(2) Carrer. — Prefazione alle scelte poesie Uriche italiane, Padova, Mi- 
nerva, 1826. 

(3) Lirica e lirici nel settecento, cit., Torino, Clausen 1893, pp. 283-289. 

(4) Op. cit. 



- 135 — 

Sennonché a questo « — cantor di gelide fontane e pratei 
morbidi >>, a questo delicato vate a tenui cose nato (1), a questo 
precursore della scuola verista che trasse dalla contemplazione 
lei bel corpo di neve e delle luci avide che vibrano scintille 
l'amore, versi luminosi e belli per armonia e verità di passione, 
mancava l'impeccabilità della forma, l' egualità di perfezione, gli 
mancava sopratutto la sobrietà, che è dote quasi costante del- 
' Invito: e di lui si potrebbe dire quel ch'egli, con elegante 
'rase latina, diceva di Paisiello: « di mezzo a un fonte d'acqua 
pur dolcissima sorge non so che d'amaro che t'ange Ano tra 
'-. fiori » (2). 

Ma ciò non toglie ch'egli possa aver contribuito all' Invito 
juel movimento, quel soffio vivido, quella freschezza d'imagini che 
non poteva dargli il dotto e geniale Mascheroni; che vi abbia 
iiffuso in qualche passo il sentimento vivificante della natura, 
!he lo scienzato bergamasco non ci ha altrimenti dimostrato di 
possedere; che gli abbia dato, insomma, dov'essa è, l'ala della 
poesia. Di quale efficacia non doveva esser rivestito quel pen- 
siero in cui confluissero l'ingegno equilibrato, la seria coltura, 
1 gusto formato sui classici modelli d'arte dell'austero e gen- 
:ile abate bergamasco, con la psiche delicata, non vasta, ma 
icuta e vibrante, del poeta della natura, con la sua schietta 
spirazione, coi getti di pura linfa. Perchè io penso che il 
Bertola abbia portato all' Invito non solo contributo di parole, 
ma di sentimento, ma di forma intrinseca, ma d'anima: se non 
pure di coltura, mentre è notevole che i due brani dell' In- 
vito veramente poetici trattano di materie in cui il Bertola 
iveva speciale competenza (3), e al postutto non mi ripugna 

()) Così egli di sé stesso dice nell'ode da Napoli a Ippolito Pindemonte. 
(2) Nel Saggio sopra la Grazia : 

.... medio de fonte leporum 

Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat. 
Lue. lib. 4, v. 1126. 

3; Intendo i versi 68-128 che riguardano le conchiglie, le perle, gli ittioliti, 
l'antichità della terra, le rivoluzioni geologiche, i fossili, i petrefatti d' ele- 
fanti ecc., e i w. 468-518 che trattano delle piante. 



— 136 — 

già di ammettere ch'egli abbia dettato per altri i suoi versi mi- 
gliori, 

Congetturare in quali parti specialmente questa spirazione 
bertoliana sia avvenuta, è necessariamente opera di critica 
gettiva e fallaci-; tuttavia a chi voglia far buon viso alla nostra 

tosi, converrà di ammettere che alcuni passi, dove è vero afflato 
lirico, denunciano la psiche delicata del Bertela. Particolarmente, 
a voler esemplificare, richiamerò l'attenzione sopra i eersi 193-507 

che sono parte del secondo brano (vv. 108-518J dal Leopardi 
riprodotto nella sua Crestomazia italiana poetica (1), tra i 
luoghi insigni per senti mento o per locuzione. Essi hanno — 
o m'inganno — una ben diversa struttura e un diverso valore 
lirico, rispetto agli altri dello stesso squarcio, che immediata- 
mente li precedono. Infatti nei versi 4H8-492 abbiamo una in- 
gegnosa e felice enumerazione di vegetali, dove ammirei 
la dotta meditata forma verbale, ma dove non ci sorprende ca- 
lore di sentimento, che appena s'avviva in quell'omaggio tutto 
bertoliano dei fiori alla chiara bellezza di Lesbia: 

.... avide (2) al seri tuo voleranno 
Le morbide fragranze .... 

fi) Milano, Stella, 1824. 

(2) Un aggettivo certo è patrimonio di tutti ; ma come ben fu osservato 
che è prediletto dal Leopardi 1' aggettivo odorato, resogli forse caramente abi- 
tuale dalla natura fiorita e fragrante della sua Recanati, e come nei versi 
carducciani grazieggia 1' epiteto roseo, cosi quell' avido i « avide al sen tuo vo- 
leranno ») del v. 473. che ricorre pure nel v. 504 (l'avida pianta, di cui 
toccherò qui innanzi brevemente), fu singolarmente caro al Bertola e fu a lui 
mezzo, in molti luoghi, a vera efficacia. Cfr. Operette in versi e in prosa cit. I, 
p. 34, La Simpatia : I primi desir avidi » ; II, 34, Al Sig. A. M. Borgognini: 
« Sai V avid' alma — Come lusingo?; Rime amorose cit.. son. : Quando le vostre 
luci acide e liete » ; son., : « Veggo ne' sogni » : L'avida lingua, e il labbro 
avido immollo » ; son.: « L'alba dalle montagne uscia già chiara »: e Landa 
man teneramente avvinta »; son.: bu questa bocca a' miei sospiri inchina »: 
« L' avida bocca mia tal bacio colse » ; LI primo pittore, Canto li, st. Ili, v. 7: 
« L' erranti ombre co' segni avido assale » ; li, XXXIX, « Più che a contem- 
plarla avido intende » ; III, li, 5 «... . a natura il core avido apria » : IV, 
XVI, 6: « Tutto con V avid' anima trabocca ». 



— 137 — 

Ma i versi seguenti (493-507) formano uno squarcio in cui il 
lirismo raggiunge l'estremo di sua possa in soggetti in sé freddi 
e muti per la generalità degli uomini, come ognuno giudicherà 
che siano il sonno e la fecondazione delle piante, e in quella 
tutta squisita concezione dell'anima delle piante che tradisce 
una spiritualità delicatissima. Ora, dato quanto conosciamo in- 
torno alla storia dell' Invito, e ai rapporti tra il Mascheroni e 
il Bertola, e alla natura dell'ingegno dei due abati, non credo di 
lasciarmi rapire dalla fantasia, se affermo che per entro di quelli 
spira la psiche di un uomo il quale lasciò scritto che amare e 
vivere per lui erano una stessa cosa (1), uomo tutto spirito, tutta 
sensibilità (2). 

Chi conosce la natura dell'abate riminese, intende come in 
lui potesse traboccare fervido e gentile il corso dell' estro nella 
contemplazione della vita, del sonno, degli amori delle piante : 
degli amori specialmente, che qui il trapasso lirico è dall' amore 
fumano alle nozze degli alberi. E ammirando la freschezza di 
sentimento e di rappresentazione del 

. . . sonno con pigre ali, molle 
Da l'erbe lasse conosciuto dio, 

ricorrerà con la mente ad un più rapido tocco rappresentativo 
dello stesso iddio, caduto dalla penna del Bertola qualche mese 
prima: 

^ Morfeo chiamò, che a lei (Elora) scendendo accanto 

De le grand' ali sue la ricoverse (3). 



T) Cosi scrisse di sé il B. nella prefazione a una sua raccolta di rime ma- 
noscritte, ora nella Gambalungkiana. Vd. Tonini, op. cit. II., 370. 

(2) 11 Pindemonte, in una lettera al Bertola, dei 10 ottobre 1795, scriveva : 
« Credo che voi siate 1' unico al mondo, a cui tutti di buona fede, e quasi di 
buona voglia cedano in sensibilità : è in voi così eminente questa bella qualità 
che riguardandovi come un'assoluta eccezione, vi si ama senza portarvi in- 
vidia ». (Tonini, ivi, p. 412). 

{?>) Il primo pittore, Canto III, st. 32. 



— 138 — 

Ricorrenza tenue in vero di elementi simili e facilmente 
fortuiti! Ma rileggendo La sospirosa concezione delle feconde 
nozze dolio piante, riterrà forse che ossa sia degna veramente 

di chi tutta la vita s'è estasiato ammirando e cantando la na- 
tura e pensava che un'anima filosofica « anco in un' erba sente 

— e medita e misura — gl'influssi di natura » (1): 

E chi potesse udir de' verdi rami 
Le segrete parole allor che i furti i 
Dolci fa il vento sn gli aperti fiori 
De gli odorati semi, e in giro porta 



fi) Bertola, Poesie: « Te i bei sedili aspettano ». Ancora: nell' Invito 
l'Hedysarum gyrans, erba gentil, duolsi forse «... in Europea prigion ite- 
vere a stento — Brevi del sol per lo spiraglio i reti », e ne La Siale berto- 
liana, le gemme sepolte in grembo alle rupi bevono del raggio del sole. Ma 
più che questi riscontri, giova il rilevare che in quei vv. dell'Invito 508-521 
è lo spiro di quella melanconia dolce e spirituale, di che Madame de Staél (Co- 
rinne, cit. VII. 1) accusava privi i nostri poeti, ma che fu connaturata nel 
nostro rimiuese e gli diede fama poetica, quella melanconia che gli apriva in 
seno amabili tumulti e della quale egli cantava (Ode La Malinconia, Alla 
Signora Maria Fortuna): 

Tu i fantastici oggetti 

Moltiplichi, e colori 

Di quel dolce patetico, 

Per cui piaccion gli affetti 

Del cor laceratori. 
E tu V anima infondi 

Ne' sassi e nelle piante, 

Tu nei novelli mondi 

Amabilmente errante. 

Appunto l'anima che senti quasi infusa nell* erba gentile si spiritualizza in 
un sentimento cosi squisitamente umano, così melanconicamente bertohano, 
che il mio pensiero corre spontaneo alla rappresentazione, benché d' altra na- 
tura, che ne La Vita Rustica (vv. 1-24) il Bertola" ha fatto dell'Aurora, conce- 
pita con senso pur tanto umano, che tu ti domandi incerto se l'omaggio del 
poeta sia sacro alla rosata dea, o a donna in carne ed ossa. 

(2) Bertola, ivi i Te i bei sedili » ; «... il più mite de' venti — Che 
dall'erbe e dai fiori — Mille depreda odori ». 



— 139 — 

La speme de la prole a cento fronde: 
Come al marito suo parria gemente 
L'avida pianta susurrar ! che nozze 
Han pur le piante; e zefiro leggero 
Discorritor de l'indiche pendici 
A quei fecondi amor plaude aleggiando. 

Ha un'anima questa pianta, e richiama a mento la poste- 
riore concezione de « La Sensitiva» dell'inglese panteista Shelley, 
la quale, nutrita « di rugiada d'argento dai giovinetti venti », 
sente diffondersi il fervido amore, e ne vibra dalle foglie alla 
radice ! 

Or il lettore rilevando la gentile ardenza e la sensualità che 
emana da quei versi, si chiederà come tanta passione umana, 
tanto verismo potesse trovare in sé 1' abate che altri volle rappre- 
sentare come un misogino, e che non ha un accento simile in 
tutte le sue poesie; e meco ravviserà l'anima tutta voluttuosa 
'del poeta della grazia e degli amori, che gioiva di abbracciar 
col sentimento l' incanta Uice natura. E meno parrà coincidenza 
fortuita, se nei versi bellissimi dell' Invito sopra riprodotti, ri- 
corra, più idealmente svolto, un pensiero già toccato dal rimi- 
nese nel suo poemetto quasi sincrono: 

Da' mansueti colli un molle prato 

Giuso scende a vestir le ripe estreme; 
Venticel del mattino innamorato 
L'umide cime sue scherzando preme; 
Quinci ogni augello al dolce gemer nato 
Da' boschetti trasvola, e dolce gtime: 
Così natura in suo gentil linguaggio 
Fea plauso a quell'insolito viaggio (1). 

Via : qui l' azione è più complessa. In questo quadro verdeggia 
il colle, scherza il vento, geme ogni uccello: ma in questo 
scender del molle prato, in questo scherzare del vento, in 

(1) TI Primo Pittore, C. II, st. 31. 



— 140 — 

questo trasvolare e gemere della pennuta gente, si manifesta, 
in suo gentil linguaggio, il plauso della natura, cosi come nel- 
V Invito lo zefiro leggero, in suo gentil linguaggio, no- aleg- 
giando (1), plaude ai fecondi amori. 

La ricerca sottile potrebbe prolungarsi, ma se il cavarne 
conseguenze è pericoloso, corno approderemmo a un risultato 
sicuro e positivo? Basti il tenue saggio dato, e dirò col Mon- 
taigne; - I- donne mon avis, non cornine bori mai corrane mien - 

{Continua). Alberto Corbellini. 

,1) Forse non sono opportuni richiami all' aleggiare di zefiro, come concetto 
non infrequente. Tuttala puoi vedere: « Già dell" ombre notturne ,: . . stende 
- il venticel di sera le fresche ali; e « Levo la fronte »: ... de' zefiri .1 
più mite - . . • bagnate in mar Y ali amorose - ; e « Sorge a' zefir. aperto >: 
_ V auretta ... — tutt' odorosa — le candid - ali stende. 



LEONARDO DA VINCI 

IL DUOMO, IL CASTELLO E L'UNIVERSITÀ 



Sommario : Dimora di Leonardo in Pavia nel 1490. — Suoi disegni 
adoperati da Cristoforo Rocchi nella costruzione del modello del 
Duomo di Pavia. — Leonardo traccia la planimetria di S. Maria in 
Pertica e di altre chiese di Pavia. — Lavori del Vinci nel castello, 
nel giardino e nel parco di Pavia. — Quivi costruisce il bagno della 
duchessa Isabella ed altre opere di architettura. — Leonardo e le 
mura antiche di Pavia presso il Ticino. — Il Vinci e la famosa li- 
breria del castello. — Tenta una ricostruzione dell'Anfiteatro romano 
ticinese trasformandolo in un auditorium. — Leonardo e il postribolo 
di Pavia detto il Malnido. — Dimore di Leonardo in Pavia posteriori 
al 1490. — Il Vinci studia e ritrae la statua del Regisole. — Osserva 
nella Piazza di Castello il leone di Giovan Galeazzo. — Attraversa 
la piazza del Brolio per recarsi a Santa Maria Segreta. — Rapporti 
di Leonardo con professori dell'Università di Pavia. — Leonardo e 
Fazio Cardano, Giorgio Menila, Niccolò Antiquario, Andrea ed Ales- 
sandro Ghiringhelli, Franchino Gafurio, Niccolò Cusano, Gerolamo 
Marliani, Ambrogio Rosate, Marco Antonio Dalla Torre. — Il discorso 
di Leonardo per gli studenti dell'Università di Pavia nel secolo XV. 



Dopoché nel 1487 Lodovico il Moro, come zio e tutore di 
Giovanni Galeazzo Sforza, s' era reso padrone del Castello di Pavia 
e vi aveva nominato castellano il conte e cavaliere Filippo 
Eustachio, i rapporti fra gli uomini della corte milanese e quelli 
dell' antica città fiorente sulle rive ubertose del Ticino divennero 
continui e strettissimi, e si fecero anche più intimi dopo le 
nozze del giovane duca con Isabella, figlia di Alfonso duca di 

io 



— 142 — 

Calabria, nella quale occasione la città di Pavia aveva presentato 
alla sposa una coppa d'oro lavorata del valore di Beicentocin- 

([nauta scudi, sulla (pialo si rilevava l'effige della statua equ< 
del Regisole, come pegno delle affettilo glienze che avrebbe 

ben presto fatto: alla giovane coppia principesca quando vi si 

fosse recata — come avvenne — ad abitare. 

È fuor di dubbio che Leonardo da Vinci, da Milano, d'- 
abitava non lungi da Porta Giovia, si recò più e più volte in 
Pavia: alcuni documenti clic portano la data del 1490 vengono 
ad accertare che il grande artista fece lunga dimora nella dotta 
città lombarda, ed i manoscritti ci assicurano che fin da questo 
tempo egli prese vivo interesse alle svariate forme della vita 
ticinese d'allora (1). Lodovico Maria Sforza nell'8 giugno del 

(1) Lodovico dava nel castello stesso, dove spegneva i suoi nemici, 
grandi spettacoli di giostre e di tornei. Il 23 giugDO del 1488 l'amba- 
sciatore estense scriveva che ogni giorno a Pavia s' ammiravano tornearnenti 
in belle squadre, cinquanta per ciascuna, senza contare lo squadrone grosso. 
Le quali primamente rompevano tra loro molte lance, di poi ricorrevano agli 
stocchi, ai pugnali, alle mazze, che a misura di carbone, con grande ordine, 
adoperavano l'un contro l'altro; e quali combattevano a piedi con le spade 
in zapone e con il cappuccio al braccio, e quali a cavallo sguainandole in 
ordine di battaglia. In quel di gli sforzi si concentravano intorno ad una 
porta del Parco, guardata e difesa dalle une, assalita per prenderla dalle altre 
e soggiunge il Trotti (23 e 24 giugno 1488), fanno una amergeria molto gen- 
tile e bella da vedere, e sempre il Duca, Ermes ed il conte Alessandro Sforza, 
con gli altri della sua famiglia, v'intervenivano con grande sontuosità di 
coperte ricamate in oro, e con le armature dorate. Questa serie di spettacoli 
continuò per tutto 1' anno, e famosa fu la giostra del 23 e 24 settembre 1489. 
I giostratori indossavano vesti splendidissime, ed i cavalli gualdrappe d'oro 
superbe. Le barde, le lance ed ogni altro ornamento, erano dice l'ambasciatore, 
cosa incredibile a vedersi. 11 magnifico messer Galeazzo San Severino solo 
aveva 20 coperte dorate davanti, e il conte Guido Torrello 15 senza dire degli 
altri gentiluomini tutti carichi d'oro e di gemme così che parvero più belli ì 
costumi che la giostra. Galeazzo ruppe 19 lance, e di poi gettò da cavallo il 
suo avversario, per guisa che consegui il primo premio, costituito di un broc- 
cato d'argento; il secondo, di velluto cremisino, toccò a Giacometto, cameriere 
di Lodovico, il quale, in dodici volte che corse, ruppe undici lanze. « In queste 
giostre, scrive il Trotti, sempre s' è gridato Moro Moro, che è il signor Lodo- 
vico, né mai s' è cridato Duca Duca, et se gli era deli mori dipincti et facti 



- 143 — 

1490 scrivendo a Bartolomeo Calchi per invitare in Pavia Fran- 
cesco di Giorgio Martini a visitarvi i lavori della cattedrale, 
aggiungeva in poscritto: « Rechedendo ancora magistro Lio- 
nardo Fiorentino et magistro Jo. Antonio Amadeo, opererete che 
vengano ancora loro (1) » E la fabbriceria del Duomo pavese 
pagava il 21 giugno 1490 all'oste del Moro un conto « prò 
expensis sibi factis per Dominum Franciscum Senensem et Leo- 
nardum Florentinum ingeniarios cum sociis et famulis suis et 
cuio equis, qui ambo specialiter vocati fuerunt prò consultatione 
fabricae » (2). Si noti tuttavia qui che la lettera circolare in data 8 
dicembre 1490 in cui Bartolomeo Calchi, cancelliere ducale, or- 
dina al Referendario di Pavia di mandare al più presto a Mi- 
lano « Magg. ro Lorenzo de Fasoli, Zoan Antonio Gagnola, 
Agustino et Mag re Leonardo » non si riferisce affatto, con l'ul- 
timo nominato, al Vinci, come tutti hanno creduto, ma all' artista 
pavese Leonardo Guidolenghi (3j Reputo grandemente probabile 
che la dimora dell'artista fiorentino in Pavia sia continuata 
anche dopo l'8 dicembre 1490, e ne vedremo più oltre le 
prove. 



in forma de nomini vivi, non se il poteria dire tuti li cimieri de li elmi, nella 
maggior parte erano mori, et credete a me che'l Signor Ludovico è un gran 
pesce al dì d' hoggi, il quale sei cognosce et vole essere et anche esser tenuto: 
tutto il resto è fra pocho et niente ». Così il Magenta. / Visconti e gli Sforza 
nel castello di Pavia-Milano 1883, 1, pag. 522 e seg. 

(1) E. Motta, Documenti deWArch. di Stato di Milano in Boll. stor. della 
Svizzera italiana, Lugano 1884 p. 19. 

(2) Il doc. era già noto al Malaspina di Sannazzaro, Memorie sloriche della 
fabbrica della cattedrale di Pavia, Milano 1816, che a p. 28 scriveva : « Nel 
ripetuto registro del 1488 al fol. 30 tergo in data 21 giugno 1490 sta scritto : 
Item die XXI Iunii Iohanni Augustino de Berneriis hospiti ad signum Saracini 
Papiae prò expensis sibi factis per Dominos Franciscum Senensem et Leo- 
nardum Florentinum ingeniarios cum sociis et famulis suis et cum equis, qui 
ambo specialiter vocati fuerunt prò consultatione suprascriptae fabricae, in 
stimma lib. XX ». 

(3) Beltrami, Il Castello di Milano. Milano 1885, pag. 188. L'errore si 
spiega pensando che 1' unico lavoro su Leonardo Guidolenghi, quello del Moj- 
raghi, dava questo artista come già morto nel 1470 ! 



- 144 - 

Mentre Leonardo agli ultimi di aprilo del 1 1' 1 se oc stava 
tranquillamente in Milano, e non si aspettava l'improvvisa chia- 
mata in Pavia da parto di Lodovico il Moro, egli aveva comin- 
ciato, secondo il suo costume, a sognare le sue note personali 

su un libretto, che ora porta il nomo di manoscritto 0, con 
questo appunto: « a dì 23 d'aprilo 1490 cominciai questo libro, 
e ricominciai il cavallo (1) ». Fatto notevole, appena il Vinci fa 
chiamato da Bartolomeo Calchi a Pavia egli dovette abbando- 
nare il libretto, che aveva incominciato a scrivere nel suo stu- 
diolo di pittura, ed è soltanto ritornando più tardi da Pavia che 
egli potè riprenderlo, e apporvi le sue note, dopo un considere- 
vole intervallo. E precisamente subito dopo la nota del 23 aprile 
1490 se ne trova un'altra, che fu scritta solo nello stesso mese 
del 1491, e che contiene una serio di appunti relativi ad un 
giovinetto Giacomo, probabilmente un monelluccio pavese che 
il Vinci aveva preso al suo servizio il 22 luglio del 1490: « Ia- 
como venne a staro co meco il di della Maddalena nel 1490 
d'età d'anni 10. Ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto. Il secondo 
dì li feci tagliare 2 camice, uno paro di calze e un gibone. e 
quando mi posi i dinari allato per pagare dette cose lui mi rubò 
detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo confessare, 
bench' io n' avessi vera certezza : lire 4. Il dì seguente andai a 
ciena con Iacomo Andrea, e detto Tacomo cienò per 2, e fece 
male per 4, imperochè ruppe tre ampolle, versò il vino, et dopo 
questo venne a cena dove me. Ttem a dì 7 di settembre rubò 
uno graffio di valuta di 22 soldi a Marco, che stava co' meco, 
il quale era d' argento, e tolseglielo del suo studiolo, e poi che 
detto Marco n'ebbe assai cierco lo trovò nascosto i' nella cassa 
di detto Iacomo : lire 2 un s. d. 1. ltem a dì 26 di genaro se- 
guente, essendo io in casa di messer Galeazzo da Sansevcrino 
a'rdinare la festa della sua giostra, e spogliandosi certi staffieri 
per provarsi alcune veste d'omini salvatici, eh' a detta festa ac- 
cadeano, Iacomo s'accostò alla scarsella d'uno di loro, la qual 



CI) Leonardo, Manoscritto C foglio 10 recto. 



- 145 - 

era in sul letto con altri panni, e tolse quelli denari che dentro 
vi trovò: lire 2 s. d. 1. 4. Itern essendomi da maestro Agostino 
da Pavia donato in detta casa una pelle turchesca da fare uno 
paro di stivaletti esso Iacomo infra uno mese me la rubò, e Aendella 
a un acconciatore di scarpe per 20 soldi de' qua' denari, se- 
condo che lui proprio mi confessò, ne comprò anici, confetti : 
lire 2. Item ancora a dì 2 d'aprile lasciando Gianantonio uno 
graffio d'argiento sopra uno suo disegno esso Iacomo glielo 
rubò, il quale era di valore di soldi 24: lire una s. d. 1.4 » (1). 

Arrivando in Pavia nel 9 o nel 10 di Giugno del 1490 Leo- 
nardo si trovò presente ai fervidi dibattiti che s'intrecciavano in 
vario senso intorno alla fabbrica della cattedrale, che doveva 
sorgere nel luogo occupato dalle due vetuste e cadenti chiese 
di S. Maria del Popolo e di S. Stefano, nonché dal battistero di 
S. Giovanni in fontibus (2). 

Fin dal 1487 la città di Pavia aveva stabilito di por mano 
alla fabbrica di un nuovo Duomo. Fu commesso di disegnarne il 
modello al magister a lignanime Cristoforo Rocchi che cre- 
dette di corrispondere al desiderio dei cittadini riproducendo, o 
meglio riducendo, il disegno di S. Sofia di Costantinopoli col 
suo imponente tamburo cilindrico. Con lettera del 17 agosto 
il disegno fu mandato a Roma al cardinale Ascanio Maria Sforza, 
vescovo di Pavia, per aver da lui l'approvazione del progetto 
ed aiuti pecuniari. Il 29 settembre lo Sforza rispondeva non 
essere egli contrario all' ardua impresa, si attendesse però a por 
mano ai lavori Anch' egli avesse esaminato ed approvato il 
piano finanziario che supponeva predisposto per la fabbrica. Quan- 
tunque i documenti non lo dicano, il disegno del Rocchi non 
piacque al cardinale. Si dovette modificarlo, e la città commise 



(1) Leonardo, Ivi. 

(2) Mai.aspina di Sannazzaro, Memorie storiche della Cattedrale di Pavia, 
Milano 1816. Bosisio, Notizie storiche del tempio cattedrale di Pavia. Pavia 
1858, Romoaldo di Sta Maria, Flavia Papia Sacra. Ticini 1699. Per le vi- 
cende storiche delle chiese di Pavia vedi R. Maiocchi, Le chiese di Pavia. 
Notizie. Pavia, 1903. 



- 140 — 

a Giovanni Antonio Amadeo di preparare quelle riforme al di- 
segno che lo rendessero più accetto allo Sforza. Quindi mentre 
la lettera suaccennata del 17 agosto parla di designa a perito 
architectore confecta, un documento del 1488 ci dice che, ap- 
pianate le difficoltà finanziarie, nel marzo di queir armo si pre- 
sentarono all'approvazione del cardinale in Milano certa designa 
et certos modello» jam facto» et fàbricatos per magiatrum 
Christoforum Rochum et magistrali) lohannem Antonimo Ama- 
deum, exquisitissimos ingeniarios. 

11 documento aggiunge che il cardinale, prius dì i modelli* 
pluribus vicibus, accordò un sussidio annuo di 300 ducati 
per la fabbrica e il permesso di incominciarla. La posizione 
della prima pietra fu solennemente celebrata dallo stesso car- 
dinale il 29 giugno 1488. Però i disegni del Rocchi e del- 
l'Amadeo non furono adottati senza modificazione, e queste. 
come fu intuito con molto acume critico dal Mayer, furono sug- 
gerite dal sommo Bramante da Urbino. Un atto del 22 agosto 
1488 dice difatti che fu eletta una commissione per lo studio e 
il perfezionamento dei disegni: capo di essa era il Bramante, e 
subito dopo lui seguivano PAmadeo, quindi il Rocchi e tre 
maestri costruttori cioè Bartolomeo da Castelnuovo, Giacomo 
da Candia (che ricoprì di volte il S. Pietro in Ciel d' oro e il 
S. Michele) e Martino Fugazza. 

Il lavoro della commissione era compiuto diebus proxime 
decursis dalla data dell' atto che riassumiamo, e fu collaudato 
in una seduta die certa subsequenti que dicebatur esse dies 
novilunii praesentis mensis Augusti, alla quale seduta, in 
assenza di Bramante, intervenne Ambrogio Ferrari, inzignerius 
generalis ducalis. Sui disegni collaudati, la fabbriceria ordinò 
al Rocchi di eseguire tosto un modello in legno che servisse di 
guida agli operai, e perchè il Rocchi non obbedì, ne venne 
un'aspra protesta del fabbricere Cristoforo Bottigella, special- 
mente perchè procedebatur (senza il modello in legno) ad fa- 
ciendum cavamenta prò fondamentis... absente magistro Iohanne 
Antonio principali inzignerio, et non habita disputatione op- 
portuna simul invicem per ipsos omnes inzignerios qui fecerant 



— 147 - 

dictum designimi, et quod non erat aperte demonstratum qualiter 
fieri deberent ipsa fondamenta cum suis contrafortis » (1). 

Se non che le liti sembra non si appianassero affatto, e che 
il Rocchi persistesse nel suo diniego di fare il modello sul di- 
segno dell'Amadeo, modificato dalla commissione del 22 agosto 
1488. Dopo lunghi dibattiti si sentì quindi nell'8 giugno 1490 
la necessità di richiamare nuovamente l'Amadeo e con lui Leo- 
nardo da Vinci e Francesco di Giorgio Martini « prò consulta- 
tone Fabricae ». Non abbiamo alcuna traccia sicura di ciò che 
in questa laboriosa fase della costruzione del Duomo di Pavia 
fecero l'Amadeo e il Martini, possediamo invece tutta una serie di 
schizzi di Leonardo che per il loro numero e per la loro com- 
piutezza portano a ritenere che si fosse abbandonato in questa 
occasione cosi il disegno primitivo, come anche quello posteriore 
dell'Amadeo, modificato nel 1488. Il fatto sta che, come fra poco 
si vedrà, il modello definitivo del Duomo, che si scorge tuttora 
in una camera terrena del Vescovado di Pavia in grande scala, 
venne fatto quasi esclusivamente sui disegni di Leonardo, tan- 
toché nell'architettura della cattedrale pavese veniamo a posse- 
dere P unico saggio compiuto dell' arte di costruzione chiesastica 
del Vinci. Soltanto nel 1492 il Rocchi incominciò a mettere in 
opera il suo modello, che fu proseguito sotto la sua direzione 
e colla sua opera fino all' 8 febbraio del 1497, data della morte, 
e in appresso dal valente intagliatore Giovanni Pietro Focaccia, 
pavese, (da non confondersi col prefato Martino Fugazza, archi- 
tetto) il quale con grande maestria lo condusse a termine nel 
1501. 

Ecco come probabilmente andarono le cose. Il Rocchi si ri- 
fiutava di fare il modello non per un puro e semplice capriccio, 
ma perchè il disegno dell'Amadeo modificato dal Rramante e 
dagli altri, o non garbava interamente ai dirigenti la Fabbrica 
o si mostrava così complicato da riuscir difficile se non impos- 
sibile il poterlo mettere in pratica. Quindi la nuova chiamata 
dell'Amadeo, il quale forse si rifiutò di lasciar ulteriormente 

(1) R. Majoccbi, Giovanni Antonio Amadeo, Pavia, p. 19 e segg. 



— 148 — 

manomettere il suo disegno, e che poscia si ritirò, come in fatto 
accadde, compiutamente dall'impresa, la quale rimase sullo 

spalle del Martini e di Leonardo. Il Martini, dopo aver dato il 
suo parere, dovette partire, per i suoi impegni molteplici, quasi 

subito, nel 22 di giugno 1490. Rimase quindi il solo da Vinci. 
che si trovò nella aecessita di dover egli dare i disegni e i 
piani sui quali venne poi eseguita la cattedrale di Pavia, monu- 
mento che per la purezza delle linee «■ per la arditezza del con- 
cepimento è al tutto degno del genio di Leonardo. L'artista 
fiorentino colse allora 1' occasione por approfondire i suoi studi 
di architettura chiesastica, ed elevandosi, secondo il suo solito, 
dalla pratica alla teoria raccolse attorno a disegni concernenti 
il Duomo di Pavia anche altri suoi schizzi, anteriormente 
guiti, che potevano servirgli di modello. 

Nel maggio del 1903 l'ingegnere pavese Lauro Pozzi, sfo- 
gliando il Saggio delle opere di Leonardo da Vinci, stampato 
in Milano nel 1872, fu colpito dal disegno dell' interno di un 
tempio, nel quale egli riconobbe subito le linee della patria cat- 
tedrale disegnate dal grande artista e scienziato fiorentino (1). Non 
avendo tuttavia a propria disposiziomc l'intera somma dei di- 
segni e delle scritture di Leonardo non potè giungere ad una 
conclusione sicura, e attribuì, erroneamente, lo schizzo del Vinci 
al 1492 (2). 

Non voglio qui riferire le varie affermazioni del Pozzi, mi 
preme soltanto osservare che 1' egregio ingegnere, come tutti 
gli altri studiosi di Leonardo, ignorava che vi è un manoscritto 
dell'artista, che ha la massima importanza per la risoluzione 
della questione intorno al valore dell'intervento del fiorentino 
nei lavori preparatori per il modello della cattedrale di Pavia, 
e questo è il manoscritto B. Partendo per Pavia nel 9 giugno del 
1490 il Vinci recava con sé un libretto di carte tinte, sul quale 
egli andò segnando ciò che gli premeva di notare. Questo li- 

(1) Pozzi, Leonardo da Vinci e il disegno del Duomo di Pavia in questo 
Boll., voi. Ili, Pavia, 1903, pag. 394. Leonardo, Codice Atlantico f. 42 verso C. 

(2) Pozzi, Op. cit., pag. 407. 



— 149 — 

bretto costituisce l'odierno manoscritto B, che noi conserviamo 
nella sua originaria struttura e disposizione, salvo i logli che 
furono strappati da Guglielmo Libri a costituire il manoscritto 
2037 della Biblioteca Nazionale di Parigi, già posseduto da 
Lord Asbburnham. Bicostituito il manoscritto idealmente con 
l'aggiunta di tali fogli levati e cominciando dall'ultimo foglio, 
che, secondo il costume di Leonardo, era il primo a venir riem- 
pito di scritture e di disegni, troviamo nel foglio segnato oggi 
5 verso del Ms. 2037, il tracciato della pianta di un tempio che 
doveva essere coperto da una vasta cupola sostenuta da otto 
piloni. È indubbiamente uno dei suoi studi per la cattedrale di 
Pavia, che, come appare da un unito disegno, doveva essere 
costituita da una cupola centrale circondata da otto cupole mi- 
nori e in basso da una serie di cappellette sporgenti, divise le 
une dalle altre da nicchie rientranti, nello quali avrebbero do- 
vuto trovar posto delle statue. Leonardo isola una delle otto 
cupole minori per mostrarne meglio la forma, e annota: « Così 
deono stare li 8 tiburi del tempio visino. Qui non si pò ne si 
debbe fare campanile anzi debbe stare separato, come ha il 
domo e San Giovanni di Firenze e così il domo di Pisa, che 
mostra il campanile per sé dispiccato in cerco e così il Domo, 
e ognuno per sé po' mostrare la sua perfezione e chi lo volessi 
pure fare co la chiesa faccia la lanterna scusare campanile 
come è la chiesa di Chiaravalle (1) ». Fatto degno di osservazione 
è, che, come appare da questa nota, nella mente del Vinci 
stavano i ricordi delle chiese di Firenze e di Pisa a lui ben 
note, e la chiesa di Chiaravalle forse testé riosservata nel re- 
carsi col Martini da Milano a Pavia. Se noi confrontiamo il di- 
segno di Leonardo col modello definitivo del Bocchi, troviamo 
alcune somiglianze ed alcune differenze notevoli: 1. al pari del 
modello del Bocchi, sopra le arcate dei bracci della croce delle 
navate ricorre un loggiato a pilastrini ed archetti sino a rag- 
giungere il piano d' imposta delle grandi arcate, loggiato che 
si scorge anche all' esterno ; 2. la cupola ottagona è molto slan- 

(1) Leonardo, Manoscritto 2037, foglio 5 verso. 



— 150 — 

ciata ed elegante, come quella del Brunelleschi, mentre nel 
modello é alquanto tozza ed appiattita, come in altri disegni 
leonardeschi che vedremo fra poco ; '■'>. al pari del modello del 
Rocchi sulla cupola vi è una lanterna, ma forse meglio propor- 
zionata al corpo del tamburo ; 4. a differenza del modello del 
Rocchi la cupola centrale é circondata da otto cupole minori, e 
posa sul terreno come nel modello con una serie di sporgenze 
e rientranze, ornate però di statue. 

Eccetto però questa differenza e soppressione dei piccoli ti- 
buri, che forse sembrarono superflui a qualcuno, tutte le idee 
fondamentali del Vinci furono accolte, persino quella che il 
campanile dovesse essere distaccato interamente dalla chiesa. 
Questo disegno tuttavia non dovette piacere del tutto a Leo- 
nardo, perchè vediamo che il fiorentino (che nello stesso foglio 
aveva disegnato un auditorium originale con la scritta espressiva 
« loco dove si predica » « fondamento », trasformando proba- 
bilmente in un edifizio coi gradini per gli spettatori gli avanzi del- 
l'Anfiteatro romano, che ancora si osservavano in Pavia sulla fine 
del secolo XV) nel foglio 4 recto fa una nuova pianta sempre con 
otto piloni e un nuovo disegno di una cupola centrale appiattita 
con lanterna e con attorno un loggiato a pilastrini, circondata 
da quattro piccole cupole sovrapposte alle porte e da quattro 
piccoli campanili : Leonardo stesso osserva che « questo edifizio 
è abitato di socto e di sopra come San Sepolcro è de sopra 
come socto, salvo che '1 di sopra ha '1 tiburio ed e '1 di socto 
tu cali 10 scalini, e quando monti in quello di sopra tu sali 20 
scalini, che a V3 1' uno fanno 10 braccia, e questo è lo spazio 
eh' è in fra i piani dell'una e l'altra chiesa (1). » 

Un disegno assai più semplice con relativa pianta è nel 
foglio 3 verso, dove una cupola centrale con lanterna è circon- 
data da quattro lanterne tiburi. A questi disegni è aggiunta 
la pianta di un capitello (assai simile a quelli che si conservano 
tuttora nei magazzini del Duomo di Pavia) con la scritta: « i 
corni del capitello deono essere la quarta parte d' uno quadro (2) ». 

(1) Leonardo, Ivi foglio 4 recto. 

(2) Leonardo, Ivi foglio 3 verso. 



— 151 — 

Progredendo nei suoi studi architettonici per la cattedrale 
di Pavia. Leonardo ritorna all'idea di riprodurre il tipo di un 
tempio simile a San Sepolcro di Milano, e ne traccia due piani 
con la nota : « A è santo Sepolcro di Milano di sopra, B è la 
sua parte socto terra (1) ». Al suo solito il Vinci dai bisogni 
pratici del momento coglieva l'occasiono per elevarsi alla teoria 
architettonica sacra. 

Ma all'improvviso l'artista cambia di idea, e passa a va- 
gheggiare un tempio di forma circolare (come egli aveva osser- 
vato forse in quei giorni nella « chiesa di S. Maria in Pertica 
di Pavia ») e traccia una nuova accurata pianta e un relativo 
disegno con la scritta: « questo vole avere 12 facce con 12 ta- 
bernacoli come a b », disegno che presenta il massimo interesse 
per la soppressione degli otto o quattro tiburi minori e la di- 
stribuzione delle cappelle o tabernacoli (2). 

Nel foglio 52 verso del Manoscritto B Leonardo fa una nuova 
pianta e un nuovo disegno con la nota « edifizio al proposito 
del fondamento figurato di socto », pianta e disegno che pre- 
sentano la massima somiglianza con la planimetria ed il mo- 
dello costruito dal Rocchi. La parte centrale dell' edifizio sembra 
uno sviluppo del S. Lorenzo di Milano, ma come fu poi imitato 
nella disposizione del Duomo di Pavia. Identico è il numero dei 
piloni della cupola e delle volte del tempio; identico l'aspetto 
del disegno leonardesco, che rappresenta forse la parte posteriore 
esterna del tempio, con la parte posteriore esterna del modello 
del Rocchi (3). 

Una nuova disposizione con una cupola piatta sormontata 
dalla lanterna e con quattro torricelle laterali si ritrova — con 
la sua relativa pianta — nel foglio 39 verso, e due altre pian- 
tine una a croce greca e 1' altra rotonda compaiono nel foglio 
35 verso e recto e 34 recto a mostrare come V animo di Leo- 
nardo tosse perplesso (4). 

(1) Leonardo, Manoscritto B. f. 57 recto. 

(2) Leonardo, Manoscritto B, f. 56 verso. 

(3) Leonardo, Ivi f. 52 verso. Notisi anche la somiglianza della planimetria 
di questa chiesa con quella della Certosa di Pavia. 

(4) Leonardo, Ivi f. 39 verso, 35 verso e recto, 34 recto. 



— 152 — 

Un altro disegno 'li un tempio di una struttura il piano della 
quale ha molta affinità simmetrica col circolo, cbeèil centro di 
tutto il piano dell'ediflzio intiero, si trova uel foglio 21 re- 

cto (1). Un disegno invece di mi edilizio circondato da cupole minori 
del foglio 24 recto è accompagnato dalla postilla: « questo edi- 
ficio è abitato di sopra e di BOCto : di sopra si va perii campa- 
nili e vani su per lo piano, dove sono fondati i quattri tiburi, 
e detto piano à uno parapecto dinanzi e di detti tiburi nessuno 
non riesce in chiesa, anzi sono separati in tucto » (2). 

L'idea di Leonardo si esplica sempre meglio nei fogli 22 
recto, 21 verso e recto, 10 recto, 18 verso e recto, 17 verso. 4 
verso, dove il Vinci si palesa seguace della buona architettura 
classica e vitruviana e nello stesso tempo continuatore delle 
tradizioni della primitiva architettura lombarda, ringiovanita per- 
fezionata e abbellita coi motivi svolti dagli architetti toscani (3). 

Il Vinci oscilla in questi suoi studi per il Duomo di Pavia 
tra due idee distinte: da una parte, muovendo dalla pianta di 
Santa Maria delle Grazie o da altra anche di più semplice tipo, 
e, di mano in mano, ingigantendo la sua visione, perviene alla 
sua grande chiesa a croce greca, di cui il tiburio poggia sulle, 
mura quadrangolari, ed i prolungamenti delle crocere terminano 
con emicicli, e queste ne hanno altri intorno ad essi; dall' altra 
parte, muovendo da Santa Costanza o dall'Incoronata, concepisce 
quel tutto organico che è la sua chiesa fatta di otto absidi, che 
circondate da otto tabernacoli, circondano alla lor volta l'otta- 
gonale centro del tempio su cui levasi il tiburio: complessa, 
armonica forma tutta sua, che trova ulteriore e più perfetto 

(1) Leonardo, Ivi f. 25 verso e recto. Cfr. Geymuller, Les projets primitifs 
pour la basilique de Saint Pierre de Rome (pi. 43 fig. 6). 

v 2) Leonardo Manoscritto B. f. 24 recto. Reputo probabile che da questo di- 
segno fossero tratti gli elementi per il modello del Rocchi. 

(3) Nel foglio 21 verso è scritto da Leonardo « ciascuno de' 9 tiburi non vote 
passare 1' altezza di 2 quadri ». « Queste come le otto cappelle anno a essere 
facte ». E nel f. 18 verso: « a nessuna chiesa sta bene vedere tecti, anzi sia 
ripianato, e per canali 1' acqua discienda a i condotti fatti nel fregio n. a. », 
17 verso « Questo edifizio ancora starebbe bene a tarlo dalla linea a b e d 
in su ». 



— 153 — 

sviluppo in altro monumentale e più vasto disegno in cui le 
otto absidi, alternandosi con altrettante nicchie adorne di statue 
e divise da pilastri, sostengono otto vasto cupole interne al ti- 
burio ottagonale. 

È un errore il credere che tutte queste piante non sono che 
puri sogni, pure visioni architettoniche: le loro parti si annodano 
e si svolgono come viventi membra umane. Questi disegni fu- 
rono concepiti tutti in occasione delle sue meditazioni per la 
cattedrale di Pavia, quando il Vinci, come era solite di fare, 
assurse dai bisogni della pratica allo svolgimento di una teoria 
architettonica. Leonardo si attenne di preferenza al secondo 
tipo, dando, sulla base principalmente del piano che si trova nel 
foglio 52 verso e nel foglio 24 recto, a Cristoforo Rocchi le 
linee sulle quali questi costrusse il suo modello di legno. Leonardo, 
di fronte a Cristoforo Rocchi, che non era che un magister a 
l ir/ n anime o poco più, ebbe un influsso preponderante nelle 
definizioni dei disegni e dei modelli per il Duomo pavese. Nella 
cattedrale di Pavia, sebbene ancora incompiuta, abbiamo l' e- 
sempio concreto e visibile dell'architettura leonardesca. 

Meglio delle parole può dimostrare quale sia stato l'influsso 
di Leonardo nell'esecuzione della cattedrale di Pavia il confronto 
dei disegni vinciani col modello del Rocchi così poco studiato, 
che ci palesa l'idea grandiosamente leonardesca della pluralità 
delle absidi visibili all' esterno e delle eccelse volte lanciate, le 
più belle dell'architettura lombarda del Rinascimento. 

Ma qui si potrebbe presentare una difficoltà. Leonardo ha 
lavorato anche per il duomo di Milano : non potrebbe darsi che 
tutti gli abbozzi esaminati fossero stati tatti per la cattedrale 
mdanese? A ciò si risponde che, sebbene come iconografia, la 
disposizione del Duomo di Pavia differisca poco nel modello da 
quella del Duomo di Milano, differente è principalmente la di- 
sposizione dei piloni della cupola a Pavia in numero di otto a 
Milano in numero di quattro. Dall'altra parte a Milano si trat- 
tava solo di concorrere ai lavori per il tiburio: in tutti questi 
disegni invece gli schizzi si riferiscono alla pratica costruzione 
di un'intera chiesa. Non basta; nel Codice Trivulziano e nel 



— 154 - 

Codice Atlantico ci rimangono dei disegni per il tibnrio 'li 
Milano, 'love l'ardita costruzione archi-acuta mostra la grande 
sapienza del Vinci nelle leggi più ardue della costruzione, e 
palesa linee clic ricordano gli ardimenti moderni antonelliani. 

Non vi ha alcun dubbio, lo stilo puro del pruno Rinascimento 
risultante dal disegno di tutte le parti dell' edifizio negli schizzi 
per la cattedrale di Pavia, quali i piloni, i bracci della ci 
la grande cupola ottagona, male avrebbe potuto adattarsi ra- 
gionevolmente da Leonardo alla fabbrica di Milano già avanzata 
e giunta all'imposta delle arcate con stile gotico. 

Si aggiunga inoltre che (come fra poco vedremo) tutti i ri- 
cordi del Manoscritto B ci riconducono a Pavia, e che sebbene 
in esso sia nominato e vi sia una pianta di San Sepolcro di 
Milano, questa chiesa era ben nota a Leonardo ed a<jli archi- 
tetti che lo circondavano, e forse fu tirata in ballo nelle dispute 
per la cattedrale pavese come un possibile tipo da imitare. 

L'idea fondamentale che il Vinci aveva fatto trionfare nel- 
l'esecuzione della cattedrale di Pavia è quella che egli espi 
nel foglio 39 verso del manoscritto B: « Sempre uno edifizio 
volo essere ispiccato dintorno a volere dimostrare la sua vera 
forma » (1). 

Lasciando per ora la risoluzione di innumeravoli problemi, 
che si presentano, osservo che il manoscritto B ci attesta che Leo- 
nardo portò la sua attenzione sulle numerose chiese pavesi. 
Sebbene egli non rammenti né la chiesa di San Pietro in Cielo 
d' oro, né quella di S. Michele, né l' altra di S. Teodoro, egli ci 
dà una pianta di quella che egli stesso chiama « sancta Maria 
in Pertica di Pavia ». 

Questo disegno leonardesco è assai prezioso come quello 
che si riferisce a tempio ormai distrutto, e del quale non restano 
che scarse tracce. Dal disegno del Vinci risulta che la disposi- 
zione della chiesa era circolare, donde il nome che la tradizione 
ricorda che tal chiesa avesse di S. Maria Botonda. 

« Si entrava in questa chiesa, scrive il Capsoni, per un 
lungo corritojo, in fine del quale veneravasi un' antica imagine 

(1) Leonardo, Manoscritto B, f. 55 recto. 



- 155 — 

della B. Vergine, e nelle pareti laterali stavano infìssi alcuni 
marmi o monumenti con iscrizioni guaste dal tempo ; arrivati 
in fine di questo corritoio, volgendo a destra, si entrava in un 
atrio chiuso e piuttosto oscuro, che dava l'accesso ad una fab- 
brica rotonda sostenuta da sei (dal disegno di Leonardo sembre- 
rebbero piuttosto otto) colonne scanalate di marmo bianco, le 
quali però erano state intonacate di calce ed in alcune parti 
assicurate con cerchi di ferro, perchè danneggiate e minaccianti 
rovina: girava d'intorno a questa rotonda un ambulacro ed una 
navata più bassa limitata dalla parte esterna da una parete 
liscia circolare, sulla quale sorgevano gli archi delle volte che 
il coprivano, e andavano a poggiare nelle colonne di mezzo, in 
cui eran state formate alcune cappelle. A fronte del sopraindicato 
ingresso presentavasi il presbiterio con 1' altare, dietro il quale 
era stato aggiunto e costruito il coro.... À questa Chiesa erano 
annessi un insigne cimitero, nel quale erano seppelliti i Nobili 
Longobardi, e, se accadeva che un congiunto morisse lungi da 
Pavia, ergevano una pertica con artefatta colomba sulla cima, 
la quale teneva il volto verso quella parte ove riposava il de- 
funto: da tale uso derivò la denominazione data alla Chiesa di 
« S. Maria alle Pertiche ». Presso questa chiesa ebbero sepoltura 
i Re Ansprando e Liutprando, e nella medesima fu conferita la 
regale dignità a Ildebrando nipote di re Liutprando. Questa 
chiesa era assistita da' canonici secolari con diritti Prepositurali 
ed in essa venne nel 1387 concentrata la parrocchia di San 
Pietro al Muro. Nel 1815 fu profanata ed in seguito demo- 
lita » ■ 1). 

Leonardo segna accuratamente nel suo disegno la disposi- 
zione delle celle, delle colonne e delle navate, e forse si inte- 
ressò di questa chiesa per la sua preferenza per le forme ar- 
chitettoniche circolari o almeno che si avvicinassero (giusta i 
precetti classici) per quanto era possibile al circolo. Si noti che 
cinquant'anni dopo Leonardo il Breventano scriveva: « di me- 
ravigliosa Fabrica è ancora, per una chiesa antica, quella di 

(1) Capsoni, Notizie risguardanti la città di Pavia, Pavia, 1876, p. 298-299. 



- 156 — 
Santa Maria ni pertica -. M Bossi sulla fine del secolo XVIII 

ripeteva : « S. Maria rotonda è antichissima, ma non quella di 

Teodolinda (1) ». A me che chiedevo la causa della distruzi 
di tal notevole opera architettonica, fu risposto « che era priva 
di ogni valore artistico e storico » K sempre cosi : gli uomini 
distruggono le meraviglie della natura e dell" arte, e poi quando 

Le hanno distrutte dicono che era tutta roba che non va 

niente. 

Non solo alle chiese Leonardo rivolse la sua attenzione du- 
rante la lunga dimora in Pavia nel 1490, ma anche al Castello 
o Palazzo Ducale, che era diventato la dimora di Giovan Ga- 
leazzo Maria Sforza e di Isabella d'Aragona. Quivi il Vinci, come 
si vedrà fra poco, si occupò di lavori di ingegneria e fors' anche 
di pitture, probabilmente per incarico particolare di Lodovico 
il Moro. Il Castello o Palazzo Ducale, ultimato nel 1305 « era 
una delle belle fabbriche che a qoe' tempi si potesse vedere. 
Questa stanza era capace di alloggiare la corte di qualsivoglia 
re e imperatore - scrive il Breventano —, ed è di forma 
quadrata, ed ha nel mezzo una gran piazza commoda per po- 
tervi far giostre, torniamenti ed altri giuochi da principi, coi 
portici d'intorno (come si può ancor vedere) tanto di sopra quan- 
to di sotto, con le loro colonne di marmo e con le scale fatte in 
maniera tale, che si può salire a cavallo sino alla cima di esso, 
le sale e le camere tanto di sopra quanto di sotto sono tutte in volto 
e quasi tutte dipinte a varie e vaghe istorie e lavori, i cui cieli 
erano colorati di finissimo azzurro, ne' quali campeggiavano diverse 
sorti d'animali fatti d'oro, come Leoni, Leopardi, Tigri, Levrieri, 
Bracchi, Cervi, Cinghiali ed altri, specialmente in quella facciata 
che rimirava il parco, (la quale fu rovinata con 1' artiglieria 

(1) Hreventa.no, Storia della antichità nobiltà, ecc. Pavia, 1570, pag. 11. 
— Bossi, Le Chiese di Pavia, manoscritto della Bibl. Univ. pavese alla parola S. 
Maria in Pertica — Capsoni, Memorie istoriche della regia città di Pavia e 
suo territorio antico e moderno, Pavia 1782-1788 — Amadesi L., Dissertazione 
intorno la vantata maggioranza della chiesa Pavese sopra la Ravennate, in 
Saggi soc. lett. Ravenna, I, 140. Baronius, Ann. (1595), 475, 5-7. Cappelletti, 
Chiese d'Italia (1857), XII, 395-518. Eubel, Eier. Cath. (1898) 408-9. Neher 
nel Kirchenlexicon. 



- 157 - 

dall'esercito francese alli quattro di Settembre l'anno del 1527) 
nella quale si vedeva un gran salone lungo da sessanta braccia 
e largo venti tutto istoriato con bellissime figure, le quali rap- 
presentavano cacce e pescagioni e giostre con altri varj diporti 
dei Duchi e Duchesse di questo Stato (1). Al mezzo di questa 
gran sala era un gran finestrone largo da dieci braccia ed alto 
dodici, con una ferriata, la quale sporgeva in fuori sopra la 
fossa da sei braccia, la quale agiatamente la sera al tempo 
della state, poste le mense, i signori ricevendo la fresca aura 
mangiavano tutti lieti al suono de' tromboni, cornetti, flauti ed 
altri istromenti, sotto di questo bello edifizio per tutto allo in- 
torno sono cantine doppie, una parte riceve la luce dalle finestre 
che riguardano nella fossa, la quale è molto larga e piena 
d'acqua e l'altra la riceve dalle finestre, che sono verso la 
piazza di dentro, in queste cantine si riponevano vini e legna 
e servivano anche parti di esse per le stalle de' cavalli e v' erano 
ancora molte moline da braccia (2). Haveva questo palagio 
quattro torrioni, ma ora non ce ne sono se non duoi nella fac- 
ciata verso la città, che quelli duoi che rimiravano verso il 
Parco furono (come abbiamo detto) gittati a terra da Lotreco 

(1) Ho cercato di dimostrare in altro mio lavoro, che Lodovico il Moro si 
servi dell'abilità pittorica di Leonardo per mascherare i suoi disegni di usur- 
pazione del Ducato di Milano, impressionando l'animo debole di Giovan Ga- 
leazzo Sforza. Nel volume della collezione Rouveyre, Récueil des devises et 
de rebus ecc. Parigi 1901, son date le misure di un soffitto e la distribuzione 
su di esso di simboli, che vi dovevan essere dipinti, simboli concernenti in 
gran parte la politica del Moro, e che furono dipinti o nel castello di Milano, 
o in Vigevano o in Pavia. Reputo più probabile quest'ultima ipotesi, poiché il 
Castello di Pavia fu la dimora più abituale di Gian Galeazzo e di Isabella di 
Aragona. 

(?) Molti disegni di Leonardo riguardanti le canove probabilmente del Ca- 
stello di Pavia e le stalle per i cavalli si trovano nel Manoscritto B. f. 38 
recto e verso, 37 verso, 19 verso, ecc. Si ricordi ciò che scrive il Breventano : 
« Nella cittadella oltre la fossa del Castello, quanto sarebbe un tiro d'arco, è 
un gran salone di lunghezza di centoventi passi e largo da ventiquattro, e 
altri tanto alto, opera d' un Duca di Milano fatto fare per potervi giuocare al 
pallone, e ad altri giuochi nel tempo delle pioggie, il qua! hora serve per re- 
positoriodi burchi e ponti per varcare i fiumi ». Istoria dell' antichità ecc. p. 10. 

li 



- 158 - 

Guascone con l'artiglieria; sopra quello che neir entrare in detto 
castello resta alla mano destra era a giorni miei un orologio 
di meravigliosa fattura già fatto fare dal Duca Giovanni Ga- 
leazzo Visconti, il quale non solamente col segno e col suono 
della campana dimostrava l'ore, ma eziandio tutti i corsi ed il 
genere dei pianeti e segni celesti. Questo, per la mutazione 
dello stato non essendone avuto cura, corroso dalla ruggine e 
levate le ruote dai luoghi loro, andò tutto in ruina, e raccolte 
poi da un Maestro Gianello Cremonese, uomo di acutissimo in- 
gegno in cotal arte, ad istanza di Carlo V Imperatore, a quella 
somiglianza ne fabbricò un altro (1)... Nel terzo torrione che 
restava a mano sinistra verso la porta della sala, era da basso 
una Camera larga quanto capiva il quadro del torrione, la 
quale si chiamava la camera dalli specchi, perciochè da tutto il 
volto d' essa era coperto di vedri quadrati largì quanto sarebbe 
la palma della mano tutti variati di colore, come si veggono 
essere quelli delle vetriate delle chiese, e ciascuno di detti 
quadretti di vetro haveva figurato dentro la somiglianza d' huomo 
o di qualche animale o d'una pianta o fiore, fatta d'oro, 1 quali, 
nel percuotimene che vi facevano i raggi del sole nell' uscire 
dall'oriente, rendevano una tanta chiarezza e splendore che 
abbagliava la vista a chiunque là entro si trovava. 11 pavimento 
di questa bellissima stanza era tutto fatto ad opera mosaica 
con varie antiche poesie ed istorie, allo intorno di questa 
stanza erano archipanchi da sedere tutti intarsiati con le spalle 
alte quanto poteva aggiungere un uomo con la mano. Questa 
così bella ed eccelente fabbrica fu cominciata e finita in spatio 
di quattro anni, spendendovisi cento mila Ducati l'anno (2) ». 

I duecento sessantaquattro merli che coronavano tutt' intorno 
le cime, le ampie finestre binate, i tre ponti levatoi, pei quali 
si accedeva ad esso dalla parte della cittadella, del parco e della 
città, il colore rossiccio dei mattoni, la loro perfetta connettitura 

(1) Leonardo nota che anche a Chiaravalle vi era un simile orologio nel 
Codice Atlantico t. 399 verso « Oriolo della torre di Chiaravalle il quale mostra 
luna, sole, ore e minuti ». 

(2) Breventano, Istoria della antichità, p. 7. 






— 159 - 

tutto cospirava a dare al castello uno de' più maestosi aspetti. 
Se i quattro solidi ed alti torrioni, se il profondo fossato, le 
mura moriate, i ponti levatoi, le prigioni durissime, se le quattro- 
cento feritoie rappresentavano il bisogno della sicurezza, della 
difesa e dell'isolamento, per contrario le centoventiquattro fine- 
stre che illuminavano il sotterraneo guardante la fossa ed il cor- 
tile pianterreno formato da quaranta sale e il piano superiore 
formato da altrettante stanze bellissime, ti dicevano che chi abi- 
tava fra quelle mora desiderava gli agi della vita, la luce del 
sole e l'aria libera dei campi. 

A dare al castello maggiore vaghezza Galeazzo II vi aveva 
fatto costruire un bellissimo giardino, cui si accedeva dalla 
porta settentrionale di quello, e da altre ancora, giardino di forma 
quadrata, chiuso da muro con fosse e ponti levatoj ed ampio 
quattrocentoquarantotto pertiche. A tal uopo aveva atterrate le 
chiese del Carmine, del Gesù, di S. Gallo, l'ospedale della Ca- 
rità, l'ospedale di S. Antonio e, fors' anche, il monastero di S. 
Maria in Pertica. Il giardino era di piacevole aspetto e ripieno 
d'ogni genere di piante fruttifere, disposte in bell'ordine. « Al- 
l'intorno — scrive il Breventano — lungo le mura, che '1 chiu- 
devano erano bellissimi pergolati con tutte le sorte d'uva, che 
si possono desiderare, e dette mura erano coperte di spalliere 
di nocciuole <> (1). 

Oltre al castello ed al giardino eravi anche un Parco (Bro- 
lium, Barchum) che fu cosa bella e forse inaguagliabile per 
que' tempi. Ampio tredici miglia e tutto intorno chiuso da mura 
esso abbracciava le torri di Cantugno, Cornajano, Due Porte, 
Mirabello, Restellone, Torre del Gallo, per tacere le minori, e 
vi si accedeva per nove porte, munite di ponti levatoi, tra le 
quali quella settentrionale del giardino, ch'era a doppio arco, e 
per cui si discendeva nel Parco mercè una scalinata. La natura 
del terreno, le boscaglie ond'era fornito, le ineguaglianze sue, le 
lievi prominenze, le vallette, le acque della Vernavola e della 
Carona, che lo bagnavano, le peschiere fatte in più punti lo rende- 

(I) Breventano, Istoria della antichità, p. 10. 



- 1G0 — 

vano adatto non solo a qualsivoglia coltura, ma altresì ad e 
fertile ricettacolo di cacciagione Laonde nel pai-co erano boschi, 
praterie e vigneti bellissimi, campi seminati a grano e sparsi 
di una grande; varietà di piante E dentro e fuori del Parco gli 
animali vivevano in particolari steccati, affinchè nella primavera 
e nell'estate non guastassero i seminati. Di là la ca' de cani, 
la ca' de' levrieri, \& colombara, la conigliara, la struzzaria, 
Vorsaria, perché appunto vi dimoravano cani, levrieri, colombi, 
conigli, struzzi ed orsi. Una porta medesima si disse pescarina 
appunto perchè sorgeva in vicinanza di una peschiera... Nel 
parco Galeazzo aveva fatto edificare non solo delle piccole torri 
a foggia di porte per ricoverarsi nei momenti d'intemperie, ma 
altresì nel centro un bel palazzo, munito di merlature, di fosse 
e di ponti levatoi, nel quale egli e la corte solevano condursi 
per ristorarsi nei dì specialmente di caccia, o per passarvi nella 
stagione estiva qualche tempo, così che si trattarono colà ne- 
gozi gravissimi. Tale palazzo, che pure si adornava di un vago 
giardino, dalla bellezza sua si chiamò Mirabello (1). 

Se Leonardo da -Vinci nel 1490 aveva veramente con sé il 
Manoscritto B noi dobbiamo in esso trovare degli appunti che 
si riferiscono al castello, al giardino ed al parco di Pavia, fram- 
mischiati ai disegni per la cattedrale e per le altre chiese tici- 
nesi. È quello appunto che accade. 

Lascio da parte gli innumerevoli disegni di fossati, di rivel- 
lini, di fortezze, che pur presentano grandi analogie col castello 
di Pavia, e mi attengo alle testimonianze dirette ed esplicite di 
Leonardo stesso (2). Nel Manoscritto B vi è un foglio assai 

(1) Magenta, I Visconti e gli Sforza I, pag. 117. F. Prato, Il Parco Vec- 
chio e il Campo della Battaglia di Pavia in Memorie e documenti per la storia 
di Pavia, Pavia 1895. I, p. 137. Breventano, Istoria della antichità p. 11 e 
segg. Hobolini, Notizie appartenenti alla storia della sua Patria. Pavia, 1838, 
voi. I. Nota bb; Voi. V, parte I, pag. 32, 33, 37. Molti particolari sulle vi- 
cende del parco si trovano in G. Romano, La cronaca di Milano dal 948 al 1487 
in Arch. Stor. Lomb. XIX, pag. 244 e negli altri importanti studi viscontei 
dello stesso autore. 

(2) Per i disegni leonardeschi di castelli e di parti di castelli vedi il Ma- 
noscritto B. f. 5 recto : « modo di rivellino a una fortezza - fondamento di 



- 161 — 

interessante, dove si trovano queste brevi noto in mezzo a pa- 
recchi disegni : « In Titolone he 805 chonclusioni in prospettiva. 
Camini del castello di Pavia hanno 6 gradi di base e dall'uno 
all'altro uno braccio-lupanario-caterata (1) ». Che tutti questi 
appunti si riferiscano a Pavia è facile dimostrarlo. Perciò che 
riguarda il libro di ottica di Vitellone si ricordi il f. 225 recto 
del Codice Atlantico dove è scritto: « fa vedere Vitolone, che é 
nella libreria di Pavia, che tratta di matematica ». Appunto della 
massima importanza perchè, rammentando il Vinci di far vedere 
ad altri il Vitellone già da lui studiato in Pavia, ci assicura di 
contatti frequenti e facili dell'artista con questa città (2). Per 
ciò che riguarda il « lupanario » si ricorra allo studio del Pa- 
vesi sul postribolo ticinese, e per ciò che riguarda la cateratta ai 
lavori del Lombardini sulle opere idrauliche vinciane con riferi- 
mento al canale di Pavia (3). 

Ma non basta. Anche il giardino ed il parco del castello 
compaiono nel manoscritto B a dimostrare come tutto l'intero 
libretto sia stato vergato dal Vinci nel 1490, mentre stava me- 
ditando il modello della cattedrale. Il Breventano ricorda che 
« nel mezzo di questo raro giardino era una gran peschiera, 
lunga da trecento passi et larga venticinque, la quale si vede 
ancora, ma tutta guasta, et era tanto netta che vi si scorgeva 
fino ad ogni minimo pesciolino che vi fosse dentro, e d'intorno 
alle sponde v'erano ridotti, chiamati dal volgo cornigi, dove si 
ricoveravano i pesci (de' quali c'era gran copia) fuggendo il 
sole di state e il freddo di verno. Lontano dalla detta peschiera 
da quaranta passi, d'intorno verso il mezo dì era un'altro bel 



merli — eco. ». Nel f. 12 recto in mezzo ad appunti pavesi si trovano le note 
e i disegni concernenti il « fondamento del rivelin di sotto» ecc. 1 f. 19 recto 
Notisi tuttavia che nel f. 36 verso vi sono misure riguardanti « i tossi del 
Castello di Milano » segno manifesto che nel Manoscritto B, vi sono, oltre le 
note riguardano Pavia, anche alcune che concernono Milano. 

(1) Leonardo Manoscritto B, f. b8 recto. 

(2) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. 

(3) Pavesi, 11 bordello di Pavia dal XIV al XV11 secolo in Mem, del R. 
Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, 1897, pag. 279 e segg. 



— 162 

quadro di diciotto passi per ogni lato già tutto salicato di bianco 
marmo, dentro a cui per quattro gradi si scendeva pur dello 
stesso marmo, il qual si chiamava il bagno, per ciò che ivi per 
diporto, nel tempo del gran caldo venivano a lavarsi i Duchi 
et le Duchesse. Questo riceveva l'acqua da quella gran peschiera. 
et era tutto chiuso con tavole di larice, con la coperta di tela 
fatta a guisa di un padiglione, et aveva quattro graa finestre 
con le vetriate, et io l' ho veduto in parte (aggiunge il Breven- 
tano) nel suo primiero essere, cioè coi scaloni et il suolo di 
marmo, il restante fu distrutto al tempo che fu preso Lodovico 
Sforza, duca di Milano » (1). 

Questa mirabile opera, dove la bellezza armonizzava in modo 
perfetto con la utilità, fu compiuta senza alcun dubbio da Leo- 
nardo da Vinci. Il Manoscritto B con gli opportuni riferimenti 
al Codice Atlantico ne viene a dare una prova diretta ed indi- 
scutibile. Nel foglio 12 recto vi è una pianta di un elegante 
edifìzio attorno al quale doveva scorrere come scrive il Vinci 
stesso dell' « acqua », e lo spazio mediano doveva avere la mi- 
sura di « braccia '20 » Otto salotti ni esagonali armonicamente 
distribuiti erano senza dubbio le stanze, che servivano per spo- 
gliarsi o per rinfrescarsi agli ospiti principeschi. Questo disegno 
porta la nota rivelatrice: « fondamento del padiglione ch'è nel 
mezzo del laberinto del Duca di Milano ». Si resta in dubbio 
se questo edifìzio fosse nel giardino o nel parco. Ma un disegno, 
ed una nota che vi è accanto, viene a rendere assai più proba- 
bile la prima ipotesi (2). 

Disegnato dalla penna di Leonardo sorge accanto al fonda- 
mento suddetto un mirabile edifìzio con ingresso semicircolare 
e con una cupola coperta di lamina metallica o tola sulla 
quale sorge una lanterna. Esso ha due graziosi ingressi ed un 
piano di bianco marmo. Questo è senza alcun dubbio l' edifìzio 
descrittto dal Breventano « il qual si chiamava il bagno, perciò 
ch'ivi, per diporto, nel tempo del gran caldo, venivano a lavarsi 

(1) Breventano, Istoria della antichità ecc., p. 10. 

(2) Leonardo, Manoscritto B, f. 12 recto. 



— 163 - 

i Duchi et le Duchesse (1) ». Leonardo notò infatti sotto il di- 
segno prodetto: « Padiglione del giardino della Duchessa di 
Milano » (2). E ovvio osservare che con le parole Duca e Du- 
chessa il Vinci allude a Gian Galeazzo e ad Isabella d'Aragona. 

Che tutto ciò fosse opera dell'artista fiorentino lo si rileva 
dal fatto dell'esistenza di vari appunti, scritti di mano del 
grande pittore ed architetto, nei quali si accenna a lavori effetti- 
vamente compiuti. Nel foglio 104 verso del Codice Atlantico, 
Leonardo fa alcuni disegni per quello che chiama « bagno 
della duchessa Isabella ». Scrive fra l'altro: « fatto perla stufa 
over bagno della Duchessa Isabella: a é posto perchè il maschio 
della vite non si volti insieme colla sua femmina » . Una 
chiave ingegnosa dava al bagno l'acqua ora calda ora fredda: 
« Per scaldare il bagnio della Duchessa 3 parti di acqua calda, 
nota Leonardo, su 4 di fredda ». « Schiavatura del bagnio della 
Duchessa » (3). Come dimostrerò altrove il Vinci ripetè un simile 
elegante padiglione marmoreo ricoperto di lamine metalliche in 
Vigevano, ma era necessario fermare che già nel 1490 da lui 
era stato fatto un simile lavoro in Pavia. 

Innumerevoli sono gli appunti del Manoscritto B relativi a 
lavori di ingegneria e di muratura, che vengono a confermare 
l'ipotesi che il Vinci ha dirette opere nel castello, nel giardino 
e nel parco di Pavia. Nel foglio 19 verso Leonardo scrive, ad 
esempio, « orto: el terreno che si cava delle canove debbe ele- 
vare da canto tanto in alto che faccia un orto, che sia alto 
quanto la sala, ma fa che tra '1 terreno dell'orto e'1 muro della 
casa sia uno intervallo, acciò che l'umido non guasti i muri 
maestri » e al foglio 20 recto e verso : « in questo strumento 
si move la femina — in questa forza si move il maschio — 
da fare montare acqua — questo fa appunto l' ofizio dello sciu- 
gatoio — camino che sempre ara le legnie sanza attizzare. Qui 
su li orli del camino, donde si mette le legnie debbe essere uno 

(1) Breventano, Istoria dell'antichità ecc., p. 11. 

(2) Leonardo, Manoscritto B. f. 12 recto. 

(3) Leonardo, Codice Atlantico, f. 104 recto. Manoscritto I f. 28 verso 34 
recto. 



— 104 — 

braccio di cieniere stacciata e poi porre di sopra una pietra 

piana acciò non ispiri di sopra »... « modi di vari lumi per 

vario forme di finestre alle canove, la più disutile è la finestra 

a e la pia fredda; la più utile e la più luminosa, e la più calda 
e che vede più ciclo è la finestra e; e di mezzana utilità » 
« Conca - modo de' canali per la città. Vuoisi torre fiume che 
coirà acciò che non corompessi Paria alla città, e ancora sarà 
comodità di lavare spesso la città, quando si leverà il sostegno 
sotto a decta città, e con pastelli e reti si removerà il fango in 
quella moltiplicato, che si mischicrà co 1 acqua iàciendo quella 
torbida, e questo si volo fare ogni anno una volta. Sia il piano 
delle canove più alto che la superficie dell'acqua de" canali 
braccia 3, e pendino inverso i canali a ciò se qualche inonda- 
tione venissi che l'acqua si parta insieme co l'altra, e lassi le 
canove nette. Tesino. Canale maggiore a ciò si possi a un biso- 
gnio mandare tutto il fiume per questo cioè quando è troppo 
grosso e serrare l' altra entrata, e questo non resterà in nessuno 
altro canale » « Camino — camino -. Il destro si volo voltare 
come tornio di monache, e con contrappeso tornare al suo 
primo loco, e '1 cielo di sopra sia pieno di busi acciò possa spi- 
rare. Destro che spira per lo tecto » « livello da barbacani - 
livello da porre linie perpendiculare — stivali da acqua — i 
pali si mettano insino a mezzo muro di socto — il vano delli 
archetti sarà braccia quattro » (1). Se anche le ricerche più 
diligenti non riusciranno a porre alla luce pitture leonardesche 
nelle sale del Castello di Pavia (come tutto porta a credere vi 
siano state) è certo che la critica non potrà dimostrare che non 
sien del Vinci i disegni e gli studi che lungamente vi consacra: 
rabberci di cortine, scale interne delle torri, canali di comunica- 
zione ed infiniti altri lavori, alcuni certo fatti, altri certo pro- 
gettati. 

Che il manoscritto B sia stato pressoché interamente scritto 
in Pavia nel 1490 noi lo induciamo anche dalla frequenza colla 
quale vi è nominato il Ticino. Nel foglio 33 recto Leonardo 

(I) Leonardo, Manoscritto B, i. 19 verso, 20 recto e verso, 53 recto, 64 
verso. 









— 165 — 

scrivo su un tracciato di canali. « Tesino, canale maggiore acciò 
si possi a un bisognio mandare tutto il fiume per questo, cioè 
e piando è troppo grosso e serrare 1' altra entrata, e questo non 
resterà in nessuno altro canale » (1). Nel foglio 37 verso ripete: 
« a e sarà braccia 6; a b fla braccia 8; b e fia braccia 30 acciò 
che le stanze socto i portici siano luminose e d f fla il loco donde 
si va a scaricare le navi i' nele case. A volere che questa cosa 
abbi effecto bisogna acciò che la 'nondazione di dumi non man- 
diano l'acqua alle canove, è neciessario elegiere sito accomodato, 
come porsi visino a uno fiume, il quale te dia i canali che non 
si possiuo né per inondazione o secchezza delle acque dare mu- 
tazione alle altezze d'esse acque e il modo che è qui di sopra 
figurato. E facci elezione di be' fiumi che non intorbidino per 
pioggie come Tesino, Adda e molti altri : il modo che 1' acque 
sempre stieno a un'altezza sarà una conca come qui di socto, la 
quale fia all'entrare dela terra e meglio sare' alquanto dentro 
acciò che' nemici non la disfacicnsino » ("2). 

Prova suprema della verità del mio asserto è che Leonardo 
ricorda nel foglio 66 recto del manoscritto B un fatto al quale 
egli ha assistito direttamente in Pavia, e che egli rammenta come 
osservato da poco tempo, forse nella mattinata stessa del giorno 
in cui scriveva la sua nota. Si ricordi e si riflotta alla esattezza 
con la quale il Vinci adopera nelle sue scritture il passato pros- 
simo e il passato remoto. Qui egli dice « ho visto » e non 
« vidi », come sempre quando vuol accennare ad un fatto che 
lo ha colpito da poco tempo innanzi. 

Nel 1490 o in quel torno si stava attendendo a riparazioni 
delle antiche mura di Pavia. Il conte Borella de Sichis scriveva 
al Moro dando relazione de' lavori in tal modo : « Illustrissimo 
et excellentissimo Signore mio; Subito che fo partita la Signoria 
Vostra de qui per satisfare ad quanto quella mi haveva parlato 
sul ponte del Ticino de le muraglie, fosse et aque de la Cita, 
me n' anday dove era caschato quello pezo de muro, trovay 
erano facti li fondamenti, et anche tyrati sopra terra circa doa 

(1) Leonardo, Manoscritto B, f. 38 recto. 

(2) Leonardo, Manoscritto B, t. 37 verso. 



— 166 — 

braza, et so li lavorava ad tuta ria, si come io dixi a Vostra Kx- 
celleutia havova solecitato et ordinato che la Comunità fa- 
cesse » (l). 

Mentre Leonardo stava nel foglio 66 recto del Manoscritto U 
disegnando certi pali appuntati, e scrivendo la nota « questi pali 
deono essere grossi dal terzo al mezzo braccio e lunghi circa 
2 braccia e mezzo, e devono essere di quercia o ontano cioè 

uniso e sopra tucto siano verdi e quando voi ficcare 

detti pali fa il principio di una buca col palo di ferro », egli 
si arresta all' improvviso, nel punto in cui io ho messo un segno 
di interruzione, e inframmette questa nota, senza rispetto né 
della grammatica, nò della logica, ma per non perdere il ricordo 
di un fatto testé osservato : u Ho visto rifondare alcuno pezzo 
delle mura vecchie di Pavia fondate ne le rive del Tesino : i 
pali che lì erano vecchi quelli che furono di quercia erano neri 
come carbone, quelli che furono d'ontano avevano un rosso come 
verzino, erano assai ponderosi e duri come ferro e sanza al- 
cuna macula » (2). 

Bisogna penetrare nell'intima struttura dei manoscritti vira 
ciani per comprendere le conseguenze che derivano da questo 
appunto : il Manoscritto B fu pressoché interamente scritto in 
Pavia, e Leonardo rammenta un fatto di recente osservato: « Ho 
visto », scrisse egli. 

Le antiche mura di Pavia (la città ha tre giri di mura di età 
differenti e di percorsi in parte diversi) cominciando dalla parte 
di levante ascendevano la via di S. Simone, piegavano in quella 
di S. Maria Corte Cremona sino alla porta Oria, e quindi pro- 
seguivano per le vie di S. Secondiano e di porta Palacense od 
Aureliana sino alla chiesa di S.Olderico. Dalla parte di setten- 
trione, partendo dalla chiesa di S. Olderico, procedevano per le 
vie di S. Pietro al Muro e delle Galbette, rasentando la chiesa 
di S. Francesco (che però non era compresa nella cinta) e ve- 
nivano alla piazza della legna (ora d'Italia), la quale, con una 

(1) Magenta, 1 Visconti e gli Sforsa, II. pag. 454 e seg. 

(2) Leonardo, Manoscritto B, i. 66 recto. 



— 167 — 

[eggiera deviazione verso mezzodì, attraversavano per intiero. 
Quindi, inchiudendo una porzione della piazza detta ora di Loreto 
e le chiese di S. Maria Segreta e di S. Felice in linea retta, si 
prolungavano sino all'Orfanotrofio maschile, che segnava a po- 
nente l'estremo limite delle medesime. A questo punto, appena 
passata la detta chiesa di S. Felice, piegavano a mezzo giorno, 
e scendevano per la piazza conosciuta sotto il nome di piazza 
Botta e per quella della Colombina, quindi per Vicolo di S. Ga- 
briele e per le vie della Pusterla e dei Molini sino al monastero 
di Sant'Agata e della Pusterla, che abbracciavano nel loro cir- 
cuito. S'allungavano poi a mezzodì seguendo il corso del fiume 
però alla distanza del medesimo di un tiro d'arco o meglio di 
fionda [ad lapidis jactum) sino all' antica chiesa di S. Ales- 
sandro, che esisteva all'estremità dell'attuale via di S. Simone 
verso il fiume. 

È in quest' ultimo tratto di mura che Leonardo fece la sua 
preziosa osservazione in un giorno del 1490, e la segnò poco 
dopo nel manoscritto, che aveva portato con sé, nel Manoscritto B, 
che contiene anche i suoi studi e le sue piante per la cattedrale, 
per il castello, per il giardino e per il parco di Pavia. 

Mi affretto però a richiamare altre coincidenze, che vengono 
a dimostrare che noi ci troviamo nella verità : perchè quando 
spunta la luce del vero tutto converge a illuminarlo e renderlo 
sempre più perspicuo. È solo la menzogna che è avvolta nell'oscu- 
rità profonda della notte, e che nulla mai riesce a schiarire ed 
illuminare di tutto ciò che la circonda. 

Quasi tutto il manoscritto B fu vergato in Pavia, e mostra in 
Leonardo la preoccupazione di chi doveva attendere ad opere di 
architettura ecclesiastica, civile e militare. 

Ho già accennato che quando il Vinci ricerca il « jxeqì émtxfjg id 
est de natura, ratione et proiectione radiorum visus, luminum, 
colorum atque formarum, quam vulgo Prospectivam vocant Libri 
X » di Vitellone, lo ricerca nel castello di Pavia. « Fa vedere Vi- 
tolone, scrive 1' artista, che è nella libreria di Pavia che tratta 
di matematica » (1) « In Vitolone sono 805 conclusioni in 

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 225 recto. 



- 168 



prospettiva » (1). È noto che nel mezzo del torrione del castello, 
il quale nell'entrare é a mano sinistra, era una camera, « la 
quale di quadrata fonila, scrive il Breventano, capisce la gran- 
dezza d' esso torrione, ed ha le finestre, come fin ora si veg- 
gono, imbiancate di fuori, nella quale era una copiosa libreria, 
e delle più belle che a que' tempi si potessero vedere in Italia, 
i cui libri erano tutti di carta pecorina, scritti a mano con bel- 
lissimi caratteri e miniati, i quali trattavano di tutte le facoltà 
letterali sì di Leggi come di Theologia, Filosofia, Astrologia, 
Medicina, Musica, Geometria, Rettorica, Istorie ed altre scientie, 
ed erano in numero di novecento e cinquanta ed uno volume, 
come è notato in un Repertorio scritto in carta pecora, il quale 
è appresso di me, e detti libri erano coperti chi di voluto, chi 
di damasco o raso e chi di broccato d'oro o d'ariento, con le 
lor chiavette e catenelle d'ariento, con le quali stavano fer- 
mati alli panchi, i quali erano posti con quell'ordine e modo 
con che sono quelli delle scuole pubbliche, ma però fatti più 
belli, come richiedeva il luogo ed il grado di chi gli havova 
fatti fare, ivi era ancora un corno di Leoncorno lungo quasi 
un braccio, il quale si mostrava per cosa rara e singolare. Il pa- 
vimento di questa stanza è fatto a quadretti di diversi colori 
come fussero vitriati » (2). 

Benché Leonardo non lo dica è certo che egli fece nella 
libreria di Pavia anche tutto lo spoglio del De re militari di 
Roberto Valturio, che occupa tanta parte del manoscritto B, 
spoglio che io primo rilevai nei miei studi sulla filosofìa natu- 
rale (1898) e nei miei frammenti letterari e filosofici (1899). 
A questo proposito è bene qui osservare che grande giovamento 
il Vinci dovette trarre per l' illustrazione grafica di questo libro 
dal museo, che era raccolto nello stesso castello di Pavia, di 
armi antiche. « Il quarto torrione, scrive infatti il Breventano, 
dalla mano destra verso il Parco serviva nelle sue stanze al- 
l'alto insieme con alcune ivi vicine per repositorio o luogo di 
munitione di varie sorte d'arme d'asta e d'archi e di ballestre, 

(1) Leonardo, Manoscritto B, f. b8 recto. 

(2) Breventano, Istoria dell'antichità ecc. p. 7. 






- 169 - 

corno s'usavano ai tempi antichi, con una infinita quantità di 
saetto, freccio, verottoni e dardi, con molta copia di targhe, 
largoni lunghi, rotelle ed altri istrumenti da guerra fatti al- 
l' usanza antica » (1). 

Altre notevoli traccio della dimora di Leonardo in Pavia si 
ritrovano nel Manoscritto B. Vittorio Spinazzola contemplando 
i disegni contenuti nei fogli 5 recto, 52 recto, 55 recto di questo 
manoscritto vinciano (2) si compiaceva di questo volo pindarico. 
« Il Vinci visita il Colosseo, di cui ritrae sommariamente una 
parte diruta e la colonna, su cui ai suoi tempi poteasi forse 
anche predicare, ed ha una superba visione : costruire un anfi- 
teatro dove si predichi la parola di pace, e che le vecchie 
chiese servano alla illuminazione degli spiriti nuovi. È il superbo 
spettacolo che egli vede con la fantasia di tutta una gente rac- 
colta d'ogni parte ad ascoltar l'uomo della fede, o è il pensiero 
laico (quello che l'accompagna tutta la sua vita) che gli sugge- 
risce la straordinaria idea? Certo è che egli vi medita su lun- 
gamente, e pensa di trasportare i suoi emicicli nel transetto 
di una chiesa : in San Lorenzo. I tre teatri sorgeranno: uno nel- 
T abside in fondo e gli altri nell'uno e nell'altro braccio della 
crociera. Gli spettatori, salendo di dietro come pei gradi di un 
anfiteatro, scenderanno verso il coro e, nel centro della chiesa 
proprio al di sotto della cupola, salirà alle sue orazioni il prete. 
Tutto, persino il pulpito, scompare in questa ideazione pagana, 
sostituito dal frammento di un' antica colonna. Salirà la voce 
e si diffonderà per le arcate armoniose nelle prediche e nei 
cori; e perchè nulla manchi, egli cerca di dar tutto il sussidio 
dei suoi studii profondi sulla rifrazioni delle onde sonore sotto 
le alte cupole per questo brulicante spettacolo di vita, portato 
per un momento fra gli altri steli marmorei dalla pittorica fan- 
tasia di un architetto, di un musico e di un poeta » (3). 

No, mentre Leonardo scriveva il Manoscritto B non era né 

(1) Breventano, Istoria dell' antichità, p. 7. 

(2) Il foglio 5 recto, che ora fa parte del Manoscritto 2037, apparteneva in 
origine al Manoscritto B. 

(3) Leonardo da Vinci, Conferenze fiorentine, Milano 1910, pag. 126 e seg. 



— 170 — 



poteva essere dinanzi al Colosseo: il disegno che egli traccia e 
l'idea di trasformare un teatro antico in un auditorium origi- 
nale si riferiscono alle rovine dell'anfiteatro ticinese, che era 

stato eretto d'ordine del re Teodorico allo scopo di intrattenere 
i cittadini col divertimento della caccia e dell'uccisione delle 
fiere. Questo anfiteatro era annesso al palazzo ed ai giardini 
reali. Infatti dalle notizie, che ci furono tramandate, tale anfi- 
teatro si estendeva dalla chiesa di S. Maria dei Cani a quella di 
S. Lorenzo. Un valente antiquario, il conte Mezzabarba, che visse 
nella seconda metà del diciasettesimo secolo, scrive di avere a* 
suoi giorni veduto nella contrada di S. Lorenzo le ruine del 
suddetto anfiteatro. Ciò rilevasi anche da una lapide, che an- 
ch'oggi si conserva, nella quale è detto che Atalarico nel 528 
a spese regie fece costruire nell'anfiteatro i sedili. « Dominus 
noster Athalaricus Rex has Sedes Spectaculi Anno Regni sui 
Tertio fieri Feliciter Precipit ». 

Ora nulla più resta di quelle rovine. Il solo Leonardo nel 
manoscritto B ci ha tramandato il disegno di quell'ordine di 
sedili e di quell'anfiteatro, che egli voleva trasformar in un 
« loco dove si predica » (1) in una specie di « teatro per uldire 
messa » (2). E forse egli vagheggiò l' idea di mettere in pratica 
il suo sogno, ma troppo presto Lodovico il Moro perdette « lo 
stato e la roba e la libertà, e ninna opera si finì per lui » (3). 

Nello stesso foglio dove il Vinci ricorda « Vitolone » e i 
« camini del castello di Pavia » egli disegna un edilìzio con 
tre ingressi e con tre camere nel piano inferiore, diviso da un 
ben architettato sistema di corridoi. Accanto alla pianta vi è la 
parola « lupanario » (4). Che significa? Sembra a me che Leo- 
nardo (in mezzo a tanti ricordi tutti ticinesi) non possa alludere 
che al celebre bordello o postribolo di Pavia, del quale dà una 
pianta e tenta di suggerire una razionale costruzione. « Pavia 
teneva, scrive il Pavesi, una geldra di meretrici solitarie e 

(1) Leonardo, Manoscritto 2037, i. 5 recto. 

(2) Leonardo, Manoscritto B, f. 52 recto, 55 recto. 

(3) Leonardo, Manoscritto L, verso della copertina. 

(4) Leonardo, Manoscritto B, f. 58 recto. 



— 171 - 

sparso, per cui l'Azario volle dirla, sotto il gran Matteo, tutta 
un postribolo — Papia facta erat postribulum propter morbidas 
et infinitas mulieres, et infini tos morbidos juvenes — Ma, nel 
secolo XIV, aveva cercato di riunirle in un sol lupanare o vol- 
garmente bordello per le pettegolate, i tafferugli, le risse fre- 
quenti e sanguinose, che vi nascevano, nel quale si vendevano 
« palam et sine delectu » baci ed amplessi da donne leggere, 
isteriche, il più delle volte indifferenti "alle medesime voluttà 
mali. E che esistesse lo mette fuor di dubbio il comitale 
decreto 24 ottobre 1378, che proibisce di condurre le donne al 
postribolo contro lor voglia e di estorcerne denari, ma ordina 
die si scaccino dai luoghi onesti. Sembra che nel detto anno 
il bordello fosse già destinato in porta Pertusia, fra i molini 
e S. Margherita. Questa chiesa, la quale diede il nome al vicino 
bastione ( poi « del Torello » da un Mezzabarba, ora della Mo- 
lazza aveva annesso uno spedale, distrutto nel 1535, prima an- 
cora della chiesa: ed è di fronte allo ospedale, cioè alla salita 
occidentale di S. Agata al monte, dove sussistono vecchie stam- 
berghe sopra la Carona, che la città aveva il postribolo. Quel 
luogo chiamossi quindi il Malnido, e conservò per lungo corso 
di anni lo stesso epiteto, come nella lontana Perugia la Mala- 
cucina, che si comprende assai meno. Ripeto sembra, perchè 
mi consta che nel 1381 un postribolo si estendeva dalla porta di 
. Epifanio (ora nel suo posto è il bastione della botanica) allo 
spedale delle tre Marie o de' Cani, con vicoli e straducce, 

una delle quali ed il quartiere si diceva la Calabria Non 

.sono riuscito ad assicurarmi se la Calabria fosse un secondo 
; luogo di postribolo, oltre al Malnido, o se in Pavia ve ne fosse 
uno solo. Certo è che nella contrada della Calabria, presso 
una stufa, continuarono ad abitare meretrici, malgrado le pro- 
teste ed i reclami degli abitanti dei dintorni. Facendosi carico di 
quelle numerose proteste, Gian Galeazzo emanò altro decreto 
del 28 aprile 13S7 contro l'abominevole arte lenonia o per re- 
golare il meretricio. Il condurre donne al postribolo, specie 
dietro compenso in denaro, era punito col capo ed ogni rispet- 
tivo contratto dichiarato nullo: nessun lenone poteva tener donne 



- 17'2 

nel postribolo '"l alcuna meretrice lenone, pena 25 lire, metà 
delle quali concesse a chiunque si i cusatore, <■ per 

giunta i contravventori fossero banditi dalla città e dalla dio- 
cesi: la matrona del postribolo dovesse denunziare i lenoni agli 
officiali incaricati di eseguire gli ordini, sotto l'anzidetta pena: 
oltre il terzo suono della campana, nessuno potesse stare con 
le meretrici nel postribolo, nò eondarsele in bettole od altro 
luogo pubblico, nò gli osti ricettarlo, pena per tutti 5 Uro... In 
Pavia l'appalto del bordello cominciò soltanto nel 1398, pei 
effetto della concessione ducale 17 giugno datane ad un'Ana- 
stasia de Venetiis, qui dimorante, ed alla metà del canone 
annuo di 2")0 fiorini d'oro, essendo limitata ad un semestre 
fino alle calende di gennajo successivo. Codesta famigerata 
Anastasia, ripresentalasi agli incanti via via fatti dal podestà* 
anche dietro richiamo del supremo signore, continua matrona 
del nostro postribolo tanti anni, solleva mille questioni e tratta 
direttamente con la duchessa ed il duca, avendone ragione fin 
contro la città per esimersi dal soddisfarle il proprio debito del 
dazio, che era stato ripetutamente accordato alla città mede- 
sima (1) ». Le meretrici di Pavia dovevano portare il mantel- 
letto di fustagno bianco nell' andare per la città. Quest' ordine 
lo troviamo anche nella provvisione del 1447, dopo che era 
stato nuovamente appaltato il bordello di Pavia all'Anna, già 
socia dell'Anastasia, e ad una Elisabella, indi ad una Elisabella, 
indi ad una Caterina di Milano. Manca ogni documento della 
fine del XVI secolo, quindi riesce difficile poter precisare lo 
scopo preciso del disegno di Leonardo del bordello o postribolo 
pavese e del suo interesse per quello, che egli stesso chiama 
« lupanario ». 

(1) Pavesi, 11 bordello di Pavia, pag. 281 e segg. Si noti che Leonardo 
nella copertina del ms. L nomina anche la Stufa': « va ogni sabato alla Stufa 
e vederai delli nudi ». 11 giudizio sul meretricio in Pavia è da vedersi in 
Azario, Cronicon, Mediolani 1771 p. 231. La parola lupanario usata da Leo- 
nardo era assai adoprata in Pavia per designare il Malnido, e il Rambach, The- 
saurus eroticus linguae latinae, Stuttgart 1833 p. 175 la fa derivare da lupae 
« quaerens quem devoret ». Già presso i romani lupae erano le meretrici, 
onde la leggenda dell' allattamento di Romolo e Remo. 



- 173 — 

Innumerevoli altri appunti sparsi nei manoscritti vinciani 
riflettono la storia e la vita di Pavia sulla fine del secolo XV 
e sul principio del XVI, ma per esaminarne l'importanza bi- 
sogna precisare le dimore posteriori al 1490, più o meno lunghe, 
fatte da Leonardo in Pavia. 

Noi primi mesi del 1491 il da Vinci era ritornato in Milano 
per ordinare con gli altri artisti l'apparato per il matrimonio 
di Lodovico il Moro con Beatrice d'Este. Essendo in quest'anno 
per rigidissimo inverno gelato il Po, la principessa era stata 
condotta fino a Brescello sopra slitte, e quindi colle navi si era 
recata a Pavia, ed era entrata nel castello, dove con gran pompa 
si celebrarono le nozze nel 17 gennaio. Il dì appresso Lodovico 
e la sposa si affrettarono a portarsi a Milano, dove erano attesi 
da pompe anche più solenni e maestose. 

Nel 1493 e nel 1494 ritroviamo di nuovo Leonardo sul terri- 
torio pavese e principalmente in Vigevano a compiere lavori 
al bellissimo palazzo della Sforzesca e nei dintorni. Il palazzo 
della Sforzesca veniva apparecchiato più che per l' infelice Gian 
Galeazzo per il prossimo arrivo di Carlo Vili. È vero che il 
Duca e la Duchessa si erano portati nel 1494 a Vigevano abi- 
tando la Sforzesca, dove nel febbraio ebbero visita da Bona, ai cui 
fianchi il Moro aveva messo persone a lui fidate. Ma ben presto 
sul finire dell'aprile dello stesso anno si erano affrettati a ri- 
tornare con l'angoscia nell'anima a Pavia. Da quel giorno non 
ebbero più pace. I divertimenti stessi del parco poco ormai li al- 
lietavano, perocché Isabella troppo si vedeva vicina ad una du- 
plice catastrofe: la distruzione del regno paterno e la perdita del 
marito. Il clima di Pavia, salubre nelle altre stagioni dell'anno, 
era meno propizio nel settembre, e già fino dal cominciare 
dell' estate apparsero nel Duca non pochi sintomi di grave ma- 
lore. Tuttavia di quando in quando le sofferenze gli permette- 
vano di cavalcare e di cacciare nel parco i cervi ed i daini. Ma 
il 9 di settembre egli peggiorò, ed una grande mestizia lo in- 
vase. Ne' dì successivi si riprese d'animo, ed in compagnia del- 
l'infelicissima Duchessa si recò fino a Mirabello, dichiarando 
però che ogni volta che montava a cavallo gli dolevano lo sto- 

12 



- 174 — 

maco ed il palmo della ninno in guisa da non potere teijer le 
redini, il suo organismo ora pienamente rovinato, non più di- 
geriva, e di continuo egli era in proda a vomiti, a febbre ed 
a tremore. TI suo volto era divenuto pallido e macilento, 1" in 
gegno fievole e l'animo agitato dallo spettro delle morte. La 
madre avvertita del compassionevole di lui stato, il 26 d'ottobre 
accorse a Pavia, e, fino al giorno in cui egli chiuso gli occhi, 
allHtuosamente lo assistette, alternando di sovente le penose 
veglie con l'infelice Isabella, che d'intorno a sé non vedeva che 
la rovina ed il pianto. 

Leonardo si trovò pure in Pavia per l'entrata solenne di 
Carlo Vili. È noto che questo re dopo essere stato in Asti amma- 
lato di vaiolo era andato a Vigevano, dove gli erano state risor- 
bate strepitose accoglienze. Lodovico il Moro lo condusse alla Sfor- 
zesca, stupenda fattoria, dove Leonardo aveva rivolta l'opera sua. 
Quivi sorgeva un gran palagio di forma quadrata, con quattro 
torri e dall' una parte stavano superbi cavalli e dell' altra le più 
pregiate qualità di giumenti. È dubbio se per Vigevano o per 
Pavia il Vinci avesse costruito le stalle per molti cavalli, ornate 
di colonnine sottili con ogni ordigno e modo di provvisione. 

Il giorno 14 d'ottobre del 1494 Carlo Vili giunse al Borgo 
Ticino ; pose stanza nell'Abbazia di S. Antonio, in cui pranzò, 
ed alle ore 23 di quel medesimo dì, accompagnato da Lodovico, 
dai principi e baroni francesi, da magistrati, dai professori, dagli 
studenti, dai nobili, recanti vesti porpora, dal clero e da quanti 
monaci abitavano nei monasteri di S. Paolo, di S. Giacomo, di 
S. Spirito, di S. Salvatore, di S. Apollinare, ed altri ancora, 
entrò sotto un superbo baldacchino di drappo d' oro nella turrita 
città, di cui gli erano state presentate le chiavi. La quale offriva 
lieto e signorile aspetto ; giacché le vie erano coperte di fiori, ed 
ai balconi pendevano ricchi drappi d'oro. Isabella non volle 
sulle prime farsi vedere, e quando Lodovico la pregò di pre- 
sentarsi al Re, ella impugnò un coltello, dicendo che se lo sa- 
rebbe conficcato nel cuore piuttosto che stringere la mano al- 
l'uomo, che andava contro suo padre. Pure ella dovette piegare 
ai voleri del Moro. Alla dimane prima di ammirare il castello, 






- 175 - 

Carlo Vili si recò a visitare l' infermo Duca, suo cugino, che 
stava a letto circondato dai due suoi teneri figliuoli e da Isabella, 
le quale si gettò ai piedi del Re, supplicandolo ad avere pietà 
del padre e del fratello. Gian Galeazzo a sua volta molto gli 
raccomandò il proprio figliuolo Francesco, pregandolo a volerlo 
(onere per suo, giacché egli si trovava vicino alla tomba. Il dì 
lo stesso il re adì messa in S. Pietro in Ciel d'oro e visitò 
l'Arca di S. Agostino, e, dopo avere ammirata la biblioteca e 
le reliquie del castello, cacciò nel Parco. Il giorno 16 si recò 
col suo seguito alla Certosa, dai cui monaci fu accolto proces- 
sionalmente. Udì messa nel coro, poscia pranzò nella chiesuola 
vicina al monastero, come luogo in cui poteva mangiare carne, 
lasciando che il Moro pranzasse nella torre. Non s'allontanò 
dalla Certosa senza averla di nuovo visitata, e quindi ritornò 
al castello : nel quale, malgrado la grave infermità del Duca e 
la ineffàbile desolazione di Isabella, non mancarono i tripudi e 
le rappresentazioni di commedie. Nei giorni ch'egli dimorò in 
Pavia fu trattato splendidamente, ma il 18, dopo avere udito 
messa nella cattedrale prese la via di Piacenza, dove, poco dopo 
il suo arrivo, seppe che Giovanni Galeazzo era morto (1). 

È probabile che Leonardo sia ritornato in Pavia nel 1495, 
quando Massimiliano imperatore con suo Diploma del 6 aprile, 
aveva confermato nella persona sola di Lodovico la dignità di 
duca di Milano e di conte di Pavia. È noto che nel 28 di maggio 
lo Sforza era giunto in Pavia accompagnato da tutta la sua corte 
e dagli ambasciatori del Re dei Romani. Nel 2 dicembre l'impe- 
ratore Massimiliano entrava in Castello dalla porta del Parco e 
gli erano presentato le chiavi della città. Nel giorno 4 sente la 
messa in Duomo, nel 6 si porta alla Certosa, nel 7 parte, pas- 
sando il Ticino, cavalca per Domo, Scaldasole, Vigevano e va 
a Como. 

Leonardo rivede Pavia nel 1497 durante una sua gita a Ge- 
nova. Nel ló03 soltanto vi può poscia ritornare in occasione di 
visitarvi i nuovi baluardi che ì francesi, per ordine di Carlo di 

(I) -Magenta, 1 Visconti e gli Sforza, I, pag. 468. 



- 170 - 

Amboise, signore di Chaumont e protettore del Vinci, vi 
erigendo per ricostituire le fortezze danneggiate dalle gu< 

recenti. 

Da ultimo poi, come ci attesta il Vasari (1), Leonardo fre- 
quentò Pavia nel periodo che va dal 1509 al 1611, e fors' anche 

vi passò per l'ultima volta nel 1513 per recarsi a Poma alla 
corte di Leone X. 

Fu in una di queste gite che Leonardo ritrasse col disegno 
la statua equestre del Regisole, e vi fece attorno alcune impor- 
tanti considerazioni non ancora ben rilevate. 

Il Barone Enrico di Geymuller, amico dell'Italia e degli ita- 
liani, e che volle già mentr'era in vita benignamente intere- 
in Baden Baden dei miei studi vinciani, che egli segui poi 
sempre con simpatia e con interesse, rilevando parecchi disegni 
equestri di una statua antica simile a quella di Marco Aurelio in 
Roma fatti dal Vinci, scriveva: « Fra ì disegni riferiti dal Richter 
uno in black chalk (P l. LXXIII — the upper sketch on /he 
righi hand side) ci rammenta evidentemente l'antica statua di 
Marco Aurelio. Se, come può sembrare, Leonardo non aveva 
sino allora visitato Roma, egli poteva facilmente aver presa no- 
tizia di questa statua dai disegni del suo maestro e amico Ver- 
rocchio. Infatti il Verrocchio era stato a Roma per lungo tempo 
fra il 1470 e il 1480. Nel 1473 Papa Sisto IV aveva ristaurata 
questa antica statua equestre e 1' aveva posta su un nuovo pie- 
distallo di fronte alle chiesa di S. Giovanni in Laterano (2) ». 
Per questa ipotesi osservo subito un grave inconveniente: Leo- 
nardo, mentre stava attendendo alla statua equestre per Fran- 
cesco Sforza, era in Milano e frequentava anche Pavia; come 
poteva egli rilevare un disegno che si trovava, nella migliore 
ipotesi, in Firenze? 

(1) Il Vasari, affermando che Leonardo aiutò Marc' Antonio Dalla Torre ne' 
suoi studi anatomici, viene a darci indirettamente la notizia che il Vinci fre- 
quentò Pavia nel 1509, 1510 e 1511, quando appunto il Dalla Torre era venuto 
da Padova nella Università ticinese. 

(2) Richter, The literary Works of Leonardo da Vinci, London, 1883, 
voi. II, p. 87. 



— 177 - 

No, quel disegno non riproduce il Marco Aurelio di Roma, 
ma bensì il Regisole di Pavia, che troviamo imitato anche in 
diversi altri schizzi leonardeschi, che oggi si conservano a 
Windsor. 

Che il Vinci abbia osservata la statua del Regisole è cosa 
più che naturale, necessaria. Questa statua equestre di bronzo 
era sul finire del secolo XV' nel mezzo della piazza del Duomo 
sopra una baso di sasso e mattone. Essa era rivolta a setten- 
trione, un poco maggiore del naturale sì l'uomo, che il cavallo; 
l'uomo era vestito alla romana con clamide e corazza, la destra 
in alto, come chi impone la Pace, il cavallo aveva il piede si- 
nistro davanti sorretto da un cane ritto sulle zampe posteriori 
e pure di bronzo. La statua equestre del Regisole rappresentava 
forse Marc'Aurelio, od era somigliantissima a quella che si trova 
in Campidoglio, la qual cosa fu primamente avvertita dal Mont- 
faucon contro l' opinione di quelli che vi volevano scorger l' ima- 
gine di Antonino Pio, di Lucio Vero, di Commodo, di Gisulfo e 
di Teodorico. Al dire dell'Anonimo ticinese tale statua era stata 
posta a suoi tempi super columna lateritia, saxeam tabularti 
super habens, sulla quale si leggevano le parole S. P. Q. R. 
L'Anonimo aggiunge che era stata nuper deaurata, e si sa 
che nel piedistallo era dipinta una pugna tra i Pavesi e i Ra- 
vennati, i quali ultimi in origine l'avevano posseduta. Molte sono 
le opinioni intorno all'origine del nome, l'ultima lo fa derivare 
dalla parole regisseur, regittore, signore, imperatore. Le antiche 
opinioni sono ben riassunte dal Rreventano: « La detta statua 
era da alcuni di que' di Ravenna appellata Mirasole, perciò 
ch'ivi ella con la faccia verso il levar del sole era rivolta, altri 
dicono, ch'ella si chiamava così, perchè ivi era con tal arte 
collocata, che si ragirava insieme co'l corso del sole; altri vo- 
gliono ch'ella fusse detta Radisole, imperocché essendo tutta 
indorata al percuotimento dei solari raggi, ella rimandava i 
raggi come fa il sole. Altri poi la chiamarono Regisolio, cioè 
seggio del Re, dicendo, che al re bisognava haver più cura et 
riguardo verso la parte di Settentrione, di dove erano già scorsi 
a' danni della Italia Hnnni, Gothi, Eruli, Ulani, Vandali et altre 



- 178 - 

barbare nationo, che guardarsi dal mezzodì o dall'oriente, dove 
la Italia è chiusa dal mare, onde ella viene ad sicura- 

rissima, né più agevolmente essere danneggiata, se non da no 
gagliardissimo apparecchio di grossa armata » (1). 

Leonardo non si contentò soltanto di ritrarre in ogni parte 
questa statua di grande valore artistico, ma fece sul cavallo 
alcuno osservazioni uotevoli nel Codice Atlantico. Egli scrive 
riferendosi al Regisole: « Di quel di Pavia si laida più il mo- 
vimento che nessun' altra cosa. L'imitazione delle cose antiche e 
più laldabile che le moderne. Non pò essere bellezza e utilità? 
comi; appare nelle fortezze e nclli omini. Il trotto è quasi di 
qualità di cavallo libero. Dove manca la vivacità naturale bis- . 
farne una accidentale » (2). 

A proposito degli studi perla statua di Francesco Sforza e per 
i rapporti del Vinci con Pavia torna qui in acconcio il notare 
che Gian Galeazzo Sforza era amantissimo di possedere belle va- 
rietà di cavalli e che l'artista ne' suoi disegni ritrasse il con- 
torno superbo di più d'uno de' cavalli del Duca, come rammenta 
anche le superbe razze di Galeazzo Sanseverino e di messer 
Giovan Antonio Mariolo, i cui cavalli ho visto più volte nomi- 
nati nei documenti dell'Archivio Gonzaga di Mantova di questo 
tempo, da me esplorati (3). 

È noto, inoltre, che il giardino ed il parco di Pavia erano 
ricettacolo non solo d'ogni sorta di animali da caccia, ma con- 
tenevano ancora struzzi ed orsi, e ben rinserrati nelle loro 

(1) Breventano, Istoria dell' antichità ecc, p. 9. 

(2) Leonardo, Codice atlantico, f. 147 recto. I disegni leonardeschi ci 
ritraggono il Regisole son da vedersi sulla collezione Rouveyre, Croquis 
dessins sur le cheval, passim. Che si trattasse della statua di Marco Aurelio 
sostenne primo il Montfaucon, Diarium italicum, Parigi, 1702 p. 30 Cfr. 
Bernardo Sacco, De italicarum rerum varietate etc, Pavia 1565 lib. X. 
p. 106. 

(3) Leonardo, Croquis et dessins sur le cheval, Parigi, 1901, f. 18 recto 
« Ciciliana di messer Galeazzo » f. 28 recto « Gianecto grosso di messer Ga- 
leazzo ». Questi appunti come quelli del codice atlantico f. 291 r. si riferiscono 
alle superbe razze cavalline possedute da Galeazzo da Sanseverino 1' alter ego 
di Lodovico il Moro. 



— 179 - 

gabbie dei leoni, i quali talvolta si facevan vedere al popolo con 
grande delizia e meraviglia di ognuno. In una delle sue dimore 
in Pavia Leonardo assistette in piazza Castello allo spettacolo 
di un leone legato con stretto nodo indissolubile mediante una 
grossa fune ed un'asta, il quale fu mostrato fuor dalla gabbia 
alla gente adunata tutto attorno. Il Vinci, curioso di ogni singo- 
larità, notò il sistema fortissimo ed ingegnoso di legatura me- 
diante la corda e l'asta cbe impediva ogni movimento all'ani- 
male, e aggiunse al disegno questo caratteristico commento 
« Questo vidi fare al leone in piazza di Castello con un vincolo 
ed una saetta ». E della legatura e del leone si interessò tanto 
che in altri fogli de' suoi manoscritti tornò a segnare accanto 
al medesimo disegno: « Vidi fare al leone del duca Galeazzo in 
piazza di Castello », e in occasione della nascita di un leoncino: 
« Fanemollo è nato dal leone di Galeazzo duca ». 

Anche la repubblica fiorentina manteneva de' leoni a diverti- 
mento del popolo. Leonardo infatti segnava accanto al disegno 
di una gabbia: « camera de' leoni di Firenze » (1). 

Come Leonardo si sentì libero nella pianura ticinese, la sua 
mente poteva finalmente appagarsi nella contemplazione delle 
cose naturali ! Ora fa dei calcoli intorno alla « spesa per la 
cavatura di un naviglio di trenta metri » ora prende delle 
misure per un edifizio. Avvicinandosi al Ticino il Vinci si ferma 
a considerare le genti affaccendate per la pesca dell'oro: 
« Perchè il moto fatto dal crivello raduna di sopra e in disparte 
tutte le più leggere parti e'1 simile fa la navetta, dove si pesca 
l'oro in Tesino, mediante il colpo, e ancora la spazzatura delli 
orefici che si lava? » (2). 

Quanti probblemi gli suscitava nell'anima la vista del fiume • 
e delle opere umane! « Il lilio si pose sopra la ripa del Te- 
sino — aggiunge l'artista fermando con la penna un grazioso 
apologo che gli passa nella fantasia mentre è assorto in questi 
profondi pensieri — e la corrente tirò la ripa insieme col 
lilio » (3). 

(1) Leonardo, Codice Atlantico, f. 389 recto, 177 verso. 

(2) Leonardo, Manoscritto H, f. 88 v. 

(3) Leonardo, Manoscritto H, i. 32 recto. 



- 180 — 

E i manoscritti sono pieni di linee tracciate, che rappresentano 
canali ohe si partono dal Ticino e canali che in esso si vanno 
a gittare. Tuttavia essendo mio solo scop i considerare qui gli 
appunti che si riferiscono alla città di Pavia, il lettore mi vorrà 
perdonare so non mi addentro nell'esame «ielle note trinciane 
relative al limpido e benefico fiume, che scorre a' piedi delia 

città dalla parte di mezzodì, rinnovando di continuo l'aria cir- 
costante e servendo, oltre che alla salute, anche alle opere mec- 
caniche degli uomini. 

Leonardo ha sempre in mente il hel fiume italico, e spe- 
lo ricorda accanto al Po : « Descrivi, annota egli nel mano- 
scritto E foglio 61 recto, descrivi li monti de' flessibili aridi 
cioè della creazione dell'onde della rena portata dal vento e 
de' sua monti e colli, come accade nella Libia. L'esempro ne 
vedrai sulle gran rene di Po e di Tesino o altri gran fiumi » 1). 

Un'altra chiesa (se pure non è l'omonima di Milano, demo- 
lita nel P108 per cedere il posto al palazzo dei Telegrafi e dei 
Telefoni che doveva ingrandirsi (2)) è rammentata dal Vinci, e 
questa è Santa Maria Segreta « Tra le cose notabili che sono 
in Pavia, scriveva il Breventano non molto dopo la morte di 
Leonardo, si può ammirare quella bellissima arca di marmo 
così bianco e lustro che è una maraviglia a vedere, posta nella 
Segrestia di S. Augustino in memoria di esso Santo, nella quale 
sono di rilievo tutte le storie della vita e morte, e della traslatione 
di esso Santo, e nel niezo un corpo pur di marmo in habito epi- 
scopale figurato per quello glorioso dottore della Chiesa santa. 
Uscendo dalla cittadella si vede una bella lunga et larga piazza 
chiamata '1 Brolio, la quale si stende dalla fossa della cittadella 

(1) Leonardo, Manoscritto F, f. 61 recto. Anche nel Codice di Leicester 
Leonardo ricorda il Ticino e iJ canale che da esso deriva. Cfr. Il Codice 
di Leonardo da Vinci della biblioteca del principe di Leicester. Milano, 
1909. 

(2) Pare che la chiesa di Santa Maria Segreta di Milano sorgesse, nel se- 
colo IX, sulle rovine delle prigioni romane dette segretae. Resto nella incer- 
tezza se il Vinci accenni albi chiesa di Milano o (come inclino a credere) a 
quella di Pavia. 



— 181 — 

fino alla Chiesa nomata Santa Maria Segreta. Nel qual spatio si 
soleva già due volte l' anno fare una gran fiera franca, una, 
cioè, alli venti del mese di Maggio, nel cai giorno si celebra 
la festa di San Theodoro Vescovo di Pavia, e l' altra alla festa di 
Santo Agostino, cioè, alli venti otto di Agosto, e ciascuna durava 
per quindici giorni, dove concorrevano Mercatanti da lontane 
parti con varie sorti di mercantie come di oro, di gioie, di sete, 
di lane e d'altre cose di valore. Intorno al mezo di questa 
piazza a canto al Monastero della Annunciata, si vede una bella 
et antichissima torre rottonda, detta di Boetio, perchè ivi stette 
in prigione un gran tempo, come diremo parlando di esso, Boetio. 
Ha questa torre allo intorno alcune imagini cl'huomini di rilievo 
fatte di pietra cotta, le quali essendo di dentro concave et vote 
al soffiare de venti isprimono un certo mormorio, il che ha fatto 
credere a molti che là entro sieno alcuni spiriti. Fuori della 
sudetta Chiesa di Santa Maria Segreta a canto alla strada per 
cui si va dritto al Duomo é una pietra marmorea alta un braccio 
con una crate di ferro dattorno, sopra la quale soleva già sedere 
il Vescovo di nuovo consacrato venendo da S. Stefano in cam- 
pagna vestito in habito pontificale, et per una antica consuetu- 
dine ivi gli erano lavati et asciugati i piedi da alcuni della 
progenie de' Confalonieri, e poi da essi calciato si anelava alla 
Chiesa cattedrale, dove esso vescovo donava un cavallo fornito 
de' suoi abbigliamenti con tutte le cerimonie, che si richiegono 
ad un cavaliere, et un stendardo di cendado rosso con la croce 
bianca (insegna della città) alli detti de' Confalonieri, i quali 
per antico privilegio hanno di porre in Sedia il novello Vescovo 
consacrato » (1). 

Anche Leonardo attraversò la piazza del Brolio per recarsi 
alla chiesa di Santa Maria Segreta. Egli aveva notato sul suo 
libretto di appunti: « Vedi la lectera a Sancta Maria Secreta » (2) 
e questa nota giungendo fino a noi ci dà gli elementi storici 
per imaginare l'artista fra le meraviglie dell'arte e della natura 



(1) Breventano, Istoria della antichità ecc.. p. 8. 

(2) Leonardo, Carte del Britisk Museum in Richler, II p. 194. 



— 182 -- 

in quel punto pittoresco di Pavia, affrettarsi forse tra la fola 
addensata per recarsi nella chiesa, ora scomparsa e distrutta. 

I manoscritti di Leonardo vengono a dimostrare che l'artista! 
fu in relazione con un gran numero di uomini nati in Pavia o 
che in quota città abitavano. 

Non è qui luogo di illustrare i rapporti che passarono fra 
il Vinci e Giovanni Galeazzo Sforza ed Isabella di Aragona. Ho 
cercato di dimostrare in altro mio lavoro che Lodovico il Moro 
si servì di Leonardo per infondere nella coppia principesca infe- 
licissima la fiducia nell'opera usurpatrice di colui che si chia- 
mava e doveva essere tutore del Duca, della Duchessa e dei 
loro figli. A giustificare il contegno dell'artista fiorentino a 
questo riguardo bisogna notare che il Moro esercitava attorno 
a sé un vero fascino, e che dai contemporanei fu considerato per 
un certo tempo, e fino alla discesa di Carlo Vili, mente politica 
di prim' ordine e carattere magnanimo. 

Così non considererò qui le relazioni di Leonardo con Ga- 
leazzo da Sanseverino, con Guido Torello, con Biagino Crivelli, 
con Simone Arrigoni, con Marchesino Stanga, con Gualtiero de", 
Bottapetri, con Gualtiero di Bescapè, continuamente ricordati 
nei documenti degli archivi pavesi e nei documenti degli archivi 
milanesi riguardanti Pavia. Ciò involgerebbe l'esame dei rap- 
porti di Leonardo con tutta la vita lombarda del secolo XV-XVI. 

Accennerò qui soltanto che 1' artista fiorentino fu in relazione 
amichevole con pressoché tutti gli artisti pavesi del tempo a 
cominciare dal grande scultore Giovanni Antonio Amadeo fino 
al pittore Agostino da Vaprio, che gli dona « una pelle turj 
chesca per fare uno paio di stivaletti (1) » ed all'intagliatore e 
fabbricatore di strumenti musicali Lorenzo Gusnasco, che scri- 
veva ad Isabella di Mantova « è a Venezia Leonardo Vinci, il 
quale m'ha mostrato uno retracto de la Signoria Vostra, che è 
molto naturale a quella, sta tanto bene facto non è possibile » (2). 

(1) Leonardo, Manoscritto C, f. 10 recto. 

(2) Baschet, Aldo Manuzio, Venezia, 1867. Crowe nel periodico The Aea- 
demy 1870 p. 123. Richter, Illustrated Tipographies of the great artists; 
Leonardo da Vinci, London, 1880, p. 82. 



- 183 — 

Per innumerevoli fila Leonardo è legato alla vita ticinese 
del suo tempo, ma a me preme rilevare soltanto, dopo quanto 
ho detto, i rapporti passati fra il Vinci e la celebre Università 
di Pavia, che furono così stretti e così importanti da potersi 
diro non ultima causa del predominio che noli' anima dell'artista 
prose la vocazione scientifica sulla attività pratica. Venuto in 
Lombardia nel 1482 come musico, pittore, scultore ed architetto 
nel dicembre del 1499 Leonardo parte dalla grande pianura 
padana scienziato e pensatore, non secondo a nessuno nel suo 
toni pò. Certamente questa memorabile trasformazione di una 
coscienza è dovuta innanzi a tutto al carattere specifico del genio 
vinciano: egli s'era formato fin da fanciullo quell'abitudine di 
portare con sé quei libri di note personali, che oggi costitui- 
scono come un vasto giornale intimo ancor quasi interamente 
indecifrato. Da prima il Vinci aveva cominciato a segnarvi dei 
semplici disegni, poi ai disegni ben presto accompagnò qualche 
nota prospettica e anatomica, geologica e botanica, geografica e 
geologica, architettonica e meccanica. Il Vinci notava tutto nel 
suo piccolo libro, « il quale tu devi sempre portar con teco, e 
sia di carte tinte, acciò non l'abbi a scancellare, ma mutare di 
vecchio in un nuovo, che queste non sono cose da essere scan- 
cellate, anzi con grande deligenza riserbate, perchè gli è tante 
le infinite forme e atti delle cose che la memoria non è capace 
a ritenerle, onde questi ti riserberai come tuoi autori e mae- 
stri » (1). 

Ma i rapporti di Leonardo con l'Università e i professori 
di Pavia e di Milano furono la causa del rafforzarsi e dell'espli- 
carsi pienamente della vocazione scientifica del suo genio, la 
quale, checché scriva ora il Seidlitz (2), finì col predominare e 
quasi soffocare la vocazione artistica, come videro il Vasari e 
tutti i contemporanei con lamento concorde. I manoscritti ven- 
gono oggi a dimostrare a chiare note come fu potente l'efficacia 
dell' Universilà di Pavia sullo svolgimento del pensiero leonar- 

(1) Leonardo, Trattato della pittura ed. Manzi, Roma, 1810, p. 

(2) Seidlitz, Leonardo da Vinci der Wendepunht der Renaissance, Ber- 
lin, 1909. 



— 184 — 

desco, tanto che si può dire che fa al contatto con quelle aue 

mura che l' animo più grande che la storia <]<-l genere amano 
ricordi si senti l'intima capacità 'li farsi investigatore 'li nuovi 
e fino allora sconosciuti veri. 

Nessuna Università poteva essere pitì propizia all'esplicarsi 
del genio scientifico in Leonardo della Università 'li Pavia 
Rinascimento. 1/ Università 'li Bologna era allora il centro del- 
l' alessandrissimo, l'Università 'li Padova era il centro dell' aver- 
roismo, l'Università di Pisa si tenne specialmente allo scotismo, 
l'Università di Roma al tomismo,, l' allora fondato studio di Fi- 
renze pose sugli altari Platone... Fu l'Università di Pavia, che 
manifestò, con la schiera dei suoi filosofi, la lib'-rtà rie] pens 
aperto a tutto le correnti e solo desideroso del vero, tantoché 
si può dire che se sui piani lombardi allora la fortuna d'Italia 
fu battuta dalle armi straniere e calpestata, fu dalla vetusta Uni- 
versità lombarda, eh'' surse la vivida luce della filosofia nuova. 
Forse la dimora di Pavia piacque tanto al libero spirito del 
Petrarca perche v'intravvide i germi di quella indipendenza del 
pensiero che doveva regnare fin alla rivoluzione francese, quando 
questa Università si ridusse un nido di indomiti giansenisti e 
fino ai nostri giorni medesimi? Io non so. Ciò che è certo è 
che quivi insegnò l'ardito spirito di Lorenzo Valla che col De 
voluptate et de vero bono e con gli altri suoi scritti mosse 
il suo fiero attacco contro la lupa di Roma, fornicante col secolo 
nel nome immacolato di Cristo, e segnò, primo, la riscossa del- 
l' uomo moderno contro il medioevo crollante. Quivi insegnò il 
più grande forse dei tomisti antichi e moderni, Tommaso da 
Vio detto il cardinale Gaetano le cui opere si ristampano a 
Roma dai neotomisti accanto a quelle del loro insigne maestro. 
Quivi insegnò quel lucido e mirabile spirito oggi ingiustamente 
dimenticato che fu Lodovico Pendasio. Quivi insegnò Cornelio 
Agrippa di Nettesheim l'autore immortale del « De incertitudiue 
et vanitate scientiarum », novatore potente ed ardito. Quivi inse- 
gnarono poi Gerolamo Cardano e Cristoforo Magneno, rinnovatore 
della filosofia atomica. E quivi, come dimostrerò in breve, ri- 
mase a lungo studiando e meditando, anche Colui che l'Europa 



- 185 - 

oggi proclama non soltanto artista prodigioso, che congiunse, 
nell'opera sua, la profondità e la grazia, la forza e l'equilibrio, 
la determinatezza del reale e il fascino del mistero, ma anche 
vigoroso e infaticabile investigatore dei fatti della natura e sicuro 
costruttore di leggi scientifiche, Leonardo da Vinci, il discepolo 
della spericnza « Sembra quasi che in lui nasca tutta la scienza 
moderna, scrisse un giudice non sospetto Benedetto Croce, e 
che egli la consegni ai secoli successivi come in un grandioso 
abbozzo » (1). 

Il Breventano scrive che le stanze dell'Università di Pavia 
erano in antico su « quella piazzetta, che si domanda dal lino », vi- 
cino alla chiesa di S. Maria Perrone. E aggiunge: « Ma furono poi 
fatte molte magnifiche dalli Duchi Sforzeschi, dove al presente si 
veggono. Queste sono due stanze grandi contigue, da una sola 
parete separate, ciascuna delle quali ha un ampio cortile con portici 
d'attorno, con molte scuole e di sotto e di sopra. In quella de' Legi- 
sti, si leggono le seguenti letture: di mattina due lettioni ordinarie 
di ragion canonica, et una straordinaria et quattro in civile, di 
sera poi una di Retorica, tre della Instituta, due di Canonica et 
tre ordinarie del Civile, et una straordinaria, et questo i giorni 
feriali. I giorni poi di festa la mattina si legge una lettione della 
Attione. Nelle scuole degli Artisti si leggono di queste materie 
seguenti: di Theorica ordinaria la mattina due lettione, di straor- 
dinaria due, di Sacra scrittura una, di Theologia scolastica una, 
di Filosofia ordinaria due, di straordinaria due la sera, di logi- 
ca tre, di pratica medicina ordinaria due, di straordinaria due, 
di semplici una, dell'Almansore due e di greco una » (2). 

Leonardo da Vinci ricerca varie opere di alcuni che in altri 
tempi avevano insegnato nell'Università di Pavia: e in primo 
luogo di Biagio Pelacani di Parma filosofo e matematico famoso 

(1) Leon\rdo da Vinci, Conferenze fiorentine, p. 228. 

(2) Breventano, Istoria dell' antichità ecc., p. 22 e segg. Sulla storia del- 
l' Università di Pavia si veda inoltre. Memorie e documenti per la storia del- 
l'Università di Pavia e degli uomini più illustri che v'insegnarono, Pavia 1878 
e sopra tutto il Codice Diplomatico dell'Università di Pavia. Pavia 1905 voi, I. 
Di quest'opera tutti gli studiosi attendono la pubblicazione del voi. II. 



— 180 - 

a' suoi tempi sospeso dalle lezioni por le sue dottrine eterod 

e poi ammesso di muovo previa ampia ritrattazione 1 . Ricerca 
anche uno scritto di Giovanni Taverna, laureato in ambe le 
leggi, da prima esaminatore poi presentatore nella università di 

Pavia e facente parte di quel collegio de' dottori 2). Studia il 
trattato della conservazione della sanità d'Ugo Bonzi di Siena 
laureato in medicina, presentatore ed esaminatore (3), V 
lario e l'opuscolo dell'immortalità dell'anima di Francesco Fi- 
letto (4), le opere fisiche e matematiche di Giovanni Marliani 
e di Giorgio Valla {&) e va a frugare nella biblioteca privata 
di Giovanni de' Ghiringhelli [7). 

Ma tutti questi professori erano già morti nel tempo della 
venuta di Leonardo in Pavia. Egli ebbe rapporti personali diretti 
con Fazio Cardano, padre di Gerolamo, con Giorgio Morula, con 
Niccolò Antiquario, con Andrea ed Alessandro de' Ghiringhelli, con 
Franchino Gafurio, con Niccolò Cusano, con Gerolamo Marliani, 
con Ambrogio Varese di Rosate, con Marco Antonio della Torre. 

Ho già avuto occasione nel mio libro nelle Fonti dei ma- 
noscritti di Leonardo da Vinci di considerare V efficacia delle 
opere di questi professori pavesi sulP artista fiorentino. Ora io 
toccherò soltanto dei rapporti personali del pittore filosofo con 
questi dotti in quanto furono professori nell' Università di Pavia 

(1) Codice diplomatico dell' Università di Pavia. Pavia 1905 I p. 305; fu 
sospeso dalle lezioni per dottrine eterodosse: sua ritrattazione e riammissione 
a p. 532. Leonardo nomina i suoi scritti nei fogli del South Kensington Museum 
III f. 13 verso, nel Codice Atlantico f. 210 recto, nel Manoscritto 2037 f. 2 

recto. 

(2) Vedi su Giovanni Taverna il Codice diplomatico cit. I. p. 440, 503, 507, 
550, 720, 721, 723, 755. Leonardo ricorda i suoi scritti nel Codice Atlantico 

f 222 recto. 

' (3) Codice diplomatico cit. I 620, 629, 634, 636, 647, 653, 65 8 , 690. É ri- 
cordato da Leonardo nel Codice Atlantico f. 210 recto. 

(4) Leonardo, Codice Atlantico f. 210 recto. 

(5) Leonardo, Codice Atlantico i. 22ò recto, 314 recto, 204 recto. 

(6) Solmi, Le fonti p. 275. 

(7) Leonardo, Scritti del Kensington Museum III f. 3 verso. 



- 187 — 

e quivi con ogni probabilità si legarono d'amicizia col più 
grande gonio del Rinascimento. 

A Fazio Cardano giureconsulto e medico Leonardo si rivolse 
più di una volta per aver libri da consultare e scbiarimenti 
scientifici. Nato nel 1444 in Milano, Fazio, dopo una gioventù 
tutta dedita allo studio, — immensus studendi amor, nihil 
enim aliud faciebat — fu ascritto nel 1466 al collegio dei giu- 
reconsulti milanesi. Di ingegno paziente e laborioso, fu nello 
stesso tempo juris utriusque doctor, medicus et mathematicus. 
« Aveva notizia delle scienze occulto, scrive il figlio, tanto sa- 
pere nccromantico da superare tutti i suoi contemporanei e pu- 
bicamente si credeva avesse uno spirito famigliare, come già 
Socrate, ed egli lo confessava candidamente ». Due volte bevve 
veleno, la prima nel 146^ e la seconda nel 1494, oppresso da 
un indefinibile affanno della vita, onde ne trasse un tremito 
cardiaco, che gli durò cinquant'anni. Fu uomo, aggiunge il 
Cardano, in quel libro, dove meritava di essere ascoltato, 
anche quando spropositava, il « De exemplo centum geniturarum » 
di impareggiabile integrità di carattere, quasi un altro Catone, 
libero in dire, giustissimo flagellatore dei vizi, poco amante de' 
suoi cari, ma rigido e severo in ogni riguardo (1). 

La sua passione dominante furono le scienze matematiche, 
dove dava la preferenza ad Euclide, e le loro applicazione so- 
pratutto all' arte della memoria e all'astrologia, dove si mostrava 
versato nelle opere di Raimondo Lullo e di Alchindo. Pubblicò 
nel 1482 la « Prospectiva comunis » (2) di Giovanni Peckham, che 
ho dimostrato altrove esser stata fonte amplissima di Leonardo. 

Nel 1479 « ex notula eorum, qui hoc anno defecerunt a le- 
ttura sua », si trova che Fazio Cardano che leggeva Istituzioni 

(1) Tutti i particolari che qui riporto relativi alla vita di Fazio Cardano li 
;tingo delle opere stesse di Gerolamo. Mi preme qui avvertire che nel mio 

Leonardo, Firenze 1900 pag. 83 per primo dimostrai che col nome di « messer 
Fazio » Leonardo non poteva riferirsi che al « dominus Cardanus Facius » . 

(2) Anche il Peckam fu da me, per primo, rilevato come fonte di Leo- 
ardo nei miei Studi sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci, Modena, 

1908 e nei Frammenti letterari e filosofici, Firenze 1899. 



— 188 — 

in Pavia « die 21 juuii proptcr inflrmitatena Legere cessavil » Pro- 
babilmente riprese ad insegnare, e nel 1498 passò in Milano a 
leggere matematica e istituzioni col salario di 100 fiorini al- 
l' unno, e ciò sino al 14't'j, col salario accresciuto a 200 fiorini. 
Dopo le mutazioni politiche eli quell'anno nulla più si sa di 

sicuro (1). 

Da prima fu per domandare qualche libro che Leonardo si 
avvicinò a Fazio: « Il libro di Giovanni Taverna, - segna l'artista 
— che ha messer Fazio » (2). E poco più oltre: « Le propor- 
zioni d'Alenino colle considerazioni del Marliano da m<- 
Fazio ». Si noti che anche Giovanni Taverna e Giovanni Mar- 
liano erano stato professori in Pavia. Leonardo da Vinci dai 
rapporti puramente accidentali, arriva a relazioni più strette, 
che ci sono rivelate dall'altra nota: « Fatti mostrare da messer 
Fazio di proporzione » (3). 

Un sonetto del Bellincione ci fa assistere ad un' amichevole 
conversazione del poeta con Leonardo da Vinci e Giorgio 
Merula intorno ad una gemma lavorata dal Caradosso (4). Giorgio 
Morula, del quale hanno scritto lungamente il Sassi, l'Argelati, 

10 Zeno, il Tiraboschi, era anch' egli professore nell'università 
di Pavia. Il Parodi dice che insegnava retorica nel 148B e nel- 
P elenco degli atti universitari all' anno 1486 nota : « Litterae 
favore D. Georgii Merulae Lectoris Rhetoricae prò ejus Historia 
Vicecomitum augmentum salarli et enchomium. Primo aprilis » 

11 Gianorini nelle sue note manoscritte al Parodi scrive del 
Merula: « Egli è storico, quanto allo stile, elegante e colto, e 
sembra talvolta dotato di buona critica nello sfrondare i sen- 
timenti di diversi scrittori. Ma in ciò che appartiene all' origine 
de' Visconti, egli ha troppo leggermente adottate le antiche 
favole intorno a' Conti d' Anghiera, e in più altre occasioni è 

(1) Attingo queste notizie ai manoscritti del Parodi specialmente Ada 
Studii voi. II (o, B) pag. 419 e del Gianorini. 

(2) Leonardo, Cod. Alt., f. 222 recto. 

(3) Leonardo, Ivi. Era costume di Leonardo di riserbare qualche pagina 
dei manoscritti, che portava con sé, alle note di carattere mnemonico perso- 
nale ; le altre pagine venivano destinate agli appunti scientifici. 

(4) Bellincione, Le rime. 



— 189 — 

caduto in gravissimi falli, del che si dolse egli stesso, come at- 
testa il Calchi suo scolaro, accusando la mancanza di monumenti 
e di lumi in cui si trovava. La storia non è forse il lavoro che 
gli abbia procacciata maggior fama. Ei maggiormente si segnalò 
nel dissotterar le opere degli antichi scrittori e neh' illustrarle 
con note. Ebbe il difetto del secolo, cioè di voler osservarle da 
uomo dotto. Fu in lite con Galeotto Marzio pel trattato « De ho- 
mine », che questi aveva pubblicato. Il Filelfo, suo maestro, per 
averlo ripreso della parola Turcas invece di Turcos ne riportò 
due sanguinose lettere. Domizio Calderini per aver sospettato che 
il Menila non sapesse di greco ebbe una fiera critica de' suoi 
Commenti sopra Marziale. Assai più calda contesa ebbe il 
Menila con Poliziano, cui scrisse lettere non molto per lui ono- 
revoli. La contesa non finì che colla morte del Merula avvenuta 
nel marzo 1494 ». Di questo dotto e battagliero professore, fu 
Leonardo, come ricorda il Bellincione, amico e compagno nella 
corte Sforzesca. 

Leonardo ricorda anche un altro professore di Pavia Nicolò 
Antiquario, che troviamo nel 1493 « ad lecturam Philosophiae 
moralis festorum cum salario fior. 12, ut ex Rotulis, hoc anno, 
cum additione in margine et ipse non legente Dominus Paulus 
de Marliano. Nec ultro ponitur de eo mentione ». 

Quando il Vinci annota: « Eredi di maestro Giovan Gherin- 
ghello hanno opere del Pelacano (1) » egli accenna a due 
professori dell'Università di Pavia, Andrea ed Alessandro, figli 
di un terzo professore pavese Giovanni de' Ghiringhelli, pos- 
sessore delle opere di chi aveva già nel secolo XV inse- 
gnato nello studio ticinese. Andrea Ghiringhelli lo ritroviamo 
nel 1475 « ad lecturam Metaphysices in festis secundus cum fior. 
1 ». Alessandro, filosofo e medico pavese, figlio anch'esso 
« spectabilis artium et medicinae doctoris domini magistri lo- 
hannis » nel 1498 (-22 di giugno) e nel 1499 lo ritroviamo nei rotuli 
« ad Lecturam Sophisticae loco Magistri Homodei cum ejus- 
deru salario » cioè di 65 fiorini annui. Nei rotuli non si ritrova 

(1) Leonardo, Soulh Kensingion Museum III, f. 3 verso. 

13 



_ 190 — 

nient' altro, ma fino al 1512 lo rivediamo come promotore nelle 

lauree mediche, e ritroviamo il suo nome anche prima della sua 
lettura come presentatore in un documento del 26 luglio 1497 1). 

Ho già accennate nelle Fonti dei Manoscritti a' rapporti 
di amicizia fra Leonardo da Vinci e Franchino Gaforio, nel I 194 
lettore di musica in Milano (2 , descritto in questo anno nei 
rotoli dei professori dello studio di Pavia con tale formula « ad 
lecturarn musices dominus praesbiter Franchinus Gaffurius cura 
salario fior. 50 Mediolani legens ». E nella stessa maniera per- 
severa nei detti rotuli sino al 1499, quando cominciano a man- 
care le notizie sicure e i documenti originali (3). 

La nota del Codice Atlantico ,< el Cusano medico imba- 

sciate - e' denari e'1 libro del Postieri (4) » si riferisce a 
Nicolò Cusano medico ducale anzi « archiater ducalis » sin 
dall'anno 1474. Fra gli stipendiati dell'Università di Pavia il 
Cusano compare nel 1486 « Inter Physicos ducales » col salario 
di fiorini 494 da dividersi con altri tre medici. Nel rotulo de) 
1487 sino al 1493 « designatur pbysici ducales in generale, et 
nemo expresse nominatur ». Ma nell'anno 1494 si nomina Nicolò 
con salario aumentato, e persevera nei rotuli sino al 1499. Dopo 
vi è una lacuna nei documenti universitari^ e nulla si può de- 
terminare di sicuro e di positivo. 

Quando Leonardo scrive nel Codice Atlantico: « Algebra 
eh' è appresso i Marliani fatta dal loro padre (5) » egli si rife- 
risce ad un'opera manoscritta di Giovanni Marliani, che si trova 
in posseso dei figli Gerolamo e Pier Antonio, ottimi medici e 

(1) Solmi, Le fonti dei manoscritti, p. 172 e segg. 

(2) Esiste fra i documenti dell'Università un ordine ducale del 22 g.ugnc 

1498 che Alessandro Ghiringhelli si inscriva nel rotolo per la cattedra di lo- 
gica in luogo di Offredo Omoboni. 

( 3) Nei documenti dell' Università di Pavia vi è una lacuna che va dal 

1499 sino al 1570! È da sperare che la conoscenza di questo periodo impor- 
tantissimo della storia universitaria possa venir integrata mediante ricerche 
nell'Archivio di Stato di Milano. 

(4) Leonardo, Cod. Atl., f. 89 verso. 

(5) Leonardo, Cod. Atl. t. 225 recto. 



- 191 - 

diligenti studiosi di geometria, come appare da un codice della 
collezione Giuseppe Campori nella Biblioteca Estense di Modena. 
Il figlio maggiore Gerolamo Marliano era anch'esso, come il 
padre, professore nell'università di Pavia. Fra la note mano- 
scritte del Parodi desumo questo importante complesso di notizie : 
« Farailia haec do Marliano artibus liberalibus et studio Mathe- 
maticarum et rerum naturalium excelentissima et celeberrima 
prue caeteris fiorai t. cura ab anno 1486 ad '99 sex ve! octo 
ejusdem familiae Lectores in Rotulis nostri Studii nominati et 
ad scientias in quibus respective pollebunt electi intueantur, 
inter quos Hieronymus, qui anno 148'ì deputatus primo fuit ad 
Lecturara Matematicarum, Philosophiae naturalis aut Logicae 
in simul cum aliis ejus fratribus et Consanguineis ad eorum li- 
bitum, et quod unusquisque eorum studium expleverit, cum sa- 
lariis equis portionibus partiendis fior. 100 prò Philosophia 
naturali, et 300 prò Mathematica, et variato solummodo ali- 
qualiter stipendio praecipue ad distinguendàm Lecturam Logicae 
et Philosophiae naturalis. in qua fuerunt ei assignati fior. 400 
ultra portionem. Lecturam matematicarum eodem modo perse- 
verarmi! usque ad annum 1499, quo Rotuli cessaverunt, aliquandiu 
tamen in Studio perseverava cum fuerit Promoter in Laureis 
usque ad annum 1507 ex. Rog. Paltonerii. De eo habemus quod 
anno 14S7 23 Julii promotus fuit ad lauream Medicinae et 
Artium, eique orationem expleverit et insignia contulerit D. 
Lazarus de Dataris, ut ex Rogito Paltonerii, ubique nominatur 
natus quondam spectabili et eximio Art. et Med. Doct. Dno Ma- 
gistro Johanne cive Mediolan. Dubium emerserat ex diversitate 
Lecturarum sub nomine Hieronymi contenta an hoc tempore 
duo ipsius Hieronymi nomine floruerint, quod non incongruum 
videbatur, sed satisfactum creditur animadvertendo quod tam 
quarn ejus fratris de quibus supra et infra duplicatas 
quisque Lecturas escercuit ut ex Rotulis ». 

Con due altri professori di Pavia Leonardo si trovò in ami- 
chevoli rapporti: Ambrogio Varese di Rosate « consiliariùs du- 
calis » e Marco Antonio della Torre, lettore di anatomia e pro- 
motore nelle lauree mediche. Le note leonardesche « Iohannes 



_ 102 



Antonius de Iohanms, Ambrosius de Rogate ■> l'altra « G 
de la Rosa toltoli i danari (1) » mostrano relazioni 'li Leonardo 
C0 1 famoso astrologo e medico di Lodovico il Moro, Anbn 
Varese da Rosate nato a Milano nel ! 137 e laureato come « artium 
et medicina*- doctor » nel 1401 nell* Università di Paria. Uomo 
colebratissimo a' suoi tempi e carico di onori e di fortune - 
come per lo più accade alle mediocrità trionfanti, - 
colpito più di una volta dal sarcasmo di Leonardo dispregiatore 
non dell' « astrologia matematica » ma della « fallace giudiciale » 
e dovette forse soggiacere al dileggio della profezia dell' artista 
secondo la quale « tutti li strologi saran castrati eoe i gal- 
letti (2) ». Del Rosatino parlarono già il Sassi, 1' Argelati, il Ti- 
rabeschi e gli autori da essi ricordati, e recentemente il Gabotto, 
l'Uzielli ed altri. Ricevette dediche e omaggi da un gran nu- 
mero di piaggiatori invidiosi del posto che il medico e consi- 
gliere ducale aveva nella corte sforzesca. In una dedica a lui 
fatta da fra Francesco de Rusti si dice che « Ludovicus Pnn- 
cepscordatissimusctsapientissimusGymnasiorum suorum Prae- 
fectum moderatoremque eum constituit ». Si noti che in questa 
dedica Ambrogio Varese da Rosate è semplicemente chiamato, 
come da Leonardo, Ambrosius de Rosate. Oltre alle varie dediche 
a lui fatte e menzionate dai suddetti autori ve n' è una di Pietro 
Antonio Rustico nel Castello di Pavia: « Rusticus P. A. Placen- 
tinus ». L' Argelati e il Sassi rammentano una sua opera edita 
in Venezia nel 1494; « Philosophiae et astronomiae monumenta », 
che forse fu letta da Leonardo con dispregio. Dalle note e 
schede di Girolamo Comi, esistenti in originale nella Riblioteca 
Parrocchiale di Proni, risulta che avendo domandato il Moro 
alla città di Pavia un sussidio i 22 mila ducati, Ambrogio Ro- 
sate, insieme con Borrino Colla, operò in modo che il Duca si 
accontentò di 6000 solamentente. « Per ciò la città donò uno 
bacillo et boccale d'argento di SO ducati al Rosate et di 40 al 
Borrino et lo fecero anche cittadino ». 

(1) Leonardo, Manoscritti di Windsor XII, f. I recto. Manoscritto L. verso 
della copertina. 

(2) Leonardo, Cod. Ad., f. 367 verso. 



— 193 — 

Domenico Pirro, nella sua Storia genuina del Cenacolo vin- 
eiauo, riferisce alcune parole manoscritte del P. Giorgio Rave- 
gnatino, a cui si deve tutta la fede, e perchè l'ecclesiastico che 
le ha dettate era uomo di probità e dottrina e perchè nello 
stesso anno 1500 in cui venne fatto prigioniero Lodovico il Moro 
si trovava presente ai fatti narrati. Scrive adunque questi: « Aveva 
il Duca in sua corte un certo Ambrogio Rosatino, il quale da 
medico passò a farla eziandio da astrologo, e seppe così ben 
cattivarsi l'animo di questo principe, che gli conferì l'onorato 
titolo di conte. Costui ed altri individui, quando videro attaccato 
da' francesi Lodovico, predissero, secondo le astrologiche loro 
osservazioni, eh' egli avrebbe al principio avuta la mala sorte, 
ma che alla fin fine salito e' sarebbe in fortuna maggiore. Ma 
il povero Principe, che si trovava da' suoi avversari angustiato, 
diceva che le predette avverse cose le credeva perchè le provava: 
ma che non sapeva poi se ad esse sarebbero succedute le pro- 
spere: - Prima quidem vera credo, cum experiar, reliqua vero 
nescio an sint successura — . A buon conto il medico astrologo 
quando vide da' francesi presa Alessandria abbandonò, da pol- 
trone, il suo benefattore e Signore, e se ne tornò di soppiatto a 
Milano ». Quivi come ricorda Leonardo gli furono saccheggiate 
le case e tolti i danari, degna punizione de' suoi cattivi consigli. 
Sulla posizione occupata dal Rosate nell' Università di Pavia 
trovo tra le note manoscritte questo riassunto : « Rosate Am- 
brosius dictus etiam Varisius Physic. Due. et Medie. Mediolan. 
de loco Rosati ejusdem Ducati, 1461, in primo juventutis suae 
flore specimina futura virtutis et strenuitatis suae anteposuit, dum 
aetate annorum 24 ex illis fuerit qui ad experimentum propriae 
virtutis Lecturis se exponebant ad formam Decreti, nam anno 
praedicto 14'ìl describitur in Rotulis ad Lecturam Philosophiae 
Naturalis in festis tertius cum Fior. 12, hoc anno tamen, succes- 
sive vero, cum jam esset benemeritus Ducalis nominatus in Ro- 
tulis prò prima vice ad Lecturam Almansoris cum ingenti salario 
fior. 800 loco Magistri Cristofori de Soncino cum eodem salario 
dicti ejus antecessoris, ut ex decretorum Rotulis, et nominatur 
etiam cum distinctione et praerogativis Phys. Due, et successive 



— 194 



anno ) l'.M gualiflcatur titolo MagniC Consiliarii Ducali» et Fi 
at ex eodem Rotulo, aucto etiam etenim stipendio, comprehenaii 
fior. 125-16 prò sua parte emolumenti tamquam Fisici Ducalis in 
totum do fior 950 et eisdem modi» pi ' usque ad annum 

1500, quo intoninosi sunt Rotuli noe nitro de eo ripti» 

Studi memoratur. De oo tamen tamquam de medico prestantis- 
simo simul ac fortunatissimo Ultissime mentionem faciunt Curtius 
in suo libro Notitie fosforiche intorno a' medici mila 
fol. 37 el Argelatus, voi. Ili, col. 1385 ubi fusissime do ejus na- 
tivitate, studiis, fortuna et obitu ; et magnifico stpulcrali elogio 
ejus se'polturae apposito in Ecclesia Praepositurali Rosati Pheud. 
sui per largitionem Principis eidem collati ». Si noti che il 
Parodi registra Ambrogio da Rosate come Lettore medico-fisico 
e consigliere ducale in data 1486. 

I rapporti fra Leonardo e Marc' Antonio della Torre professore 
neir Università di Pavia furono da tutti i biografi del Vinci ri- 
cordati, dietro le orme del Vasari, che scrisse nella vita del- 
l' artista fiorentino : « Attese di poi, ma con maggior cura, alla 
notomia degli uomini aiutato e scambievolmente aiutando in 
questo messer Marcantonio della Torre, eccellente filosofo, che 
allora leggeva in Pavia, e scriveva di questa materia e fu de' 
primi (come odo diro) che cominciò a illustrare con la dottrina 
di Galeno le cose di medicina ed a dar vera luco alla notomia 
fino a quel tempo involta in molte e grandissime tenebre di 
ignoranza; ed in questo si servì meravigliosamente dell'ingegno, 
opperà e mano di Leonardo, che ne fece un libro disegnato di 
matita rossa e tratteggiato di penna, che egli di sua mano scor- 
ticò e ritrasse con grandissima diligenza; dove egli fece tutte 
le ossature, ed a quelle congiunse poi con ordine tutti i nervi 
e coperse di muscoli i primi appiccati coli' osso ed i secondi che 
tengono il fermo ed i terzi che muovono, ed in quelli per parte 
di brutti caratteri scrisse lettere che sono fatte con la mano 
mancina a rovescio, e chi non ha pratica a leggere non l'intende, 
perchè non si leggono se non con lo specchio. Di quelle carte della 
notomia degli uomini ne è gran parte nelle mani di M. Fran- 
cesco da Melzo gentiluomo milanese che nel tempo di Leonardo 



— 195 — 

era bellissimo fanciullo e molto amato da lui, così come oggi è 
bello e gentile vecchio, che le ha care e tiene come reliquie 
tal carte insieme con il ritratto della felice memoria di Leonardo: 
e a chi legge quegli scritti par impossibile che quel divino spi- 
rito abbia così ben ragionato dell' arte e de' muscoli e nervi e 
vene e con tanta diligenza d'ogni cosa (1) ». 

L' incontro di Leonardo col Dalla Torre e la loro collabora- 
zione in Pavia avvenne nel 1510 o continuò per parte del 15! J, 
e i manoscritti vengono a confermare queste date, poiché la 
maggior parte delle note anatomiche vinciane risalgono al 1510 
e 1511. « Questa vernata del 510, scrive il Vinci nelle pagine 
di Windsor, credo spedire tutta tal notomia » (2). 

Marco Antonio Dalla Torre nacque nel 1481 in Verona da 
Gerolamo professore neh' Università padovana degli Artisti e 
da Beatrice. Non aveva quindi che poco più di sette anni, quando 
Leonardo trentasettenne il 2 aprile 1489 disegnava quel teschio, 
e vergava quei frammenti che dovevano far parte del Trattato 
di figura umana, e, laureatosi giovanissimo nel 1501, insegnava 
quivi nell'Università degli artisti, quando Leonardo « ritraeva, 
come dice 1' Anonimo, più notomie nello Spedale di Santa Maria 
Nuova di Firenze » (3). 

Nel 1502 il Dalla Torre era già promotore nelle lauree, e nel 
1503 di lui si dava questo lusinghiero giudizio; « Legit in Gym- 
nasio nostro Patavino, praestans Artium et Medicinae doctor 
dominus Marcus Antonius a Turre lecturam extraordinariam theo- 
ricae medicinae, cum summa totius dicti gymnasi satisfactione 
et cum magno scolarium numero; habetque tantummodo florenos 
ocluaginta: Proinde devotissime supplicavit non minus prò honore 
quam prò commodo suo sibi provideri: ne sit ad deteriorem con- 
ditionem sui concurrentis in salario, quando in laboribus et aliis 
partibus necessariis ad dictam lecturam, illi non est inferior : 

(1) Vasari, Le vite. Firenze, 1832-1828, p. 448 e seg. 

(2) Leonardo, Dell' Anatomia fogli A, f. 2 verso. Cfr. anche nella collezione 
Rouvevre, Notes et dessins sur le coeur et sa constitution anatomique. Fol. 7 
recto « addj 9 di giennaio 1513 ». 

(3) Solmi, Leonardo, pag. 188 e seg. 



— 196 — 

attento etiam quod Dominimi nostrum hoc làcere potest absqoe 
auctione Impensae : quum ex lectnra quondam Calfurnij vaca- 
verit long'; major stimma in camera illa : quamobren attenti* 
praemissis noe non yirtute el sufficicntia dicti domini Marci An- 
tony, nec minus ingentibus meritia Domini Magistri Eteronimi 
do Verona Patris sui: et demum considerato quod haec lectura 
solita sit habere florcnos ducentos. et ultra, vadit pare, quod 
eidem domino Marco Antonio addantur de salario, fioroni triginta. 
Itaque in futurum babeat, et percipiat florcnos octuaginta de 
salario in anno et ratione anni, et fiat aequalis eius concurrenti. 
De parte 60. De non 30, non syne. » (1). 

Nel settembre del 1500 troviamo il Dalla Torre successore 
di Antonio Fraganzano nella lettura ordinaria di Filosofia, in 
concorrenza con Pietro Pompona/.zi, sostituito nell'ottobre dello 
stesso anno dal figlio di maestro Pietro Trapolin. Nell'ottobre 
del 1508 l'anatomico veronese passò a sostituire l'Aquilano al- 
lontanatosi da Padova. Se ne trova ancora fatta parola ne' Bol- 
lettari degli Artisti per il 1509, ciò che denota che fino a questo 
anno egli si trovava agli stipendi dell' Università padovana (2). 

(1) E-iito dal De Toni : Senato Terra 1503. R. Archivio di Stato di Venezia. 

(2) Marin Sanuto, Diarii, VI col. 4247. Il De Toni riporta pure il seguente 
documento : Senato Terra 1506. R. Archivio di Stato in Venezia « MDVI die 
XXIII octobris. Et quum praestans doctor Magister Marcus Antonius a Turre 
qui impresenti legit ad primum locum extraordinariam theoricae medicinae 
habet salarium florenorum 80 in anno: et conveniens sit aequalem ipsum fa- 
cere cum suprascripto magistro Francesco Tiapolino : captum sit: quod prae- 
dicto Magistro Marco Antonio, addantur Floreni XX. Itaque de cetero habeat 
Florenos centum in anno... De parte 107 — De non 25 — Non sync. ». 
Negli antichi Archivi Veronesi, Collez. Anagrafi 1501 Descrition de le boche 
de la contrà de S. Marcho fata per m. Agnol terzo et m° Vincenzo Formaier 
rasoneri de deta contrà > si trova questa partita. De M° hier m ° de la Tore 
fisico q. de m. Zuan Bab. te anni 56. D. Julio scolar de lexe — anni 21. Mj 
Marco Ant. doctor de medesina — anni 20 — Zuan Bab" scolar in le arte — 
anni 17. Raimondo scolar in le arte — anni 14. Cornelia — anni 13. Isota — 
anni 11. Chaterina — anni 10. Tuti (ioli de m* hier™ suddetto ». Cfr. per la 
carriera professionale del Dalla Torre Marin Sanuto, Diarii VI e. 4557, VII 
e. 683. Nell'Archivio Antico dell'Università di Padova nel voi. XV degli 
« Esami e dottorati ». Busta 319 a carte 54 si trova il documento di laurea 



— 197 — 

Nei sommovimenti politici che avvennero in Padova nel 1509, 
al tempo della famosa lega di Cambrai, corse voce che Marco 
Antonio della Torre il 22 ottobre del 1509 o poco prima fosse 
stato arrestato, come sospetto di mene politiche, e quindi su- 
bito dopo liberato, forse perchè trovato innocente da ogni im- 
putazione (1). Il fatto sta che (in quelle aspre dissensioni di 
partito) « fu posto, per alcuni savij dar la conduta di philo- 
sophia a Padoa a domino Marco Antonio da la Torre, che lexe 
extraordinaria ut in parte ; et fu messa za alcuni zorni e non 

medica concernente il Dalla Torre, riassunto così da F. Dorighello, Memorie 
di Padovani dottori nelle arti e nella medicina. Ms. aut. della Bibl. del Museo 
Civico di Padova segnati B. P. 938 «Marco Antonio figlio dell'eccellentissimo 
dottore delle legg. Dalla Torre di Verona. Cittadino padovano fece il tentativo 
nelle arti nel 1497 mercordì 20 dicembre a ore 22 in detta Chiesa [S. Urban] 
sotto i promotori Lorenzo Noale, Aquilano, Simon, Nicoletto, Zerbo, Vettor, 
Trapolin, Bernardin Speron e giurò, e venerdì 22 detto fu esaminato e dotto- 
rato, e nel 1501 sabato 30 gennaio a ore 17 fece il tentativo in medicina sotto 
i promotori Loren/.o Noale, Aquilano, Simon, Zerbo, Polcastro, Vettor, Tra- 
polin, Speron, e lunedi primo febraio fu esaminato e dottorato privatamente, 
prese posto in Collegio nel 1497, 22 dicembre come cittadin padovano ». Questo 
documento era stato edito dal De Toni, insieme con un altro tratto dalle 
Notizie Storiche detti Collegii d' Artisti e Medici di Padova, raccolte dall' ab. 
Fr. Dorighello c. 381 « 1497 mercordì 20 dicembre in Chiesa di S. Urbano a 
ore 22 fece il tentativo sotto i promotori nelle arti d. m. Marco Antonio figlio 
dell'eccellentissimo Gerolamo [dalla Torre] di Verona e ai 22 nel Vescovado 
fece il dottorato colPassistenza dello spettabile d. Malchiavello Rettor bene- 
merito degli Artisti e tosto il Priore gli assegnò il luogo in Collegio dopo di 
Girolamo Malipiero, e pagò a ciascun dottor che intervenne, lire una ». Cfr. 
anche Dorighello, Memorie di Padovani dottori nelle arti e nella medicina ecc. 
p. 4i « Francesco Speron Fratello di Gio. Morando e Francesco Bonafè pado- 
vani fecero il tentativo nelle arti nel 1502 martedì 19 luglio a ore 20 sotto i 
promotori del primo Batta Barziza, Polcastro, Trapolin, Gerolano, Mussato, 
Aquilano, Nicolò Genoa. Francesco Trapolin, e del secondo Polcastro, Aqui- 
lano, Gerolamo da Verona, Trapolin, Marco Antonio di Verona, Gerolamo de 
Felici, e martedì 26 detto a oro 20 furono esaminati e dottorati privatamente 
e furono ammessi al S. Collegio. Il primo luogo l'ebbe il Bonafè come più 
vecchio. Il Documento originale si trova a carte 174 del volume XV degli 
« Esami e dottorati » N. 319 dell'Archivio Antico dell'Università di Padova. 
(1) Sanuto, Diarii IX, ed. 268. La voce della decapitazione era falsa giacché 
-M. A. Dalla Torre viveva ancora nel 1511 e gli altri quattro nel 1515. 



— 108 — 

fu presa. Or Bier Piero Balbi, consier, volse contradir, et li 
udii volsero mandai' la parte - i 

Questa disillusione dovette pesare assai siili' animo del gio- 
vane e rinomato professore, il quale scorgendo cbe Padova non 

era più per lui terreno propizio, mosse- i passi verso Pavia 
cettando forse qualche invito che gli venne fatto. Quivi gli ac- 
cadde la ventura di legarsi di amicizia col più gran genio del 
secolo. 

Dal sillabo manoscritto del Parodi, da ne- compulsato, si trova 
che il Dalla Torre era lettore di medicina nel 1511 e promotore 
nelle lauree mediche. « Turre si ve a Turre Marcus Antoni us 
Medie 1511. Promoter nominatus in Laureis Medicinae hoc anno 
ex rogitu Iohannis Matthei Paltonerij, Caneellarii et ad hoc tem- 
pore, nec ulteriora invenimus ». 

Per una sciagura improvvisa il Dalla Torre mori a Riva sul 
lago di Garda nel 1511 di malattia epidemica, avendo raggiunto 
il trentesimo anno d' età come affermano il già citato Valeriano 
Pierio, lo stesso Scipione Maffei, e come è scolpito nel monumento 
eretto ai Dalla Torre nella chiesa di S. Fermo in Verona. Nota 
il Gianorini : « obisse anno 1511 memorat Iacobus Antiquarius 
(Epistola ad Io. Paulinum v. Fantuzzi, art. Baccilieri) ubi de eo 
honorifìce loquitur. lovius de ipsomet elogium scripsit, et ab 
ipso ait se promotum ad Laurcam. Legendum etiam Maffejus in 
Hist. litt. Veron. ». L'immatura morte dell'anatomico illustre fu 
cantata dal Fracastoro in una nobile Elegia e da G. G. Trissino 
in un sonetto diretto al comune amico Cesare Trivulzio. Nella 
prima sono i seguenti versi : 

Nam quid ego aut laudes memorem, aut tua maxima laudum 
Praemia? quam humano profueris generi? 
Vos testes, Ticine, et qui inter paseua laeta 
Medoace, autiquos abluis Euganeos ecc. 

Il sonetto del Trissino comincia : 

Pianger dovrebbe ancor 1' umana gente 

(1) Sanuto, Diarii VII, e. 683. 



- 199 — 

Il Fracastoro scrisse inoltre : 

Haec juvonis, rnaguae Italiae spes magna, docebat 
Turrensis, dum fiorenti Ticiuidis urbis 
Gymnasio faina summo sese aequat Olympo, 
Ipse artes i Ili inedicas forniosus Apollo 
Cesserat, ipse illi nuineros, pulcramque inventam 
Quo foret exeinplar studiorurn praecipuuru et spes. 

Il Maffei riporta anche alcuni distici che attribuisce a Nicolò 
D'Arco. Questi scrisse che l'anatomico morì quando « nondum sex 
lustra pregerai » e compose: 1) In funere M. Antonii Turrii viri 
rarissimi Epicedion. 2) Epitaphium Marci Antoni Turrii 3) La- 
crimae secundae in M. Antonium Turrium. 

A S. Fermo di Verona in superbo monumento istoriato si 
trova questa iscrizione: « Hicronymo Turriano patri optimo et M. 
Antonio fratri maxime unanimi Iulius, Baptista, et Raimundus 
fratres posue*runt. Visum bis est, suae in illos pietatis. esse am- 
borum ossa, quae diversis in locis. ut quemque mors occupa- 
venit, contegebantur in patriam translata eodem una tumulo col- 
locare». E dall' altra parte : « Vixit pater ann. LXII, neque ulli 
tamen ob praeclaras ingeni i artes, quae tum maxime in ilio flo- 
rebant, non immature eripi visus est. Filius, cum jam patriae 
non solum laudi aequaretur, sed et in majorem etiam nescio 
quam sui expectationem homines cresceret, XXX aetates anno 
acerbissimo fato periit ». 

L:i notizia della morte del Dalla Torre dovette sonare dolorosa 
principalmente a Leonardo, che nell'inverno del 1510 e del 1511 
aveva in compagnia del dotto anatomico potuto far compiere un 
rapido progresso ai suoi studi sulla struttura del corpo umano. 
È fuor di dubbio che il Vinci e il Dalla Torre lavorarono insieme 
in Pavia nelle sale dell'ospedale con assidue fatiche diurne e 
notturne, e se il professore veronese non fosse morto così im- 
maturamente a soli trent' anni non ancor compiuti, dalla colla- 
borazione dei due magnifici ingegni si sarebbe colto un gran 
frutto e ben poco sarebbe rimasto alla gloria del Vesalio e del- 
l' Harvcy. Leonardo e il Dalla Torre si trovarono entrambi in 
condizione da aiutare e scambievolmente di essere aiutati. Leo- 



- 200 - 

nardo aveva profonde conoscenze anatomiche, e pia di mi' idea 
nuova su ogni questione si potesse presentare: il Dalla Torre lo 

stimolò allo Studio sistematico della Anatomia come scienza a 

sé e staccata dalle limitazioni, che necessariamente le erana 
imposte dalla pittura. Il Dalla Torre, alla sua volta, se pure non 
avrà potuto giovarsi dell'abile disegno di Leonardo, si s 
spinto per l'esempio dell'artista, a muovere dalle opere dei 
Greci e degli Arabi all' analisi diretta della struttura del corpo 
umano ed animale, dalla tradizione antica allo studio diretto della 
natura vivente, sempre feconda di nuovi fatti e di nuove leggi. 

Paolo Giovio afferma che il Dalla Tori'- emendò in notornia 
molti falli del Zerbi, e che, meraviglioso nell' insegnare e nel 
disputare - prolatis Graecis auc tori bua, pudendos errores et vitae 
quidem exitiales ostendebat, in quos Medici ex herbariac facili- 
tate et anatomiae inscitia cecidissent — . Il conte Nicolò d'Arco, 
il quale convisse con lui per due anni in Pavia, negli esametri 
composti in sua morte asserì che i suoi scritti sarebbero stati 
perpetui presso gli investigatori della natura. E sarebbe di grande 
interesse poter rinvenire il Codice Saibante n. 834 dove si leg- 
geva nel principio — Sub exellenti Philosopho et Medico Marco 
Antonio de la Turre Patritio ver. an. 1510. Hieronimus Mantua. 
— Tal manoscritto ben esaminato potrebbe offrire qualche nuovo 
lume ad illustrare i rapporti fra il Vinci e l'anatomico veronese. 

La constatazione di rapporti scientifici fra 1' artista fiorentino 
e 1' anatomico di Verona ci mette in grado di poter affermare 
che Leonardo ha compiuta non piccola parte dei suoi scritti di 
fisiologia e di anatomia nell' Università ticinese. Che egli abbia 
frequentato lo studio di Pavia lo prova anche un' altra coinci- 
denza sulla quale mi preme di richiamare l'attenzione de' lettori. 

Gli studenti pavesi sul principio del secolo XVI prevalendosi 
degli sconvolgimenti politici avevano spinto all' estremo limite 
la tradizionale irrequietezza abbandonansi ad un gran numero 
di atti di prepotenza e di albagia, tantoché molti cittadini ave- 
vano dirette ai signori Decurioni della città una supplica acerba, 
che cosi suona : « Pavia de Italia città prestantissima, florido 
gymnasio et amplissimo fontaco de ogni scienza e virtute : hora 



— 201 - 

è caduta tra l'altre suo calamitate a tanta disgratia e infelicità 
che non provedendoli solo se potrà denominare refugio de gente 
infame e speluncha de latroni, come giorno e note se ne vede 
chiara expericntia, perchè ultra li insulti se fano per le strate, 
non solo le debite case e apoteche di plebei e artefici, ma anche 
le alte e forte habitazione de primi gentilhomeni de questa città 
de note sono schalate, rotte e sachegiate da certe compagnie de 
scolari, il studio de li quali è il robare e cometere infiniti la- 
trocini) e manchamenti et parte de loro de questo tale exercitio 
se nomano e mantegnano qua come richi scholari, benché in la 
patria sua siano cognosciuti poveri e abiecti, e tanti abominevoli 
assasinamenti de dì in dì augumentano perchè ale insolentie de 
questi tali notorij delinquenti non se fa punicioue né dimostra- 
zione alchuna per li M. Retori e altri officiali qua : ne anche 
per la M. V. ce li fa provisione alchuna licet de tuti questi enormi 
delieti ne sia publica voce e fama e non pocho prudeno de questa 
Città e de 1' onore de le predetti officiali e vituperio de le M. V.». 

« Per la qual cosa una universale voce de questa vostra Città 
prima supplica e prega le M. V. vogliono fare tale provisione 
che ciaschuno con le robe sue possa stare e vivere sereno in 
la dieta cita, altramenti in brevi è per seguirne tal schandalo 
che non potrà essere senza dispiacere de la excellenza de nostro 
IU.mo Signore e grande carico de li predicti officiali e de le V. 
M. et ad ciò che meglio se li possa provedere qua de socto sono 
descripte parte de li più famosi : quali sono capo e guida de le 
predicte compagnie : et è notorio benché per il periculo non sia 
chi olsa comparir e farne prova ». 

« Quorum nomina sunt haec: Maestro Antonio romano da parma, 
Mro Bertolameo vegieto gienovese, Mro Io. Ant. foscado gieno- 
vese, Mro Augusto Vesano, Mro Angelo de Mantua, Mro Barto- 
lameo scia da mantua, Mro Leonardo borgognone, Mro Hieronimo 
comascho - M. Ambrosio Boltrafio milanese - M. Filipo Carpano 
milanese, M. Bosio Cremonese, Mro. Hieronimo parmesano ». 

Una delle occasioni più frequenti di disordine era la lezione 
di anatomia in cui gli studenti prevalendosi del pregiudizio se- 
colare con schiamazzi interrompevano e perturbavano le se- 



— 202 — 

/.ioni cadaveriche fatte dai professori. Fra gli scolari « impe- 
dite-ri delle notomie e abbreviatoli 'li quelle » eravi per avven- 
tura l'artista guidato non dall'interesse professionale, ma dal 
puro amore del vero. La turbolenza degli ignoranti fa salire al 
petto e al viso di Leonardo lo sdegno. Egli vorrebbe alzare il 
suo grido ma non può. « Fa un discorso gna allora in 

fretta nel suo libro — della riprensione che si richiede alli 
scolari, impeditoli delle notomie e abbreviatoci di quelle » (1). 

E il discorso infatti compare qua e là, in una rozza ma ef- 
ficace eloquenza, nelle carte vinciane scritte con la sinistra 2 . 

« Non abbreviatori, ina obbliatori si de' dire a quelli, che 
abbreviali tali opere, quali son questo „. 

« Li abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione 
e all' amore : conciossiachè l'amore di qualunque cosa è figliuolo 
di essa cognizione, e 1' amore è tanto più fervente quanto la 
cognizione è più certa, la qual certezza nasce dalla cognizione 
integrale di tutte quelle parti, le quali essendo insieme unite 
compongono il tutto di quelle cose che debbono essere amate ». 

« Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle 
cose che lui fa professione di darne integrai notizia, che lui 
lassa indirieto la maggior parte delle cose, di che il tutto è 
composto ? Egli è vero, che la impazienzia, madre della stoltizia, 
è quella che laida la brevità, come se questi tali non avessino 
tanto di vita, che li servisse a potere avere una intera notizia 
d' un sol particulare, come è un corpo umano ; e poi vogliono 
abbracciare la mente di Dio, nella quale s' include 1' universo, 
caratando e minuzzando quella in infinite parti, come se l'aves- 
sino a notomizzare. stoltezza umana, non t' avvedi tu, che tu 

(1) Archivio dell'Università di F'avia, Documento s. d. 

(2) Il memorabile frammento è da leggersi nella Collezione del Rouveyre 
nel volume intitolato Notes et Dessins sur le Thoraces et l'Abdomen Parigi 
1901 fol. 4 verso. In analogo stato d'animo, in simile occasione, dice di es- 
sersi trovato G. B. Cortese nell' Università di Messina nelle due volte che si 
potè fare anatomia « tumultuose et maxima cum difficultate ». Misceli. Medi- 
eval. Decas I. e. I, p. 4 Messanae 1628. M. del Gaizo, Della pratica dell'Ana- 
tomia il Italia fino al 600. Napoli 1892 p. 80. 



— 203 - 

se' stato con teco tutta la tua età, e non ài ancora notizia di 
quella cosa, che tu più possedi cioè della tua pazzia, e voli poi 
con la moltitudine de' sofisti, che ingannano te e altri, sprezzando 
le matematiche scienze, nelle quali si contiene la vera notizia 
delle cose che in loro si contengono ; e voi poi scorrere ne' 
miracoli, e scrivere e dar notizia di quelle cose di che la mente 
umana non è capace, e non si posson dimostrare per nessuno 
esempio naturale ; e ti pare avere fatto miracoli quando tu arai 
guasto una opera d' alcuno ingegnio speculativo, e non t'avvedi 
che tu cadi nel medesimo errore, che fa quello, che denuda la 
pianta dell' ornamento de' suoi rami pieni di fronde miste colli 
odoriferi fiori o frutti — (Sopra dimostra (che) in quella pianta 
esser da fare di lunghe tavole\ — Come fecie Giustino abbre- 
viatore delle storie scritte da Trogo Pompeo, il quale scrisse or- 
natamente tutti li eccellenti fatti delli sue antichi, li quali eran 
pieni di mirabilissimi ornamenti, e così compose una cosa inuda, 
ma sol degnia d' ingegni impazienti, li quale pare lor perdere 
tanto di tempo quant' è quello eh' è adoprato utilmente, cioè 
nelli studi delle opere di natura e delle cose umane ». 

« Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie e li lor 
cortigiani sien cani e altri animali pien di rapina, e accompa- 
gniansi con loro, e correndo sempre dirieto a chi fugge, seguitano 
l' innocenti animali, che, con la fame, alli tempi delle gran nevi 
ti vengano alle case dimandandoti limosina, come lor tutore » (1). 

Edmondo Solmi. 

(1) Leonardo, toc. cit. Si aggiunga che il Vinci costruì anche in Pavia 
quello che egli chiama: « molin pavese; 12 pale lunghe braccia 2 e larghe l / 3 . 
Cade 1' acqua braccia 3, e le figurate doccie sono in nella maggiore larghezza 
braccia 1, e ne lo stretto larghe braccia l } 2 o più, e alte le loro sponde 2 / 3 di 
braccio ». Cod. Atl. f. 24 verso. 



RECENSIONI 



Solmi A. La diata imperiali in Roncaglia e la navigazione del Po 
presso Piacenza. Parma, 1910. 

La dibattuta questione circa la località dove si tenessero le famose 
diete dette di Roncaglia, si è avviata con questo lavoro del Solmi 
verso la sua soluzione. Il S. ritiene che l'appellativo di Roncaglia 
dato ai luoghi dove nei sec. XI e XII si tennero le diete imperiali, 
e che per molto tempo si credette corrispondere a Roncaglia in ter- 
ritorio piacentino o, secondo l'Agnelli seguito dal Fliedner, ad un 
tratto di territorio lodigiano presso Castelnuovo di Roncaglia, u non 
serviva già a designare un luogo determinato, si bene una vasta 
estensione di territorio in gran parte a sinistra del Po, dai pressi di 
Cotrabbia, a mezzogiorno, fino a Castelnuovo di Roncaglia come 
estremo limite settentrionale. In questo territorio, che formava una 
grande e ridente pianura, traversata dal Po e da frequenti canali 
d'acqua corrente, ricca di fattorie e di ville, in molta parte dipen- 
dente, per diritto di proprietà, dal monastero piacentino di S. Sisto, 
e posta a contine tra la diocesi di Lodi e quella di Piacenza, furono 
radunate le assemblee imperiali dei sec. XI e XII, quando, per il 
profondo mutamento degli ordini pubblici, si rese necessario racco- 
gliere grandi masse di armati, che ivi trovavano, per virtù dei tra- 
sporti fluviali, facili mezzi di convegno e di approvigionamento ». 

Coli' aiuto di una carta che Paolo Bolzoni tracciava negli anni 1 
1587 e 1588 in difesa dei diritti di Piacenza sulle acque del Po e 
che ancora si conserva nell'Archivio di Stato di Parma, coi documenti 
del Codice Diplomatico laudense e con altri da lui estratti dagli Ar- 
chivi di Piacenza e Parma e pubblicati in appendice al suo lavoro, 
giovandosi anche delle notizie attinte al materiale cronistico del 
tempo, il S. riesce non solo a determinare approssimativamente l'esten- 
sione della Roncaglia delle diete, ma a rappresentarci anche assai 
bene quell'intreccio di diritti e di rapporti economici a cui il pos- 
sesso e la navigazione del Po diedero luogo tra chiese, vescovadi, 
monasteri e comuni riveraschi; diritti e rapporti che, pei frequenti 
mutamenti del corso del fiume, furono lungamente causa di competi- 
zioni e di contrasti. 



— 205 - 

Non meno interessante di questa che può dirsi prima parte del lavoro, 
è la seconda, in cui il S. traccia brevemente l'origine e le vicende delle 
diete tenute a Roncaglia per studiarne il funzionamento come organo 
delh vita pubblica dei tempi feudali. Egli mostra come i più antichi 
ricordi di diete tenute a Roncaglia risalgano al principio dell'XI 
secolo, quando le città, sotto il governo dei vescovi, cominciarono a 
prendere viva parte ai grandi avvenimenti del regno. L'intervento 
delle milizie cittadiue alle riunioni in cui si trattavano i più impor- 
tami negozi politici, trasformò necessariamente le antiche assemblee 
feudali, composte soltanto di grandi e generalmente poco numerose, 
in grandi mostre militari, dove accanto alle milizie imperiali si schie- 
ravano quelle dei comuni lombardi. Tale trasformazione spiega be- 
nissimo come Pavia e Ravenna, che ne' secoli anteriori erano state 
sedi ordinarie di assemblee o concili nazionali, venissero ora ab- 
bandonate, e si scegliesse invece come luogo di convegno la pianura 
di Roncaglia « la quale percorsa dal Po nel punto d'incrocio delle 
grandi vie terrestri e fluviali, che da Milano e da Pavia, le due città 
più potenti e più popolose, conducevano a Genova, a Lucca, a Bologna, 
ì, Ravenna », era abbondantemente provveduta di pascoli e somma- 
mente propizia a grandi riunioni militari. 

Le diete di Roncaglia durarono sino alla fine del sec. XII, finché 
l'Impero conservò la sua autorità. Decaddero o cessarono colla de- 
bolezza dell'Impero e quando le lotte fra città e città e il fraziona- 
mento politico che ne derivò resero impossibili le grandi radunate 
d'eserciti. Tali infatti, piuttosto che vere e proprie assemblee poli- 
tiche, erano state le diete di Roncaglia; e non fu questa ultima ra- 
gione per la quale non potè uscire da esse per l'Italia, come uscì 
per altri paesi di Europa, l'istituzione di un vero parlamento con 
rappresentanza di classi. 

Tale, in succinto, il contenuto di questa interessante monografia 
del Solmi, che non è soltanto un buon contributo a quella storia 
della navigazione fluviale nell'Alto M. E. che è ancora da scrivere, 
ma è anche un notevole esempio di quel sano iudirizzo di studi, 
che speriamo abbia a prevalere, in cui le esigenze di un metodo ri- 
goroso sono giustamente armonizzate con quelle di una soda e seria 
cultura. 

Solo mi si permetta qualche osservazione. 

Il Solmi a pag. 56 pone il vescovo di Pavia fra quei prelati cia- 
icuno dei quali al principio del sec. XI era » il capo riconosciuto 

14 



— 206 — 

del governo della città e disponeva delle milizie ch'adir : l'A. 

è cadato in una svista; perchè è notorio che il vescovo pavese, 
ragioni che sono state già dette più volte, non giunse mai ad a-, ere 
giurisdizione sulla città. Parimenti il dire, some fa l'A. a pag. 40, 
che « è evidente la tendenza, specialmente sotto gli Ottoni, di volgere 
le assemblee generali da Pavia verso Ravenna, dove si sposta il 
centro della cultura italica » può dar luogo a qualche dubbio. Di 
questo spostarsi del centro della cultura italica verso Ravenna non 
abbiamo ancora una dimostrazione tale che ne giustifichi l'afferma- 
zione. Quello che vediamo chiaro è lo spostarsi delle assemblee in 
conseguenza della nuova politica degli Ottoni, che mira da un lato 
verso Roma, dall'altro verso l'Italia Meridionale. 

Notevoli invece sono le pagine che l'A. dedica a Landolfo il Vec- 
chio, cronista milanese, della cui autorità si serve per stabilire le 
più antiche assemblee tenute a Roncaglia nei primi anni dell' XI se- \ 
colo. Landolfo, com'è noto, non è in odore di santità presso la cri- 
tica tedesca e nostrana, e a me fu dato sulla voce, alcuni anni ad- 
dietro, quando tentai di difenderlo dal troppo male che n'era stato detto. 
Ora leggo nel Solmi questo giudizio: « Landolfo amplifica le notizie 
della sua patria, riferisce anche infedelmente qualche particolare e 
qualche nome, ma è esatto nella cronologia degli avvenimenti, deri- 
vati da fonti sicure, e non inventa di pianta », e l'A. segue dimostando 
che la notizia data dal vecchio cronista di una dieta tenuta a Ron- 
caglia circa l'anno 1016 trova esatto riscontro in una lettera di 
Leone vescovo di Vercelli pubblicata recentemente dal Bloch. 

Ohe sia venuto anche per il vecchio Landolfo il giorno della ria- 
bilitazione? G - Romano. 

Malocchi R. U B. Isnardo da Vicenza 0. P. e il suo apostolato 
in Pavia nel sec. XIII. Pavia, Rossetti 1910, di pag. 192, 

Ricostruire, nell'ambiente storico pavese della prima metà del 
sec. XIII, con le scarse notizie pervenuteci per mezzo di documenti 
o attraverso una tradizione frammentaria, la figura di Isnardo da 
Vicenza, il cui nome è legato alla fondazione del monastero di S. 
Maria di Nazaret e alla prima apparizione dell'Ordine Domenicano 
in Pavia: tale è lo scopo cui mira questo libro. L'autore, che oramai 
è un veterano degli studi storici pavesi, vi dimostra le già note sue 
qualità di ricercatore diligente e di buon conoscitore della stona 
ecclesiastica locale ; ma il lato più notevole di questo volume è forse 



— 207 — 

l'abilità tecnica con cui ha saputo far servire i materiali di ricerca ad 
un lavoro di ricostruzioue, in cui anche i pregi della forma hanno 
un giusto rilievo. Il libro quindi si legge volentieri ed è forse uno 
dei migliori scritti dal Malocchi. 

La parte di esso che può maggiormente interessare è indubbia- 
mente quella in cui l'A. cerca di rappresentare l'ambiente morale di 
Pavia nei primi decenni del sec. XIII in relazione all'opera riforma- 
trice intrapresa da Isnardo e proseguita sino alla sua morte. Bellis- 
simo argomento, ma pericoloso, perchè l'A. poteva esser tratto facil- 
mente ad aggravare la mano su' Pavesi del sec. XIII per dare 
maggior risalto alla figura del protagonista, date specialmente le sue 
disposizioni d'animo a scrivere bensì un libro di storia, ma con in- 
tonazione spiccatamente religiosa e apologetica. 

Che il Maiocchi sia riuscito a superare lo scoglio, non direi: anzi 
chi legge il suo libro riceve subito l'impressione contraria. Ed in 
fatti come possiamo seguire l'autore nei suoi ragionamenti, quando 
egli cerca di trarre dalle invettive scagliate dalla Chiesa contro Fe- 
derico II un argomento per dimostrare che Pavia, perchè ghibellina, 
era divenuta una città miscredente, anzi indifferente in religione, 
dedita al vizio e ai piaceri? E neppure può ritenersi come un argo- 
mento a favore della indifferenza dei Pavesi in fatto di religione la 
circostanza che in Pavia v'erano degli eretici. Senza dubbio Pavia non 
rimase immune dall'eresia serpeggiante in tutte le città lombarde tra 
il XII e XIII secolo, per quanto, com'ebbi io stesso ad osservare 
molti anni addietro (1), di una comunità pavese di Catari non si 
abbia memoria anteriore alla seconda metà del dugento. Ma se è 
vero, come affermano anche storici ortodossi, che i moti ereticali 
apparsi in Italia nel sec. XII ebbero origine essenzialmente popolare 
e rappresentano « un sentimento di religiosità più intensa, che aveva 
pervaso gli ultimi strati della società e mirava ad una morale più 
austera, ad una pietà più intima, ad un'unione con Dio più im- 
mediata » (2), parlare d'indifferenza religiosa dei Pavesi proprio 
quando la città si mostra accessibile alle nuove correnti di vita spi- 
rituale, è semplicemente assurdo. Il M. non ha pensato che, se l'Or- 
dine Domenicano fu introdotto anche in Pavia, questo avvenne non 

(1) Arch. Stor. Lomb. an. XII fase. 8° p. 500. 

(2) L. Zanoni, Gli Umiliati nei loro rapporti con V eresia ecc. Milano, 
Hoepli, 1911, pa. 21. 



- 208 — 

perche la città fosse indifferente o torcila in materia di fede, ma 
perchè qui come altrove bisognava opporsi alle nuove manifestazioni 
di attività religiosa degli eretici che minacciavano di sovvertire l'u- 
nità della Chiesa e combattevano apertamente, in nome del Vali- 
le tendenze mondane del Papato. 

Per delineare le condizioni morali di Pavia al tempo della venuta 
d'Isnardo, l'A. richiama un passo dell'Azario, il noto passo in cui 
la vita dissoluta della città è rappresentata col più crudo realismo. 
Ma l'Azario scrisse nella seconda metà del secolo XIV. e non si 
comprende come mai quello che egli dice de' Pavesi degli ultimi anni 
che precedettero la caduta della città sotto il dominio visconteo, possa 
applicarsi allo condizioni di Pavia nei primi decenni del sec. XIII. 
Anche la maledizione lanciata da' Parmigiani coutro la babilonica 
Pavia mi pare poco concludente. L'invettiva è di poco posteriore 
all' anno 1248, in cui i Pavesi parteciparono al famoso assedio di 
Parma posto da Federico II: ma essa non è che la voce dell'odio 
guelfo contro la città ghibellina, e fa parte del frasario col quale 
si gratificavano a vicenda, in un tempo di forti passioni politiche, le 
città militanti in campi diversi. 

Più interessante, invece, trovo la ricerca fatta dall'autore nel campo 
dell'onomastica femminile, giovandosi degli avanzi di un registro di 
estimati giacente nel Civico Museo di Storia Patria. L'A. ha consta- 
tato che di centottanta nomi di donne notati in quel registro « vi 
si trovano soltanto due Marie ed una Marieta, e solo quindici altre 
donne che portano nomi di santi e di sante n; nel qual fatto egli vede 
un'altra prova della trascuratezza e della indifferenza dei Pavesi in cose 
di religione. Certamente l'idea di far servire l'onomastica allo studio 
delle condizioni morali di una città italiana nel M. E. è un'idea ge- 
niale e non priva d'interesse; ma per giungere a qualche conclu- 
sione si doveva estendere lo studio alle altre città, per vedere se il 
fenomeno constatato a Pavia era proprio di Pavia o un fenomeno 
generale; perchè soltanto in questo secondo caso l'argomento avrebbe 
qualche valore. Intanto osservo che un documento del 27 aprile 
1205, tolto dall'Archivio di Stato di Milano e pubblicato proprio 
di questi giorni dal Conte A. Cavagna (1), sembra dimostrare che 

(1) Documenti vogheresi dell'Archivio di Stato di Milano. Pinerolo, 1910 
pp. 302-303. In Biblioteca della Soc. Stor. Subalpina diretta da F. Gabotto, 
voi. XLV1I. 



— 209 - 

anche a Voghera il nome di Maria era tutt' altro che comune. Su 
ben centotreutacinqùe donne registrate in quel documento e tutte 
appartenenti alla parrocchia di S. Ilario, una sola porta il nome 
di Maria! Dobbiamo da ciò conchiudere che anche a Voghera il 
culto della Vergine fosse in ribasso? Non credo. Osservo inoltre 
che l'Anonimo Ticinese, il quale, come è noto, riferiva le condizioni 
della città al principio del sec. XIV, scriveva (mi servo della tradu- 
zione del nostro Terenzio): « Conciosiache Papia sino dagli antichi tempi 
ha in grandissima venerazione la Regina del cielo e della /erra, come 
l'attesta il gran ninnerò di chiese (circa trentacinque) le quali entro e 
fuori le mura le sono dedicate, oltre gli altari sema numero. E in tutta 
la diocesi è pure un gran numero di chiese nominate col di lei SS. 
Nome. Ed io tengo per fermo che per sola intercessione della Vergine e 
d; tutti ì santi, dei quali sono devotissimi i pavesi, e per le anime buone 
che sono tuttavia e furono in quella citta, essa potè non soccombere al 
peso delle orrende iniquità che vi commisero i cattivi » (1). Dobbiamo 
dire che il quadro rappresentato dall'Anonimo sia, non ostante la sua 
esplicita affermazione, di data recente, e che la religiosità dei Pavesi 
verso la Vergine e i Santi sia dovuta all'opera riformatrice d'I- 
suardo da Vicenza? Io credo che neppure il Malocchi oserebbe affer- 
marlo. Ad ogni modo egli, che è così esperto conoscitore delle 
carte pavesi della prima metà del 300, dovrebbe dirci se, insieme al 
culto, anche il nome di Maria sia divenuto più comune al tempo in 
cui scriveva l'Anonimo. 

Avrebbero meglio giovato alla tesi dell'autore le due strofe con- 
tenute nel noto ritmo inserito nella Cronaca di fra Salimbene: 

Quis in igne positus, — igne non uratur? 
Quis Papié cómmorans, — castus habeatur? 
Ubi Venus digito — iuvenes venatur, 
Oculis illàqueat, — facie predatur. 

Si ponas Ypolitum — hodie Papié 
Non erit Ypolitus — in sequenti die. 
Veneris in thalamos — ducunt omnes vie, 
Non est in tot turribus — turris Machie (2). 

Al Malocchi queste strofe sono sfuggite; eppure esse sono la sola te- 
stimonianz.i esplicita di quanto egli afferma, che cioè Pavia nella prima 

(1) Commentario dell'Anonimo Ticinese, p. L1V. 
2) M. G. SS. T. XXXII, Pars I, p. 85. 



210 

metà del dagento fosso una città dedita al vizio e ai piaceri. Ma 
valore ha quella testimonianza? L'argomento è ansai suggestivo; ma 
non è di quelli che si possono affrontare in una breve recenti» 

Il curioso è che il Magenta (1), al quale non rimasero ignote le strofe 
su riferite, non credette di dar loro tal peso da modificare la sua 
opinione che nel suo. XIII U popolo pavese "»">> anse um\ 

e volgeva V animo ad onesti piacerli opinione che, some ognun ve 

in aperto contrasto con quella sostenuta dal Malocchi. Gli è ci 
questa materia è più facile affermare che dimostrare, e molto dipende, 
trattandosi di una cosa così complessa quali sono le condizioni 
morali di una città, dal punto di vista in cui si mette l'osservatore. 
Si aggiunga che accanto a testimonianze sfavorevoli non è difficile 
trovarne altre favorevoli, e che in un'età profondamente divisa da par- 
titi e da passioni sono possibili i giudizi più contraddittori. Ohi può 
dimenticare, p. es., che accanto al ritmo riferito dal Salimbene c'è 
quello, anteriore di pochi decenni, dell'ignoto poeta ghibellino che 
scriveva : 

Papia. 
Urbs bona, flos urbium, clara, potens, pia, 
Digna fores laudibus et topographia ecc. [2 '■ 

Torno adirlo, 1' argpmento, assai suggestivo, meriterebbe più pro- 
fonde indagini e più larga trattazione. Il Malocchi l'ha sfiorato ap- 
pena, giungendo a conclusioni che non ci paiono accettabili. Ma 
questo non iscema di molto il suo merito: perchè, nei nostri studi, 
il porre un problema può talvolta giovare non meno che il risolverlo. 

G. Romano. 

Gian Bistolfi, Macrino d'Alba, Torino, Lattes, 1910. 

Mancò al Piemonte una vera e propria tradizione artistica. Il primo 
pittore di Piemonte, secondo Gian Bistolfi, è Macrino d'Alba. Ma si 
può veramente chiamar piemontese Macrino? Lo stesso Bistolfi nota 
che u quella parte di Piemonte che si stendeva verso i piani dei Po, 
era naturalmente destinata a subire gì' influssi dell'arte lombarda..." 
(p. 20). Ma se era Lombardia! E valga il vero. Vercelli, che è il più 
importante centro artistico del Piemonte, appartenne alla Lombardia, 

(!) 1 Visconti e gli Sforza nel castello di Pavia, I, 36. 
(2) Ardi. Stor. Ital. app. VII 513. Firenze 1849. 



- 211 - 

alla quale i Savoja la tolsero nel 1427; Asti fa parte del Piemonte 
solo dal 1531; la Valsesia dal 1703; Tortona e Novara dal 1736. 

Gian Giacomo di Alladio, detto Macrino d'Alba, nacque, secondo i 
probabili calcoli del Bistolfi, circa il 1465, visse fino al 1515 circa. 

Come si formò questo artista? Ad Alba certo pochi esempi gli si 
offrivano. Il B. tuttavia, su le orme del Della Valle, ricorda un mastro 
de Furio di Pavia, che nel 1429 aveva intagliate molte figure negli 
stalli del coro della Chiesa di S. Francesco. Di questa serie di scul- 
ture, che andarono sperdute quando fu distrutta (1805) quella chiesa, 
il B. crede avanzo uno stallo isolato (con intagli gotici rappresen- 
tanti qualche scena della vita di S. Francesco) ora nella Chiesa di 
S. Giovanni in Alba, a destra dell' aitar maggiore. Alcuni motivi di 
queste sculture ritrova il B. nelle opere di Macrino. Da Alba, prima 
del 1494-95, quando Macrino dipinse alla Certosa di Pavia il suo 
grande polittico, egli dovè peregrinare a Milano, forse, a Modena, a 
Ferrara, a Bologna, a Ravenna, a Firenze, a Perugia, a Roma. Il Foppa 
e il Pinturicchio sono gli artisti che, secondo il B., avrebbero mag- 
giormente influito su Macrino. 

Il B., a spiegare le analogie con Bartolomeo Montagna, pensa 
anche a un suo viaggio nel Veneto ,'p. 42). Ma l'arte del Montagna 
fu certamente conosciuta da Macrino alla Certosa, per la quale il 
grande Vicentino aveva dipinto un quadro nel 1492. 

I monaci della Certosa affidarono a Macrino l'esecuzione d'un 
grande polittico della Vergine tra S. Ugone e S. Anselmo. A Pavia 
restò per due o tre anni, dal 1494 al 1496; poi tornò in patria, di- 
videndo la sua attività tra le chiese d'Alba e il santuario di Crea, 
tra i piccoli romitaggi del contado e i lavori della bottega popolata 
di allievi. Il polittico di Pavia, per la sinfonia dei colori, per la bel- 
lezza dei putti veramente botticelliani, per la vivezza del paesaggio 
dei fondi, è la prima opera che dà tutta la misura dell'ingegno del 
pittore. Anche a me parve sempre sconcia e brutta e indegna di 
Macrino la figura del Cristo risorto nello scomparto superiore cen- 
trale: sono lieto che il B. la tolga al maestro per darla a qualche 
mediocre scolaro del Bergognone. 

II B. descrive poi tutte le altre opere superstiti di Macrino: spe- 
cialmente la Vergine della Certosa d'Asti (1498], oggi nella Pinaco- 
teca di Torino; il trittico dell'Abbadia di Lucedio (1499), ora nel 
Palazzo episcopale di Tortona ; la Madonna (1501) della Quadreria 
municipale d'Alba; il grande Polittico di S. Francesco (1506) della 
Pinacoteca di Torino, ecc. 



— 212 - 

Disgraziatamente perduta è un'arcòna che Macrino fece nel 1502 
pure per la Certosa, La natività di Gerii, Il Magenta e il ìioi 
videro un abbozzo di questo quadro in un quadretto della Sala Reale 
nel nostro Museo Civico. Ma la tavoletta pavese, molto accurata e 
finita, sembra al B. non un abbozzo, ma una copia, una riproduzione 
in piccolo del quadro di Macrino, nella quale le forme macriniane 
si sono arrotondate e il colore affievolito. 

Nella bottega di Macrino si formarono parecchi allievi, tra i quali 
un Agostino da Pavia, a cui l'Autore attribuisce un trittico, rappre- 
sentante la Deposizione, opera insieme macriniana e bergognonesca, 
(1509-10) ora scomposta nella Pinacoteca di Torino (n. 22-24-25;. Allo 
stesso Agostino appartengono una Vergine assunta di Casa Ciriotti 
a S. Stefano Belbo presso Alba ; e due Natività di Gesù, una della 
Parrocchia di Frugarolo presso Alessandria, 1' altra del Seminario 
dAsti: opere tutte eseguite ne' primi anni del secolo XVI. 

G. Natali. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Schiaparelli L., Tachigrafia 
sillabica nelle carte italiane. Estr. 
dal Bollettino delll'Istituto Sto- 
rico Italiano n. 31, Roma 1910. 

Le note tachigrafìche dei do- 
cumenti medievali sono state, 
in questi ultimi anni, oggetto di 
particolari studi da parte degli 
eruditi, specialmente in Germania 
e in Francia. Osserva però lo S. 
che lo studio delle note tachigra- 
fìche sillabiche nelle carte ita- 
liane, non ostante i fondamentali 
lavori dell' Havet e i contributi 
del Cipolla, del Cacurri e del 
Gabotto, non ha fatto grandi pro- 
gressi, stante la scarsezza del 
materiale finora raccolto ed esami- 
nato e la mancanza di buoni fac- 
simili che ne permettano l'ela- 
borazione a scopo scientifico. 

L'opuscolo dello S. non è che 
un contributo a questi studi. Egli 
pubblica alcuni materiali raccolti 
nel corso di ricerche archivi- 
stiche fatte con altri intenti, e 
fa intorno ad esso delle conside- 
zioni d'ordine generale, che se 
hanno per lo più un valore prov- 
visorio, possono servire ad uno 
studio definitivo sulla tachigrafia 
delle carte italiane nell'Alto Medio 
Evo. LA. si occupa a preferenza 
delle note tachigrafìche nelle sot- 
toscrizioni, facendo notare che 



la tachigrafia finora segnalata 
nelle carte italiane è quella sil- 
labica, il cui uso appare già sta- 
bilito nella seconda metà del sec. 
VII, cresce successivamente al- 
l' epoca franca e perdura fino al 
sec. XI limitatamente all' Italia 
settentrionale. Lo Schiaparelli 
dà anche notizie di alcune note 
tachigraliche che non apparten- 
gono alle sottoscrizioni ; il che 
gli dà occazione di pubblicare 
due carte pavesi inedite, la prima 
dell' 8 giugno 1010 esistente nel- 
l'Archivio di stato fiorentino, la 
seconda del 29 giugno 1021, il 
cui originale trovasi nell'Ar- 
chivio di stato di Milano. 

Cinque tavole di facsimili ac- 
compagnono questo eruditissimo 
opuscolo, che è riprova della sin- 
golare perizia dell'Autore in que- 
sto campo di studi. 

Schiaparelli L., Descrizioni 
e trascrizioni dei facsimili dei di- 
plomi dei re d' Italia nei secoli 
IX e X in Archivio paleografico 
italiano, voi. IX, Roma 1910. 

li Archivio paleografico italiano 
ha con felice pensiero ripreso 
la pubblicazione in facsimili dei 
Diplomi imperiali e reali della 
cancellerìa italiana iniziata, or 
sono vent'anni, dalla r. società 



214 



romana di storia patria, arresta- 
tasi al primo fascicolo. 

La nuova pubblicazione, che 
sebbene con titolo diverso avrà 
gli stessi intenti della prima, 
sarà una raccolta in facsimili di 
que' Diplomi dei re d'Italia 
sec. IX e X che meglio per la 
loro importanza storica generale 
e per gli speciali caratteri si pre- 
stano ai lini dell'insegnamento 
superiore. La scelta del materiale 
spetta al prof. L. Scbiaparelli 
dell'Istituto superiore di Firenze, 
e a lui pure si debbono Le descri- 
zioni e trascrizioni dei facsimili, 
che costituiranno il voi. IX del- 
l'/Ire// ivio pa leografico . 

Abbiamo sott' occhio il I fa- 
scicolo di questo volume com- 
prendente le descrizioni e tra- 
scrizioni dei primi dodici diplomi. 
Di questi, cinque sono datati da 
Pavia, e sono i seguenti: 1. Di- 
ploma di Lodovico III 12 ottobre 
900, il cui originale si conserva 
nell'Archivio Capitolare d'Arezzo 

— 2. Diploma di Ugo e Lotario 
25 dicembre 935, il cui originale 
fa parte del fondo Barberini della 
bibl. Vaticana — 3. Diploma id. 
21 ottobre 943, il cui originale è 
nell Archivio Capitolare d'Arezzo 

— 4. Diploma id. 21 ottobre 943, 
falsificazione in forma d'originale 
sec. X-XI, nell'Archivio Capito- 
lare d'Arezzo — 5. Diploma di 
Lotario 31 marzo 950, il cui ori- 
ginale è nell'Archivio Generale 
di Karlsruhe. A' enitori di storia 
e di scienze sussidiarie storiche 
non abbiano bisogno di segnalare 



l' importanza di qu&ata pnbbliea- 
zione, della cui serietà è arra 
\* Archivio paleografico italiano a 

il nome di L. Scbiaparelli. 

Leicht P. S. . // Patriarca 
Goto/redo <■ il Barbarossa in due 
carie inedite. In Memorie Storiche 

forogtuliesi, anno V. fase. II-III. 
L'A. pubblica ed illustra due 
istrumenti tolti dalle pergam 
capitolari del R. Museo di Civi- 
dale, che per gli accenni che 
contengono a personaggi pavesi 
del sec. XII hanno per noi una 
notevole importanza. 

Nel primo strumento, datato 
da Treviso il 16 aprile 1183, il 
patriarca Gotofredo, stando nel 
palazzo vescovile, dà procura a 
Stefano Barozzi di Venezia e ad 
Auliverio orefice di Treviso di 
pagare la somma di centoquindici 
[corr. trecentoquindici] marche di 
danari ad Auliverio figlio di Ja- 
copo Isembardi di Pavia. Tra' 
testimoni appare un altro pavese, 
certo Lanfranco da Pavia, che 
dal documento successivo risulta 
appartenere alla famiglia Ca- 
psoni. Nel secondo strumento, 
che è la quietanza fatta dall'Au- 
liverio Isembardi a nome del 
padre Jacopo ed ha la data del 
6 maggio 1183, compare, insie- 
me al Capsoni e all' Isembardi, 
un altro pavese, cioè Guglielmo 
u scutarius de Papia n. In questo 
secondo documento è detto che 
il pagamento veniva fatto all'I- 
sembardi per conto dell'impera- 
tore (prò domino imperatore). Da 



— 215 



ciò argomenta il L. che il detto 
pagamento si colleghi cou i ma- 
neggi che condussero alla ricon- 
ciliazione di Federico con Ales- 
sandria, Tortona ed altre città 
della lega, nel periodo prepara- 
ratorio della pace di Costanza, 
quando l'imperatore difettava di 
denaro, e dovè forse ricorrere 
ali" aiuto dei suoi amici ghibellini 
di Pavia. 

La memoria del L. è stata 
ripubblicata recentemente dal 
si£. Urbano Capsoni di Udine in 
un opuscolo nuziale (Nozze Ca- 
psoni — Cantalupi), e fu desi- 
derare sui rapporti tra le famiglie 
pavesi e il Friuli indagini più 
estese di quelle fatte dal Bat- 
tistella nel lavoro I Lombardi 
nel Friuli pubblicato nel fase, di 
dicembre dell' Archivio Storico 
Lombardo. 

San Teodoro Vescovo e pro- 
tettore di Pavia. Pavia, Scuola 
tipografica Artigianelli, 1909. 

L'opuscolo è senza nome di 
autore e fu pubblicato in occa- 
sione delle feste in onore di S. 
Teodoro celebrate nella basilica 
omonima recentemente restaurata. 
E diviso in due parti : la prima 
dedicata alla biografia del Santo 
e alla sua iconografia, la seconda 
alla chiesa e alle sue vicende 
storiche col catalogo dei parroci 
che la ressero dal quattrocento 
in poi. 

Delle due parti la prima pre- 
sentava indubbiamente maggiori 
difficoltà, perchè quello che sap- 



piamo di sicuro intorno a S. 
Teodoro è così poco, ed è tale 
l'ingombro leggendario che si è 
venuto accumulando intorno a 
lui, che una biografia del Santo 
in cui sia nettamente sceverato 
il vero dal falso è impresa assai 
malagevole, per non dire dispe- 
rata. A noi pare che 1' autore si 
sia cacciato in quel ginepraio 
senza sufficiente preparazione ; 
egli stesso confessa di non aver a- 
vuto tutto il tempo necessario a 
studiare l'argomento e di non aver 
potuto mettere assieme che dei 
semplici appunti. Basti dire che 
egli cita il Liber Ponlificalis ora 
sotto questo nome, ora sotto 
quello di Anastasio Bibliotecario, 
e di quest'ultimo una volta è 
ricordata l'edizione muratoriana, 
un'altra quella di Roma 1718. E 
non parliamo di altre citazioni, 
che tradiscono non so se più la 
fretta o la poca esperienza del 
metodo. 

Un altro punto ci piace rile- 
vare. Teodoro è rappresentato 
come un fervente u sostenitore 
e difensore della causa papale n 
contro Astolfo re dei Longobardi. 
Nondimeno egli combatte contro 
i Franchi di Pippino venuti al- 
l' assedio di Pavia in seguito alla 
chiamata del pontefice, e l'autore 
esalta « l'eroismo del pastore 
che assiste amorosamente le sue 
pecorelle, espone con esse la' sua 
vita per la loro salvezza n ecc. 
Non vi è qui un'incongruenza? 
E non è un' altra incongruenza 
il fatto che, dopo di aver difeso 



— 216 



Pavia contro i Franchi. Teodoro 
sia mandato in esilio per rappre 
soglia ? 

Evidentemente 1' autore ha 
voluto salvare la leggenda che 
fa di Teodoro il difensore di 
Pavia longobarda e rappresentare 
uel tempo stesso il vescovo pavese 
come un grande fautore del papa. 
Le due cose non sono addirittura 
inconciliabili, ma l'autore aveva 
l'obbligo di fare delia sua tesi al- 
meno un tentativo di dimostra- 
zione. 

Secondo noi, l'autore avrebbe 
dovuto farsi innanzi tutte queste 
domande: i materiali che posse- 
sediamo intorno alla vita di S. 
Teodoro che valore hanno? certe 
leggende che sono giunte fino a 
noi, quando e come sono sorte? 
sono vere leggende, in cui sia 
possibile rintracciare qualche e- 
lemento storico, o sono racconti 
interamente fantastici dovuti ad 
una di quelle cause perturbatrici 
che hanno operato così spesso 
nell'agiografia medievale? Senza 
questo lavoro preliminare di cri- 
tica, che distingua chiaramente 
quello che è genuina tradizione 
da ciò che è puro giuoco di fan- 
tasia o prodotto di falsa religiosità, 
è impossibile affrontare una bio- 
grafia come quella di S. Teodoro, 
a meno che l'A. non si rassegni 
ad affermare senza prove o pas- 
sare da una ad altra ipotesi senza 
giungere ad alcun risultato posi- 
tivo, g. r. 

Arturo Graf, L' anglomania 
e l'influsso inglese in Italia nel 
secolo XVIII. Torino 1911. 



Neil' Europa dispotica e feu 
dale del s«c. XVIII. l' Inghilterra 
era la sola nazione che a 1 , 
istituzioni politiche e civili con- 
formi agli ideali del pensiero mo- 
derno. Per tale motivo la bionda 
Albione richiamava nel 700 le sim- 
patie e 1' interesse di chi aveva 
in odio l'antico regime. Anche 
l'Italia diede una falange di am- 
miratori e di studiosi: e gli uo- 
mini che primeggiano durante 
il periodo napoleonico, sono im- 
bevuti di coltura inglese ed hanno 
trascorso buona parte di loro gio- 
ventù fra le nebbie di Londra. E- 
sempio notevole Francesco Melzi. 
Il Graf ci offre un ampio 
quadro dell'ammirazione che i let- 
terati d' Italia tributavano ai co- 
stumi, alle lettere, alla vita pub- 
blica inglese nel secolo XVIII, 
dei loro viaggi, de: loro studi, 
delle loro imitazioni, delle loro 
conoscenze ecc., raffrontando in- 
sieme le simpatie che esercitava 
Parigi rispetto a Londra, non 
però ugualmente afficaci, sincere 
e benevole. 

LA. mette in evidenza molto 
bene le virtù per le quali l' In- 
ghilterra è ammirata dai nostri; 
ma rimane nell' ombra in che 
cosa propriamente consiste l'in- 
flusso esercitato da esso sul pen- 
siero novatore degli italiani del 
700. E neppure crediamo che 
l'illustre critico veda per intera 
la verità, quando opina che l'I- 
talia non avesse motivi di diffi- 
denza o di rancore verso l'In- 
ghilterra, all' infuori di quelli che 
potevano derivare dalla differenza 






— 217 — 



religiosa. Forse che gli italiani 
onesti vedevano di buon occhio 
gì' inglesi far da padroni nella 
corte di Maria Carolina, o che 
la borghesia industriale plaudiva 
alle velleità dispotiche del com- 
mercio britannico? La rivoluzione 
scoppiata in Napoli nel 1794 con- 
tava tra i suoi più odiati nemici 
un ministro ed un ammiraglio 
inglese. E la letteratura anglofoba 
cisalpina fu preparata dalla con- 
corenza che i prodotti inglesi 
facevano ai prodotti lombardi 
come a quelli di ogni altro mer- 
cato d' Europa. 

Silvio Pivano, // concetto 
dell'india italiana nel 1796. Estr. 
(\&\V Archivio Storico Italiano, N. 
1 del 1911. 

Il 27 sett. 1796 l'Amministra- 
zione Generale della Lombardia 
indisse un concorso sul quesito 
« Quale dei governi liberi meglio 
convenga alla felicità d'Italia ». 
Delle 57 dissertazioni presentate, 
21 si conservano ms. nell'Ar- 
chivio di Stato di Milano, e 9 
sono in scampa; di queste una è 
pure ms. Delle 29 complessive, 
riducibili per l'importanza nostra 
a 23, poiché 6 appartengono a 
concorrenti francesi, 10 si schie- 
rano per l'unità italiana. — Nu- 
mero notevole. — Ma l'A. dimo- 
stra che l' aspirazione unitaria 
era propria anche dell'ammini- 
strazione, che il concorso aveva 
bandito, e dei membri stessi 
della Commissione chiamata a 
deciderlo. Essa acquista una ben 
maggiore rilevanza. 



E la conclusione dell'A. può 
esser convalidata da più ampie ri- 
cerche. Per esempio, nel campo 
del giornalismo Cisalpino, i gior- 
nali di opposizione ai corpi am- 
ministrativi e politici, e i giornali 
ufficiali hanno un punto di con- 
tatto nel promuovere un'azione 
in senso unitario. Cosi da una 
parte il Giornale dei patrioti, 
dall'altra l'Estensore Cisalpino. 
Sincerità o opportunismo? Since- 
rità, poiché l'Amministrazione 
Lombarda lavora anche in segreto 
verso quell'ideale; il partito ri- 
voluzionario che nel 1797 vuol 
abbattere il governo papale, con- 
tro il volere del Direttorio fran- 
cese, è in alleanza col governo 
Cisalpino che vuol ammettere 
Roma alla novella republica (V. 
Albert Bufourcq, Le Regime Ja- 
cobin en Italie. Elude sur la 
République Romaine, Paris 1900). 

Giuseppe Ottolenghi, La 

mente di Camillo Cavour, Casale 
1910. 

E una mente nuovissima, « la 
sola che abbia idee nuove » al 
suo tempo, e non riesce possibile 
di intenderla se non attraverso 
al lume della modernità più re- 
cente. Questa è la chiave, secondo 
l'A., per chi voglia rendersi 
una ragione chiara e serena di 
ogni passo della grande politica 
di Camillo Cavour. E servendosi 
di essa l'A. lo scagiona delle 
molte accuse ch'ebbe in vita e 
in morte, e ci pone dinnanzi un 
Cavour che bene potrebbe reggere 



— 218 



la mano della terza Italia, fi con 
nubio, ad es., non fu una transa- 
zione di principi, ma l'effetto di 
una concezione originale del par- 
lamentarismo italiano; avendo 
compreso il Cavour fin d : allora, 
che la mancanza in Ttalia di tra- 
dizioni secolari e di partiti co- 
stituzionali avrebbe obbligato il 
governo ad appoggiarsi non esclu- 
sivamente sopra una tendenza 
politica, ma nell'accordo dei par- 
titi in quei punti che essi hanno 
comuni. 

L'A. mostra una larghezza di 
veduta degna dell'argomento pre- 
so a trattare; ma noi vorremmo 
che egli, in questioni tanto de- 
licate, fosse meno scarso di do- 
cumentazione. 

Paolo Negri, Napoleone 1 a 
Piacenza nel 1805. Piacenza, Del 
Maino, 1911. 

La popolazione piacentina ri- 
mase indifferente alla rivoluzione 
e non vide un palmo al di là 
del suo Gotico solenne. Due gia- 
cobini, noti a Piacenza, Melchior- 
re Gioia e Giuseppe Poggi, esu- 
larono per poter trovare aderenti 
alle proprie idee, e fecero sosta 
a Milano. Occorreva Napoleone 
in persona per scuotere la torpida 
città. E venne nel 1805 ad esa- 
minare l'ordinamento finanziario. 
Non fu preceduto da grande en- 
tusiasmo: che anzi il governatore 
faceva melanconiche riflessioni 
sulle spese che avrebbero colpito 
le già esauste finanze piacentine. 
Ma partito Napoleone, un nuovo 



o di vita agita il Comun» 
Carlo Fermenti inviato dalla 
putazione piacentina e pam. 
discute con Bonaparfe sopra 
nuovi grandi proj '/nomici 

e finanziari. 

Raffaello Barbiera. Gra 
e piccole memorie. Firenze. L r - 
Monnier, 1910. 

Sono pagine di arte, di lette- 
ratura, di storia, scritte coi più 
bei fiori della lingua italiana. 

Per l'interesse nostro, cre- 
diamo di dover ricordare che 
alcuni capitoli vertono sopra la 
Milano del 59, presentata in tutti 
i suoi aspetti, economico edilizio 
amministrativo ecc., tratti dai 
giornali del tempo, e illustrano 
la partecipazione del teatro della 
Scala ai più solenni momenti 
patriottici della nostra epopea. 

e. r. 

C. Ricci, L'Arie nell'Italia 

settentrionale. Bergamo, Istituto 
italiano d' arti grafiche, 1910 

È uno dei volumi della colle- 
zione Ars una (storia generale 
dell'arte). Esposizione bene ordi- 
nata e sobria; ricchissima biblio- 
grafia. 

Di Pavia e di cose pavesi si 
tocca qua e là; se ne tratta ex 
professo da p. 232 a p. 241. « La 
città (dice il Ricci), dopo Milano, 
artisticamente più ragguardevole 
di tutta Lombardia è senza dub- 
bio Pavia. Come Oxford rispetto 
a Londra o Padova rispetto a 
Venezia, fiori poco lungi da 



210 



Milano, come asilo di pace, per 
gli studiosi ». L'autore nomina 
i principali monumenti della 
città nostra; s'intrattiene su la 
Certosa. E da notare che gli af- 
freschi del coro di S. Teodoro 
non sono, come crede il Ricci, 
del Bramantino (pag. 239), aia 
del Colombani. Così Berardino 
Gatti, « festoso decoratore, se 
non profondo, lanciato alle forme 
nuove su l'esempio del Pordenone 
e del Correggio, ai quali successe 
per molte opere a Piacenza e a 
Parma » (p. 228), non è cremo- 
nese, ma pavese. 

Andegaro, Frammenti e scam- 
poli dì cita pavese. Pav>a, Ros- 
setti, 1910. 

Andegaro à raccolto in questo 
volumetto alcuni articoli molto 
interessanti, che concernono o la 
storia del teatro a Pavia, o la 
storia della poesia dialettale pa- 
vese (Carati, Bignami), o narrano 
qualche aneddoto della recente 
storia politica cittadina. 

Certo era desiderabile che 
l'autore desse maggiore ampiezza 
a questi scritti, che furono iu 
origine articoli di giornale: ma, 
anche quali sono, si leggono con 
piacere e con frutto. 

Il sonetto per la cantante 
Ghiso che si trova in un rns. 
dell'Universitaria, firmato Pier 
Cortese (1766), qui riportato a 
p. 55, è una sfacciata trascrizione 
del più bello dei sonetti di Giu- 
seppe Parini per cantatrici. 



A. Chiti, Pistoja; Pistoja, 
Pagnini, 1910. 

E una guida, quale sarebbe 
desiderabile che avesse ogni città 
italiana. 

Nella prima parte l'A. dà bre- 
vissimi cenni storici, topografici 
e statistici di Pistoja. 

La seconda parte contiene la 
descrizione artistica della città 
fatta seguendo un comodo itine- 
rario. La descrizione storica arti- 
stica dei monumenti è breve, ma 
sufficiente a far conoscere le 
principali conclusioni degli eru- 
diti che anno illustrato le opere 
d'arte conservate a Pistoja. Pa- 
recchie incisioni e tavole fuori 
testo invogliano il lettore a ve- 
dere i tesori artistici di quella 
piccola bella città. 

La terza parte contiene una 
guida pratica. Parecchi indici 
facilitano le ricerche. 

L. Beltrami, 7 dipinti di 
Bernardino Luini alla Villa Rabia 
u La Pelucca ». Milano, 1911. 

In questo notevole opuscolo 
il Beltrami riassume il frutto 
delle indagini avviate nel 1894, 
oggi coronate dal riordinamen- 
to e dalla ricomposizione in 
un'apposita sala della Pinacoteca 
di Brera, delle preziose reliquie 
di quella che fu la più nobile 
fra le composizioni del geniale 
pittore lombardo. A p. 49 il Bel- 
trami rammenta il frammento 
della Pelucca (testa di donna) 
conservato nel Museo Civico di 
Pavia. 



220 



L. Sasso, A proposito di due 
epigrafi inedite dì /•'. D. < luerrazzi, 
Pavia. Marelli, 1910; Riflessi dì 
vita milanese durante il predom/ì 
nio napoleonico ('Viaggio a Butiro- 
poli di V. Lancetti), Officine gra- 
fiche milanesi, 1910; Lettevi' i ar- 
dite di N. Bicoio al yen. (}. Sacchi, 
estr. dalla Rivista d'Italia, Roma 
1911. 

A questi tre opuscoli del prof. 
Luigi Sasso anno dato materia 
scritti e documenti conservati 
nel nostro Museo Civico e nel 
nostro Museo del Risorgimento. 

Nel primo opuscolo son pub- 
blicate alcune lettere e due epi- 
grafi del Guerrazzi concernenti 
Pietro Barsanti e i tumulti pa- 
vesi del marzo 1870. 

Del poligrafo cremonese Vin- 
cenzo Lancetti parecchi mano- 
scritti si conservano nel Museo 
civico di Pavia: manoscritti elen- 



cati dal Sasso, che si contenta 
di darci diffusa notizia del più 
importante, il Viaggio a Butiro- 
poli, scritto nel 1822, nel quale 
il Lancetti con molta vivacità, 
e qualche volta con fine umo- 
rismo, ci rappresenta alcuni a- 
spetti della vita milanese durante 
il predominio napoleonico. 

Nino Bixio e Gaetano Sacchi 
pavesi avevano combattuto in- 
sieme nel 1859, e furono poi 
sempre amici. Delle molte lettere 
che il Bixio dovè indirizzargli, 
il Sacchi ne legò solo ventuna 
al Museo di Pavia. Queste lettere 
pubblica e illustra il Sasso. No- 
tevole soprattutto il gruppo di 
lettere riguardanti una grande 
impresa commerciale vagheggiata 
dal Bixio, sfiduciato delle condi- 
zioni del governo e dell'esercito 
e della marina italiana. 

g. n. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Un possibile riordinamento del Museo Civico. — Pur rico- 
noscendo che, per esser totalmente riordinato, il nostro Museo Civico 
dovrebbe trovare più ampia e degna sede; credo possibile un riordi- 
namento, sia pure parziale, provvisorio, delle preziose collezioni, an- 
che nell'ambito degli odierni locali, quando, con una oculata cernita 
si miri ad allogare, non ad ammucchiare, come oggi accade, gli og- 
getti pregevoli nello spazio disponibile, confinando altrove gli oggetti 
di poco o nessun pregio. 

Anzi tutto sarebbe utile trasferire alla Scuola di pittura la maggior 
parte dei quadri bozzetti schizzi — che ora ingombrano due pareti 
della Sala Reale — di pittori usciti da quella Scuola: lavori che po- 
trebbero figurare nella Galleria della Scuola insieme con altri 
ivi conservati, degli stessi e d'altri pittori che appartennero, o 
come insegnanti o come alunni, alla Scuola stessa. In cambio 
la Scuola di pittura dovrebbe cedere al Museo alcune importanti 
opere antiche e moderne (Tavola del Bergognone, reclamata dal- 
l'ufficio regionale di Milano, che vorrebbe porla nel Museo della 
Certosa; Tavola Bottigella ; quadri del Piccio, ecc.), che ivi non 
possono esser collocate degnamente; e anche le stampe del Garavaglia 
e del Ferreri, le quali troverebbero onorevole collocazione nel bancone 
ov'è serbata la ricchissima collezione Malaspina di stampe. La Sala 
Reale diventerebbe cosi principalmente la sala pavese del Museo. 

Con lo spazio ohe in tal modo si verrebbe a guadagnare, la pina- 
coteca potrebb'essese ordinata in questo modo: 

a) Sala d'ingresso: quadri di scuole straniere; 

b) Sala Reale: quadri e stampe di scuola pavese; 

e) Sala Malaspina: quadri delle varie scuole italiane. 

Questo riordinamento darebbe l'opportunità di osservare lo stato 
d?i singoli quadri, e conseguentemente di prendere i provvedimenti 
necessarii alla loro conservazione. 

Nelle stanze che una volta formavano l'appartamento del conser- 
vato -e, mutate in magazzino, si potrebbero allogare i quadri di nessun 

15 



- 222 - 

valore e le copie insignificanti, e gli oggetti rifiutati dopo una scru- 
polosa cernita delle raccolte del Gabinetto Malaspina. 

In quest'ultimo si potrà ottenere dello spazio, e riordinarvi per 
generi (avorii bronzi nielli ceramiche disegni ecc.;, i cimelii 
accumulati alla rinfusa, quando si saranno scartati gli oggetti di 
pura curiosità, o privi di valore artistico, e saranno riposti in cartelle 
i disegni ivi esposti in cornice e alcune miniature di grande fon 
su le quali esizialissima fu l'azione della luce. 

La «aletta nella quale presentemente è riposto l'archivio, potreb- 
b' essere sgombrata dal materiale cartaceo, che sarebbe trasferito nelle 
sale superiori oggi occupate dalla Biblioteca. In questa saletta, che 
verrebbe ad ampliare il Museo, si potrebbero collocare le monete e 
le medaglie non ancora elencate, e le numerose opere di numismatica 
possedute dal Museo, in modo da formare una specie di Gabinetto 
numismatico. 

Quanto alla Biblioteca, ora quasi inaccessibile agli studiosi, sa- 
rebbe meglio che i numerosi volumi e periodici di cultura generale, 
o che non anno diretta attinenza con le collezioni del Museo Civico, 
fossero trasportati altrove, primo nucleo d'una futura Biblioteca Co- 
munale. Nel Museo, e precisamente nelle stanze da destinarsi, come 
s'è detto, all'archivio, dovrebbero rimanere soltanto tutti i libri di 
proprietà Malaspina, concernenti la storia dell'arte, o utili alla illu- 
strazione delle raccolte artistiche, e tutte le opere e gli opuscoli di 
storia pavese. Giulio Natali. 

Come si conservano i monumenti artistici a Pavia. — Alla 
conservazione della Basilica di S. Michele, che pure fu compiutamente 
restaurata nel 1870-75, occorrono nuove cure e nuovi provvedimenti. 
Ai quali la città dovrà presto pensare, se non vuole assistere indif- 
ferente al lento ma continuo deperire del più insigne monumento 
dell'architettura lombarda. Intanto, per colpevole incuria, non s'è 
pensato neppure a far riparare le gronde per impedire che la pioggia 
e lo stillicidio dello sgelo nocciano alle decorazioni scultoriche e 
specialmente alla porta del fianco meridionale, che è la più bella or- 
nata elegante porta di S. Michele. 

Ogni giorno, e più di una volta al giorno, durante questo perfido 
inverno, io ho assistito con l'animo pieno d'amarezza allo strazio 
di quella povera porta, la quale non ha altra colpa che quella di 
sorridere da molti secoli, coi suoi mirabili fregi, a chi la sa contem- 



— 223 - 

piare con occhio d'artista. Non sarebbe male poi che qualche guardia 
di città prendesse a scapaccioni santissimi i ragazzacci che spesso 
fan loro bersaglio le figure della facciata della veneranda Basilica. 
E andiamo avanti. 

Come è noto, Pavia conserva pochissimi saggi pittorici d' età an- 
teriore al secolo XV. Orbene nella Chiesa di S. Marino, sotto la 
mensa dell'Altare di S. Sebastiano, si dovrebbe vedere un affresco, 
presumibilmente del secolo XIII, che rappresenta la morte di S. 
Bernardo abate avvenuta nel 1153. Si dovrebbe vedere, dico, perchè, 
per vederlo, bisogna sollevare il paliotto inchiodato all'altare! É de- 
siderabile che il paliotto sia movibile, perchè gli studiosi non siano 
privati della vista di questo cimelio dell'antica pittura pavese. 

Tutti sanno che il delizioso chiostrino di S. Lanfranco è una mi- 
seranda rovina. Nella Chiesa di S. Lanfranco, sull'altare che si trova 
presso la sacrestia, s'intravvede appena un buon fresco del quattro- 
cento, rappresentante la Vergine, perchè coperto da una brutta statua 
moderna. 

Entriamo nella Chiesa di S. Primo. Nel primo campo della navata 
chiusa di destra, si vede un affresco d'ignoto autore quattrocentista, 
rappresentaute inferiormente il Purgatorio, dal quale escono le 
anime purificate, che salgono nella parte superiore, raffigurante il 
Paradiso col Divin Redentore tra i dodici Apostoli. L'affresco è poco 
pregevole, ma è del 1496: sarebbe utile scoprirlo tutto, liberandolo 
dagli oggetti ingombranti il luogo, che serve di ripostiglio. Nel primo 
altare a sinistra della stessa Chiesa si dovrebbe ammirare l' ancóna 
di Agostino da Vaprio, firmata e datata 1498, che è una delle più 
notevoli opere della pittura pavese del quattrocento, rinnovata dal 
Foppa. Si dovrebbe ammirare, dico, perchè, per ammirarla, bisogna 
liberarla da un brutto quadro moderno, che ne toglie in parte la 
vista a gl'intelligenti. 

Nella cripta di S. Giovanni Domnarum il Moiraghi vide alcuni 
affreschi (che attribuì alla bottega di Giorgio da Mangano pavese, il 
quale operava alla Certosa nel 1434), rappresentanti santi e beati in 
tondi con leggende. Ma l'organo posto nel coro impedisce ora l'ac- 
cesso alla cripta. 

Basta. Ma potrei continuare. Gr. N. 

Una relazione ignota degli avvenimenti insurrezionali del 
1796 in Pavia (.9 maggio-4 luglio). — L' insurrezione e il sacco di 



— 224 — 

Pavia e i gravi avvenimenti die si svolsero nella nostra città nel 

fortunoso 1790 vantano una larga letteratura, e p<-r essa varie rela- 
zioni sincrone tra cronache, diari e memorie furono messe in >• vi- 
genza ad illustrare quei fatti, vuoi in monografie compie'': 1 . vuoi 
in studi di più ristretto e particolare ambito 2). Tuttavia crediamo 
non inutile render nota al lettore una relazione sincrona che lu- 
meggia qualche importantissimo avvenimento, e completa la difesa 
della vecchia Municipalità, a noi giunta per mezzo di altra relazione 
pervenutaci anonima (3), ina scritta di pugno del marchese G 
Belcredi, e indubitabilmente a lui dovuta. 

La nostra relazione è contenuta nel Ms. 264 della biblioteca uni- , 
versitaria di Pavia, reca il titolo improprio Memoria 9 maggio 1796, 
e consta di pp. 23 numerate e insieme rilegate. E anonima, ma riven- 
dicabile, come vedremo, per ragioni interne, ed è redatta nello stile 
disgustosamente sciatto e sgrammaticato che è proprio di quei nostri 
cronisti, con alla testa il Fenini. 

L'A. prende le mosse dal 9 maggio 1790 — e da ciò procede il 
titolo che alla memoria fu dato — quando gli Austriaci lasciarono 
Pavia, dopo aver venduto alla città i magazzini di granaglie, legna 
e biada e dato la mina al ponte; né importa qui seguirlo nell'esposi- 
zione che sostanzialmente coincide con altre relazioni, salvo alcuni 
particolari; ma il racconto è particolarmente degno di nota quando 
registra le vicende della vecchia municipalità, dacché, il 27 maggio, 
fu surrogata dalla nuova. L'A. ricevette l'ordine, esteso a' suoi 
colleghi Co: Giacomo Fan toni e Stefauo Chiappori, di recarsi alla 
municipalità per dar notizia degli affari correuti, ed ivi al mattino 
del 28, alle ore 10, apprese dall'avvocato Campari l'ordine del generale 

(i; Puoi vedere la bibliografia dell'argomento sistematicamente dichiarata 
da Silio Manfredi, U insurrezione e il sacco di Pavia nel maggio 1796. Pavia, 
Frattini, 1900; e aggiungi Rodolfo Maiocchi, La insurrezione e il saccheggio 
di Pavia nel maggio 1796, in Rivista di scienze storiche, Roma, Desclée e Co. 
1908, a. V, fase. 3-7. 

(2) Il nostro Bollettino ha portato cospicuo contributo all' argomento. Vd. 
L. Fontana, Gli ostaggi pavesi del 1796 {Boll., 1906, a. VI, f. 4); R. ecotoni, 
Emigrati pavesi nei primi anni del dominio francese (Boll., 1907, a. VII, f. 
4); C. Panigada, Pavia nel primo anno della dominazione francese dopo la 
rivoluzione (Boll. 1910, a. X, f. 3-4). 

(3) Relazione della venuta dei Francesi in Pavia ecc. in Museo Civico 
pavese, legato Bonetta, n. di rep. 365. 



— 225 — 

Bonaparte che tutta la scaduta municipalità fosse arrestata entro la 
giornata. Allora, sul ponto, egli col Fantoni si recò dal Saliceti Com- 
missario del Direttorio, il quale lo mandò dal generale Haquin, che 
era alloggiato al Collegio Caccia o Novarese. Il generale, manifesta- 
mente propenso ai mnnicipalisti, mostrò sommo rincrescimento di 
dover far eseguire l'ordine d'arresto e « maggiormente li rincresceva 
d'aver delle Carte, che facevano pregiudizio all'Individui, e prese 
una lettera rivoltando la sottoscrizione indietro ce la fece leggere 
e conteneva che per Ordine della Municipalità e della Delegazione 
del Censo ordinava a tutti li contadini di armarsi contro li Francesi 
e di dar campana a martello... n. 

Le indagini fatte dal conte Fantoni stabilirono che la lettera era 
stata scritta da Pasquale Dolazza, cancelliere della Delegazione se- 
conda del Censo, a suo talento; ma essa costituiva un terribile e pe- 
ricoloso documento contro i vecchi amministratori; e ci pare che essa 
spieghi molto bene l'ira del generale Bonaparte (1), il quale lo stesso 
sabato 28 maggio, intanto che pubblicava un proclama u in cui parea 
che fosse accordato un generoso perdono al popolo ed ai contadini « (2), 
partendo intimava al generale Haquin « l'ordine di tutti fucilare i mu- 
nicipalisti, ad esempio e terrore dall'italiane contrade conquistate 
e da conquistarsi (3), e anzi scrisse al Direttorio come se la fucila- 
zione fosse avvenuta (4). Probabile che il Bonaparte, il quale pose allora 
1 suo quartiere nel collegio Caccia (5), abbia visto il grave documento 
d'accusa, e, nel divampare della rivolta, lo credesse una prova sicura 
della colpevolezza dei municipalisti : però la precipitata condanna di 
morte trova nella lettera ricordata spiegazione ben decisiva, oltre che 
nelle ipotesi acutamente avanzate dal Belcredi (6). 

(1) Bollettino, a. VI, 1906, pp. 518, 520; a. X, 1910, p. 283. 

(2) Relazione Belcredi cit. 

(3) ivi. 

(4) Manfredi, op. cit., p. 200 : C. Panigada, Boll. X, 283: Corresp. de 
Napoléon I, T. I. Au Directoìre exécutif, 13 prairial an. IV (1 juin 1796): 
« I' ai fa i t fusiller la municipalité... ». 

(5) Circa la permanenza del Bonaparte in Pavia dà interessanti particolari 
A. Suini. Vd. Rivista di Scienze storiche cit. a. V. f. 6. pag. 381 ss. 

(6) Il Fenini ai 3 giugno 1796 reca queste arruffatissime parole che hanno rela- 
zione con la lettera di cui discorriamo: « Se, come diceva [il Dolazza] avanti la 
Commissione militare che esso aveva ordinato alle sue Comuni di allarmarsi e 
dar campana a martello era dietro un ordine della Municipalità di Pavia avesse 



- 226 — 

Non spenderò altre parole a mostrare che la nostra relazione ano- 
nima, fin qui sconosciuta, è 'legna d'esser ricordata; rileverò i> 
gli elementi interni che, come dissi, ci mettono in grado di determi- 
narne l'autore, e basterà, a quest'obietto, ch'io presenti qualche op- 
portuno periodo di quella prosa stopposa. 

Il narratore dice che lo stesso giorno 28 maggio si volle eseguire 
l'ordine d'arresto contro gli undici scaduti municipalisti : u al dopo 
pranzo verso le ore 5 circa, due ufficiali deputati si portano prima 
da D. Baldassare Bottigella ad annunciare l'arresto..., quali unita- 
mente andarono dal Stefano Chiapori, ma lo trovarono a letto e lo 
lasciarono, e passarono a mia casa perchè andassi con loro come ci 
andai, unitamente passammo dal marchese Pio Bellisomi che pure si 
trovò incomodato, e dopo dal conte Fantoni che si trovò fuori di casa... 
da D. Franco Bellochio che pure si uni insieme, e tutti siamo andati 
nel... Seminario, dove si trovava di già 1' avv. Gaspare Ciniselli... fu 
prima di noi tutti stato condotto il marchese Belcredi (1) ". Sennonché 
questi, appena giunto al Seminario, se n'era andato dicendo di non 
avere ancora pranzato, e avuta segreta comunicazione dell'ordine di 
morte, fuggì dalla città col Bellisomi, e con questi non si costituì 
che il 13 giugno, quando pure si consegnarono il Marchese Gaspare 
del Maino e Stefano Chiappori. 

Così a questa data si trovarono uniti nell'arresto tutti i munici- 
palisti, tranne il Conte Franco Gambarana e D. Benedeto de' Marchesi 
Corti, fuggiti in paesi sicuri. 

Come il lettore vede, dieci municipalisti son designati col loro 
nome e cognome. Resta a identificare quell'io, che è l'autore della 
Relazione, e che designa chiaramente sé stesso come membro della 
vecchia amministrazione civica: egli pertanto non può rispondere che 
al nome taciuto di Don Bassano Folperti, che completa la magistra- 
tura cittadina degli undici. Quest'identificazione è confermata dalla 
chiusa della Memoria, dove l'A. dice che egli, rimesso in libertà dopo 

ritenuto quell'Ordine è certo che non moriva, ma credo che il Galloti in questo 
lo abbia ingannato e che fors quell'Ordine già da ine altri consimili veduti che 
non erano sottoscritti da nessuno semplicemente il bollo civico era ». Pasquale 
Dolazza fu fucilato il 2 giugno. Pel suo processo ved. Manfredi, pp. 184-185. 
(I) Infatti il Helcredi dice nella sua cit. Relazione di essere stato arrestato 
vesso il mezzodì, e condotto al Seminario vescovile ; ma gli ufficiali che gli 
avevano intimato l'arresto « veggendo nulla esserci colà di preparato il ricon- 
ducono a casa, lasciandolo fino ad altro avviso ». 



— 227 — 

il processo di Milano, il giorno 8 luglio si recò nell'Oltrepò a Bar- 
bianello dove si trovava dal 26 maggio la moglie sua col figlio, par- 
tita unitamente alla famiglia Beccaria; e che, restato in detto luogo 
fino al giorno 18 luglio, si trasferì poi con la moglie e il figlio alla 
Colombnr a a casa sua. 

Ora il nob. Bassano Folperti (1747-1802), figlio del nob. Benedetto 
Ardengo e della nob. Isabella Bonelli di Lodi, e già dei decurioni, 
era appunto coniugato alla nobil Margherita Beccaria di Gio. Nicola, 
la quale appare che si ritirasse nella villa del padre durante la pri- 
gionia del marito; lo stesso possedeva in comune di Robecco pavese 
la Colombara di Stradellino, ora detta Gamboa, pervenuta in eredità 
ai Folperti dai nobili Gamboa sin dal secolo diciasettesimo (1). 

Alberto Corbellini. 

Per la storia patriottica pavese. — - Con recente decreto reale 
alla città di Pavia è stato concessa la medaglia d' oro per beneme- 
renze patriottiche. 

L'onore fatto alla città nostra ho spinto molti a domandarsi se 
non sia venuto il tempo di pensare seriamente a raccogliere, prima 
che vadano disperse, le memorie dell' ultimo periodo del Risorgimento 
nazionale, in cui Pavia e la sua Università ebbero sì gloriosa parte. 
Il nostro socio, l'avv. G. Franchi, sotto il simpatico pseudomino di 
Andegaro, ha già pubblicato nel giornale cittadino II Risveglio una 
serie di articoli intitolati Pavia Patriottica, in cui ha rievocato molti 
fatti ed episodi dal 1820 in poi, e molti altri promette ancora di rie- 
vocare giovandosi dei non pochi documenti da lui raccolti in questi 
ultimi anni. A raccogliere carte e documenti sappiamo che attende 
anche l'on. R. Rampoldi, di cui sono note le benemerenze verso il 
Museo pavese del Risorgimento, mentre Contardo Montini, simpatica 
figura di garibaldino e di giornalista, va pubblicando nella Provincia 
Pavere i suoi ricordi personali di fatti e aneddoti più recenti, quali 

(1) Don Bassano abitava in Pavia nella Parrocchia di S. Michele Maggiore. 
Nell'oratorio della Gamboa esiste il cartello mortuario del Folperti, e se ne 
apprende che egli morì di 55 anni nel 1802 « XIV Kal. Maias ». Per le nozze 
con la Beccaria, vd. rogito 10 agosto 1778 di Giuseppe Bosmensi, not. pav.; 
per il decurionato vd. gli Strum. 11 nov. 1780 a rog. Ferdinando Pini, e 2 
Ott. 1787 a rog. Gerolamo Bandelli, pure notai pavesi. — Queste notizie devo 
alla larga informazione di cose pavesi e al prezioso schedario di D. Carlo Ma- 
nuzi, che vivamente ringrazio. 



- 228 — 

la cospirazione repubblicani del Barsanti e la partecipazione gari- 
baldina alla campagna di Francia 1870-1871. 

Il prof. G. Romano, in un articolo pubblicato nel Risveglio, ba 
richiamato l'attenzione su alcune lettere di Eusebio Oebl, allora stu- 
deuto nell'Università di Pavia, inviate al padre nei primi mesi del 
1848, che contengono importanti notizie sui fatti svoltisi nella nostra 
città durante il periodo di fermento che procedette la Cinque gior- 
nate di Milano. Queste lettere furono pubblicate recentemente nel- 
l' Archivio Storico per la città e Comuni del Circondario di Lodi an. 
XXIX (1910) p. 102 segg., e noi per l'importanza che hanno per la 
storia di Pavia crediamo opportuno riprodurle. 

Carissimo Padre, 

Ho ricevuto il giorno 12 la tua lettera del 10. Non posso immaginarmi cori, e 
avessi tu potuto concepire inquietudine prima del giorno 9, dappoiché in tale 
giorno e nel susseguente 10 s'avvicendo in Pavia una serie di avvenimenti 
sanguinosi è vero, ma non allarmanti per il prudente e pel pacifico. 

Cominciò in Istrada nuova un attruppamento di studenti e di brigantaglia 
pavese a proibire ed a togliere zigaro e pippa a pochissimi fumatori che si ve- 
devano; tale scena continuò fin dopo Paventarla, ed in allora per l'oscurità 
detto attruppamento crescendo sempre si portò fino alla delegazione gridando 
e schiamazzando: si sperava che l'autorità politica avrebbe riguardato quelle 
grida come voci di pazzi e trascuratele; ma ciò non fu, che repentino calò dal- 
l'Ufficio politico un drappello di dragoni a cavallo che dopo aver fatti pochi 
passi lentamente, si mise dopo a scorrere Strada nuova di galoppo facendo man 
salva con arme tagliente su quanti incontravano. 

La carneficina non è compatibile; il sangue che vedesi versato nelle contrade 
di Pavia é moltissimo; fra gli altri certo Benda, figlio del Commissario di pro- 
vianda, ricevette tre ferite gravissime alla testa; si spera poco di sua guarigione. 

Sì vociferava il giorno 10 che dovesse essere chiusa P Università perchè uno 
spirito di cupa vendetta era surto negli animi della gioventù, spirito sì incal- 
zante che al comparire del Rettore Magnifico dell' Università non sentivasi che 
un eco di sangue per sangue. Quel detto giorno 10 non fuvvi scuola perchè 
gli studenti respinsero gli studenti dalle singole aule onde attnipparsi di nuovo 
in Strada nuova. 

Comparve finalmente un avviso della Delegazione, ed un altro del Rettore 
Magnifico. Trascorsero tutto il giorno la città pattuglie a piedi e a cavallo e 
le cose pare si sieno addesso acquetate. 

Dietro permissione del Rettore Magnifico circa 300 studenti s'allontanarono 
dall' Università, ma le lezioni continuano regolarmente ed io ho nessuna ragione 






— 229 — 

dì allontanarmi, molto più che il professore Searenzio ci consigliò questa mattina 
di non mancare alle lezioni. 

Devi acquetare il tuo animo, quello della famiglia e quello dei Lodigiani 
dacché a quest'ora Pavia è tutta quieta e non c'è segno di sedizione. Voglio 
sperare che le cose continueranno su questo passo. 

Mostra alla Mamma questa lettera onde acquietarla ella pure; dille che ho 
ricevuto i denari che non ho avuto anco tempo di contare, e tu perdonami se 
ho scritto sì malamente ; ma il vetturale parte subito. 

Sta tranquillo e fida sulla prudenza di tuo figlio e sulla premura di quelli 
che esercitano sopra di lui molta influenza tanto in Lodi che in Pavia. 

Il tuo affez. m ° 
EUSEBIO 

SP. Per tua norma io non ho dato un centesimo al vetturale. 
Pavia, 12 Gennaio. 

a tergo: 

Allo Stimatissimo Signore, il Signor Prof. G. A. Oehl 

Lodi 



Carissimo padre, 

Senza premettere alcun esordio al piccolo dispiacere ch'ebbe luogo tra noi 
ultimamente, ti scrivo queste righe per darti relazione di alcune scene dispiace- 
voli successe nuovamente costi (sic). 

La Costituzione concessa dal Re di Napoli diede occasione ad alcuni studenti 
di portare un cappello alla Calabrese con piuma nera che venne chiamato Cap- 
pello Italiano. L'invenzione piacque talmente che in due giorni si estese a tutta 
la gioventù studiosa, e dopo alla stessa cittadinanza pavese; io pure ho dovuto 
metterlo per non rendermi sospetto, cosa facilissima in questi momenti. Domenica 
giorno 6 avevano fissato gli Studenti di cantare in Congregazione il Te Deum 
in ringraziamento della Costituzione Napolitana, ma un avviso dell'Autorità Sco- 
lastica che diceva non esservi in detto giorno la solita Congregazione, prevenne 
l'inconveniente. Ciò non tolse però che nel veniente Lunedi tutta la scolaresca 
si schierasse col Cappello italiano sul Corso di Strada Nuova, e da quivi movesse 
insieme alla Cattedrale dove in compagnia dei principali cittadini e delle più 
distinte Dame udisse un'apposita Messa in ringraziamento della suddetta Costi- 
tuzione. Era corsa voce che nel veniente Mercoledì giorno 9 gli Studenti non 
si sarebbero recati alle loro aule scolastiche per festeggiare il giorno ebdo- 
madario della Costituzione, ma o sia felice instillazione dei superiori, oppure 



— 230 — 

benefic i moderazione dei principali condiscepoli, questo inconveniente che a\ 
potuto essere causa della chiusura dell' i non ebbe luogo. 

Per stabilire un'aleanza, fra la scolaresca e la Cittadinanza, tutta La gioventù 
studiosa col Cappello Italiano, accompagnava di Porta S. Giovanni, 

verso le 5 pomeridiane del giorno 8, il feretro di un cittadino; la processione 
procedeva con buonissimo ordine, dacché la Scolaresca tutta *i era i 
piede della più soda e commendevole prudenza in modo da tollerare sul vespro 
del giorno 7 senza il minimo inconveniente, l'impudente passeggiare di alcuni 
soldati baconi collo zigaro in bocca, colla mano sull'elsa dello squadrone, col- 
l' atteggiamento più sfacciato che mai; era tale anzi la sfacciatagine che il 
Signor Colonello del Reggimento Baconi (I) dovette egli stesso comparire 
in Istrada Nuova e condurre pel braccio molti caporali nelle singole loro 
caserme. Sotto tali auspici, sotto i più vivi ringraziamenti che la Delega- 
zione, il Municipio, l'Autorità Scolastica inviarono al Colonello, sotto le lodi più 
belle e più sincere, e sotto i più dolci consigli di pazienza e tolleranza che i 
Sign. 1 Professori dalle singole loro Cattedre dettavano alla focosa gioventù, pro- 
cedeva dessa ferma nel proposito di disprezzare colla prudenza ogni insulto che 
le ven sse, nell' aspetto più imponente, silenzioso e devoto accompagnando il fe- 
ri tro che in quii moimnto era si il bolo sacro di una sacra alleanza. 

Mentre la processione che rasentava il lato destro del Corso di Porta S. 
Giovanni lo attraversava per portarsi su di una piazzetta detta di S. Primo che 
trovasi sul lato sinistro di esso Corso, e quivi aspettare il feretro che era en- 
trato nella Chiesa di S. Primo, un ufficiale del regimento Baconi che si era visto 
mezz'ora prima intanto che la gioventù radunata sulla porta del morto aspettava 
l'invio della processone, attraversare le folla collo zigaro in bocca e colla mano 
sulla spada, ricomparve a lato della processione sempre collo zigaro, colla mano 
sull'elsa e col procedere di un uomo che invita a disfida; quando quest'uomo 
fu al punto d'interrompere la processione che attraversava il Corso la inter- 
ruppe difatti senza levare mai lo zigaro, e si recò ad una timonella proveniente 
dalla porta verso la città con entrovi un ufficiale, il quale stava pazientemente 
aspettando che venisse la processione onde poter progredire verso la città (e. la 
processione era ben lunga ancora). Un mormorio surse tremendo nella scolaresca 
all' impudenza dell' ufficiale ; ma voci e segni di silenzio echeggiarono tosto 
ovunque, alle quali successe una esclamazione generale di largo, largo al bene- 
merito ufficiale che stava in carrozza aspettando la fine del convoglio, il mili- 
tare fumatore abbandonò allora la timonella e procedette col medesimo impudente 
atteggiamento verso la porta di dazio; l'ufficiale in carozza, fattosi il largo, 
procedette lentamente fra due schiere di gioventù ; levò egli il berretto e la 
ringrazio dell'atto cortese, la scolaresca dimostrò la sua compiacenza coll'atteg- 
giamento marziale ed imponente. 

(1) Sostituiva il Colonello Baconi un altro Ufficiale Superiore, Benedek ; notizia avuta dal 
cav. Leopoldo Gorla (N. d. D.). 



— 231 — 

Mentre io stava ammirando questa bellissima scena perdetti il mio compagno 
che procedette alla Piazza di S. Primo. Finite le orazioni del morto, dalla piazza 
di S. Primo attraversando il medesimo Corso la processione si avviò sullo stesso 
Corso verso il Cimitero in direzione dell' Ufficiale fumatore. Io ero sempre sullo 
stesso angolo del Corso aspettando di vedere comparire il mio compagno, quando 
ad un tratto, tutta la parte del convoglio messasi in corso retrocedette a fuga 
precipitosa, venni anch'io trascinato dall'onda nella Chiesa di S. Primo; da 
quivi guardando viddi soldati in baionetta correre verso la folla; che cosa fu? 
lo seppi dopo da un testimonio oculare; l'Ufficiale fumatore non contento di 
aver profanata una volta la sacra funzione, volle retrocedere per incontrare il 
convoglio e insultarlo dì nuovo; grida di silenzio echeggiano ancora, ma un 
cittadino non potè a meno di gridar: abbasso lo sigaro ; non aspettava di meglio 
l'Ufficiale per trarre la spada e scagliare un colpo a chi aveva emesse quelle 
parole, e per quindi correre a spada sguainata dietro le orme della fuggente 
perchè inerme gioventù ; alcuni soldati si associarono all'Ufficiale in questo 
valoroso conflitto; nessuno rimase però ferito. 

Mitigato il terrore degli animi la gioventù studiosa sorti dai luoghi d' asilo, 
ed io pure uscii dalla chiesa; nulla di più prudente e più civile; tutti gridavano 
col fremito però dell'offesa ricevuta : prudenza ! a casa ! a casa ! Retrocedemmo 
tutti calpestando la strada opposta di prima ed avviandoci sul corso di S. Gio- 
vanni verso Strada nuova. Sul finire di esso corso comparve il valoroso ufficiale 
fumatore senza zigaro e scortato da altro ufficiale e da circa dodici uomini; a 
tal vista una voce' comune fra gli studenti gridava: dal Colonnello! dal Colon- 
nello!; io fui scelto con un cittadino, quale rappresentante della scolaresca per 
recarmi a deporre i lamenti della gioventù presso il Signor Colonnello; mi avviai 
difatti alla sua volti, e la folla della Scolaresca accompagnandomi di consigli 
mi l.scò per recarsi in Strada nuova. Mentre io mi avviava al doloroso ufficio 
vidi l' Ufficiale causa del trambusto che accompagnato da un caporale, portavasi 
d-il Coloinello. Credati cosa prudente lo schivare ogni incontro e consigliai il 
cittadino perchè ci recassimo prima dal Rettore Magnifico Prof. Zendrini. Con- 
venuto meco l'altro Rappresentante fummo ben presto alla casa del Rettore il 
quale udita la narrazione dell'accaduto ci sconsigliò dallo recarsi dal Colonnello, 
e ci accompagnò invece egli stesso dal Delegato. Dovetti quivi in compagnia de' 
più distinti personaggi della Città e delle cariche municipali e delegative più 
elevate stendere una relazione scritta del fatto. 

Mentre io dal Rettore Magnifico mi portava in Delegazione con esso lui e 
quivi dettava la mia relazione, non so in qual modo, un altro tumulto successe 
in Istrada nuova ; di esso noil so dirti se non che un ufficiale, in compagnia di 
due altri che vollero attraversare la moltitudine, ricevette un colpo di pietra e 
cadde, per poi alzarsi lentamente, sguainare cogli altri la spada e correre persino 
falle scale delle singole abitazioni; nuovi reclami sopragiunsero da parte della 
città nell'Ufficio Delegativo. 



- 232 - 

Quando io sortivo dall' ufficio per recarmi premurosamente a casa il I 
era finito; se non che mentre verso le ore 10 1 \2 di sera atavo scrivendo una 
circolare agli studenti per rendere loro conto del risultato di mia missione (cir- 
colare che qui ti accludo) sentii in poca distanza dalla mia casa tre colpi di 
pistola; un capitano fu in quel momento ferito «la due colpi: il terzo andò tal- 
lito non si può sapere da chi. 

Ieri giorno 9 la città era molto inquieta, gli studenti erano molto irritati. 
Sortiti alle 10 dalle Aule, il professore Lavati, uomo di molta stima, ed impo- 
nente anche pel suo fisico sviluppo, ferino sotto i portici maggior Damerò di 
studenti che potè, consigliandoli alla quiete e dicendo : essersi adunato il Senato 
Accademico per decidere a tutela della Scolaresca, aver deciso che una commis- 
sione composta del Rettore Magnifico, del Direttore Lanfranchi e di un altro in- 
dividuo, partire immediatamente per Milano, onde presentare a Sua Altezza i 
lamenti dell'Autorità Scolastica per l'imprudenza della guarnigione e l'elogio 
della gioventù. La Congregazione Municipale fece lo stesso. 

Comparve sul tardo un avviso della Delegazione conciliante alla quiete ed 
annunciante essere stati feriti due studenti e tre cittadini; più tardo sortì un 
altro avviso del Municipio che qui ti accludo (1). 

Mentre ieri a tre quarti d'ora pomeridiane ci trovavamo nelle scuole uno 
studente comparve pallido sul limitare d'esse, annunziando che tutti andassero 
a casa dacché tutta la truppa armata era sortita. I professori e studenti sorti- 
rono precipitosi, ma per fortuna era il cambiamento di guardia alla Delegazione: 
caporali baco.ii però vidersi aggirare pel Corso in atto minaccioso ed imponente; 
da quell' ora fino a sera il Corso di Strada nuova brulicò di Scolaresca e di 
milizia; anche i dragoni collo zigaro comparvero; ti dico io, non perchè fossi 
testimonio, ma perchè mi venne riferito da voce generale che quivi commisero 
gli atti più insolenti e più triviali. Quasi tutti i professori contornati da buon 
numero di studenti predicavano la quiete sul Corso istesso e gli sfacciati dra- 
goni colla mano sullo squadrone conformavano gli stessi crocchi di Studenti 
che stavano ascoltando i loro professori ; ti dico di certo che un dragone giunse 
perfino a levare di testa ad uno studente il Cappello Italiano e gettarlo in 
mezzo il Corso, ed a quivi squadronarlo a più non posso; tale atto eccitò il riso 
più che il risentimento; il povero cappello, dopo di essere andato soggetto al- 
l' ira di quel valoroso guerriero fu raccolto da un montanaro venditore di ca- 
stagne che ebbe ordine dal Municipio di ritenerlo e non rilasciarlo a chiches- 
sia. — 

Pare che le insolenze di ieri tendessero ad una vendetta che la milizia vuol 
fare per il ferimento del Capitano; gli sforzi dei professori però furono tali che 
la gioventù non oppose il minimo risentimento a questi insulti tanto inoltrati; 
si giunse perfino al punto che i soldati ballavano collo zigaro in mezzo alla folla. 

(1) Manca nel carteggio. 



— 233 - 

La promessa che la scolaresca aveva fatta di attendere il ritorno della Rap- 
presentanza Scolastica partita ieri mattina per Milano influì moltissimo perchè 
ieri non scoppiasse una rivolta generale. 

(ìli studenti si sono passata parola di non partire da Pavia ; le lezioni con- 
tinuano regolarmente perchè l'Autorità Vice-Reale sappia che gli studenti fanno 
il loro dovere. 

Questa mattina si aspetta il ritorno della Rappresentanza Scolastica ; dalle 
sue relazioni dipenderà molto la pace o il trambusto di tutta la Città. 

Questa é la narrazione genuina del fatto ; tranne quella conseguenza, e giu- 
dica a tuo senno che io ho già giudicato e spero con criterio. 

Ti prego di mostrare questa lettera alla Mamma onde si acquieti sul conto 
mio; che ine ne sto ritirato; pranzando perfino in casa. La pura accidentalità 
volle che mi trovassi nel trambusto del giorno 8. 

Scrivimi, amami e credemi 

tuo affez. m ° 
EUSEBIO 
Pavia, iO Febbraio Ì848. 

Circolare. 

La Rappresentanza incaricata da Voi nel tristo caso di ieri di recarsi diretta- 
mente dal Sig. Colonnello per presentargli le vostre rimostranze intorno alla 
riprovevole impudenza di un Ufficiale, pensò meglio recarsi prima dal Sign. Ret- 
tore Magnifico, il quale sentita la genuina narrazione del fatto, condusse la 
Rappresentanza a questa Delegazione, dove fece stendere per bocca di due te- 
stimoni oculari della Rappresentanza stessa una relazione in iscritto dell'acca- 
duto. 

Il Signor Podestà, molti distintissimi personaggi di Pavia, fecero essi pure 
le loro rimostranze sulla disturbata tranquilla dei cittadini, le parole dello stesso 
Delegato testimonio in parte dei trambusti di jeri, valsero a mettere in allarme 
il Sign. Colonnello, il quale avendo già emessi degli ordini rigorosi sul contegno 
della guarnigione, ed avendo già dato pubblici esempii sul desiderio che egli 
nutre che gli studenti non vengano cimentati, promise in presenza della rappre- 
sentanza, del Rettore Magnifico, del Podestà, del Delegato e di molti altri, di 
processare e condannare l' impudente Ufficiale a norma delle deposizioni in iscritto 
che verranno date tanto da parte del civile quanto da parte del militare. 

Incaricata dal Delegato la rappresentanza di farvi parte del risultato di sua 
missione, Vi consiglia di continuare nel Vostra lodevole contegno, assicurandovi 
che le più energiche rimostranze furono fatte tanto da parte sua quanto da 
parte di distintissimi Cittadini. 

La Rappresentanza. 
Pavia, giorno 9 Febbraio. 



— 234 — 



Carissimo Padre, 

A tranquili/.zare il tuo animo m'é «l'uopo metterti a parte delle altre piccole 
avventure che ebbero luogo dall' ultima mia lettera in poi. Ritornata da M 
la Rappresentanza scolastica composta dal Rettore Magnifico, dal Direttore Lan- 
franco! e dal Bibliotecario, portò in risposta un mese di vacanza. 

Tutta la Scolaresca radunata il giorno 10 sotto i portici fieli' Università rispon- 
deva alla Rappresentanza non voler essa partire da Pavia se non assicuravasi 
da parte del Governo con apposito documento che gli studenti non perdereb- 
bero l'anno, che gli studenti militari non sarebbero chiamati al reggimento, 
che un articolo inserito nella Gazzetta di Milano giustificherebbe la condotta 
della Scolaresca negli avvenimenti accaduti, nonché la loro assenza dall' U- -• 
ni versi tà. 

Partì al momento un'altra Rappresentanza apportatrice a Sua Altezza dei 
desideri! degli studenti composta del Prof. Pertile, del Direttore Speranza e di 
un altro; la quale ritornata dopo due giorni fece pubblicare a nostra completa 
soddisfazione V avviso che qui unito ti mando (1) e dietro il quale a poco a 
poco gli studenti si assentarono da Pavia, quantunque le intelligenze in proposito 
fossero state diverse. 

A quest'ora Pavia è tranquilla, tranquillissima. Quantunque io avessi fatti 
disegni diversi sul passare questo mese di vacanze, pure mi addatterò a quanto 
verrà da te stabilito in una prossima tua lettera. 

Per ora non posso assentarmi da Pavia per due circostanze; prima di tutto 
perche potrei essere chiamato a constatazione, a modificazione od a qualsiasi 
altro mutamento nella deposizione da me fatta in iscritto come rappresentante; 
secondo perchè ho imprestato una discreta somma di denaro a un mio amico il 
quale dovendo a giorni ricevere la mesata me li restituirebbe. 

Io aveva poi stabilito con un mio amico di Mantova di portarsi ambedue in 

una sua campagna di quella Città facendo il viaggio per acqua con un battello 

che noi abbiamo a nolo; io ti manifesto il mio progetto senza però insistere 

su di esso ; se tu desideri il contrario, appena avrò ricevuti i denari imprestati. 

troverai fra le tue braccia il 

tuo affez.™ 

EUSEBIO 

Sappiami dire se a Lodi si porti il Cappello Italiano onde mi sappia regolare. 

Pavia, 14 Febbraio 1848 (2). 

(1) Manca nell'incartamento. 

(2) Il padre risponde al figlio di ritornare a casa il più presto che può: non approva il 
suo progetto di recarsi altrove, perchè questo progetto farebbe passare il figlio per antiso- 
ciale, e perchè i tempi consigliano che è bene trovarsi in famiglia; dice che a Lodi tutti 
portano il Cappello Italiano. 15 Febbraio 1848. 



— '235 — 

L'Archivio Lodigiani) fa seguire la corrispondenza dell' OehI da 
mia lettera del Sign. Leopoldo Gorla, tuttora vivente, il quale 
era anch' egli studente a Pavia nel 1848. Tn questa lettera si danno 
alcuni schiarimenti e si rettifica in qualche punto la narrazione del- 
l' Oehl. I lettori potranno conoscerla leggendo direttamente il detto 
periodico. R. 

Una lettera inedita di papa Gregorio IX. — Tra le pergamene 
del secolo XIII attualmente custodite nel Museo Civico di Pavia, 
una ve n' è assai notevole, che ricorda un tentativo fatto da Gre- 
gorio IX nel luglio del 1231 per ottenere che la nota vertenza tra 
Milano e Pavia per il posesso di Vigevano venisse composta. 

Per quanto tale tentativo non esorbiti dall'ambito della storia 
regionale, pure esso à implicitamente una maggiore estensione, in 
quanto si ricollega a molti altri operati con eguale intendimento 
sotto l'ispirazione di Federico II, a fine di ottenere la pace tra le 
fazioni della Lombardia (1). 

Circa il contenuto di questo documento esso è a sufficienza cono- 
sciuto, essendo citato sulla testimonianza di Tristano Calco, ohe ebbe 
visione dell'originale dal Nubilonio, dal Giulini, dal Comi, dal Ro- 
bolini e in particolare dal Maiocchi [Pergamene pavesi dei secoli 
XII e XIII riguardanti Vigevano pag. 46. [Mortara-Vigevano 1903]); 
in guanto al testo esso rimase secondo ogni evidenza inedito, che 
altrimenti nessuno di questi scrittori avrebbe assegnato alla perga- 
mena la data generica del principio del 1231. 

Questa considerazione m'induce per tanto a pubblicare l'origi- 
nale (2) che trovasi nella Busta I n. 58 delle Pergamene comunali, 
di cui sto attualmente facendo un ampio regesto. 

« Gregorius episcopus seruus seruorum dei. Dilecto filio. Mantuano e- 
lecto. Salutem et apostolicam benediiionom. Quanto propensiori affectu di li— 
ginins Lombardiam, tantum pacificum statura eius araplius cupientes, libenter 
prò ea pacis Consilia cogitamus dissidiis quantum possuraus ninnando. Sane 
cum sicut audiuimus mediolanensem locum qui dicitnr Veglouanus ad papienses 
ut dicitur pertinentem et pontem tenerum super Tic-inum tempore guerre con- 

(1) Cfr. il Registrimi di Gregorio IX, ed. Rodemberg (in Epistulae saec. XIII, 
e reaestis ponti ficum romanorum. Berlino 1883 Voi. I) specie dal n. 452 al 458. 

(2) Dimensioni: 260 X 268 : scrittura: minuscola gotica: data: 20 luglio 
123 i : osservazioni: regesto dorsale di 5 ce. di mano del 3(J0, antica numera- 
zione n. 60 dell'antica serie dei privilegi di Pavia. 



- 236 - 

etructum detineant uiolenter, propter quod reeidiuatura timetur materia scan- 
dalorum, noe uolentee potius si datum est desuper io tempore occorrere quarn 
remedium post causan querere uulneratam, discretionem tnam moaeiDUf attente 

per apostolica scripta mandante*, quatinns mediolanum accedens, una cum 
venerabili fra tre nostro. Mediolanensi archiepiscopo cui super hoc dirigimus 
scripta nostra, dilectos filios poteetatem consilium et populum mediolanei 
raodis omnibus quibus poteri», raoneas et inducas, ut locum ipsom restituant 
et pontem destruant uel salterò destrui patiantur, proni ex pacis forma tenen- 
tur, ut seruantes iusticiarn pacem faciant custodiri, gicqne se diaine prratie 
aptiores, et noe sibi magie ac magie reddant fauorabiles et benignos. Quic- 
qnid antem super liiis inueneris, per tuas nobis litteras studeas fideliter inti- 
mare. Datum Reate XIII Kalendas Augusti Fontificatus nostri 
Anno Quinto ». 

In quanto alla risposta dei milanesi, essa non si fece attendere, 
coinè quella che era necessariamente negativa. 

Ciò non impedì ad ogni modo, che Vigevano se non sempre di 
fatto certo di diritto rimanesse a Pavia e che Federico II con le 
armi, nel gennaio del 1237, troncasse ogni dubbio in proposito (1). 

Per la storia del sigillo del comune di Pavia. — Generiche 
e ad un tempo tardive sono le notizie da noi possedute sui primi 
sigilli del comune di Pavia, poi che esse risalgono soltanto al cin- 
quecento inoltrato ; per tanto gli scrittori che ne fanno menzione si 
limitano ad affermare col Vidari (Frammenti etc. 2 ediz. Voi. II, 
p. 218) che un antico sigillo lavorato nel 1495 venne distrutto e ri- 
dotto in moneta, durante l'assedio di Pavia del 1525 (cfr. Maiocchi, 
Un vessillo di Pavia del sec. XVI, in Boll. st. pavese 1894 p. 235. 
P. Pavesi, Lo stemma di Pavia Roma 1901, p. 5). 

Ad ogni modo l'impronta che il Brambilla ricavò da una perga- 
mena del 1493 e di cui offre la riproduzione nella sua opera sulle 
monete di Pavia (p. 478) è già un documento ragguardevole per la 
storia del sigillo ticinese nel 400; a questo dato di fatto ini è caro 
aggiungere le seguenti notizie, che traggo da una provvisione del 30 
aprile 1495 (Registrum provvisionum 1495 fogl. 29 segn. B 79 — 
Museo Civico), le quali aggiungono alcuni dettagli di qualche inte- 
resse. 

« Item viso sigillo uno argenti facto per prefatam comunitatem cum statua 

fi) Il nuovo vescovo di Mantova è Guidotto da Correggio, l'arcivescovo di 
Milano Guglielmo Ruzzoli (Cfr. Eubel, Hierarckia etc. I, pag. 339 e 347). 



- 237 — 

Mgis >lis et cruce, loco alterins allias derobati et subractati et facti per M. 
Baptistam de la Strafela fabrum, ponderis onzaron quinque et dimidio et au- 
dita requisitione facta per ipsum M. Baptistam requirentem sibi satisfactio- 

ìiem de eius mercede gli viene liquidata prò dicto laborerio la somma 

di venti due libbre, dalle quali saranno dedotte libbre sedici, già a lui versate 
il nove febraio dello stesso anno come da relativa bolletta. 

Due curiosità bibliografiche pavesi. — A celebrare l'assedio 
di Pavia del 1655, pochi e inadeguati poeti si prestarono come il 
Pietragrassa, G. B. Lopez, il De Lemene ; per ciò non sarà cosa 
troppo irriverente il far conoscere un opuscolino di carattere schiet- 
tamente popolare, nel quale un soldato, cogliendo il pretesto di nar- 
rare alla moglie lontana le vicende dell'assedio, leva un goffo e 
sgrammaticato inno all'opera del conte Trotti, del marchese di Cara- 
cena, del vescovo Biglia, e di quanti insomma si adoperarono col 
senno e con la mano a formare l'avvenimento più importante della 
storia d'Italia di quell'anno. 

L'opuscolo, composto in settenarii, divisi in 36 strofette di cinque 
versi, è di 4 fF. non numerati, di linee 26 ciascuno: il registro è A J ; 
il formato, piccolissimo (100 X 70); il frontespizio reca una rozza 
silografia raffigurante una città fortificata (Pavia?) innanzi alla quale 
sta un gigantesco guerriero clipeato con lo scudo e la spada, nell'atto 
di dirigere all'assalto alcuni soldati. Il titolo è il seguente: Partenza 
| dei francesi \ Dalla Ciltà di Pavia \ Histoira \ bellissima \ Dove 
Wintende quanto è successo \ nella città durante l'assedio | fatto dagli 
Eserciti Fran \ cese e Modenese \ Data in luce da un Soldato nel- 
l'Assedio | Sopra l'aria di Monsù Cattellano | In Pavia. Per Carlo 
Porro al Palazzo — Con licenza dei superiori j (Bibl. Universitaria. 
130 A 32). 

La seconda curiosità bibliografica è data da un velenoso pamphlet 
contro le dame pavesi dei primi anni della republica cisalpina, nel 
quale l'impudenza o la sincerità sono spinte fino all'inverosimile 
con una serie di dettagli d'una precisione troppo grande per essere 
esclusivamente immaginati. 

Infatti il raro esemplare posseduto dal Museo Civico (Misceli, in 
Voi. IV, n. 11) porta in inargine di pugno del suo antico proprie- 
tario (il Fenini?) il nome di tutte quelle persone di cui così mali- 
gnamente si fa menzione nel corpo dell'opuscolo, il quale à il curioso 
titolo: Il vero ritratto delle donne \ ossia \ antipologia di un frate 
• 'aule | sul proverbio | Chi. sprezza /emina la vuol comprar j 

16 



- 238 — 

in versi \ Dedicata da un Capuccino Spregiudicato \ Alle Gallanti 
Pavesi | la Milano | Senza permissione delle donne I ''In 8' picCi 
di ff. ni», alla romana 29: nel fine: Si vende in Pavia da Cornino e 
da Bernardoni in Milano). 

Museo Civico. — Esposizione di slampe di A. Diirer. — Dal 
1 aprile p. v. sino al 1 di giugno, avrà luogo nella sala Reale del 
nostro Museo Civico una piccola mostra delle incisioni più rappre- 
sentative si in legno che su metallo di A. Diirer (1471-1528) in guisa 
da porgere una idea adeguata dell'opera di questo multiforme artista 
che non a torto fu detto il Leonardo tedesco. 

Dette stampe furono tratte dalla inesauribile raccolta Malaspina 
la quale va superba di ben novanta lavori del grande norimberghese 
quasi tutti di prima prova, non che della cronaca di H. Schedel, 
ove egli diede i primi saggi del suo talento artistico. 

A questa mostra individuale di stampe antiche, per mezzo della 
quale la Raccolta Malaspina entra finalmente in diretto contatto col 
pubblico, seguirà nei mesi di giugno e luglio quella mirabile di 
Rembrandt e nei due susseguenti quella squisitamente delicata di 
M. A. Reimondi. 

Con tale programma qui brevemente esposto, ci auguriamo che 
la raccolta artistica più ragguardevole del nostro Civico Museo, venga 
maggiormente apprezzata da ogni ceto di persone per la gioia dei 
loro occhi, per la elevazione del loro senso di arte. 

Renato Sòriga 

Conservatore del Museo Civico. 

Tornandoci sopra. — - Nel fascicolo precedente, annunziando una 
nota di A. Bozzola su La politica imperiale di Bonifacio II di Mon- 
ferrato e una pretesa donazione di Federico II, edita negli « Atti della 
R. Accademia delle Scienze di Torino n, facevamo l'elogio di questo 
lavoro di un giovine, che entrava, per la prima volta nel campo sto- 
rico, dimostrandoci come il diploma federiciano del 3 agosto 1240, 
a noi giunto solo in un transunto, sia falso. Ora, pur mantenendo la 
lode al Bozzola per il suo studio delle vicende del Monferrato nel 
secolo XIII in rapporto alla politica imperiale, dobbiamo fargli 
notare un particolare di rilievo, a noi pure sfuggito l'altra volta, 
che viene a distruggere una delle sue argomentazioni principali circa 
la non autenticità del diploma. Osservava il Bozzola che Benvenuto 



- 239 — 

Rangiorgio nella sua Cronaca, dando il transunti, elencava i nomi dei 
cittadini pavesi « Aledramo Camaro, Manfredo Tasio, Pietro, Arnaldo, 
Nicolò e Bernardo Zazzi », marchesi di Oecimiano, infeudati da Fede- 
rico II, di molte terre nel Monferrato con questo diploma del 1240 e 
concludeva: u II cronista monferrino cade in un gravissimo errore, 
perchè asserisce che Federico nominò i cittadini pavesi, ai quali fa- 
ceva la donazione, marchesi di Oecimiano. ... Il Pietragrassa non ri- 
pete un sì grossolano errore che in lui, per le scarse cognizioni di 

storia piemontese, sarebbe più giustificabile .... 11 Ficker crede 

anch' egli che i beneficiati fossero eletti marchesi di Oecimiano. La 
soluzione del Ficker parve soddisfacente al Merkel » e l'Huillard- 
Bréliolles non elevò alcun dubbio sull' autenticità del diploma. 

Cominciamo col far notare che la punteggiatura fra i nomi va 
probabilmente mutata così: u Aleramo, Camaro, Manfredo Tasio, 
Pietro Arnaldo, Nicola e Bernardo Zazzi », perchè Aleramo e Camaro 
son due personaggi distinti e Pietro Arnaldo indica probabilmente 
un solo individuo, che non ha nulla a che fare con Nicola e 
Bernardo Zazzi. Di essi, Aleramo, Camaro e Manfredo Tasio furono 
realmente marchesi di Oecimiano, Pietro Arnaldo e Nicola e Ber- 
nardo Zazzi, che portano nomi di famiglie pavesi, ma che non pos- 
siamo identificare mancando il Corpus Chartarum Ticinensium, erano 
forse i tre testi dell'atto di infeudazione, nel transunto del diploma 
confusi con gli investiti della terra di Oecimiano, oppure tre discendenti 
in via femminile dai marchesi di Oecimiano, o tre aventi diritti per 
prestiti fatti ai marchesi. Noi propendiamo a ritenerli discendenti in 
via femminile, perchè i nomi Bernardo e Nicola sono tradizionali 
nelle famiglie dei marchesi di Oecimiano: un Bernardo vive nel 1149 
[Codix Astensis, 622-755) e un Nicolao è contemporaneo ai nostri in 
questione, come fra poco noteremo. Che Aleramo, Camaro e Man- 
fredo Tasio, o meglio Tasso, fossero tre marchesi di questa terra 
appare in modo sicuro da varii documenti originali editi da F. 
Gabotto e U. Fisso in Le carte dell'Archivio Capitolare di Casa/e 
Monferrato (fìibl. Soc. St. Subalp. XL-XLI). Aleramo risulta marchese 
di Oecimiano da tre atti del 15 marzo 1231 (ibidem, doc. 149 e 150) 
e da un terzo del 23 o 24 luglio 1231 (doc. 151) ed è già morto il 
7 aprile 1269 (doc. 315). Camaro Anselmo « dominus et marchio Oc- 
jimiani » è ricordato in tutti i succitati documenti. Manfredo Tasso 
figura marchese di Oecimiano il 10 ottobre 1230 (doc. 146) e il 9 
febbraio 1231 (doc. 148). 



— '240 

Dal surriferito Cartario risultano alcuni marchesi di Occimiano 
nel 1202 (doc. 82), nel 1211 doc. 87 bis), nel 1228 doc. 136) e nel 
1231 (doc. 151, 155 e 157; ; inoltre appare che Anselrnotto, n 
di Rainerio Tasso, è marchesa 'li Occimiano nel 1231 (doc. 151), 
Anselmo lo è nel 1202 (doc. 60) e nel 1233 (doc. 164;, Bonifazio, figlio 
del fu Aleramo, nel 1269 (doc. 315), Corrado nel 1202 ''doc. 60] e 
nel 1231 (doc. 149-151), Goffredo nel 1231 (doec. 150-151;, Guglielmo 
nel 1202 (doc. 60), Ghiotto, nipote di Rainerio Tasso, nel 1231 'doc. 
161}, Enrico nel 1231 (doc. 163), Manfredo nel 1231 Cdocc. 149-151, 
155, 156, 158), Nicolao, nipote di Rainerio, nel 1231 (docc. 149-151), 
Oberto, figlio del fu Aleramo, nel 1269 (doc. 315;, Rainerio nel 1231 
(doc. 156 , e Guglielmo Monaco nel 1202 (doc. 60). 

Da questo elenco appare oh« i marchesi di Occimiano continuarono 
la loro serie ininterrotta nel secolo XTII e che Aleramo, Camaro 
[Anselmo], Manfredo Tasso, e forse Pietro Arnaldo, Nicola e Bernardo 
Zazzi, erano membri di questa famiglia, come ritengono del resto il 
Bradek Bonifaz von Monferrat (tav. IV), dal Bozzola citato, e il 
Novarese, Memorie storiche sul comune di Occimiano (tav. a pag. 43, 
Torino, 1895). La loro qualità di cittadini pavesi non esclude punto 
che fossero già dei marchesi di Occimiano. Nessuna meraviglia quindi 
che siano stati investiti dei feudi ricordati dal Sangiorgio. perchè 
l'atto di investitura poteva essere dall'imperatore riconfermato ogni 
qualvolta l'infeudato sentisse il bisogno di una riconsacrazione dei 
suoi diritti. Né sarebbe strano che il cronista monferrino del secolo 
XV abbia detto impropriamente « concesse in feudo » anziché u in- 
vestì », perchè la formula di investitura suonava di solito » dedit con- 
cessa et investiva per feudum ». La frase « nominandoli marchesi 
di Occimiano » non vuol quindi dire che l'imperatore abbia loro confe- 
rito questo titolo, ma che nell'atto li diceva marchesi di Occimiano, 
essendolo essi di già. 

Circa la questione della data il Bozzola si ferma all'esclusione 
del 1240 fissato dal Sangiorgio, del 1238 supposto dal Ficker e di 
qualunque altro anno posteriore al 1240. In favore del Ficker notisi che. 
pur essendo ottimi i rapporti fra Federico II e Bonifazio marchese 
di Monferrato, tali potevano essere anche fra Federico II e i mar- 
chesi di Occimiano, ai quali quindi l'imperatore per « riguardo all'a- 
mico Bonifazio » non poteva negare la riconferma di un loro diritto. 
Aggiungasi che i documenti del 1231 (docc. 149-151 del Gabotto e 
Fisso) ci mostrano i marchesi di Occimiano esercitanti la loro piena 



- 241 — 

autorità nel 1231 in S.irmazia e in Mirabello, due delle terre del- 
l'atto del 1240 del Sangiorgio, il che avvalora la convinzione che 
questo sia solo di investitura e non d'infeudazione Quindi non regge 
il ragionamento del Bozzola che nell'atto di rinuncia dell'agosto 1239 
Federico II dovesse far cenno di qualsiasi uso da lui fatto di diritti 
esercitati e trasferiti nel 1238, perchè le terre, di cui investiva i 
marchesi di Occimiano, non erano sue, né dei marchesi di Monferrato, 
ma di quelli di Occimiano. Non tutte infatti figurano nell'elenco 
delle terre impegnate a Catania nel 1224 dal marchese Guglielmo 
nelle inani dell'imperatore; e quelle stesse terre che vi sono nomi- 
nate, non sono tutte di suo pieno possesso, perchè, come il documento 
chiaramente dice, in molte di esse Guglielmo aveva soltanto una 
parte del feudo, e talvolta solo qualche diritto. Anzi l'esservi notato 
che Lù, Pomario e Valenza erano tenute nel 1224 già in pegno dai Pa- 
vesi, potrebbe spiegarci la cittadinanza pavese acquistata dai mar- 
chesi di Occhili. ino, Aleramo, Camaro [Anselmo], Manfredo Tasso, 
Pietro Arnaldo, Nicola e Bernardo Zazzi, e 1' atto di riinvestitura in 
essi del 1240. 

Per ultimo perchè il documento non potrebbe essere anteriore al 
periodo studiato dal Bozzola ? e perchè l'errore di datazione, corretto 
dal Ficker in 1238 poggiando su argomenti storici, non potrebbe ri- 
portarci invece a qualche anno più indietro? A noi pare insomma 
che il Bozzola abbia accettato le parole del Sangiorgio con esagerata 
fiducia. Certo ammesso il Sangiorgio, senza discuterlo, ne deriva 
quanto il Bozzola pensa. 

Questo facciamo notare al Bozzola, non per diminuire il nostro 
elogio tributatogli, ma per correggere un errore che porterebbe a 
conseguenze gravi nel campo della storia monferrina. 

Icb. 

Il Museo della Certosa. — Fin dallo scorso giugno, è stato ordi- 
nato e aperto al pubblico il Museo della Certosa. Forse perchè non 
è stato inaugurato ufficialmente, nessun giornale s'è preso la briga, 
non dico di descriverlo, ma neppur d'annunziarlo al pubblico! 

Al Museo, bellamente ordinato nel Palazzo Ducale, si accede dal 
Refettorio. 

A pianterreno è una ricca raccolta di riproduzioni fotografiche e 
di copie in gesso e in terracotta di sculture del tempio, che rendono 
possibili diligenti studii e raffronti stilistici. 

16* 



- 242 - 

Delle Hei sale del piano superiore, la prima contiene, fra l'altro, 
alcuni disegni dei secoli XVI e XVII, che ci offrono i primi Htudii 
pel Palazzo Ducale e i progetti, fortunatamente ineseguiti, pel fini- 
mento in istile barocco della facciata del tempio; frammenti di cera- 
mica; ritratti dei Visconti e degli Sforza; e in una cassetta di cristallo 
gli oggetti tolti nel 1889 dall'urna sepolcrale di Gian Galeazzo: una 
spada senza impugnatura, il pugnale, gli sproni, alcuni frammenti di 
un libro di preghiere, un vaso di terra smaltata con la biscia viscontea. 
La seconda e la terza sala contengono molti frammenti di sculture già 
esistenti alla Certosa, specialmente frammenti d'altari delle celle: 
capitelli, fregi, stemmi, due putti reggenti gli stemmi visconteo e sfor- 
zesco; sculture ascritte ai Mantegazza (La flagellazioni di Cristo, Gzsù 
sotto il peso della croce, Gesù nelC orto J, all'Amadeo (Predica di San 
Giovanni, Battesimo di San Giovanni, Decapitazione di San Giovanni, 
e altre molte), al Rusnati (Annunciazione, Visitazione, Presepio, Fuga 
in Egitto), una scena della Passione del Bambaja, avanzo del monumento 
Birago, già esistente nella demolita Chiesa di S. Francesco a Milano. 
Singolarissimo artista il Rusnati, scultore della seconda metà del se- 
colo XVII, che nelle sopra menzionate sculture cerca d'imitare, dando 
maggior pienezza alle forme, il fare nobile e corretto dell'Amadeo. 
La sala quarta è la cappella, che ha su l'altare un quadro d'un se- 
guace del Luino. Nella sala quinta e sesta, tra parecchi quadri poco 
importanti e altri oggetti, come alcuni frammenti di terracotta del 
Chiostro grande, figurano alcune pitture preziose che prima non si 
potevano bene ammirare, poste com'erano nel Lavabo e nella Sacrestia 
nuova della Certosa: la pala dipinta nel 1490 da Bartolomeo Montagna, 
il grande caposcuola vicentino, La Vergine tra San Giovanni B. e 
San Girolamo, e frammenti d'ancone del soavissimo Bergognone (An- 
geli preganti, San Paolo, San Pietro, Sant' Agostino ) e del Luino 
(Sant Ambrogio, San Martino). 

Dal Museo si ritorna nel piccolo Chiostro, e si continua il giro. 

G. N. 



NOTIZIE VARIE 



L'Inquisizione Romana e lo Stato di Milano è il titolo di una 
lunga ed erudita monografia pubblicata da L. Fumi ne' fase. 25 26 e 27 
dell'Archivio Storico Lombardo an. XXXVII (1910), tratta in massima 
parte da materiali inediti giacenti nell'Archivio di Stato milanese. 
Riserbandoci di tornare sull'argomento, che per la sua importanza 
merita di essere segnalato ai lettori, additiamo, tra' documenti pub- 
blicati in appendice, quelli che interessono Pavia e il suo territorio. 

I. 16 giugno 1565. — Editto del cardinale di Tratti, vescovo di 
Piacenza (Bernardo Scotti), pubblicato dal suo commissario Daniele de 
Birago, per vietare le veglie e i giuochi soliti farsi nella chiesa della 
pieve di Broni la notte avanti alla festa di San Contardo (doc. XIII;. 

II. 30 gennaio 1582. — Denunzia del podestà di Pavia dell'av- 
venuto ferimento mortale in persona del padre inquisitore (doc. XIV). 

III. 2 marzo 1563. — Litlerae p. Inquisitori Papiae prò rela- 
xando sub fideiussione scutorum biscentum Udore philosophiae illius 
Universitatis Lucilio Philathoeo capto causa heresis, inconsulto Senalus 
qua de causa Senalus allios ante dederat huic Cardinali Archiepi- 
scopo (doc. XV: indicazione di atto). 

Nella memoria di A. Battistella / Lombardi in Friuli inserita nel- 
l'u Archivio Storico Lombardo » fase. 28, an. XXXVII (1910), si fa men- 
zione di Guglielmo di Pavia, preposito della chiesa di San Felice 
d'Aquileia (3 aprile 1312); Giorgino di Pavia, cittadino aquileiese 
(1321-1322); Barazuto di Pavia abitante in Udine (1324); Dondino 
di Pavia mansionario di Aquileia (1348-1354); Giovanni di Pavia (1360), 
Giorgio de Tortis di Pavia vicario « in spiritualibus n del patriarca 
Marquardo (1366 e 1377) ; Maghitto e Francesco di Pavia banditore 
del Comune di Udine (agosto 1410; ; Filippo de Ardiciis di Vigevano 
capitano di Udine (1421); M. A. Bollani di Pavia maestro di gram- 
matica a Cividale (1510). 

Per notizie più antiche sui Pavesi nel Friuli cfr. questo fase, a 
pag. 214 

Nello stesso fase. dell'Archivio Storico Lombardo, pag. 512 seg., A. 



- 244 — 

Giulini pubblica una lettera inedita di Carlo Rosmini diretta al Ci 
D. Lorenzo Solazar, in data di Milano IO giugno 1817, nella quale si 
parla con grandissima lode dello storico pavese Pietro Carpane! li e 

del suo Compendio /storico delle cose pavesi. 

La pubblicazione del primo fascicolo della nuova edizione del 
lÀbi'r de gestii in civitate Mediolani di Stefanardo u de Vicomercato * 
che fa parte della ristampa muratoriana di Città di Castello, ci è 
doppiamente grata, e per il valore dell'opera in sé, e perchè essa 
segua il ritorno agli studi di uno di più valenti cultori di storia 
medievale, il prof. Giuseppe Calligaris, insegnante nel r. Liceo Parini 
e libero docente di storia Moderna nella r. Accademia Scientifico-Let- 
teraria di Milano. Il presente fascicolo abbraccia soltanto i primi 385 
versi del poema; di esso la massima parte è occupata dalla dotfa prefa- 
zionedell'editore dedicata specialmente allo studio della biografia di Ste- 
fanardo, in cui emergono le doti ben note del Calligaris, di ricerca- 
tore diligentissimo e di critico acuto. Le molte ed eruditissime note 
che illustrano il testo dimostrano con quanta serietà di studi sia 
stata preparata la presente edizione. 

Giuseppe Riva, a cui dobbiamo un recente volume su V Arte del 
cappello e della berretta a Monza e a Milano nei secoli XVI-XVIIL 
(Monza, Tip. Soc. Monzese 1909), ottimo contributo a quella storia 
economica lombarda che è ancora da tentare, ha avuto il felice pen- 
siero di raccogliere in un volume un buon manipolo di scritti, in 
massima parte inediti, da lui composti sulla storia monzese, che è il 
campo prediletto dei suoi studi. Molti di quegli scritti sono semplici 
aneddoti di storia locale ; ma si leggono tutti con interesse e sono 
fatti con metodo e con garbo, massime la monografietta su S. Gerardo 
e il suo ospedale, in cui l'autore à occasione di far conoscere alcuni 
documenti inediti del sec. XIII. 

Ci limitiamo ad annunziare, riserbandoci di darne più ampia no- 
tizia, il volume di Emilio Collas, Valentine de Milan duchesse d'Orléans, 
Paris, Librairie Plon, 1911, di pag. 441. 

Da lungo tempo promesso ed atteso, ha visto recentemente la luce 
per cura della Soc. Storica Lombarda, il primo fascicolo del Reper- 
torio Diplomatico Visconteo raccolto e pubblicato in forma di regesto 
col sussidio elargito dal prof. E. Lattes. Il fascicolo va dal 1263 al 
1363 e si vende dalla Casa Editrice U. Hoepli al prezzo di lire 12. 



— 245 — 

Editore Hoepli e per iniziativa della stessa Società, L. Zanoni ha 
pubblicato: Gli Umiliati nei lo>o rapporti con l'eresia, l'industria 
della lana ed i Comuni nei secoli XII e XIII sulla scorta di documenti 
mediti, Milano, 1911. Un volume fortemente documentato, con indice 
delle persone, dei luoghi e cose notevoli, di pag. 383. Il libro fa 
parte della Bibliotheca historica italica, ed è il secondo della 2 a serie. 

In questi giorni è uscito: Pietro Silva, // governo dì Pietro Gam- 
bacorta in Pisa e le sue relazioni col resto della Toscana e coi Visconti, 
Conti-Unito alla storia delle Signorie italiane. Pisa, Stab. tipogr. Succ. 
FT. Nistri, 1911. Un voi. di pp. 332. Ce ne occuperemo. 

Col fascicolo di dicembre u. s. ha cessato di pubblicarsi la Rivista 
di Scienze Storiche, diretta da Mons. R. Malocchi. 

Gustavo Frizzoni, in un articolo scritto a proposito d'un opuscolo 
del Gronau su La famiglia dei pittori Bellini (N. Antologia, 1° gen- 
najo 1911), ricorda la tavola della Galleria Malaspina di Pavia, di- 
menticata dal Gronau, u che nelle sue forme secche e scarne, non 
disgiunte nullameno da una finezza di sentimento da eletto artista. 
sembra accennare a una delle più precoci esecuzioni di Madonne per 
parte di Giambellino ». Questa Madonna, firmata, fu invece dal 
Morelli, che credeva falsa la segnatura, data ad Alvise Vivarini; ma 
noi non abbiamo mai dubitato ch'essa sia una delle più notevoli 
opere eseguite da Giambellino sotto l'influsso del Mantegna. 

R. Calzini, in un articolo su Le corti italiane nel sec. XV (Empo- 
rium, gennajo 1911), riproduce, attribuendola al pavese Bernardino 
de' Conti, la famosa pala sforzesca di Brera (Madouna e Santi co' 
ritratti di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este). Ma l'attribuzioue è 
tutt' altro che sicura. 

Il prof. Baratta della nostra Università ha avuto la fortuna di 
trovare fra le carte di Leonardo da Vinci, che sono a Londra, una 
pianta topografica d'Imola, tracciata dal divino artefice nel tempo 
che fu in quella città al servizio del Duca Valentino (1501). 

Ora quella pianta, rilevata alla bussola, è esattissima anche nei 
minimi particolari: ed è di altissimo valore storico per l'Italia, in 
quanto rivendica a Leonardo il tracciato della prima pianta topogra- 
fica oggi nota. h'Obermuller, anche recentemente, sosteneva che la 



— 240 - 

prima pianta topografica era dovuta ai Tedeschi ed era quella di 
Vienna, posteriore al primo quarto del 960. XVI. 

La pianta di Imola, tracciata da Leonardo, prova invece che il 
merito è di un italiano, e che la prima città messa in pianta è pro- 
prio la bella città emiliana. 

Nell'ultimo fascicolo della Rassegna (Carte (15 marzo), Gustavo 
Frizzoni, in uno studio su La raccolta Mond, rammenta un' opera 
poco nota di Pier Francesco Sacchi pavese, un S. Paolo che fa parte 
di quella raccolta; e accenna alle opere liguri dello stesso pittore, 
tra le quali il dimenticato S. Giorgio della Chiesa dei Cappuccini a 
Lèvanto 

Necrologio. — Il 23 marzo u. s. è morto a Roma l'on. conte 
Luchino dal Verme, tenente generale a riposo, fin dalle origini socio 
delle nostra Società. I giornali quotidiani hanno tessuto largamente 
1' elogio di questo uomo preclaro, che nell' esercito e cogli studi ha 
reso eminenti servizi al Paese. Noi ci limitiamo ad esprimere il nostro 
vivo dolore per la scomparsa di Lui, che, come in vita fu uno dei 
principali ornamenti del nostro sodalizio, così ora morendo lascia un 
vuoto che non sarà mai abbastanza deplorato. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Il giorno 29 gennaio 1911, nell'Aula VI dell'Università, la Società 
pavese di storia patria ha tenuto la sua adunanza annuale con l'inter- 
vento di un buon numero di soci. 

Il presidente prof. Giacinto Romano, dopo aver ricordato che la 
Società compie oggi il suo decimo anno di vita, inizia la sua relazione 
su l'andamento morale della Società, riassumendone l'opera scientifica 
nel 1910. 

Annunzia l'imminente pubblicazione del II volume del u Codice 
diplomatico dell'Università di Pavia », ritardato per lo smarrimento 
di alcuni atti, che poi sono stati felicemente ritrovati, e un nuovo 
sussidio assegnato alla Società di 600 lire per la pubblicazione del 
Codice. Da ultimo il prof. Romano fa sapere ai soci che, memore del 
voto della Società circa la conservazione del Broletto, ha sollecitato 
il parere dell'illustre architetto sen. Beltrami, che si è dichiarato 
favorevole alla conservazione. 

La relazione è stata approvata all'unanimità. Cosi pure è stata 
approvata la relazione del rag. Stucchi, il quale ha dato alla Società 
la grata novella che il patrimonio sociale ammonta oggi a 4362 lire. 

L' assemblea ha poi eletto consigliere l'avv. E. Volta e riconfermato 
il prof. Natali e il rag. Stucchi rispettivamente segretario ed economo. 



Prof. GIACINTO ROMANO direttore responsabile. 



Pavia — Premiata Tipografia Successori Fratelli Fusi — Pavia 



I 



n *-i 



NINFE E PASTORI 

SOTTO L' INSEGNA DELLO " STELLINO „ 

(Continuazione e fine. Vedi fase. I-II ]9ll). 

Elia Giardini. 

Dal vecchio tronco di una famiglia di droghieri-speziali, 
ascritta alla matricola del collegio dei pubblici mercanti di Pavia, 
un bel dì, annaffiato, per grazia di Apollo, da uno spruzzo 
dell' onda di Aganippe, crebbe un germoglio devoto al dio dei 
carmi. Dal padre, che primo aveva lasciato il fondaco degli avi 
per la cattedra, ed era professore di lettere italiane e latine, 
fu istruito Elia Giardini (1753-1832) sino ai diciassette anni, e 
compì poi lo studio della filosofia sotto il P. Lettore Giocondo Cor- 
nalia, agostiniano scalzo, prof, nel Seminario vescovile di Pavia. 
Col riaprirsi dell'Università a nuova vita nel 1771, intraprese e 
compì il corso teologico e il corso legale e si applicò allo studio 
della lingua greca sotto il dotto minor conventuale P. M. An- 
drea Ferreri, ma per le angustie finanziarie della famiglia non 
potè chiedere né l'una né l'altra laurea. Era un teologo rien- 
trato e un leguleio fallito; ma ce n'era d'avanzo perchè si di- 
rigesse alla carriera dell' insegnamento, e ottenne la cattedra di 
Grammatica (1) nelle Scuole minori istituite dopo l'abolizione 

(I) A ottener il posto gli giovò l'aver pubblicato alcune aggiunte anonime 
alla grammatica del Porretti. Il G. succedeva a Giovanni Antonio Barbieri, 
passato temporaneamente alla Retorica, al posto per malattia lasciato dall'abate 
Domenico Ferri; all'Umanità c'era Giuseppe Giardini, padre d'Elia, che, si 
capisce, fu come gli altri due, un mediocre, ma dichiarato amatore della musa. 
La giurisdizione delle .Se. Gymn. Tic. spettava al senatore podestà. Ma abo- 
lito il senato, e destinato a reggere Pavia un semplice pretore, i professori 



1 



- 250 — 

dei Gesuiti col titolo di Scholae gymnasii ticinemig, titolo chfl 
poi, mutata la giurisdizione, fu cambiato nell'altro: 8cholae mi- 
nore* r. archigymnaiii ticinensis. 

Mortogli il genitore, il \\ si presentò al concorso per le 
Umane lettere avanti al consesso dei professori delle quattro 
Facoltà, essendo Rettore magnifico il prof. L. Spallanzani [l)ed 
minatore, con altri, il prof. Villa: e conseguita, con pienezza di 
voti, la cattedra ch'era stata già del padre suo, cominciò il suo 
insegnamento il 28 marzo 1778, e lo tenne sino al 1788 quando, 
rimasta vacante definitivamente la cattedra della Retorica pei 
la giubilazione dell'abate Ferri, vi fu promosso il N. con decreta 
governativo 19 giugno 1788. 

Elia batteva il sentiero della felicità; le sue operette scola- 
stiche erano apprezzate in modo superiore al loro merito ed 
erano adottate in tutte le scuole dello stato (2); e benché sino 
dal 1776 avesse ottenuto licenza d'abito clericale e la tonsura e 
gli ordini minori e non avesse natura gran che infiammabile, 
pure, a furia di fare sonettuzzi per sposine, finì per apprezzare le 
dolcezze matrimoniali, e conosciuta la vedova Maria Giuseppa 
Sabbadini, « donna dotata delle più amabili qualità », la impalmò 
nel 1786; riposatamente rimandando al 1790 il grave atto, non 
dico di buttare alle ortiche, ma di smettere e ripiegare diligen- 

della nostra Università reclamarono affinchè la direzione delle scuole spettasse 
di ragione al Rettor Magnifico, perchè 1' Università era stata costituita da S. 
M. come tribunale degli studi. Cosi avvenne, il ginnasio ebbe conseguentemente 
il titolo di Scolae min. r. Archigymn. tic, e il Rettore dell' Università prò 
tempore ogni anno si recava ufficialmente col concelliere e i bidelli colle mazze 
a fare la visita delle scuole per la distribuzione dei premi. 

(1) Vd. Prof. Pietro Pavesi, L'abbate Lazzaro Spallanzani a Pavia, Milano, 
Bernardoni, 1901 (Società it. di scienze nat., Memorie, voi. VI, fase. 3, p. 16). 
Il Pavesi cita: Ardi, di St. di MiL, in Concistori, cart. II, arch. vecchio univ.; 
lettera 21 marzo 1778 di Spallanzani a S. E. in cart. 469, 1. 

(2) In vari tempi ed edizioni pubblicò gli Elementi dell'Arte Retorica 
(Pavia, 1789), una breve Introduzione alla toscana poesia, una Scelta di lettere 
de' migliori scrittori italiani, replicatamente impressa. Trentenne, fece imprimere 
pure l'opera anonima, in forma di lettera, colla data di Mantova (Pavia, S. 
Salvatore, 1783) intorno alle cause ed agli effetti del terremoto di Messina. 



— 251 — 

temente l'abito ecclesiastico (1) ch'ei già portava come minorista 
e ch'ei riserbò a meno ardente età, quando l'amabile vedova 
lo lasciò solo, passando a raccogliere il premio delle sue virtù. 

E come era buono e umile, e non aveva già quel bisbetico 
cervello che egli scherzosamente attribuiva ai poeti, pingendoli 
insani, vari, capricciosi, alteri, incuranti della grazia altrui, (2) 
così egli fu il maestro più accetto nelle case aristocratiche di 
Pavia. Il marchese Belcredi lo pregò che nei giorni liberi 
dalla scuola, avesse graziato di dare lezioni alle sue figliuole 
Daria e Francesca, e simili istanze gli venivano dal marchese 
Alessandro Botta (3), dai conti Gambarana e Vistarini, dal Mar- 
cii, se Alfonso Corti, da altri patrizi che desideravano affidare 
le loro figlie a un maestro colto e onesto. 

E già dal 1776 era stato ammesso in Accademia e vi piz- 
zicava della pazzìa comune, benché tanto savio nel resto e, por- 
tandovi l'empito del suo schietto ed operoso entusiasmo di neofita, 
spiegava ogni interessamento « alla gloria e al sostegno di 
tale stabilimento », quando il demonio che mai non dorme, ri- 
vestendo — pare — il sembiante di un galante e morbido abate, 
nato per delizia del gentil sesso e ben noto al lettore, gli ama- 
reggiò il latte della sua felicità, e gli addensò sul capo un 



(I) Vd. Atti del Ven. Arch. vescovile di Pavia. La carriera del Giardini è così 
segnata: « Licenza d'abito 29 marzo 1776, Tonsura e ordini minori 10 giugno 
Ha smesso l'anno 1790 (17090, sic). Sudiaconato 21 sett. 1816 a tit. di 
Patrim eccl., Diacon. 21, Dee. 1816, Presbit. I Marzo 1817 ». Sennonché, 
quando nel 1816 il Giardini ebbe ripreso l'abito, le parole qui sopra stampate 
in corsivo furono cancellate con un tratto di penna. Il Giardini ebbe anche il 
grado di luogotenente generale di Monsignor d'Allegre. Ma circa il carattere 
sacerdotale di Elia Giardini e sulla sua pretesa apostasia (Mem. e Doc. per la 
t. dell' Un. di P. cit., P. II, pag. 327; Ticino, Pavia, 17 Ottobre 1896) è da 
vedere Rodolfo Maiocchi, Per V onoratezza del Sacerdote Prof. Elia Giardini, 
nel Boll, della Soc. pav. di St. patria, a. II, p. 484-87. 

Ms. P. Univ. 101, pp. 240-42: Le malattie dei poeti. Questo manoscritto 
anonimo è una raccolta di rime che sono fattura e trascrizione d'Elia Giardini, 
come ho mostrato in questo Boll. a. 9. 1909, f. 1. 

(3) Il G. fu precettore a D. Francesca Botta Adorno e le dedicò la cit. rac- 
»lta di Rime per le faustissime nozze ecc. del Marchese Don Matteo Corti ecc. 



_ 252 — 

grave temporale. Fuori di scherzo e di retorica, rincornpa- 
rabile Elia che aveva sacrato gli entusiasmi della sua vergine 
musa a tutti i santi più autorevoli del calendario, alle suore, al 
frati, egli serafico oratore di tutte le accademie per l* Immacolata, 

per S. Agostino, per S. Giuseppe, il fedele suddito che av< 
esaltato più volte le invitte austriache insegne e spremute 
tutte le sue lagrime in morte di Maria Teresa, che s' era esal- 
tato nel suo fervore in occasione del « giuramento di fedeltà 
prestato dalla r. città di Pavia all'Imperatore Francesco » (1), 
aveva trepidato per la salute dei lorenesi eroi dedicandole poe- 
tiche faci votive e incensi augurali (2), egli il mite fautore della 
pace (3), l'umile henchè dignitoso servitore della nobiltà che gli 
dava pane, gemette sotto l'accusa di giacobinismo (4). 

Il colpo imprevvisto fu terribile, se l' anima del G. ne freme ■ 
ancora di un comico terrore nelle sue povere e scolorite pagine 
inedite di ricordi (5), e la sua innocente Musa si ebhe inaridite 
per qualche anno le lattiginose fonti della poesia. Ma il N. potè| 
purgarsi dell'accusa davanti all'arciduca Ferdinando che fece 
una* personale inchiesta, chiamando l'annichilito retore alla sua 
augusta presenza (6). Così tornò il sereno, ed il N. potè continuare 

(1) Ms. 101, son. « Le barbariche bende e '1 ferreo serio », in fondo al 
quale annotava l'A. che « Pavia in tutte le vicende può gloriarsi d'esser sempre 
stata fedele alla casa d'Austria ». 

(2) Il G. arrivò a chiamar Giuseppe II « un re cui non ha pari il mondo », 
nel son. « Vieni, Cesare, e regna », fatto quando quella povera cesarea maestà 
visitò Pavia nel 1785. Ms. 101, p. 5. 

(3) Durante la guerra tra l'Austria e i Turchi, regnando Giuseppe II. Ms. 101, 
sou. « Passando in rugiadosa nuvoletta ». 

(4) Memorie e doc. per la St. dell'Uri, di Pavia cit. III. p. 21. 

(5) Alludo a una breve autobiografia di 18 facciate in togli da protocollo, 
comprese le note, che trovasi nell'Archivio civico pavese, con la segnatura Z, 11, 
19. Da essa traggo alcune notizie che qui presento senz'altra citazione ; roa fatta 
com'è con vedute assolutamente personali e con gretti criteri, ben poca luce getta 
sul tempo; ed è scritta in quel gergo sciatto e incomportabile che disgraziata- 
mente non possiamo rimproverare al solo G., ma fa parte del colore dell'epoca. 

(6) L' accusa e la persecuzione sembrano una conseguenza dell' assunzione 
del G. alla cattedra di Retorica. Come sa il lettore, questa era occupata dal- 
l'abate Ferri, malato; ed affinchè questi si decidesse a chiedere la gmb.laz.one, 



— 253 — 

a dividero la sua attività tra l'insegnamento pubblico e privato 
e T accademia. 

gli si fece balenare la speranza ohe gli si conferirebbe in compenso la reg- 
genza delle scuole ginnasiali, che si rendeva vacante per le dimissioni del 
canonico Corti della cattedrale, e che dava l'emolumento di mille lire. Ma la 
Reggenza fu data sul principio dell' anno scolastico 1789 (Fiammazzo, Contributi 
cit. II. pag. 59, in Lettera del Mascheroni 9, III 1789) ad Aurelio Bertòla 
Do Giorgi, il quale non potè impedire che la cattedra del Ferri, ormai vacante, 
conferita dal conte di Wiltzek al Giardini, invece che a un abate toscano 
che pure vi aspirava, e aveva avuto buoni affidamenti di averla. Allora — se 
Togliamo dar fede al G. — siccome le querele dell' abate toscano tratto dal 
8uo paese con false lusinghe erano continue, si tesero insidie contro il pavese 
fortunato, e poiché egli spiegando le orazioni di Tullio, per la perfetta intel- 
ligenza di esse e per far conoscere la forza degli argomenti, doveva istruire i 
novani nella stona romana, e produrre i fatti di quella repubblica, si insinuò 
che da lui si insegnassero agli scolari le perverse massime della gallica libertà 
ed eguaglianza. Cosi oscuramente il Giardini, ed è probabile che così sia : è 
probabile, dico, che il preteso giacobinismo imputatogli nella ridicola, ma allora 
gravissima accusa, si riduca ad alcuna di quelle enfatiche declamazioni retoriche 
sugli eroismi dei Romani, alle quali era vezzo un po' comune abbandonarsi a 
freddo, ma a gote enfiate. Il vero è che il G. era un ottimo maestro e uffi- 
ciale, qualunque fosse il governo a cui doveva i suoi servigi, che egli non 
aveva decise ripugnanze e amava il quieto vivere; il che non impedisce per 
altro che S. M. Cesarea fosse il padrone drl suo cuore. Né sarebbe giusto 
fargliene colpa, quando tutte le voci furono intonate al medesimo motivo, sino 
alla conquista francese, anche quelle degli spiriti più liberi e indipendenti. Per 
non uscire dalla nostra accademia, Lorenzo Mascheroni che alla niente profonda 
univa carattere adamantino e cuor d'oro, quando venne a Pavia quell'arciduca 
Ferdinando che assolse il G., gli diresse un sonetto « detto in occasione che S. 
A. R. udi la lezione », il 4 marzo 1788, e dopo averlo chiamato « nume d'insu- 
bria che fedel t'adora » e « amabil nume cinto di raggi » non si peritò di dedi- 
cargli una volgare amenità come questa, che sarebbe già trita e stucchevole in un 
madrigale per ninfa di facile contentatura : « Vedi il ciel che s'allegra, e i dì 
giocondi — Per te dispensa e pronta oltre il costume — Sveglia ornai primavera 
e fiori e frondi ». Infatti al giunger dell' arciduca s'era fatto il sereno dopo la 
pioggia. (Vd. Poesie e prose di L. Masch, cit. p. 77). Veri i sentimenti democra- 
tici dell'abate bergamasco, idealmente lumeggiati da un chiaro critico in un pre- 
gevole lavoro giovanile (G. B. Marchesi, op. cit. p. 50) ; veri e più decisa- 
mente determinati e concretati nelle speranze di libertà dopo il '96 e le vittorie 
di Francia ; ma io non oserei asserire che il Masch. quando il 14 maggio 1789, 
come rettore, dispose le esequie del defunto Giuseppe II, nella chiesa di S. Fran- 



— 284 — 

Presso il Belcredi era il vero precettore di casa, ma un pre- 
cettore devoto e affezionato e non i-erto in condizione umiliante, 

oesco, per l'Università, «compisse dovere d'ufficio, ma non avesse compianto 

pel despota ». Basta elio si registri che quelle esequie riuscirono « la più 

bolla funzione fatta in Pavia «la molto tempo», e che per essa tutti 

levano con lui (Fiammaz/.o op. cit. pag. 84 . Ivi è buono ricordare che il M. 

lodò Giuseppe II, si; non morto, almeno vivente nello BteSBO sonetto de.. 

al fratello di lui arciduca Ferdinando, e che in lode di un principe aus- 

è quasi certamente il sonetto letto in accademia il 3 febbraio 17'J2, col : 

« La storia corona un buon re ». E a rigore non prova gran cosa hi notizia j 

che il Mascheroni divulgasse più tardi tra i suoi amici (Fiammazzo, op. cit. II, 

p. 79, lettera del Mascheroni) un sonettino salalo assai, che la marchesa Maria j 

Belcredi Rosales gli aveva mandato da Venezia (rom. « 1" ombra del 

Josepho xe comparsa » e puoi vederlo ms. nella fald. 3 degli Aff., ed 

nella lettera del Mascheroni a cura del Fiammazzo, p. 77, op. cit.) ; o al 

prova ben altro da quel che il Marchesi intenda. 

Infatti vorremmo noi attribuire i presunti sentimenti democratici del Ma- 
scheroni anche alla marchesa B., distributrice del sonetto: Ma qui 
dea (Mascheroni, son. « L'agii destrier ») era moglie di un fedele servitore 
di tedescheria, di un regio feudatario largamente pasciuto dall'Austria, e che 
dopo i fatti del '96 tanto cooperò alla controrivoluzione di Pavia; ed es^a è 
bene l'ardita amazzone austriacante che nel '93 caracollava tra gli ulani, du- j 
rante la rivista che in Pavia precedette la guerra della grande alleanza contro ' 
la Francia: memorabile rivista alla quale assistette la contessa Grismondi 
che ne ebbe suscitata la nevrotica muSa (Poesie cit. di Lesbia, p. 105) e che 
trovò come poeta augurale, e Tirteo fallito, il nostro Elia, quando, « ministro 
dell'intonso ApolHne », espresse in una canzone « in occasione d'esercizio 
militare in lode del cavallo > sentimenti di ardente gallofobia : (Ms. 101, 
p. 230. Com. « Or che su ferreo cocchio »): 

Perchè voce possente 

A me non dona il ciel, si che d'appresso 

Novel Tirteo con marziali carmi 

Seguir vi possa fra '1 bollor dell' armi ? 

Perchè sul Gallo audace 

Pel regal sangue ahi ! con orror versato, 

Perchè non è capace 

Il mio canto a portar cruda vendetta? 

Qual rapida saetta 

Che spezza, atterra ed in minuta polve 

Riduce i sassi ancor, tal io vorrei 

Ch'allor fosse il poter de' versi miei. 

Falso profeta il Giardini quando cantava che quegli ulani sarebbero tornati 
col vanto della vittoria « dalla fatai rovina — per cui niun verserà stilla di 



— 255 - 

sì da ricordarci quella ritratta dall'Alfieri nella nota satira, o la 
classica miseria del letterato, il quale — disse con arguzia amara 
uno scrittore che s'intendeva più di sventure che di versi, — 
non è ridotto a si disperato partito che egli non mangi, benché 
un po' più tardi del solito. In casa Belcredi era tradizionale una 
larga signorile ospitalità, certo disciplinata dagli scrupoli nobiliari 
ancor tenaci, e che reggevano anche l'accademia. Ma il G. era 
intelligente e colto, senz'essere profondo; era affabile e arguto. 
Erudiva le damigelle nello storia e nella geografia e in quel 
più che gli pareva opportuno alla loro educazione: e in loro omag- 
gio e per loro diletto componeva commedie di carattere goldo- 
niano come La donna prudente (1789) e L' impresario fallito, 
che si rappresentavano da quelle stesse damigelle nel teatro di 
Montalto n. dov'era la splendida villeggiatura dei B.; quella Mon- 
talto ospitale magnificata da Aurelio Bertola, « che se per artifi- 

pianto » — . Quanto al Mascheroni, io certo non lo imbrancherò col Giardini, 
né con la grinzosa dama che ancora suscitava le acerbe invettive dei dema- 
goghi del Giornale del Ticino (N. 9, 5 Ventoso, a. 1); ma a voler esprimere 
il mio modesto parere, dirò che quel sonetto in dileggio della maestà di Giu- 
seppe II, prova appena che l'elegante società della qual l'abate Mascheroni 
faceva parte e si compiaceva, società frolla e scettica e frivola e senza veri 
ideali, non rinunciava a mordere e a sprizzar frizzi anche contro coloro che, 
ufficnilnieiite, erano i suoi idoli. La marchesana, da Venezia, volle gettare in 
pasto della società galante pavese un bocconcino ghiotto, il contin Fogaccia 
comunicò all'arguto professore altre notizie sul sonetto Pavese-Veneziano 
W'iammazzo, op. cit. p. 79, lettera infine di Aprii 1790) e l'amabile berga- 
masco sparse per Pavia il tutto con altre notiziette che il nunzio di Bergamo 
alla Serenissima gli aveva mandato sui disegni del teatro, sulla regata che si 
preparava a Venezia. Oh! i gravi professori universitari raccoglievano volen- 
tieri fattarelli, motti, maldicenze, nei salotti delle onnipotenti ninfe e li divul- 
gavano con ardore, e il Mascheroni — che aveva il frizzo breve e bonario, ma 
incisivo — oltre a farsene amabile banditore in quella società, ne ha imma- 
gazzinati tanti nelle sue lettere le quali, se non avessero altro merito, hanno 
quello di essere una rappresentazione della vita mondana pavese ! — E final- 
mente, quanti di quei caudati messeri, e abati e laici e mezzo laici, avran 
diviso sul serio il dolore ufficiale e comandato ? Gli è già molto se la decre- 
pitezza vanitosa del prof. Villa monti in sterile collera, per la delusione di 
non arer avuto l'incarico ufficiale dell'orazione funebre ai mani di Giuseppe II. 
(Fiammazzo, ivi, p. 77). 

(1) Il teatro privato di Montalto era stato eretto, credo, dal marchese Pio, 
padre di Giuseppe Gaspare, intorno al 1760, e par che ne tocchi un prologo 
ms. nella fald. 3* degli Aff. 



- 256 

eiali squisitezze poteva contendere colle ville più famose, per 
amenità di posizione non era vinta da nessuna ». 

Munifico dispensato!' di lodi alle belle attrici, alla marchesa 
donna Maria, alle marchesine donna Daria e Francesca, ne '-saltava 
il merito in sonetti pieni di gratitudine e di ammirazione (1 . 
ch'egli, pavese, componeva anche nel dialetto veneziano- Né 

solo nel cuon- delle dame, ma sapeva insinuarsi anche Dell'animo 
«lei cavalieri e conquistarlo coli' uso generoso or delle lode, or 
della facezia urbana. Ecco un sonettuccio che è mi quadretto 
di genere di quella società che popolava Montalto. 

/ giocatori di bigliardo in Moni' Alto. 

Fulmina il Marchesino (2,, e fa fracasso: 
E l'Abbate pian piano ogn' altro becca; 
Il Padrin sembra ognora infermo e lasso: 
Ma guai a chi va sotto alla sua stecca. 

Il Sig. Siro (3) non può far gran passo, 

Ma scherzando ogni palla intanto lecca; 
Moron misura i colpi col compasso ; 
E quanto più si studia, men v'azzecca. 

La Marchesina (4) con quella sua mazza 
Fa tagli da stordire, e Don Tomaso 5 
Se non vi coglie, si strabilia e impazza. 

Borron (6) vai poco a liscio e meno a salto: 

G-iardin quando fa colpo é proprio un caso: 
Son questi i giocatori di Mont'Alto. 



(1) Fald. Aff. 533. Un sonetto nel vernacolo del Goldoni, dedicato a donna 
Maria Belcredi trovasi ivi con altre rime del Giard. e comincia: « Pantalon, 
siora, el xe scampa granimazzo ». 

(2) Il padrone di casa; (3) l'ing. Siro Della Zoppa, accademico Infecondo, 
e Intendente di casa Belcredi ; (4) la marchesina donna Daria ; (5) Don Tomaso 
Ordogno Rosales Intendente delle r. Finanze di S. M. I. in Pavia, fratello della 
Marchesa Maria Belcredi. 

(6) Il cav. Paolo Borroni che eseguiva eccellentemente in Montalto i ritratti 
di tutta la famiglia Belcredi. Sugli altri stimo inutile congetturare. Quanto al 
Borroni egli era pittore valente e il Giardini ne esalta il merito in alcuni so- 



— '257 - 

I meriti, la modestia per cui il G. non suscitava ombre e 
quell'arte sopraffina di lodare, di cui dicevamo sopra, determi- 
narono in suo favore un fatto nuovo nella storia dell'accademia, 
cioè ch'egli fosse eletto principe degli Affidati pel 1792, (1) 

netti che trovansi nel Ms. 101. Tolgo dalla Falci. Aff. 533 il son. che segue: 

Borron, non so adular. A questo o a quello 
Il guardo io volga, la natura ammiro ; 
E cosi ben m' inganna il tuo pennello 
Che veggo errar quegli occhi, odo il respiro. 

Qui giojal gravità. Là tutto il bello 

Che su d' un volto mai le Grazie unirò : 

La saggia mente in questi ; e al corpo snello 

In quella il foco giovanile io miro. 

Tutto tu puoi ; e quanto più m' arresto 
A cotemplar, più di mirar m'accendo, 
Chs nuovi pregi ognor in lor discerno. 

Ma d'ogni pregio il maggior pregio è questo, 
Saper d'ogni color far tal governo, 
Che il bel dell'Alme trapelar comprendo. 

Paolo Borroni (da non confondersi col cremonese Giov. Angelo Borroni 
— 1684-1772 — come fece la Nouvelle biographie generale diretta dal d. 
Hoefer, Paris, Didot, p. 744-745, su la fede del Neues algerneines Kùnsller 
Lexicon del Xagler) nato in Voghera il 12. I. 1749, discepolo del Calderini e, 
come pare, di Pompeo Batoni, cavaliere dallo Speron d'oro (1788), fu autore 
del notissimo Biogene nella botte, della Morte di Lucrezia e di molti quadri 
di soggetto sacro che gli diedero larga aulorità tra i contemporanei; volle 
prender parte al concorso bandito dal Comitato di Governo (1801) per la 
tela della Riconoscenza al Grande che alla nazione aveva dato la nuova Re- 
pubblica, ma fu impedito da malattia, e soltanto più tardi, per conforto di 
Leopoldo Cicognara, terminò l'opera sua per couto dello stato. M. il 25 ag. 1819. 
Sul Borroni vd. G. M. Scaramuzza, Elogio storico del cav. P. B. ; Alessandro 
Maragliano, Biografie e profili vogheresi, Voghera, 1897, p. 71-93; Attilio 
Bi'tti, Un episodio nella storia delle arti, ai tempi napoleonici e un pittore 
vogherese. in Boll. d. Soc. pavese di St. patria, a. IV, 1904, pp. 438-453. 

Il gentilizio dei Borroni ricorre anche nei documenti pavesi : vd. un Gaspare 
Borone nella Reformatio Pixidis Consilii generalis... facta die 30 Xbris 1601, 
in Ardi. civ. pavese, Atti del Consiglio generale. 

(1) Il Mascheroni scriveva al Mangili nel dicembre 1791 di aver rinunciato 
il principato degli Affidati al maestro Giardini. Vd. Poesie edite ed ined. di 
L. M. cit. Introduzione, p. 195, Giunte. Ma è da modificarsi l'opinione del 
Caversazzi che il Giardini si dimettesse quasi subito. Egli rimase in carica 
per tutto l'anno 1792. e il 25 novembre di quest'anno fu acclamato il Volta 
pel 1793. Fald. Aff. 533, verbali. 



- 258 — 

« grado che prima non era stato conferito se non a person; 
per nascita o per singolare dottrina distinti ». Intanto conti- 
nuava ad essere umile maestro di retorica, come allora dicevasi, 
sennonché nei verbali accademici, coli' assunzione al principato, 
fu ili motu proprio e d'arbitrio del marchese segretario, pro- 
mosso professore, perchè troppo meschino por un Principe 
pareva il titolo di maestro. 

Tenne la cattedra 'li Retorica sino al 1796 e anzi, occupata 
la città dai Francese egli continuò le lezioni fino al termine 
dell'anno scolastico, mentre l'Università fu chiusa per ordine 
del Bonaparte. Allora fu chiamato all'insegnamento universitario 
e il 2'.i ottobre, alla solenne riapertura, ebbe il difficile e in 
quelle circostanze pericoloso incarico di leggere l'orazione 
inaugurale (1). 

Nò gli nocque il non aver conseguita la laurea, che a torto 
doveva opinare quel vecchio lenone del Casti : 

E mai d'addottorar non fu permesso 
A chiunque non sia dottore ei stesso; 

anzi fu il vero professore omnibus: tenne cattedra di Storia, 
di Eloquenza, di Istituzioni del Diritto, trascorrendo dall' uno 
all'altro ramo legale, ora per disposizioni superiori, ora per 
compiacere colleghi e per supplenze. Nel 1814, dopo diciotto anni 
d'insegnamento universitario, quasi alla fine della carriera, ottenne 
finalmente la laurea in legge, che nell'età giovanile non aveva soste- 
nuto per deficienze pecuniarie, e così fu ascritto al collegio der 
G. C. che venne istituito in sostituzione dell'antico collegio dei 

(1) Quest' incarico ebbe ancora dal governo francese ali" inizio dell'anno 
se. 1800-1801 ed egli lesse « sulla necessità di coltivare e di promuovere tutte 
le scienze dopo una politica rivoluzione ». Ma appena finita 1' orazione, vi fu 
chi lo accusò di avere scaltramente lasciato traspirare proposizioni contrarie 
ai principii repubblicani; e perciò appena uscito dall'Università fu persegui- 
tato da un agente della delegazione di polizia, e potè liberarsene soltanto per 
l' intervento del Magnifico Rettore Scarpa, nella camera del quale aveva ardito 
di entrare il commesso di polizia, inseguendo il G. — E quando le armate 
austriache ebbero riconquistata la Lombardia, gli fu ingiunto di tessere l'ora- 
zione augurale, ed egli ai 12 novembre 1814 disse dei benefìci conferiti al- 
l' Università dai principi di Casa d'Austria. 



— 259 — 

Nobili del R. L, che portavano in petto 1' aurea medaglia trian- 
golare e giudicavano in grado di appello. 

Ma non esplicò l' opera sua soltanto all' Università; multiformi 
altri incarichi egli sostenne, parte da lui sollecitati, parto im- 
postigli. Nell'ottobre 1796 fu rappresentante municipale, e si 
vanta egli stesso di avere, in tale qualità, e nell'anno in cui fu 
atterrato il Rcgisole(l), salvato alcuni importanti monumenti citta- 
dini. Il preposto alla sorveglianza, Bauvinay in perpetua lotta 
col comandante militare Bugnot per la preminenza del grado, 
avvicinato il G. che era municipale, gli impose che facesse se- 
gretamente levare la statua di bronzo di Pio V Ghislieri, perchè 
'egli non poteva soffrir di vedere tutte le mattine, uscendo di 
casa (2), quell' inventore dell' inquisizione. Il G. sciupò tutto il 
suo flato, opponendogli eccellenti argomenti, ma più che da 
questi, la statua del fondatore del collegio Ghislieri par che 
• fosse salvata da una fiera colica che assalì il cittadino Bauvinay 
e lo uccise in Milano, dove s'era portato dal generale per 
propri piati col Bugnot (3). 

Nel 1797 il G. fece parte del consiglio dei 50 membri nomi- 
nati da Bonaparte ad esaminare l'aministrazione generale dei 
cinque deputati al governo della Lombardia ; nel '99 fu bibliote- 
. cario del Ghislieri (4) e più tardi ne fu vicerettore (1805), so- 
printendente all' ufficio di polizia della città (1801), bibliotecario 
dell'Università al posto rimasto vacante per la morte del prof. 
Zola, del quale ereditò pure la delegazione all' Ufficio della li- 
fi) Circa questa statua, che s'ebbe l'ammirazione del Petrarca e di Leonardo 
vd. per tutti P. Terenzio, Regisole, Pavia, Bizzoni, 1847; R. Maiocchi, Un 
vessillo di Pavia del secolo XVI, iu Bollettino storico pavese, 1894, f. Ili— IV, 
p. 218 ss. 

(2) 11 Bauvinay abitava al Collegio Germanico, ora casa Brugnatelli. 

(3) Se cosi è, la statua di Pio V fu salvata due volte in quell' anno dalla 
smania settaria e distruggitrice : perchè dalla folla furente 1' avrebbe pur 
salvata il Tamburini, rettore del Collegio Ghislieri, gettando un berretto frigio 
sulla tiara, così foggiando Pio V alla giacobina. Ma su di ciò vd. Vidari, 
Frammenti cronistorici dell'agro ticinese, Pavia, Fusi, 1886, II, p. 282. 

(4) In questa qualità, nel 1800 ripristinò 1' uso di tenere specie d'accademie 
poetiche in onore di Pio V.. fondatore del collegio. Un sonetto fatto da 
lui in quest' occasione, vd. nel Ms. 101, p. 63. Com. « O patria, esulta, il prisco 
rito ancora », 



— 200 - 

berta della stampa di Pavia, amministratore dell* ospedale col 
colile Cantoni (1807), incaricato con altri di sistemare il piano 
delle scuole minori (l), associate^ dal Gran giudice all'opera 'li 
traduzione del codice francese in latino e in italiano (1805). 

Un uomo adunque il G. che volontieri si sobbarcava alle 
cariche, e che certamente le disimpegnava con zelo e con in- 
telligenza. Ma non altrettanto intensa fu la sua attività letteraria 
e scientifica, la cui importanza è quasi nulla. 11 suo ingegno 
versatile e pronto, nutrito di scienza mediocre e superficiale, 
dilagò su troppo Largo campo, e non potè in aessnn ramo 
acquistare seria competenza. Un'operetta sua sopravvive nella 
cerchia di Pavia all' obblio a cui le altre soggiaciono, e sono le 
Memorie topografiche dei cambiamenti avvenuti e delle opere 
state eseguite nella città di Pavia sulla fi/ne del see. XVIII ec& 
Pavia, 1830; operetta che come dimostra l'amore del G. alla 
città natale, cosi rende apprezzato il nome di lui a coloro che 
cercano le vestigia del passato. 

Resta che vediamo l'opera sua come Affidato, opera cui egli 
dedicò verace entusiasmo, e la quale costituisce pure una mani- 
festazione notevole della sua attività, rimasta affatto sconosciuta. 
Non già che le sue rime abbiano importanza d' arte. Io non lo 
dirò certo, anche se nella ricerca di fiori di tenue profumo e 
di smorto colore degli orti pavesi, non potrò trovar di meglio. 

Ma tra i parti della Musa leggiera, un po' sbrigliata, arguta 
e scherzosa, che spettegolava tra le accademie, anche le rime 
del G. meritano almeno ricordanza. Il lettore è avvertito che 
manca il contenuto civile e morale ; che il motivo è scioperata- 
mente accademico, ma dovrei aggiungere entusiasticamente ac- 
cademico, che il G. era gravemente compreso dell' onore, ch'egli 

(1) Con deliberazione del consiglio comunale 23 ottobre 1803 le Scuole mi- 
nori furono affidate ai PP. Barnabiti, contro il voto del Giardini che non vo- 
leva privare la città natale del diritto di vegliare all'educazione della gioventù. 
Egli anzi censurò la condotta dei municipali (vd. Giardini Elia: A' suoi con- 
cittadini della Comune di Pavia, Pavia, Capelli 1804), e fu acremente rimbeccato 
dall' avvocato C. Campari, nell'opuscolo: L'avv. Cam-pari al prof . E. Giardini, 
Pavia, Bolzani, 28 sett. 1804. 



- 261 - 

riceveva coli' essere ammesso fra quella meravigliosa accolta di 
ciotti, ufficialmente costituita in un ceto letterario (1). 

Non gli recano nò merito nò torto le rime d' occasione, che 
di lui vanno in copia magna per le raccolte. Egli stesso ha 
reso ragione di quella roba, eh' egli era costretto a schiccherare 
notte e dì, per soddisfare questi e quelli, perchè non sapeva 
negar nulla a nessuno ; e se ne vergognava : 

Mi vergogno talor, a dirla schietto, 
di certi parti informi ed indigesti, 
che m' escon stropicciando l'intelletto. 

II che gli faceva dire che l'arte di poetare fosse uscita an- 
ch'essa dal vaso di Pandora, e maledire il giorno in cui aveva 
bevuto al fonte d'Ippocrene, perchè le proprie porte « a tutti i 
seccator furono conte ». È questa una vecchia sonata dei bernie- 
schi contro i seccatori dei poeti e il poetare d'occasione, senza il 
ricavo d' « un marcio quattrinello (*2) » ; né so quanto di verità 
il povero Giardini infonda nel vecchio motivo, che ha notevoli 
precedenti del Baretti, del Galeotti, del Parini, del Fabri, del 
Frugoni, del Biancardi, di altri assai (3). C'è chi si ribella al- 
l' usanzaccia sciagurata e manda quelle verginelle delle Muse al 
bordello. Esclamava il Baretti: Darà per nulla le fatiche sue il 
poeta che pazzamente ha in pregio la gloria più che l' interesse, 
mentre sa ben divorarsi 1' altrui avere « un rapacissimo avvo- 
cato », e quattrini per ammazzarti vuole il medico, e quattrini 
vogliono il « notariuzzo pappagallo » ed il « procuratore bue »? (4) 
E il Parini nel suo sonetto Muse pitocche andatene al bor- 
dello (5) decretava: 

(1) Soltanto più tardi divenne Socio dell'Accademia di scienze, lettere ed 
arti di Padova e pastore dell'Emonia di Busseto (1814). 

(2) Vd. E. Bertana. Il Parini tra i poeti giocosi del settecento, in Giorn. 
st. d. leu. it. Suppl. I, 1898, p. 37 ss. 

(3) Bertana, ivi. 

(4) Cito le parole del Bertana, ivi. 

(5) Alcune poesie di Ripano Eupilino, London, Giacomo Tomson, [ma Mi- 
lano, Bianchi], 1752, p. LXXXX ; Bertana, ivi, p. 43. 



— 202 — 

Un asino die raglia 
Sia beo 'legno cantor «li quella gei 
Che a chi canta por lor non <lan mai niente. 

Ma il Giardini, umile e sviscerato amatore delle Muse non 
aveva ribellioni: anzi diceva ch'ei ringraziava il cielo <1" esser 
aato uomo, almeno perchè non aveva mai saputo negar nulla a 
nessuno, e s'accontentava di gemere umoristicamente: 

Si '1 dissi e lo dirò che assai peggiore 
È il poetar per me (iella quartana, 
Che a favorir mi vien con tardo ardore. 

Almen costei non è cosi villana 

Di volermi seccar continuamente; 
Ma ogni di la vien, poi s'allontana. 

Di più, riposo al corpo ed alla mente 

Essa ini obbliga a dar qualor sen viene, 
Né che mi sfiati o scriva ella acconsente; 

Anzi mi manda a letto e la mi tiene 
In ozio perfettissimo, sì ch'io 
Quasi direi ch'ella mi vuol gran bene. 

Ognun compiange allor lo stato mio, 
E vorrìa diventar nuovo Galeno, 
Sol di giovarmi perchè ha in cor desìo. 

Poesia sol che alma di tigre ha in seno 
Osa tentarmi in quello stato ancora: 
Costei è propriamente un rio veleno. 

Ma oimè, vien la quartana appunto or ora: 
Che sì che s'ella udì ch'io la lodai 
Dopo otto mesi vieppiù s'innamora; 
A me si sposa e non mi lascia mai (1). 

Può venire il sospetto che il soggettuccio non sia novissimo 
e io non contendo per il contrario; anzi consento volontieri che 
questa e altre cosucce che verrò citando trovino la loro ispira- 
zione in qualche motivo d' imitazione più o meno afferrabile, ma 

(1) Ms. iOl, pp. 202-204. La poesia, Capitolo. 



- 263 - 

che è connaturato coi capitoli, colle cicalato spigliate e briose 
di larga voga, colla poesia giocosa che, ben osserva un geniale 
critico già ricordato, quasi divenne un'istituzione accademica (1). 
La quartana, ad esempio, ebbe il suo cantore in Favorino, 
e lo ricorda con la debita considerazione anche l'autore del- 
V Elogio della Pazzia, ponendolo con colui che, secondo S. Ge- 
rolamo, compose il testamento del porco. Nel beato cinquecento la 
terribile febbre 

Che smagra, guasta, cincistia e scotenna 

Ispirò a Pietro Aretino un capitolo al Duca di Firenze. Una cro- 
cetta fatta con le dita « mette in fuga il diavol che sei porti », 
non la quartana sfacciata e incagnita ; ma lo sboccato ribaldo 
ne ha ragione con una ricetta 

La cui virtù consiste nel compire. 

La gioventù che calda bolliva in una Schiavona gli diede 
l' effetto miracoloso, ficcandogli bene nell' ossa « la morbidezza 
sua penetrativa ». E canta una febbre che « di quartana lo 
spaventa » Giovanni Agostino Caccia in una sua satira a Tor- 
niello fisico, e trovando nociva l'acqua, chiedeva al medico: 
« lasciatemi di grazia ber del mosto » ('2). 

Ma non direi che in fatto di poesia il N. la pensasse proprio 
come nelle sue terzine abbiamo veduto. Narrano che Venere, 
ogni volta che si tuffava nel mare riacquistasse la verginità. E 
P egregio nostro rimatore, sia detto senza irriverenza , sen- 
tiva rifarsi verginità alla mente ogni volta che entrava in ac- 
cademia, che insomma l'accademia è accademia. Infatti nelle 
terzine agli Affidati, La felicità dei poeti (3), egli è convintis- 
simo che in terra non si dia felicità maggiore di quella di un 
poeta. Vero che Orfeo perì sotto i colpi di stuol baccante, montre 
piangeva Euridice, vero che il cantor d'Achille mendicò per le vie 

(1) Bertana, 11 Favini ecc. p. 1. 

(2) G. A. Caccia, Satire e capitoli piacevoli, Milano, 1549. 

(3) Ms. 101, p. 184-192. Com. « L'intendo, o vati, appien ». Senza data. 
Congetturo che queste terzine siano state lette il 9 maggio 1787, sul tema 
proposto dal Bertela : « Se la poesia oltre il diletto recar possa utilità e 
questa qual possa essere » (Ms. 533). 



- 264 — 

della Grecia, Plauto è forzato a girare una macina a guisa 
del più vii giumento, Fedro e Terenzio soffrirono il duro 
stato di servitù, e il precettor d'Amore fu relegato tra i GotL 
Ma non gli fan terrore le sventure cui van soggetti i figli 'li 

Apollo : 

Che basta a trarmi dal comune inganno 
Un raggio sol di quel propizio Nume 
Che in allegrezza volge ogni aspro affanno. 

Al balenar di quel celeste lume 

Scuotesi tosto la mia mente, e al cielo 
Più ratta d'Aquilon batte le piume. 

Naturalmente il nostro nocchiero delle onde eteree, trova le 
vie celesti por lui sparse di molta mitologia; parla coi numi, 
e da quei sereni luoghi scende ai regni bui, ma poco si cura 
dei mostri infernali, e contempla invece l'eletto stuolo di era 
che fu già famoso in terra, i saggi di Atene, Saffo, il buon Ti- 
bullo, il soave Petrarca: là — col suo passero scherza ancor Catullo, 
— beve il massico Orazio, Anacreonte prende trastullo del suo 
Batillo; ed ecco Omero. Virgilio, Dante, Torquato, messer Lo- 
dovico a pie d' un monte, e con Pindaro il pavese Alessandro 
Guidi, alla cui visione il nostro Affidato s'esalta: 

Ciugi, sì, cingi l'onorata chioma 

Del meritato allòr, Guidi immortale, 
E cada a' piedi tuoi l'invidia doma. 

Io pur vorrei, se al desiderio eguale 

Fosse la forza in me, presso al tuo volo 
Libero dispiegar talvolta l'ale. 

Ma se il nuovo sentier tu batti solo, 
Dalle Muse odiato io già non sono, 
Che alle sventure anzi per lor m'involo. 

Per una ragionevole coltura classica, una meno ragionevole 
retorica! ma era peccatuccio veniale al tempo e al mestiere. In 
compenso qua e là vivezza ed empito di sentimento: sognando 



— 265 - 

il N. trovava pace e gioia. Pel Guidi aveva una sconfinata am- 
mirazione, come del resto gran parte dei rimatori pavesi, pei 
quali T amore di campanile tien luogo talora anche di criterio 
estetico ; per lui osava sperare la gloria, e con una certa bo- 
riuccia giovanile un po' ingenua e altrettanto goffa, associando 
il nome del poeta pavese alla stella di Mercurio che gli Affidati 
avevano scelto come astro protettore, esclamava : 

Chi sa che nuovo Dedalo 

Del Guidi ai voli appresso 

Non passi di Mercurio 

Un dì nel cerchio istesso (ì). 

Forse era meno convinto, ma più nel vero là dove, parago- 
nando sé stesso al munifico Belcredi, al quale avvolse al crine 
« doppio serto d'alloro il biondo Nume », diceva ch'egli invece 
aveva avuto in dono da Bacco poche foglie d' edera, e che, am- 
imsso appena tra il coro di satiri e di ninfe, godeva trattare 
una silvestre avena. Ma la modestia non era dono di quei pa- 
stori, e quei satiri e quelle ninfe l'udivano declamare al sommo 
Belcredi : Se tu mi volgi benigno il ciglio, 

D' un improvviso fuoco 

Tutto avvampar mi sento in petto il core, 

E già fatta maggiore 

Di se stessa mia mente, i suoi pensieri 

Dalle terrene cose ardita svelle 

E allor s'accinge a sormontar le stelle (2). 

A sentirlo scalmanarsi così, si direbbe eh' egli segua solo il 
sentiero della sonorità e della gonfiezza. Eppure la sua musa è 

(1) Ms. 101, p. 84. Il potere della virtù, Anacreontica, coiu. « Scuoti la 
polve ignobile ». 

2 Ms. 101. « Se di quell'estro aniraator ricolma ». Questo componi- 
mento è del 1779. Ivi è un" altra poesia dedicata al Belcredi e recitata nel 
ii occasione della sua accettazione. Com. « Pieno del tuo gran nume ». 
Una poesiuccia in lode del Belcredi e degli Acc. teneva luogo, in genere, 
del supplice libello die era imposto dall'antico statuto. 



- 266 — 

particolarmente giocosa, e ilN.com*- ha cantato la Felicità, cosi 

canta Le mainili,' dei podi, in un capitolo non senza brio 
non senza qualche piccolo torto alla grammatica. Lunghe os- 
servazioni fatte tra i suoi colleghi in Parnaso gli permettevano 
di affermare che nei poeti non sono sorgente d'ogni male ric- 
chezza o povertà, ma 

Essi portan con se naturalmente 

Entro quel lor bisbetico cervello 
D'ogni male il principio e la semente. 

In sogno a conversar con questo e quello 
De' Numi avvezzi, benché sian meschini, 
Voglion che lor si faccia di cappello. 

Quindi noi li veggiam sempre tapini, 
Eicolmi il petto di divin furore, 
Ma con la borsa vuota di quattrini. 

Non son tristi di cuore, ma sono insani, vani, capricciosi, 
alteri, poco loro cale della grazia altrui, vogliono libertà e pre- 
tendono conversare coi loro pensieri. Imaginate se tali uomini pos- 
sono far fortuna coi Grandi, e molto meno ancora col vago sesso : 

Quindi acciò vivan senza legge alcuna, 

S'assegnan d'ordinario a lor le entrate 
E i campi là fra i monti della Luna. 



D'ogni mal nel cervel sta la radice, 

E il dico con spiacere, o amici Vati, 
Niuno di voi giammai sarà felice, 

Tissot perciò degli altri Letterati 
Parlando, dei poeti non ragiona, 
Perchè nel loro mal son disperati. 

E quando non più colta in Elicona 

Ma in Anticira d'altro che d'alloro 
Darà Febo al lor capo una corona, 

Fra tante pene e guai trovar ristoro 

Fors' eglino potran solo in tal caso; 
E dei vati lasciando i mali il coro 

Torneran di Pandora ancor nel vaso (1). 

(1) Ms. 101, p. 240-242. Capitolo: Le malattie dei poeti. 



- 207 — 

Cosi ci si rivela il G. proclive a motivi giocondi e scherzosi, 
perchè - come direbbe un buon secentista - egli aveva indole 
più gioviale che saturnina e volontieri sbizzarriva il suo lieto umore 
nello stil ghiotto e nelle cicalate,, alle quali dava il tono quel Prin- 
cipe di buona inzuccherata pasta che era Lorenzo Mascheroni : 
un genere di poesia che deriva dalle fonti della poesia burlesca poi- 
polare, dal Pucci, dall'Orgagna, dal Burchiello, dal poeta di Lampo- 
recchio, attraverso gli impaludamenti accademici del seicento, 
incanalati con miglior corso e con più gradito suono nel sette- 
cento. 

E ai componimenti umoristici mascheroniani, dei quali l' in- 
signe matematico imponeva il tema, fanno riscontro non indegno 
lineili del G., talora un po' banali neh" invenzione, senza alcun 
rilievo d'originalità, ma conditi qua e là di felici arguzie. 
Quando il poeta di Lesbia Cidonia invitò gli accademici a far 
prova del loro ingegno sul tema La pittura per il 13 febbraio 
1780, nella seduta memorabile in cui il Bertela lesse i suoi " 
versi sull' Origine della pittura, il N. diede lettura di alcune 
seste rime, riconoscendo l'importanza dell'argomento, sul quale, 
diceva, si potrebbero dire di gran belle cose, 

Se Mastro Apollo mi servisse d'aio 
Tenendomi le maniche del saio. 
Ma come io mai non bebbi a quel divino 
Fonte, che di cantar move il prurito, 
Perchè dell'acqua più mi piace il vino, 
E quanto egli è miglior pia mi è gradito, 
Perciò cose sublimi ed inusate, 
Caro mio Mascheron, non v'aspettate. 

E dopo questo preambolo, FA. imbastisce un racconto, met- 
tendo a saccomanno l'armamentario della mitologia, per dimo- 
strare che il pittore ha un cervello somigliante a quello del 
poeta, e che però anch' esso deve avere un ramo di pazzia. 
Quando Giove aveva suoi grilli in testa, girava miagolando come 
un gatto, e 



— 208 - 

Oiunon che invano lo cercava a letto 
Fremea di gelosia e di dispetto. 

Perciò la regina dell'Olimpo diede incarico a un poeta di 

spiare Giovo : in ricompensa, 

Di sue pianelle gli daria un taccone 
Col qual finita avrebbe ogni canzone. 

Il poeta non potè cogliere Giove in fallo, e pensò di affib- 
biargli il delitto d'aver fornicato con Amaltea sotto l'aspetto 
d'un capron barbuto. Giove per vendetta rese muto il poeta e 
Giunone lo fece pittore e gli ordinò di pingere le galanti imprese 
del re dell'Olimpo. E il pittore, per vendicarsi del Dio, pensò 

Di pinger Giove in asin trasformato 
D'una grinza vecchiaccia innamorato. 

Accortosene il dio delle folgori fracassa la testa al pittore 
con una scodella piena di colori e lo trasforma in urango. 
E con questo intruglio mitologico, eccellente per deliziare una 
brigata di nobili ignoranti, preti, frati e soldati, come tanti dèi 
ebbri di nepente, assicurava che in ciò stava la vera cagione 
per cui i pittori son nati a un ceppo coi poeti: 

Per ine ringrazio il ciel che non m'ha fatto 
Poeta né pittor, sicché almen spero 
Che non m'avrete, o Mascheron, per matto, 
Come talun eh' è pur nel vostro impero. 

Ma voi, cui scalda Apollo, o amici, il petto, 
E che favoleggiando a bei colori 
Pinger sapete ogni più vivo affetto, 
Quai veri sagacissimi pittori, 
Chi sa che un dì per cangiamenti strani 
Io non v' abbia a veder Urangutani. 

Questa è, non v'ha dubbio, scioperataggine versaiola rivolta 



— 269 — 

a condir pazze e bislacche fantasie ; ma è pur vero che pochi sa- 
pevano far di meglio. Molte volte la sonnacchiosa imaginativa 
veniva aiutata con vecchi motivi d'arte ormai tramontati e rimessi 
a nuovo. Le seste rime II fine di Carnevale (1) sono un'eco dei 
popolari contrasti tra Carnevale e Quaresima, tramandati dal 
medio evo, e che, sebbene non ancora del tutto spenti, oramai 
avevano perduto quei caratteri che avevano rivestito nei secoli 
anteriori, ed erano passati dal popolo all' accademia (2). Nelle 
stanze del G.. il sonnacchioso nume, reggendo in mano la verga 
« onde istillar la quiete ha per costume », di notte fosca en- 
trato in un teatro, mira l'estremo fato di Carnevale che giace 
agonizzante e rantolante, e intorno ad esso le Baccanti meste, 
mimi, istrioni, l'Ozio, il lascivo Ballo, la Crapula schifosa, il 
Giuoco e una quantità di altre personificazioni, di cui erano 
largamente prolifici quegli scrittori, con la sola fatica di metter 
la maiuscola al posto della minuscola. Entra il Tempo, e appresso 
lui un'austera donna, scarna nel volto, anelante, impaziente: 

Quest'era dal digiuno e dal rigore 
Dal pianto accompagnata e dal dolore. 

Essa intima al Tempo di cedergli il possesso del nuovo dì. 
La turba amante di Carnevale stupisce, si raggriccia. Il Tempo 

La falce stringe e appena il braccio inarca 
Che il filo già troncò la terza Parca. 

Carnevale gira torbido lo sguardo, e l'ombra sua — che 
l'erudito lettore ben imagina sdegnosa — fugge all'onda ingrata. 

(1) Ms. 101, p. 243-?50. Nel manoscritto sono senza data, ma credo siano 
state lette il 25 gennaio 1788, su tema dato dal Bertóla, quando il grande 
matematico di Bergamo lesse / Mascheroni. 

(2) Sull' argomento è da vedere la geniale dissertazione della Dolt. Ei.ena 
Romano: T Contrasti fra Carnevale e Quaresima nella letteratura italiana, 
Pavia, Fusi, 1907. In questo nostro periodo, « dove il Contrasto rimase in 
mezzo al popolo, vi rimase come detrito di motivi esauriti . . . sotto forma di 
piccoli e insignificanti componimenti ». Ivi, p. 83. 



— 270 

Le sestine di endecasillabi V eloquenza del foro, i, lette 
il 24 marzo 1791 per un'accademia a tema fisso. Ueloquen 
proposto ancora dal Principe L Mascheroni, vogliono mostrare 
berniescamento l'origine dell'eloquenza, non senza metterò 
in evidenza la corruzione degli avvocati settecenteschi, ema- 
nazione diretta, come pare, dei più vetusti azzecca - garbugli 
manzoniani. S'intende che il N. rovista nell'arsenale inesauribile 
della mitologia. Quando l'Eloquenza, figlia di Mei-curio e di 
Calliope, nacque, il gallo d' Esculapio a gran fatica 

Partorì d'oro schietto un uovo fresco 
E ad alta voce poi cantò in gallesco, 

e Apollo spiegò che l'uovo d'oro significava le grandi ricche/./i- 
che sarebbero state ammassate nel foro dalla figlia di Mercurio. 
La quale, dopo gloriose vicende a Siracusa, in Grecia, a Roma, 
passò in Asia errante, disprezzata, e, presa da triste umore, si 
rinchiuse in una tomba di Lidia, dove era il cenere di Mida, che 
le compartì il potere di convertire in oro ciò che le stesse vi- 
cino. Liberata da Mercurio, usci dalla tomba e pareva una statua 
d' oro, e ritornata poi nel foro, difendeva i rei d' usure e di ra- 
pine e spogliava i clienti suoi: 

E dell'oro, oh prodigio onnipossente, 

Il lampo appena col suo volto apparve, 
Che nei più duri cor cangiati i moti 
Giunse affetti a destar dapprima ignoti. 

Con ragione l' Eloquenza poteva chiamarsi aurea, e secol 
d'oro quello dell'autore: onde il poeta si augura ch'ella venga 
ad assidersi tra gli Affidati, per poterla toccare solo con un 
dito ed averne infuso il potere. Allora manderebbe Apollo e le 
Muse alla malora. 

Qui c'è una qualunque manifestazione satirica, benché non 
saprei dire con quanto di consapevolezza e di intenzione, perchè 

(1) Ms. 101, p. 168-177: « Sull'eloquenza, miei signori, ho dritto ». 






— 271 — 

VA. più che a sferzare e a correggere tende a far ridere, e 
l'elemento giocoso prevale. Lo strale del nostro perdigiorni è 
senza punta, e il lazzo con cui si chiude il componimento è 
più conforme al temperamento del rimatore che la satira. C'è 
bene la condanna dei peccadigli, delle calcagnerie, dell'esoso 
genio degli avvocati: tema che prestò materia alla satira e al 
dir berniesco, anzi pur nostro — da nessun tolto in prestito, 
come scriveva la pennaccia mal salata di Pietro Nelli. Il quale 
affermava con efficace immagine che la 

turba avvogara 
Che scortica i clienti e li scotenna 

trarrebbe l'oro dagli stinchi a Crasso e a Mida, così come poi 
imaginò il Giardini che il cenere di Mida desse all'eloquenza il 
potere di convertire in oro ciò che le stesse vicino. A sentir il 
beli' umore del Nelli nelle sue satire anticurialesche (7 a e 8 a ), 
l'avvocato più solenne è quello che sappia piantar carote con 
grazia. Un litigante che deve trar la fame ad avvocati, a san- 
guettole e a sollecitatoruzzi leccabroda, vivendo è in Purgatorio, 
anzi è cittadino della città di Dite ; ma a sua volta 

Di tre cose fa il diavol insalata, 

Di lingue d'avvocati, e delle dita 
De' notari: la terza è riservata (1). 

Bartolomeo Dotti (sat. 3 a ) è d' accordo nel denunziare che 
avvocati e causidici fanno usura di ciarle, e si mangiano i clienti 
com' essi saran mangiati dai vermi, onde (sat. 7 a ) 

Di smorzar vi sarà dato 
A un idropico la sete 
Ma la fame a un avvocato 
A sedar non giungerete, 

che con disinvoltura usano spogliar di danaro chi li ascolta, per 
vestirli di speranza. 

(1) Raccolta di satirici italiani, premessovi un discorso intorno alla satira 
di Giulio Carcano, Torino 1853, voi. I. 



212 - 

E i clienti vanno a consultarli a stuolo a stuolo. m< 

sembrano merlotti 
Nelle man del pollarolo. 

Né basta, un consulti) chiama l' altro: vogliono gli avvo- 
cati intendere i pareri dei più provetti, e cosi « quai cop] i sovra 
i tetti — L'ano all'altro n'ansi a bere ». E quando il misero 
cliente abbia messo a segno « quel magnifico Sscale » con gr< 
regalia, affinchè almeno non nuoccia, se le coso van proprio 
bene 

Nessun vince, nessun perde, 

Un cliente intanto è asciutto, 
L' altro s' è ridotto al verde, 
Gli avvocati han vinto tutto (1). 

Tra avvocati e fiscali, non mono fosco è il quadro dei «.Mu- 
dici. I giudici di Roma — dice Traiano Boccalini sono tanti 
macellai, menano giù colpi col coltellaccio a rovescio, se una 
borsa di scudi non ne sospende il colpo.... Guai a cbi senza da- 
nari passa loro per le ugne (2). 

Ritornando al nostro buon maestro di retorica e futuro pro- 
fessore dell'Università, darò qui in notevole proporzione un altro 

(1) Carcano, Raccolta cit., voi. III. 

(2) Per la letteratura anticurialesca vd. anche Fassò, Un ignoto scritto?- di 
satire del settecento, in 6r. st. d. lett. it. 56, p. 328; De Gennaro, Viziose 
maniere del foro, cit. dal Baretti, Frusta, II, p. 86, Carpi, Fernandi. 1709; 
Baretti, Scrìtti scelti inediti o rari, Milano, Bianchi 1822, p. 225. dove si 
allude « ai miserabili mozzorecchi decorati del sonoro titolo d*avvocati »; 
Alcune poesie, di Ripano Eupilino, eit. p. LXXIII: il son. In man d' ese- 
cutori e di notai; e aggiungi il capitolo del Frizzi, Sopra un processo 
{Giorn. poet., Venezia, 1791, quaderno I, p. 141) ed un altro di G. Tartarotti 
(Rime scelte, Rovereto, Marchesana 1785, p. 135): Sopra i veri mezzi per ben 
avvocare, citati dal Bertana : Il Parini cit., p. 36; Pietro Verri, La Borland", 
dove l'A. se la prende contro un certo causidico. (Vd. Elogio storico di P. 
V., scritto dall' ab. Isidoro Bianchi, Cremona, 1803, p. 79); e La Sferza dei 
proccuratori (sic) o siano Li Mozzorecchi, Commedia di Carattere, Torino, 

1785, presso 0. De Rossi . . . 






- 273 — 

suo saggio di poesia berniesca su tema mascheroniano, da lui 
trattato con qualche felice umore. Tra i molti cattivi versi eh' egli 
scrisse e tramandò, La musica mi par un capitolo dei meno 
peggio, e il lettore non mi vorrà male s' io gli risparmio le 
rime dove il N., prendendo pose liriche e pindariche, pur con- 
gegnando versi fluidi e sonori, mostra inanità di pensiero. 

Il tema ha notevoli precedenti poetici, e la mente facilmente 
corre alla satira onde Salvator Rosa accagionava la musica di 
tutti i mali che affliggevano la sua età in cui 

per castrare i putti 
Tutta Norcia, per Dio, non par che basti, 

in cui si gettava l'oro a piene mani a bagasce e a castratini, 
e si negava un quattrino a chi scalzo e nudo cascava dalla 
fame (l). Sed quantum distamus! Qui non s'aspetti il lettore 
nulla di satirico, ma dell' accademia grossamente burlesca, fri- 
vola, spensierata, perchè il G., dovendo ispirarsi alla musica, si 
fa cantore del tamburo: uno istrumento del resto non del tutto 
inglorioso in rima, e che — diceva il secentista Giovanni Ca- 
nale — scioglie il fiato a mille colpi in campo marziale, « a 
portar nuove glorie in Campidoglio » (2). 

La Musica. (4 febb. 1790) 
Capitolo. 

Io non so in ver qual razza d'argomento 

Mi veniste a propor, Principe caro, 

Per far ch'io perda affatto il sentimento. 
Di musica io ne so quanto un somaro, 

E volete di lei ch'io parli e scriva; 

Quest'è un farmi sudar anche in Gennaro ! 

(1) Ricordiamo qui, soltanto per la fortuita coincidenza degli argomenti 
proposti in Accademia, che il Rosa ha pure una satira La Pittura, l'arte « di- 
venuta infame in mano a molti », e su La poesia. 

(2) Lirici marinisti a cura di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1910, p. 
471 : Il Tamburo: « Sorte perversa, in vii tugurio nato ». 



— 271 - 

Non rammentate quel che avvenne a Mida (piando ardi 
dicare il suono di Apollo, e quel che capitò a Marsia? Io ne bo 
abbastanza d'orecchie, grazie al ciclo; e non ho pelle d'ermel- 
lino, e poiché nulla caverei dalla mia pelle, mi spiacerebbe 
d'esser scorticato. Ma dacché bisogna ubbidire al Prìncipe e 
cantare, dirò che 

Il maggior strumento egli è il tamburo, 

E pronto il sosterrei con lancia e spada, 
Poiché di trionfar saria securo. 

Manco a dirlo, dimostra la sua preferenza buffoneggiando 
sulla mitologia. Ma c'è altro: 

Questo desta nel cuor fuoco guerriero 
E fa che della bomba e del cannone 
L'alto fragor più non si stima un zero. 

L'arpa, la cetra, il flauto, il colascione 
Col dilicato suon soltanto il core 
Son atti ad ammollir delle persone; 

Ma quello ispira insolito valore, 

E par che fino al destrier nel petto 
Esso accenda talor fiamma d' onore. 

Per questo il dico e quasi ci scommetto 

Che quando Orfeo le belve a sé chiamava, 
E quando Anfion si fabbricava il tetto, 

La cetra no, ma un gran tambur suonava, 
E che pei vati il falso è a noi venuto, 
che cetra il tambur si nominava. 

E infatti al suon di viola o di liuto 

Chi mai di voi la scimia o l'orso o il cane 
Mansueti a ballare ha mai veduto? 

Per l' organo che voci ha tanto umane, 

Non è egli forse ver, che udito avrete 
Urlar più volte i cani in guise strane? 

D' un arco al suon la tigre, già il sapete 

Che d'ira più s'accende e che di sangue 
S'aumenta in lei la rabbiosa sete. 



- 275 - 

Eppure in ogni fiera il furor langue, 

E se batte un tambur, dell'alpe il figlio 
Fa saltar fino una marmotta esangue, 

L'orso si rizza in pie come un coniglio, 
E gravemente balla un minué, 
Né più minaccia coli' adunco artiglio. 

In somma io torno a dir, che ognor da me 
Al tamburo la palma si darà, 
E ch'io l'avrò d'ogni stromeuto il re. 

Che se nessuno eguale antichità, 

Né può vantar d'aver simil virtù, 

Egli è il primo d'ogni altro in nobiltà; 

Onde per me, no, non mi sdegno più, 

Col titol di tambur se alcun m' onora, 
(Pregiudizio ch'avea in gioventù). 

E voi, Signor (1), se pur bramate ancora 
Vati quivi ascoltar che là in Permesso 
Giunger possan con Eebo a far dimora, 

Con dispaccio ordinar dovete adesso, 

Che si compri un tamburo, e fatto snello, 

Unendoci qua tutti assai di spesso, 

Che in noi l'estro a destar suoni il bidello. 

Ma se il G. toccò mai le celesti sfere nella sua commossa 
fantasia, ciò accadde quando fu eletto Principe, per lo zelo sin- 
golare spiegato a prò' dell'Accademia, succedendo a uomini ve- 
ramente illustri come il Bertela e il Mascheroni e precedendo 
Alessandro Volta. La sua opera si svolse nell' accrescer lustro 
all'Accademia, largamente attirandovi uomini di egregia fama 
nell'arte di trovar rime. E quando il marchese Giuseppe Bei- 
credi concesse la propria figlia Daria in isposa al conte Don 
Ignazio Salasco, torinese, che della vezzosa e bionda damigella s'era 
invaghito in Montalto, ammirandone le virtù filodrammatiche, il 
più umile dei Principi accademici ebbe occasione di manifestare 
tutto il suo verace affetto e la sua devozione all'integro Belcredi 
che egli chiamava vero padre della patria. E non solo tenne 

(I) 11 Mascheroni, Principe. 



- '276 - 

un'accademia sopra le nozze 'li Donna Daria il 31 marzo 1792, 
in.i si fece promotore di una pubblicazione per la quale fu- 
rono raccolto lo rimo già lotto noli' adunanza e altro di illi 
rimatori d'ogni parte d'Italia (1). Fu questa una dolio maggiori 
fatiche della sua attività di Principe, e alla Raccolta prepose 
egli stosso una dedica o un ragionaménto già da lui tenuto 
per l'apertura della riunione dei valorosi accademici, raccolti 
a intessere — diceva — corona d'armonici carmi por le duo 
bell'alme cui il più tenero ed il più amabile tra i numi divisò 
stringere in faustissimo nodo; perchè -- assicurava il degno 
professore di retorica — se le Muse si son sempre mostrato 
schive e ritrose all'amoroso fuoco e non han mai conosciutele 
romoroso pompe d'Imene, pure fu sempre proprio delle caste 
suore il prevenire con fausti auguri la prosperità dei virtuosi 
amanti. In virtù di questa amorevole consuetudine, tra le caste 
muse Affidate il patrizio pavese Marchese Don Girolamo Giorgi, 
fra gli Arcadi Filodamo Solose, precorreva le feconde nozze, e 
cantava la camera nuziale, l'avaro tremulo lume che poco di- 
scopre e svela ed ha breve sottile- lucignolo, intesto di poche 
fila da Amore, onde si celi il bel rossore; ed Imene che scuote 
la face ed attende il conno di Venere. E come questo patrizio 
pavese, rifrustarono i luoghi più comuni della poesia nuziale, il 
padre Don Antonio Lambertenghi, già professore all'Università, 
DonBaldassare Odescalchi, duca di Ceri, fra gli Arcadi Pelide Lidio, 
Don Girolamo Fogaccia, Don Antonio Mutti, Don Luigi Serra, 
olivetano, Don Francesco Carcano, patrizio milanese, la con- 
tessa Paolina Secco Suardo Grismondi, il giureconsulto pavese 
Giacinto Gandini, il genovese Giorgio Viani, Domenico Pertusi, 
Giuseppe Bernardoni (2) poeta dialettale milanese, il dottor 
Giuseppe Rolla, l'abate Vincenzo Mantovani, Don Gaetano Bel- 

(1) Componimenti degli A. A. della r. Città di Pavia, per le Faustissime 
Nozze dell' 111. Marchesa Signora Donna Daria De Belcredi Pavese, coli' ili. 
Signor Conte Don Ignazio Salasco, Torinese, Capitano di Cavalleria è uno dei 
primi scudieri di S. M. Sarda — Pavia, Comini, 1792. 

(2) Per el sposalizzi della Sdora Marchesa Donna Daria De-Belcredi ecc. 
Sestinn d'Isepp Bernardon da lù istess recitàa in l'Accademia di Afpdàa el 
dì 31 del mes de Magg Vann 1792, Pavia. 



- 277 - 

creili paveso, zio della sposa, di bolla fama anche fuori di Pavia, 
e altri ancora. Un nome romantico e suggestivo richiama l'at- 
tenzione del paziente lettore, Il Solitario delle Alpi, e con 
questo nome produce una certa stonatura il rauco e fremebondo 
sonetto, che sotto di esso è stampato, sonetto da cui appren- 
diamo che «... forte fremo e rugge, e di sotterra - indispet- 
tita sbocca e minacciosa — dando flato alle trombe, e tardar 
osa — i meditati nodi insana guerra ». E chi è dunque questo 
Solitario, chiederà il lettore, se pure gli rimane superstite un 
po' di curiosità, dopo quei suoni che fanno accapponare la 
pelle? È il lamentoso cantore dalla « moltivaga giovinezza », 
Ambrogio Viale di Cervo (1) a cui l'ostentata superba indiffe- 
renza verso le donne (2) e l'avversione al « molle Dio » 
invescatore, non impedirono che piegasse il capo altero alle leg- 
giadre dominatrici, onde Erminda da lui amata, purissima fan- 
ciulla, gli appare, come già Beatrice a Dante, per rimproverargli 
le sue infedeltà. Da Torino, dove erasi recato intorno al 1790 
ventenne, ed era stato accolto in seno agli accademici della 
Filopatria, mandò il suo sonetto, ispiratogli probabilmente dal- 
l'amicizia allo sposo Salasco che era torinese e figlio di un 
gentiluomo assai consultato dal soyrano e soprannominato Pic- 
cologrande (3). 

(1) Autore di Canti del Solitario delle Alpi, Genova 1792; di Versi, To- 
rino 1793 ; Rime, Genova 1794. Questo piagnucoloso cantore della morte che 
— egli diceva — era 1' unico sospiro dell'anima sua, fu ben presto visitato da 
quella, e cessò di sospirarla a 35 anni, nel 1805. Ma rivive qual fu, mediocre 
poeta e fremebondo, nelle belle pagine di E. Bertana, op. cit. p. 440-467. 
Nella Fald. 3 degli Affidati è un quadernetto manoscritto di 24 pp. no., rile- 
gato con nastrino di seta, con questo titolo: La guarigione di sua Altezza 
Serenissima di Lorena Principessa di Carignano Canti tre del Solitario del- 
l'Alpi. Questo canto macabro per fieri morbi, tabe, ossa róse, orrido per una 
scena cavernosa, e beatificante per una scena paradisiaca, è edito tra le rime 
citale del Viale. 

(2) Egli diceva i sospiri amorosi indegni del suo austero petto repub- 
blicano. 

(3) Pochi i Piemontesi tra gli Affidati : ricorderò tuttavia Carlo Tenivelli, 
(l'autore de la Biografia piemontese, Torino, 1784-92, fucilato nel 1797 come ri- 
voluzionario), che il Helcredi diceva poeta di grido, ammesso il 18 marzo 1778, 
e L)on Carlo Marco Felice Arnaud da Lagnasco, dott. in Sacra Teologia, Primario 
Istitutore e Preside emerito dell'Acc. degli Unanimi torinese, Rettore dell'Acc. 
dei Costanti d' Italia ecc. ecc. 



— 27H — 

Ma oltre a questa edizione, un'altra sua intellettuale fatica 
condusse a termine il Principe degli All'., e fu uno speciale 
poemetto, d'intonazione singolarmente adulatoria invero, dedi 
agli sposi: Le glorie della Real famiglia di Savoia I . 

(I) Sciolti in occasione delle fausti lime nozze ecc. Salasco... Ij'i Belcredi, 
Pavia, B. Comini I79i. Un altro opuscolo venuto in luce pei- quest'i 
vuol essere ricordato, non certo per merito letterario, ma per la pazza ideazione. 
I'] dovuto — sia detto col debito rispetto — al cervello pieno di vento o allo 
stomaco digiuno del dott. Giuseppe Beni, credo della Strabella, il quale non 
essendo stato invitato per fatalità — com'egli opinava — a comporre pei- la 
raccolta, pensò di pubblicare dei Versi dedicati al singoiar merito dell' ili. 
Marchese Belcredi (Pavia, Comini, 1792), e tra L'altro un Componimento dram* 
malico, La Storia consolata. Due attori: la Storia e il Tempo. All'aprirsi 
della scena la Storia seduta sulle rovine della diroccata Bastiglia in atto dij 
scrivere, abbandona la penna: non tramanderà ai posteri la memoria orrenda 
di un popolo feroce che spergiurò e calpestò l'augusta maestà del trono, non 
eternerà coli' empietà la sua infamia. Ma in buon punto arriva il Tempo, ese~\ 
cutor del fato, il quale la invita a por tregua al dolore, che è indegno di 
lei sì lungo delirare, e la consola e l'adduce alla pace apprendendole che vedrà 
splendere la novella età per sublimi eroi che ornar dovranno « della colta 
Sabaudia il suol beato » : la vezzosa Daria, il prode Ignazio. La Storia, inondata 
di gioia, grida : 

La sacra ornai si de^ti 
Fiamma nuziale, eletta 
Delle perdite mie 
A ristorar 1' affanno. 

La Storia consolata rientra dunque nella letteratura nostra antirivoluzio- 
naria giornalistica, libellistica, teatrale e poetica messasi in campagna — dice 
Paul Hazard (La revolution francasse et les leltres italiennes, Paris, Hacliette, 
1910, p. 12 ss), collo scopo « d' exciter les nations de l'Italie à s'armer, à se 
défendre contre les Francais, et à détester leurs maximes, destructrices de la 
religion, de gouvernements, et de la societé » : le quali parole ripetono il titolo 
di una pubblicazione apparsa tra noi « Eccitamento ai popoli della Italia ad 
armarsi, e a difendersi dai Francesi ecc. Cosmopoli, 1796 ». Naturalmente di 
questa letteratura ispirata dalla rivoluzione resta più di una traccia nelle 
carte acca lemiche. Ad es. nella Fald. 3 degli Aff. sono vare poesie detestanti 
il misfatto della morte di Luigi XVI, un'epigrafe latina col motto virgiliano: 
« Exoriare aliquis nostris de ossibus ultor », sonetti sopra la morte di U. Baswille, 
il son. del cav. Pindemonte veronese « Fama tre volte enfiar volle la tromba », 
alcuni son. adesposti, ma appartenenti al Misogallo dell'Alfieri ecc. Sentimenti 
gallofobi s'intrudono là dove meno si aspetterebbero: ad esempio Giuseppe 



- 279 - 

Il poeta invoca l'aiuto di Apollo, perchè possa con non ca- 
duchi versi eternare le fauste nozze. Quando l'estro gli scalda 
f anima, gli appare Clio, eccelsa musa della storia e lo am- 
monisce: 

Ad altri lascia 
Le prische fole ed i sognati inganni 
Del cieco Nuine e la sua face, i dardi, 
E quanto immaginar già seppe un giorno 
Grecia mendace; che virtù soltanto 
Su nobil alma ave il poter. Del ciglio, 
Del porporino labbro e delle bionde 
Trecce il fulgor, delle tornite membra 
Il morbido candore, e più dell'alme 
I rari pregi, a che tu poi col canto 
Prendi forse a scemar? 

Lo incora invece a ricordare agli sposi 

I chiari parti e le pietose imprese 
Di Quei, cui sulla Dora alto destino 
Die luminoso trono, e delle genti 
Reggere il dolce freno e i comun dritti 
Con giusta mano ponderar . . . 

sicché gli sposi mossi da un generoso ardore, di grandi idee 
piena la mente, donino alla patria figli ben degni « e di maschia 
virtù forniti il core ». 

Poi Clio conduce il poeta in un luminoso tempio, dove 

In prezioso marmo o in bronzo scolti, 
qual d'usbergo o di scudo, e quali adorni 
di pacifiche insegne ergersi intorno 



Malachisio in un ottonario berniesco per nozze Ronzoni-Vigoni, trova modo 
di inveire contro 1" Eguaglianza della pazza Francia, mentre canticchia il 
vecchio lamento che nessun matrimonio si possa celebrare senza seccar le 
muse, e che gli sposi non sappiano andare al bel letto, se non sono preceduti 
da un drappello di versi, con gran rossore del pudibondo rimatore : 

Vuoisi il vate oggi presente 
Alla mensa, alla toilette 
E fin dove la punente 
Onestade non permette. 



- '280 — 

vede in lunga Berie, superbi e maestosi simulacri. Clio, additan- 
doli al poeta, ad uno ad uno li passa in rassegna: rappresentano 
i principi della stirpe sabauda, da Beroldo (1) si Vittorio Amedeo 

III. E per lai guisa, Elia Giardini con uno spedientc ben nolo 
e con versi di buona tempra, se non alati, intesse la stona nei 
principi sabaudi, additandoli ad esempio delle più fulgido virtù 

Alessandro Volta. 

Dopo ben dicci anni dacché insognava in Pavia, alla cattedra 
di Fisica sperimentalo, con gloria dell'Ateneo, della patria, della 
scienza, veniva ascritto all'Accademia l'uomo più illustre che; 
la onorasse mai del suo nome; e la felice iscrizione di questo 
nuovo adepto, avvenuta il 5 maggio 1788, si dovette a Lorenzo 
Mascheroni, che. allora Principe, rilasciando al grande fisico il 
il diploma (3) con la formula che dal Bertela in poi si spediva 

(1) Delle due ipotesi sostenute con grande sforzo di argomenti, una delle 
quali ricongiunge le origini della casa di Savoia con la casa imperiale di Sas- 
sonia, e l'altra conia casa reale di Berengario II, marchese d'Ivrea, o.^i, 
per recenti studi, tende ad aver prevalenza la pi-ima. per cui la discendenza 
dei Savoia sarebbe dal sassone Beroldo, nipote dell'imperatore Ottone III. 
Un conto Beroldo o Bertoldo esistette veramente in Borgogna al tempo di 
Rodolfo III, e dalle cronache di Saluzzo Umberto Biancamano è indicato come 
figlio di questo Beroldo. Oltre a ciò anche l'araldica par confermare la di- 
scendenza di Umberto Biancamano dalla casa di Sassonia (Vd. Luigi Tripiccione, 
Le origini di Casa Savoia, Senigallia, Puccini e Massa, 1910). 

(2) Manifestazioni accademico-letterarie di E. G. sono un sonetto alla Sig. 
Teresa Bandettini che improvvisò (21 marzo 1793) sulla sorte d' Ugolino con 
stile imitato da Dante, sonetto che qui si ricorda solo perché fa riscontro ad 
altro del Mascheroni (Poesie it. e lat. cit., Poesia XXIV, nota 1), e un Elogia 
dell' Em. Cardinale Carlo Bellisomi patrizio Pavese, recitato nella pubi, adu- 
nanza degli Aff. per la di lui promozione alla sagra porpora, da Elia Giar- 
dini ecc., in Pavia, 1794, Baldassare Comini. Tra i temi assegnati dal G. ne 
ricorderò uno sulla Sagacità dei bruti (28 febbr. 1793). Dopo l'Orazione del 
G. come Principe, G. Bernardoni recitò Le lodi dell'asino in dialetto milanese, 
il P. Luigi Serra Un lupo che fece molta strage nelle nostre campagne nel 1792, 
un Monti 11 can barbone, Don Girolamo l'iccaluga, La sagacità del gatto, ecc. 

(3) Falci. Affidati 533, n. 2: foglio volante, comprendente una nota degli 
Accademici inscritti nell'anno 1788 ; Zanino Volta, I letterati amici di A. Volta, 
in Itemi, del r. Istit. Lombardo, 1880, p. 503; Raccolta Voltiana per cura della 
Società storica comense, Como, Tip. Ostinelli, 1899: Cencio Poggi, Il salone 
dei Cimeli, p. 34, n. 8. 



— 281 — 

agli uomini illustri (1), lo pregava di aggradire la nomina come 
prova dello zelo degli Affidati per l'onore delle lettere e delle 
muse italiane. E veramente immenso era 1' onore all'Accademia 
la quale ospitava colui che fu detto in re electrica princeps, 
nnhn-ne interpres et aeraulus; ma assai più misurato era il 
vantaggio che ne veniva alle lettere e alle camene italiche. 

Alessandro Volta air alto intelletto unì animo nobile, aperto 
ai gentili affetti e, come l'età sua voleva, fu partecipe della 
universale tendenza a far rime. Non dico tuttavia cosa nuova 
affermando ch'egli non ebbe propriameme qualità poetiche; ma 
sapeva tornir versi culti, che rendevano desiderabile la sua 
partecipazione ad accademie prettamente letterarie, anche a pre- 
scindere dalla radiosa gloria scientifica, essa stessa ispiratrice 
di poesia (2); uè solo nella lingua italiana indulgeva al gusto 
di combinar versi, ma nella francese (3) e nella latina; e di questa 
specialmente si servì a rivestire di bella forma alcuni punti della 
fisica, e cioè: 

1 Vd. la formula tra gli atti accademici, Ms. 53:!, n. 2. 

E del 1789 una canzonetta di G. B. Giovio Al Professore Don Ales- 
«ndro Volta per alcune sue tesi sopra V aria : « Alfiii pur anche il garrulo », 
che puoi leggere nel Giornale poetico di Venezia, 1788, p. 104. Con quanta 
ammirazione fossero seguite in Pavia le scoperte voltiane, mostrano alcuni 
mediocri distici De Machina aereostatica , nei quali sono ricordate le espe- 
•ienze e gli scritti del Volta sull'aria infiammabile (aeris igniti) dall' abate e 
professore Francesco Trovamala, un accademico Aff. che volontieri dedicava 
ersi latini a cose di scienza {Saggio di poesie il. e lat. dell'abate Francesco 
Trovamela, sec. ed.", Pavia, 1818, pag. 122), augurandosi che il gran fisico 
Éiedesse alle inesauste fonti del suo ingegno nuove scoperte utili all'umanità. 
|rgo campo alla poesia non aperse più tardi la fulgida conquista del 
genio, la pila. Ma su ciò e sulla ragione della letteratura scarsa e mediocre 
il glorioso avvenimento, vd. Dott. Antonio Felloni, L' invenzione della pila 
ella poesia italiana, in Voltiana, Nel primo Centenario della Pila, Contri- 
sto del li. Liceo Ginnasio alle onoranze a Volta. Como, 1899, Omarini 
Vittorio Ed., p. 61 ss. 

) Vd. il sonetto per la solenne vestizione monastica della nobile Maria 
toma Gaggi : « Dans la saison cherie une rose nouvelle », e intorno ad 
o vd. La coltura letteraria e gli scritti di Alessandro Volta, Conferenza 
dell' avv. Z. Volta, Como, Omarini, 1898. 

3 



- '282 

. . . pyrio constructum pulvere fulmen, 
Atque tonans aururn, fatuasque . . . taedas (1). 

Noi appena ricorderemo qui le rimo italiane II capitolo 
bernesco sui cicisbei) che il diligente e amorevole biografo 

Zanino Volta crede sia stato composto dal suo grande avo quando 
ancora non aveva varcato i sei lustri, è, se vogliam giudicare dal 
quel tanto che fu pubblicato, una prolissa esercitazione, burlesco- 
satirica, nell'intento, e in realtà un po' scipita e scolorita, sul 
vecchio tema dei cavalieri serventi, non senza qualche arguzia e abi- 
lità nelle versificazione. Nò è meraviglia che il Volta, ammiratore 
del Parini non meno che il glorioso collega suo, il Mascheroni] 
pagasse a lui, come tanti altri, un qualsiasi tributo, non dimen- 
ticando una enumerazione dei donneschi arnesi di cui il dame- 
rino va fornito, enumerazione che ricorda con nessun van- 
taggio per il gran fisico — i leggiadri arnesi (2) dei quali il 
Signore pariniano suol gravar sue vesti all'uscire. Distingue il 
V. varie specie di cicisbei, novizi, principali, subentrati, diversi 
d'età, di grado ... e in una categoria ch'egli chiama dei ca- 
valieri erranti, perchè fan corteggio a questa e a quella e ne 
han sempre una nuova, pone anche sé stesso (3). 

Migliore, perchè più limata, l'anacreontica per monaca sull'uc- 
cellino avvezzo alla gabbia, benché vi ricorra un motivo ben trito 
— il Cantù gli faceva 1' appunto di imparaticcio al quale non del 
tutto consente l'avv. Zanino (4) — e tale da prestarsi più d'una 
volta allo scherno satirico inverecondo: non senza lodevole soste- 
nutezza pur nella concettualità scolastica ricorrente a sazietà; il 

(1) Vd. Il poemetto didascalico latino di Alessandro Volta, Pavia, Fusi 
1899, edito con intelligente cura dell' avv. Zanino Volta, il quale di questi 
esametri fece una pregevole traduzione. Il V. con, pose un - altra operetta poe- 
tica semiscientifica sul tema largamente trattato delle Stagioni, la quale andò 
perduta ; e a 19 anni dettò sopra filosofiche questioni un altro componimento 
poetico, oggi conservato autografo all' Istituto lombardo di scienze e lettere. 
Un breve, ma serio esame critico del citato poemetto ci diede il Dott. G. B. 
Marchesa Rossi, Un poemetto latino di A. V., in Voltiana cit., p. 1 ss. 

(2) Parini, Il Mattino, 829 ss. 

(3) Z. Volta, La coltura letteraria eh., pp. 14-18. 

(4) Ivi, p. 19. 



- 283 — 

sonetto per la vestizione religiosa del nobile G. Odescalchi (1). 
Queste e ben poche altre cose meno felici formano la non ri- 
gogliosa messe voltiana di rime giovanili, la quale ci mostra 
- anche a voler tener conto dei componimenti latini ben più 
pregevoli (2) - che il grande comense raramente si lasciava 
allettare dalle lusinghe di una musa imbellettata e civettuola. 

Ma un'attività più notevole il Volta doveva esplicare in seno 
agli Affidati, a saziar la cui inesausta sete di poesia, egli lesse 
il lo maggio dell' '88, dieci giorni dopo la sua ammissione, le 
sue sessantasei terzine in Omaggio al sig. di Saussure per la 
smi salila al Monte Bianco (3;. 

E questa la cosa poetica migliore che sia a noi pervenuta 
sotto il nome del grande fisico, e come tutta è accesa di en- 
tusiasmo per colui che fu detto l' Omero delle Alpi, assegna 
al Volta un posto non ultimo tra i grandi scienziati poeti come 
Galileo (la cui grand' anima si disse (4) che rivivesse tra- 
sfusa nel Volta) e una pleiade gloriosa da Paolo dell'Abbaco, dal 
Maurolico, dall'Alberti, al Baldi, al Torelli, al Marchetti, al Tar- 
taglia, al Manfredi, al Clerici, al Mascheroni, al Venini ... (5) 
e tra gli stranieri, il Buffon e l'Humboldt. Di quest'operetta 
toccarono i biografi del Volta (6), ma con dottrina luminosa 

(!) Cesare Cantì', Italiani illustri, 5, p. 567 ; Z. Volta, ivi, p. 19. 
(2) Il Volta in questo appartiene a quella pleiade di culti ingegni contem- 
poranei che coli" amore all'antichità risvegliarono lo studio delle lettere latine, 
;ome il Cesarotti, il Vico, il Casti, il Pedemonte, il Ferri, il Roberti, lo Za- 
notti e altri. 

i) E il tributo poetico all' illustre scienziato che il N. aveva conosciuto a 

Ginevra (G. Riadego, A. V. a Ginevra nel 1787, negli Atti del r. Istituto 

), Voi. LIX, a. 1899-1900, p. 82) e col quale aveva stretta la più viva 

^rispondenza scientifica, e la più sincera amicizia. È noto che il De Saussure 

usalo la vetta del Monte Bianco nell'agosto del 1787. 

(4) Vd. Z. Volta, op. cit., p. 11. 

5 Vd. Mario Cermenati. Alessandro Volta Alpinista, con un poemetto fin 
pti inedito. Torino, Tip. Cassone 1889, p. 62. Estratto dal Bollettino del Club 
Wbino ImUano, voi. XXXII, n. 65, a. 1889, (pp. 213 e ss.). 

(6) L' abate Maurizio Monti, nelle note alla sua Storia di Como, Como 1832, 
e pubblicò alcune terzine : 1' aw. Zanino Volta nei Rend. del R. Istit. Lomb. 
W-l, voi XVII, pp. 608-611, ne diede una buona relazione e un pregevole 
indizio sul merito letterario, nell'articolo « La salila di Saussure [Benedetto] 
"' Monte Bianco cantata dal Volta ». 



— 284 



discorro da par suo il prof. Mario Cermenati in mia monografia 
dedicata al nostro poeta della montagna, che è geniale opera 

di scienziato e di lettorato (1). In ossa il chiaro professore pub- 
blica il canno voltiano « non per la smania banale di staro; 
tutte le briciole cadute dalle penne illustri », ma perché i 
attcsta « con quanto interesse il grande tisico seguisse i primi 
conati alpinistici (2) ». 

Ora tutti questi egregi innamorati della gloria del grande, 
pur rilevando che l'Omaggio al Signor di Saussure, esistente 
autografo al R. Istituto lombardo di Scienze e lettere, reca l'av- 
vertenza: Traduzione libera dal francese, sono disposti a far 
buon viso all'opinione del prof. Luigi Magrini 3j che l'origi- 
nale spedito a Saussure (intendi 1' originale francese., debba at- 
tribuirsi al Volta medesimo. La questione ha importanza me- 
diocre, ma parrai che non si possa esser d'accordo con sì 
egregie persone, per argomenti tenui e non decisivi in verità, 
ma ponderabili rispetto a quelli messi innanzi dal Magrini. 

Anzitutto il presunto originale francese non esiste più ; il 
che è già notevole — non dico senza esempio negli scritti del 
N., - considerata la diligenza conservatrice del Volta, degna di 
essere paragonata a quella del suo illustre collega, regio profes- 
sore Mascheroni. Vero che il Magrini parla di esame da lui 
fatto delle corrispondenze autografe, esame che l'avrebbe in- 
dotto alla sua opinione, ma è asserzione vaga, senza nessun 
concreto argomento in appoggio, e del suo fondamento nulla 
sanno i biografi più coscienziosi, se pure il Magrini non intende 
della grande intimità che era tra i due scienziati, il comasco e 
il ginevrino ; il che non vedremmo quanto approdi alla sua tesi. 
Resta che il Volta sapeva bene il francese, e neanche dimen- 
tichiamo che egli aveva composto in quella lingua, nell'età 
fiorita, un sonettuzzo per monacazione. Ma anche qui io vedo 
che egli possedeva tutt'al più un mezzo per fare, non già la 
prova ch'egli abbia fatto. 

(1) Cermenati, op. cit. Ivi vd. anche una completa bibliografia dell' argo- 
mento, a p. 63. 

(2) Cerm., op. cit., p. 66. 

(3) Cermenati, op. cit., p. 64. 



— 285 — 

Al contrario rosta inoppugnabile che il Volta di suo pugno 
Ci assicura di aver fatto una libera traduzione dal francese (1). 
Ora perchè questa nota ? Io intendo una simile dichiarazione, e 
comprendo clic sia e prudente e doverosa, se essa sia apposta 
alla traduzione di un testo altrui: non ne rilevo l'opportu- 
nità trattandosi di un componimento proprio e che di più par 

se ignoto, nel suo presunto originale francese, alle persone 
a cui era destinata la traduzione italiana. Infatti, poiché il Volta 
concepiva nella propria lingua e in questa certo rendeva più 
lucidamente le proprie imagini che nel francese, è chiaro che 
il concetto come si atteggiava nelle terzine italiane era, nella 
sua più schietta e originale ispirazione, il vero pensiero dell'A., 
in nessun modo legato a fedeltà concettuale ad altro testo. Di 
qui mi par che discenda chiara la inconciliabilità di quell'iscri- 
zione colla tesi del Magrini: inconciliabilità che, più che per 
ragionamento, parmi si manifesti intuitivamente. 

Allora resta campo aperto ad alcune ipotesi: noi dobbiamo 
ammettere che veramente il Volta traducesse dal francese, né 
dal suo. ma di altro autore; ovvero che egli fosse partecipe di 
quel ritegno, onde i chiari ingegni della risorta Atene lombarda, 
potendo trattar le corde di Febo con maestre dita, non ne 
traevano il suono, perchè, diceva il Mascheroni (2;, 

essi di Palla 
Gelosa d'altre Dee qui temon l'ire; 

(1) Il grande fisico con lettera da Como 16 agosto 1787 chiese al Conte 
di Finnian il permesso e i mezzi per fare un viaggio a Ginevra, allo scopo 

li acquistare nuovi lumi, singolarmente con la conversazione di Saussure, 
e ottenne il consenso il 18 agosto. Vd. Atti del r. Istit. lomb.. 1860, voi. II, 
p. 274: A. Magiuni, Notizie su Volta; e I'avv. Zanino {Rendiconti cit.) 
informa che Don Alessandro fu a Ginevra nel settembre 1787. Adunque è 
probabile che il Volta quivi compisse la sua fatica, già avendo a sua disposizione 

a Relazione che della salita al Monte Bianco scrisse il De Saussure appena 
tornato a Ginevra e pubblicò in opuscolo : Relation abrégee d'un voyaqe à la 
mie <l». Mont-Blanc en aoùt 1787 par H. R. De Saussure, Genève, Rard, 
Manz^t e C, 1787, cit. dal Cermenati, op. cit., p. 76. 

(2) Invito a Lesbia, v. 55-56. 



280 - 

e por verecondia, che è profumo di modestia, volesse e credi 
,1, agevolare all'opera sua l'accesso al pubblico, presentandogliela 
com0 PO b a d'oltr'alpe, ed adattandosi la più amile veste di 
traduttore, fatto non infrequente nel settecento. In questo - 
l'originale francese non sarebbe esistito mai. E eerto Enrico 
Panzaccbi non pensava che ['Omaggio fosse una traduzione, 
(piando avvertiva elio le terzine ricordano lo stile di Alfonso 
Varano, e rilevandone l'entusiasmo poetico, ricordava che questo 
avvidi di frequente nei grandi naturalisti 1 . 

Ma qui è utile ricordare un autorevole giudizio di Giosuè 
Carducci : « Poesia non è, è di quella falsa eloquenza poetica 
affatturata che usava nel secolo passato, massime in Francia, 
lo tengo che sia veramente' traduzione dal francese ». 

Seppe il Carducci che ritonevasi quel componimento dettato 
prima dal Volta stesso in francese, e poi recato in italiano? Certo 
seppe, perchè il professore Cermenati gli aveva dato da legger^ 
le bozze della poesia, con le osservazioni proprie (2). Orbene, 
a chi accosti i due giudizi del grande poeta e critico: « falsa 
eloquenza che usava massime in Francia » e « io tengo che sia 
veramente traduzione dal francese », parrà evidente l'opinione 
del Carducci che l'autore dell'Omaggio fosse veramente gallo 
di nazione e che il Volta compisse non più che opera di tra- 
duttore. 

Il giudizio del Carducci è degno della massima considera- 
zione, perchè in esso concorre la competenza del critico affinata 
dallo spirito d' arte del poeta: ma tutto ben considerato non 
credo si possa accogliere, essendo poco conclusivo, se pure 
vero, quell'argomento dell'eloquenza affatturata che usava mas- 
sime in Francia, dacché non ci è già meraviglioso di trovare 
in un componimento italiano originale quel gusto francese che 
dominava nella nostra letteratura, e non in essa soltanto (3). 

(1) Cermenati, op. cit., p. 66. 

(2) Cermenati, op. cit., ivi ; e più esplicitamente in una lettera direttami dal 
chiaro professore da me interrogato, in data 6, II, 1910. 

(3) Arturo Graf, V anglomania e V influsso inglese in Italia nel secolo 
XVIII, Torino, Loescher 1911, cap. I, Gallomania e gallofobia : Paul Hazard, 
op. cit., Introduction e passim. 



— 287 — 

So devo esprimere il mio modestissimo parere, un originale 
francese dell'Omaso non esistette mai; o meglio, esistette, ma 
non in forma di carme, lo penso che esso non sia altro che la 
Relation abrègée d'un Voyage à la cime du Moni Blanc en 
aoùt 1787 (l), con l'aggiunta delle osservazioni e delle espe- 
rienze fatte sulla vetta, pubblicate dallo scienziato ginevrino in 
opuscolo. Allo stesso prof. Cermenati, che pure accetta, senza 
discuterla, l'opinione del Magrini, non sfugge « che il commento 
migliore al carme é la Relazione che della salita al Monte 
Bianco scrisse il De Saussure appena tornato a Ginevra (2) ». 
Ad essa è naturale che si attenesse il Volta, il quale non fece 
altro che rivestire poeticamente alcuni particolari e persino le 
osservazioni scientifiche, salvo che qua e là si lascia trasportare 
a qualche movimento lirico. Né vale il dire che la Relazione 
del ginevrino era in prosa, e in poesia il componimento voltiano, 
perchè il grande comense avrà sentito che nel Saussure era 
bene la poesia dell'azione, e che come la sua ascensione era 
stata animata dalla poesia dell'ideale, dell'entusiasmo e della 
scienza, cosi poesia era la stessa Relazione, benché dettata in 
[•rosa e con intento scientifico. E il grande fisico, che era mo- 
desto, e che sentiva tutta la poesia della scienza, quale più 
degno omaggio di ammirazione poteva rendere all'amico trion- 
fatore della vetta inesplorata, se non presentandogli un carme, 
la cui scritta significava : ho reso come potei e liberamente 
in versi, nella mia lingua, la meravigliosa poesia della vostra 
ascensione che voi avete consacrato nella Relazione che riscosse 
il plauso generale (3): di mio nulla vi aggiunsi, perchè il poema 
è in voi, è nella vostra relazione, ed io non gli ho dato che la 
veste italiana. 

Questa mia opinione che al pregevole Omaggio voltiano ag- 

I i Non ho potuto vedere la Relation abregée originale pubblicata dal De 
Saussure appena tornato a Ginevra (Cermenati, p. 72-73). Ho sott'occhio la stessa 
Relation inserita nei Voyages dans les Alpes del De Saussure, Neuehatel, Chez 

s Fauche-Borel, 1796, Tome quatrième, p. 141 ss. 

'-t Cermenati, op. cit., p. 72. 
(3) Saussure, op. cit., p. 141, nota (1). 



— 288 

giunge un sottile profumo di modestia '-li" certo era proprio di 
quel grande, non è già vaga e fantastica; ma se fosse prezzo 
dell'opera, mi sarebbe facile il corredarla con citazioni di p 
che mostrano la genesi del pensiero nell'Omaggio; e qui ncj 
riprodurrò uno che mi par eerto ispiratore del luogo più pate^ 
tico dal carme (v. 8"> ss.): « Mès premiere rogards furent sur 
Chamouni, où je savois ma femme et ses deux soeurs, l'oeil fixé 
au télescope; suivant tous mes pas avec une inquiétude, trop 
grande sans doute, mais qui n'en étoil pas moins ciucile: <■{ 
j 'éprouvai un sentiment bien doux el bien consolant, lorsq 
vis flottcr l'étendard, qu'elles m'avoicnt promis d'arborer, aq 
moment où ino voyant parvenu à la cime, leurs craintes seroienl 
au moins suspendues » (1). 



Ma ringresso del Volta e di altri chiari scienziati nell'Acca- 
demia non muta l'indirizzo di questa: essa rimane scioperata- 
mente versaiuola e. a ogni modo, prettamente letteraria, ed è 
gran che se passa qualche notcrella filologica, se vi si declama 
qualche poesia che alla scienza attinge ispirazione. E anche il 
buon Voltone che univa all'ingegno sovrano e a cuor geutile, 
e a una psiche eccitabile agli impulsi del bello, un carattere 
faceto e arguto, e amava la lieta società, anche il buon Voltone, 
almeno un paio di volte all'anno, si ricordava di saper combinar 

(1) Saussure, op. ci t. , p. 146. I v. 1-20 sono variamenti ispirati dalla serena 
e precisa descrizione dei pericoli incontrati, lasciata dal Saussure. I versi 21-24, 

L' eroe non teme ; dopo i di molesti, 
Dopo le nubi tempestose, un giorno 
Spunterà, che la gioia in lui ridesti, 

rispondono a queste righe : « Il pleuvoit quand j 'arrivai à Chamouni, et le 
mauvais tems dura près de quatre semaines. Mais j'étois décide à attendre 
jusque à la fin de la saison plutót que de manquer le moment favorable. Il 
vint enfin, ce moment sì desiré.... ». I v. 31-33 rispondono al paragrafetto 9° 
della relazione, ecc. ecc. Cosi cfr. capoverso 14 e terzina 15, Cap. 13-14 e 
terzina 16. Le terzine 44-45 trovano riscontro nelle Observations météoroU 
Chap. VI, § 2009, Couleur du del; la terz. 54 nel § 2011: Ebullition de 
Veau; le terz. 56-57 nei capoversi 11, 18 e 19 della Relation ecc. ecc. 



— 2*9 - 

sillabo e versi. Talora dinanzi agli accademici poeticamente par- 
lava il grave linguaggio della scienza, come nella seduta del 6 
maggio 1789, quando lesse un'ode su L'innesto del vaiolo, 
Che io devo dire bellissima sulla fede dei biografi, perchè a 
Eoe non fu dato di trovarla, nonostante premure e diligenze, 
mentre essa offrirebbe interesse per sé e per gli eventuali rap- 
porti coli' ode pariniana (1). 

Più fortunato sono nel poter riprodurre un saggio inedito 
peli' attività poetica voltiana del 1790. Indettasi l'accademia 
sul tema fisso La Musica per il 4 febbraio, il N. vi recitò 
un discreto sonetto. Gli Accademici erano uomini di larghe 
vedute, e in tema di musica declamavan cose che vi avevano 
appena una lontana relazione. Il Volta si presentò con un 
componimento che negli atti accademici reca il titolo, erronea- 
mente segnato a memoria dal Helcredi, Sonetto sulla dram- 
matica rappresentazione (2), e che fermamente credo cor- 
risponda a quello a noi pervenuto coli' assai grave intitolazione: 



1 Canzone la chiama il Belcredi nel verbale della seduta, ma ode la dice 
Maurizio Monti, op. cit,, p." 2*, pag. 613, menzionandola tra le opere inedite 
del irrande fisico. Ode edita in qualcuna delle nostre raccolte, la dice Luigi 
Magrini, citato dal Cermenati, op. cit., p. 64. Lo stesso Cermenati ne fa cenno 
a p. 6! della sua monografia; né mancano di ricordarla il Bertana, op. 
cit., p. 131, e il Marchesa Rossi, op. cit.. p. 25. Io la crederei inedita, e 
poiché essa non si trova tra i cimelii dell* Istituto lombardo, né all'Ar- 
chivio di Stalo di Milano (vd. C. Cantù, Carte del Volta nelV Archivio di 
Stato milanese, in Rendici del R. Istit, lomb. 1873, V-VI. p." II, pag. 664) né 
presso alcuna delle altre raccolte di scritti voltaici (vd. Z. Volta, La coli, 
alt. di A. V. cit., pp. 35-44), né resta la speranza che sopravviva nelle amo- 
revoli mani dell' avv. Zanino, i.ipote del grande, è a ritenersi perduta. I/ode 
er> stata trascritta dal Mascheroni, e conservata dall' avv. Fantoni in un 
volume di Poesie di diversi, scritte o postillate da Lorenzo Mascheroni ; ma 
■lesto volume, che per vari rispetti sarebbe assai interessante, pare pur per- 
ito vd. Poesie e prose di Lorenzo Mascheroni, cit. Introduzione di Ciro 
Cayersazzi, p. 107, in nota) 

) A far entrare il sonetto nel tema della Musica, basta l'accenno al canto 
delle Sirene e la descrizione dello spettacolo d'opera musicale. 



— 290 — 

Corruzione del teatro e voto 'per la stia riforma. 

Sonetto. 

Là ini trovai, u' convenir solea 

A vuotar 1' alma de' diurni affarmi 
Nobil consesso, che i schiersti scanni 
E le dipinte loggie adorna, e bea: 

Cria il folto stuol con BUOD di man plaudea 
Delle sirene al canto, e a' dolci inganni 
Onde con gesti, e con mentiti panni 
Qual sembra eroe, e qual regina, o dea. 

Ah, dissi, come delle Muse il tempio 
Fatto è talor scuola fli vizj infida, 
Ch'esser dovrìa di bei costumi esempio! 

Deh! chi ritorna al prisco aureo splendore 
L'itala scena, sì che scorta e guida 
Abbian le genti nel cammin d'onore? (1). 

(1) Il sonetto si conserva autografo tra i cimeli del K. Istituto lombardo di 
Scienze e lettere, e io ne debbo copia alla squisita cortesia del prof. A. Fio- 
rentino, che son ben lieto di ringraziare pubblicamente. 1 versi 5-9 sono dati 
da una variante che si trova a pie di pagina nel foglietto autografo, mentre 
una prima lezione cancellata dal Volta stesso reca : 

Vidi alla notte, ch'atro vel stendea 

Squarciar ben mille faci i dubbj panni, 
E fatto in scena d' amorosi inganni 
Mastro più d' un eroe, più d'una dea. 

Altre cose letterarie del gran Volta conserva 1' Istituto lombardo. In una 
cartella piena di scritti vari d'argomento letterario, oltre a componimenti già 
editi o qui riprodotti, son due sonetti per monaca; « Spesso Vergin mirai 
dietro le scorte > e « Costei che generosa oltre 1' usato » ; due sonetti e una 
anacreontica pubblicati nel 1769; un son. « No, che dei prischi secoli il pen- 
siero » per nozze Canzi, ed io debbo l' informazione al prof. Aristide Fioren- 
tino. Di queste rime, pubblico qui come saggio uno dei due sonetti per 
monaca, di su una copia procuratami dall' avv. Zanino Volta, al quale mi 
professo grato e di questa e di altre cortesie : 

Costei che generosa oltre 1' usato 

Le gemme e gli ostri di mirar non cura 
Di tal virtude armato ha il manco lato 
Che stupida in mirarla è ancor natura. 



— 291 — 

Sapeva il gran fisico essere a tempo galante, e per l'ami- 
cizia che lo legava alla famiglia Belcredi, dettò nel 1794 una 
canzonetta, oggi perduta, sopra il ritorno di Daria, contessa 
Salasco, la figlia maggiore del marchese segretario dell' Acc, 
andata a nozze a Torino. Né è tutta qui l'attività da lui spesa 
In favore doli' Accademia: la quale, unitasi il 25 novembre 1792, 
lo acclamò Principe per il seguente anno 1793, eleggendo come 
jriceprincipe Elia Giardini ed assessori Lorenzo Mascheroni e 
Don Giacinto Gandini, pavese. E con zelo il V. compiva tutti i 
dovori inerenti alla principesca, ma per uno scienziato onerosa 
carica. E poiché egli era « vir simplex rectus et timens Deurn » 
come con detto biblico lo qualificava l'autore della Francesca 
da Ri ni ini, cosi nel triennio che durò il suo principato, assisteva 
india chiesa di S. Francesco all'Accademia che soleva tenersi 
in onore di M. V. Immacolata (1); né mancava egli stesso di 
proporre soggetti per le accademie a tema fisso. Un biglietto 
d'invito da lui diramato per il 22 marzo 1794 convocava a 
udire componimenti Sulle Stagioni, argomento che poi fu diffe- 
rito al seguente estate (2), mentre quell'adunanza fu consacrata 
a celebrare la promozione al cardinalato di S. E. Carlo Bellisomi, 
un patrizio pavese che il Volta stesso aveva conosciuto nunzio 



Volane tosto ove un desire alato 

La sprona : asilo è a lei d' angusta mura 

L' oscuro cinto, e in povertà di stato 

Gli anni che a Dio consacra a sé assecura. 
Felice te che gli agitati flutti 

Del tempestoso mar fuggendo intanto 

Pria che più il ciel s' imbruni afferri il porto. 
Qui, li piacer mondani arsi e distrutti, 

Godrai la calma e scioglierai col canto 

Lodi a Lui eh' é tua guida e tuo. conforto. 

(1) Uà invito fatto dal Principe Volta raccoglie gli accademici e il pubblico 
nella chiesa di S. Francesco ad onore dell' Immacolata, per le ore 3 e mezzo 
pom. del 7 dee. (1794?) ad udire l'orazione del F. Serafino Calcagni de' Mi- 
nimi, Dott. di S. Teologia. Ad altra simile accademia il V. aveva preseduto il 7 
lec. 1793, nella quale, mescolandovisi il sacro al profano, orò prima il Gesuita D. 
Carlo Monti, e poi furono lette canzoni, terzine, odi alcaiche, sonetti. Persino 
vi si declamarono versioni da Orazio. 

2 Fummazzo, Contributi cit., p. 333. Lettera di L. Mascheroni a Lesbia, 
6 marzo 1794. 



— 292 — 

apostolico a Colonia (l). Il sommo fisico sull'argomento delle 

Stagioni recitò un sonetto, oggi irreperibile, sopra Vlnflusao dei 

climi; e altra volta invitava a declamare sul soggetto: Filosofia, 

VirtU, Religione e i rapporti che vi hanno le belle orti, 

ossia la morale (Iella belle arti (12 marzo 17!»"' . 

Un altro biglietto d'invito a stampa (2) mandato a tutti 
quelli che in Pavia riconoscessero per sire Apollo, a noni" del 
Volta, Principe, chiamava poeti e non poeti a sbrigliare 1' umor 
loro Sili tema: I giuochi. Non sappiamo quali trovatori si ispi- 
rassero al tema voltiano. Naturale che il Principe s' industriasse 
a metter fuori qualcosa di suo e lasciasse cadere dalla sua 
penna questo sonetto in ottonari, che, rimasto inedito, é proba- 
bilmente l'ultima cosa rimata che il Volta abbia fatto: 

Il Giuoco più amato e coltivato della Poesia. 

E pur strano in fede mia 

Che cotanto piaccia il Gioco 

Al bel mondo, e cosi poco 

S'ami e onori Poesia. 
Quanta gente inquieta e ria 

Dona a quelli) il primo loco 

Ne' suoi crocchi; e al divin foco 

Suol dar nome di pazzia! 
Due ragioni aperte e chiare 

(1) Lettera 3 novembre 1791 di A. V. alla madre. Nella Fald. N. 3 degli 
Aff. si conserva una lettera di don Pio marchese Bellisomi in data 27, II, 1794 
al Principe degli Aff. D. Aless. Volta, nella quale il patrizio pavese comunica 
la promozione alla sacra porpora del proprio fratello Don Carlo, seguila il 21 
febbraio. 

(2) Ne diamo qui il tenore, come campione del genere : « Dovendosi d'or- 
dine dell'illustrissimo signor F'rincipe degli Affidati Don Alessandro Volta R. 
P. tener pubblica adunanza il giorno dieci marzo alle ore tre e mezzo pome- 
ridiane nella solita sala de' Belcredi, se ne porge ad V. S. l'avviso, acciò si 
compiaccia intervenire con qualche componimento, il di cui argomento saranno 
i giuochi ». Il biglietto non reca indicazione dell' anno, ma la mancanza del 
relativo verbale fa presumere che questo tema sia stato trattato in una delle 
ultime sedute della moritura accademia. 



— 293 — 

Io vi scorgo; ed è l;i prima 
Ch' ognun può e sa giocare, 
Poi che vincer spera e prova: 

Ma comporre in versi e in rima 
Pochi sanno, e a pochi giova. 

Son questi non più che nonnulla inediti ; e, a dir vero, gran 
bisogno non avevano di vedere la luce; ma non ci guida la 
smania di solennemente mostrare a lettori di facile contentatura 
te chiazze d'inchiostro cadute dalle illustri penne d'oca, né il 
risibile feticismo che si affissa venerabondo nelle picco' ezze 
che sono emanazione dei grandi; ma l'onesta brama di concor- 
rere, sia pure in minima parte, a ricostruire la figura del genio 
nella sua interezza, anche nelle sue debolezze: il che, a dirla 
con un nostro illustre critico, è parte de « la scientifica curiosità 
di sapere quanta parte esso visse della vita intellettuale e morale 
comune nel suo tempo (1) ». 

Fine dell' Accademia. 

Pertanto l'accademia nostra incominciata nel 1562 sotto gli 
auspici dell'illustre giureconsulto Giacomo Beretta, pubblico 
lettore all'Università pavese, finiva di lenta morte una vita tor- 
pidamente vissuta, intramezzata da periodiche catalessi, senza 
trasformarsi mai, neppur quando un vento di tempesta, turbi- 
nando, scuoteva il mondo e pareva dovesse pur spazzare la densa 
aura letea in cui vegetava la sua vita secolare; neppur quando 
i tempi nuovi dissolveano il prestigio di quegli uomini che ne 
erano stata l'anima; e finiva, benché irradiata dalla gloriosa 
aureola di un principe della scienza, che pure del nostro Ateneo 
era professore. 

E ufficialmente fondata con una solenne sacra celebrazione 
nella Cattedrale, quando il buon poeta pavese Filippo Binaschi, 
dopo canti e suoni e sacrifìci, invocava sulla nuova società 

(I) Giorn. stor. d. leti, il., Supplemento I, 1898, p. 81. 



- 294 — 

che sorgeva sotto l'ali di un favoloso uccello, lo Stellino, [l) il 
favore; dello Spirito Sunto col sonetto « Spirto celeste, glorioso 
e santo »; non ufficialmente lini.:' colla recitazione 'li un p 

girico ad onore di S. Andrea Avellino, ne] ven. Oratorio di S. 
Giuseppe, il giorno '■> maggio L795, panegirico che era stato 
ordinato da Alessandro Volta, ultimo Principe 2 . E cosi lo 

(1) L'impresa accademica era un uccello che levandosi a volo verso la 
strila di Mercurio, rapito dal fulgore del pianeta, lascia cadere 1' uovo die 
imbranca, donde sguscia un pulcino; e mancandogli la vista della stella, stridei 

onde 1' uccellino appena nato, vedendo la madie, si muove a volo vei 

lei. Vd. Ragionamento 'li Luca Contile sopra la proprietà delle imprese eca 

Pavia, Bartoli, 1574, p. 45. Che gli accademici uccellassero questo loro biz- 
zarro stellino nell'Acerba di Cecco d'Ascoli, mostrerò in un mio prossimo 
lavoro sulle origini degli Affidati. 

(2) Vd. nella Fald. Aff. 533 un invito circolare a questa festa, recante il 
nome dell' inventore della pila. Faccio qui seguire la serie dei Principi da ine 
ricostituita sui verbali e altri documenti dal 1760 al 1795. salvo una lacuna 
negli anni 1763-64-65. rispetto ai quali non esiste documento alcuno, ed è da 
supporsi che 1' Accademia rimanesse sopita in triennale letargo. 

1760 Marchese Don Giasone Del Maino; 1761 Marchese Don Giuseppe Ga- 
spare Relcredi ; 17(52 Padre Pio Francesco Lucca dei Predicatori ; 1766 Don 
Giuseppe Pasquali ; 1767 Marchese Gioanni Bellingeri sino al 20, li, e poi Don 
Lorenzo Scagliosi, lt. Professore all'Università; 1768 Don Giuseppe Friggi: 1769 
Don Ambrogio Candiani ; 1770 Marchese Giuseppe Giorgi : 1771 Don Alessandro 
del Conte ; 1772 Don Girolamo Beccaria, primogenito di Don Giuseppe Antonio; 
1773 Conte Giacomo Fantoni ; 1774 Don Ippolito Maggi; 1775 Don Giuseppi 
Pasquali; 1776 Don Ippolito Maggi; 1777 Don Giuseppe Friggi; 1778 D. Ip- 
polito Maggi; 1779 D. Ippolito Maggi: 1780 D. Ippolito Maggi; 1781 D. Ip- 
polito Maggi; 1782 D. Ambrogio Candiani; 1783 Don Alessandro Del Conte; 
1784 Don Alessandro Del Conte; 1785 Aurelio Bertòla De Giorgi ; 1786 Aurelio 
Bertela De Giorgi; 1787 Aurelio Bertela De Giorgi, sino al 14 marzo 1788; 
1788 Lorenzo Mascheroni; 1789 Lorenzo Mascheroni; 1790 Lorenzo Mascheroni; 
1791 Lorenzo Mascheroni; 1792 Elia Giardini; 1793 Don Alessandro Volta; 
1794 Don Alessandro Volta; 1795 Don Alessandro Volta! 

Circa il Marchese Giovanni Bellingeri che fu Principe nel 1767, è da ret- 
tificare quel che è detto a p. 257 di questo Boll., giugno 1909, che sia iden- 
tificabile col tenente maresciallo che capitolò a Cosseria nel 1796. Con molta 
cortesia il signor Ingegnere Gaetano Salvatore Manzi, erudito amatore di cose 
pavesi, mi comunica che « da Bellingeri Giovanni Battista Andrea (n. il 2 seti. 
1702, G. C. Marchese per diploma di Carlo VI, m. il 3 luglio 1745; e da Anna 



— 295 - 

potenziato illustre che apriva nuovi orizzonti alla civiltà, doveva 
essere V ultimo rappresentante di una società che, irrigidita in 
una forma ormai decrepita di circa due secoli e mezzo, per non 
trasformarsi doveva finire. In vero, tanta luce di scienza che 
sullo scorcio del secolo decimottavo balenò per le sale dei Bel- 
civdi nelle persone di una pleiade di dotti, quando può dirsi 
che V Università tutta vi si riversasse a popolarle, non s' accese 
però mai di una fiamma annientatrice di vita nuova ; perchè 
tutta la gloriosa schiera dei professori che furono lustro della 
scienza in quegli anni per il nostro ateneo fortunati, mettendo 
il piede nelle sale incantato dell'accademia, erano presi come 
tutti gli altri dalla sottile pazzìa epidemica della poesia; una 
dolce e innocua, ma invitta follìa, di cui è sicura prova la pro- 
fonda quanto incrollabile fede che la maggior parte di quei ve- 
nerabili messeri avevano nel loro estro apollineo: follìa che vuol 
essere descritta nel secondo dei due generi che Erasmo distingue 
tra quelle che contribuiscono piuttosto alla felicità che alla mi- 
seria dell 1 uomo « con l' indurre nei nostri cuori quelle illusioni 
che. nascondendo ai nostri occhi la realtà delle cose, ci fanno 
più paghi di noi medesimi che non saremmo, se di questa 
avessimo piena contezza (1) »; follìa dolce, ma che la sapienza 
umana dell'immortale Cervantes reputava degna di esser classi- 
ne' Medici fu Nazzaro, nacque il 4 gennaio 1731 in Pavia Giovanni Pio An- 
tonio, G. C. nel 1753, che fu Capitaneus Darsenae in foto Mediolanensi Do- 
minio, e che, secondo 1' almanacco 11 Cittadino Istruito, era acc, aff. nel 1766, 
e mori il 1 gennaio 1779. Questo è il Principe degli Affidati del 1767, e non 
Giovanni Maria Francesco Luigi Baldassare Anacleto (nato in Pavia il 13 luglio 
1735 da Giovanni Battista Brizio Melchiorre Severino Giuseppe Bellingeri Pro- 
vera e dalla Marchesa Maddalena Botta Adorno) che fu Luogotenente Feld Ma- 
resciallo austriaco, che ai 14 aprile 1796 capitolò non senza gloria a Cosseria, 
e mori a Venezia il 4 luglio 1804. Invero quesf ultimo nel 1767 eia capitano 
nell'inclito Reggimento Botta Adorno, il quale non era di guarnigione in 
Lombardia; né da II Cittadino Istruito (1766) risulta che egli fosse Accade- 
mico Affidato. Di queste e più altre dotte notizie che qui si tacciono, mi di- 
chiaro debitore al Signor Ing. Manzi il quale sul Feld Maresciallo Bellingeri 
Provera, e sulla sua azione a Cosseria, è autore di una minuziosa ricerca inedita. 
(I; B. Zumbini, Studi di lett. it. Firenze, 1894, p. 339. 



- 296 - 

fìcata accanto alla malattia cavalleresca, e al pari 'li questa rap- 
presentava come contagiosa e insanabile 

Nelle sale accademiche quei gravi professori divenivano gli 
nomini del passato. Ohi poteva resistere alle sollecitazioni del 
Belcredi, a\V imperio cortese delia marchesa, alle calde ricbi< 
delie marchesine Daria e Cecchina? Chi avrebbe osato confes- 
sare di esser negato alla poesia? Tutti s'affannavano a racco- 
gliere e a leccarti qualche stilla del tonte d'Ippocrene: petrar- 
cheggiavano, secentescamente deliravano, arcadicamente- belavano, 
settecentescamente garruli rimavano, sospiravano... E rassegna- 
tamente e dignitosamente sbadigliavano? Ma no: non necessa- 
riamente! lo accademie potevano anzi costituire un vero godi- 
mento e solenne occasione perchè quegli eccellenti signori si 
smascellassero dalle risa e basissero di compiacimento estetico. 
Sennonché a intendere questo fenomeno di partecipazione alM- 
tiva per noi poco verosimile, bisogna considerare qual fosse la 
preparazione di quella gente e come l'istruzione mirasse essen- 
zialmente a insegnare a comporre — come volontieri dicono 
i nostri critici ammiratori dell' erudizione norcina del Baretti -- 
il sonetto smascolinato e la poesia eunuca, e a penetrare i più 
reposti meandri della mitologia, di cui quelle rime erano ma- 
teriate ; bisogna che ci rappresentiamo le abitudini mentali 
della folla caratteristica del secolo delle madame e dei monsù 'i . 

(1) Alla proposta del Curato del paese di non consegnare al braccio secolare 
della fantesca, esecutrice della sentenza di rogo, alcuni libri di poesia, come la 
Diana del portoghese Giorgio di Montemaggiore, — la nipote dell' idalgo man- 
cego esclama: «0 signore, il miglior partito sarà di mandarli come gli altri al 
fuoco, perchè non sarebbe gran meraviglia che, riuscendoci di sanare il mio 
signor zio dalla malattia cavalleresca, egli si desse a legger questi libri, e 
quindi gli venisse il capriccio di farsi pastore, ed andarsene per boschi e per 
prati cantando e sonando, o, ciò che sarìa peggio, diventar poeta; che, a 
quanto si dice, è un' altra malattia insanabile e contagiosa ». 

(2) Non altrimenti nel seicento i concetti predicabili, le ingegnose, le me- 
ravigliose arguzie dei predicatori, le quali sono pur espressione del traviamento 
intellettuale di quell'età, che erano cercate non come elemento d'arte, ma 
come (ine a se stesse e « ultimo sforzo dell'intelletto », cavavano fiumi di 
lagrime agli astanti, e accendevano ardore di fede. B. Croce, Saggi sulla lette- 
ratura italiana del Seicento, Rari, Laterza, 1911, p. 169. 



— 297 - 

Una seduta accademica non era qualche cosa di fittizio, di falso, 
di eterogeneo all'età: ma era il portato di una società conven- 
zionale, ne era un carattere distintivo: era la moda, alla quale 
non si sottrae nessuna manifestazione di intellettualità. Felice chi 
non era negato alle muse tanto da non saper imbastire il compo- 
nimentino! Che se la sacra fonte non dava una stilla di linfa, e se 
la musa invocata non concedeva pur una goccia di latte inacidito, 
un buono e compiacente! amico soccorreva a tanta guerra, pre- 
stando il sonettuzzo d'occasione, e apriva così le porte del tempio. 
AH* efficacia di questo fenomeno psicologico collettivo non si sot- 
traevano gli uomini più gravi e insigni. Il profondo matematico 
fregorio Fontana, professore e bibliotecario dell' Università, 
socio dell'Accademia di Berlino, di Londra, di Bologna, di Man- 
tova, di più altre, felice possessore di un' immensa erudizione 
e di otto lingue, conosciuto in tutta Europa, inchinato dagli 
stranieri per la vastità del sapere, — i lettori già lo sanno — 
aveva la sua brava fregola poetica. E sì che era men che me- 
diocre versai uolo, a detta dello stesso Belcredi, non avaro dispen- 
sato]- di lodi (1). Non già che tra quegli accademici non ve ne 
fossero che sentissero quanto aveva in sé di ridicolo il loro 
ceto come legittima emanazione ch'era della società senza 
seri ideali, ibrida, manierata. Ma avveniva delle accademie 
quel che delle raccolte; c'era chi gridava loro contro e pur 
vi collaborava, e vergognandosi di concorrervi palesemente, 
3ontribuiva a tener viva sotto il velo dell'anonimo un'usanza 
ante volte satireggiata e che era in aperto contrasto con 
3gni ragione e ispirazione artistica. Così in accademia fioc- 
cavano le lodi più badiali all'istituzione, al sacrario delle muse, 
.i divini seguaci di Clio e di Erato, per il reciproco apparente 
tto delle vanità eterogenee; ma appena levatine i piedi, non 
mancavano i capi ameni che facessero le risate e le critiche acri o 
jonarie dei loro colleghi adulteri delle muse; sopra gli altri cau- 

(I) Fald. Aff. 533, n. 2. Catalogherò a rubrica, degli Affidati. — Oltre che 
i molti libri di scienza il Fontanone fu autore di una De litterarum fatis, oratio 
i in regio Lijceo Ticinensi Tertio Nonas Quinctiles anno ciodcclxx ecc. 
'•Cini, Ioseph Holzanus. 

4 



— 208 — 

stico e bizzarro il prof. Mariano Fontana, il freddurista Fonta* 

nino - cosi lo chiamò il Mascheroni - al quale la tenacissima 
memoria permetteva di recitare ampi squarci di autori classici 
che venissero opportuni -ò\ discorso, e 'li suscitare il riso degli 
ascoltatori, ripetendo, « quasi per mescolar l'ombra alla luce -, 
con caricata solennità alcuni passi di sguaiate poesie che pure 
orano state recitate dai loro gonfi e miseri autori 1 . 

Ho detto che 1" accademia finì, per lento morbo e per ma- 
idismo, una vita ormai senile, e che aveva avuto negli ultimi 
anni bagliori artificiali e momentanei (2) connaturati col rinnova- 
mento dell'Università: e dico artificiali, perchè la scioperi 
gine non può ossero alimentata dalla scienza, l'accademia dal- 
l'Università; e ben giudicava Pietro Verri: « a misura che la 
ragiono anderà facondo progressi, le Accademie diminuiranno;' 
esse hanno fatto poco bene sin' ora; nessun grand" uomo, nes- 
suna grand' opera é nata per esse. Le scienze non vogliono 

(1) Saviou, Elogio cit; Fiammato, op. cit. , p. 3ó, dove puoi vedere una fred- 
dura del Fontanella: «Quel freddurista Fontaniuo, — cosi scriveva il Mascheroni 
alfamicissimo conte Fogaccia (lettera 26 giugno 1788), — ha trovato nelle bolgie 
di Dante (guardatevi un poco che la cosa è molto curiosa) non so in qual 
canto, ma vi sarà f&cile col rimario che si trova in fine dell'edizione di Ber- 
gamo ; ha trovato, dissi, due persone vicine una delle quali è un Fogaccia, e 
l'altra è un Sassol Mascheroni. Ma noi viviamo in maniera spero in Dio di 
far cangiar stile anche a Dante se fosse vivo ». 

(2) Un Giuseppe Anelli con lettera 9 dicembre 1794 (Falci. Aff. 3) pregava 
il Belcredi che proponesse ad Alessandro Volta di aggregare agli Aff. l'Acc. 
degli Ingenui esistente da quattro anni in Milano, e che era una emanazione 
degli stessi Aff. e degli Arcadi. Nella Fald. 3 trovasi un sonetto in dialetto 
italo-veneto con attribuzione ad un Alleili Professore, che è un'invettiva 
assai triviale contro i Milanesi, e coni. « Milanesi fottui genia briccona ». 
Ma questo son. fu pubblicato con lievi varianti da Giuseppe Biadego in Poesie 
e lettere di Giovanni Pindemonte, Bologna, Zanichelli, 1883, p. LXX\ , dal 
Ms. Cicogna 624 : 4 (1077) del Museo Civico di Venezia, con attribuzione aj 
Giovanni Pindemonte. Il Biadego assodando che il Pindemonte fu a Milano 
verso la fine del 1806, par stabilire sul fondamento di questo sonetto che ne 
fuggisse ben presto indignato. Ora che V autore fosse veronese si rileva dal 
son. stesso; ma che questi versi siano del 1806 è lecito dubitare, mentre essi | 
esistono tra le carte degli Affidati, i cui documenti non varcano, salvo ra- 
rissimi esempi, T ultimo decennio del settecento, e non possono a ogni modo 



— 299 — 

formalità e magistrature; un consesso in pompa di gente, che 
non può far la fortuna o la miseria d' alcuno è sempre una 
cosa ridicola, e tutta la prevenzione e l'abitudine tutt' al più 
può renderla noiosa (1) ». Tuttavia non mancò la causa violenta 
ùhe troncasse un'esistenza la quale por inerzia si sarebbe tra- 
scinata per anni ancora; dico i gravi fatti del 1796, in ispecie 
l'insurrezione che mise in forse la vita dei cittadini. Il sacco 
ili Pavia del '96 colpì duramente la famiglia Belcredi; il marchese 
Giuseppe, abate seniore della città, fu gravato di responsabilità : 
Accusato e condannato alla fucilazione per ordine del Bonaparte 
« ad esempio e terrore dell'italiane contrade conquistate e da con- 
quistarsi ». sfuggì all'esecuzione per intercessione del generale Ha- 
jnin, ma fu arrestato e tradotto a Milano e processato con altri della 
icaduta municipalità (2); e il cognato suo Monsignor Giuseppe 
De Rosales, parroco e canonico della cattedrale di Milano, dot- 
issere posteriori alla morte del Marchese Belcredi (9 gennaio 1806). Aggiungerò 
lui che tra le carte degli Aff. trovasi un altro « sonetto colle rime obbligate 
mprovvisato a Lione dal cittadino Annelli (sic) sul attuale stato della Cisal- 
>ina ». Coni. « Che giova esser più fermi d'un pilastro », ed é diretto parti- 
•lanneiite contro i Francesi. Ma che questi poetastri siano identificabili in 
sola persona io non dirò certo, specie trattandosi di un gentilizio tanto 
»mune. Probabile che l'Anelli, accademico Ingenuo, sia lo stesso a cui è 
ledicata la raccolta : Conferendosi la laureo in ambe le leggi nella R. I. Univ. 
■i Pacia al nob. Signor Don Giuseppe Anelli Milanese, Componimenti. Senza 
uogo e data, ma dello scorcio del sec. XVIII. 

(!) Lettere e scritti inediti di Pietro e Alessandro Verri, pubblicati dal 
)ott. Carlo Casati, Milano, Galli, 1879, voi. I, p. 340: lettera di Pietro ad 
Alessandro, da Milano 27 Nov. 1766. 

(2) Vd. Relazione della venuta de' Francesi a Pavia, e saccheggio alla 

letta Città rivoluzionaria, nel Museo civico di Pavia, legato Bonetta, N. di 

tep. 36"i : passim, e specialmente ai 28 maggio. E vd. il diligente studio di 

Lio Manfredi, La insurrezione e il sacco di Pavia nel maggio 1796, Pavia, 

ittini, 1900, p. 199 ss. L'arresto durò ventun giorno, ma gli imputati si 

tesero felicemente dalle accuse e furon dichiarati innocenti e messi in libertà 

5 luglio. La narrazione particolareggiata del fatto ci è conservata in molte 

sdazioni edite ed inedite, di cui tocca con buona informazione il Manfredi. Ma 

lire a queste, e alla narrazione di Altimanno Suini, messa in luce da mons. R. 

laiocchi (Rivista di Srienze storiche, 1908, a. V, fase. VII, p. 19), giova qui 



- UGO — 

toro in ambe lo leggi (l), esaminatore sinodale,, ed egli pure 
accademico Affidato (2), il 25 maggio 1796 in Pavia fu colpito da 
una palla di moschetto, sciabolato e calpestato dalla cavalleria sino 
ad esser reso irriconoscibile, e perdette la vita (3). Fu questa 
Ih bufera che spazzò lo ultime, nebbie accademiche, e dispi 
il sottile, ma rodente pulviscolo di quella rimeria scolastica che 
offuscava le menti 4; e gli stossi antichi stemmi dell'accademia 
che parlavano di antiche venerazioni ad altri domini, fatti pe- 
ricolosi, dovettero essere ritirati (5). 

D' altra parte la bionda Donna Daria era stata rapita a noi, 
diceva il Mascheroni, e data alla Dora; e ben presto Donna 
Francesca, già gentile sollecitatrice e ispiratrice, andò sposa a 
Milano al marchese cittadino Trotti (6). E scomparse erano le 
insigni figure che avevano per brevi anni destato ed elettrizzato 

ricordare una relazione sfuggita a tutti che illustrarono l'argomento, conservati 
nel Ms. 264 della Hibl. Univ. Pavese, col titolo: Memoriali maggio Ì790. Su 
questa vd. il mio articolo Una relazione ignota degli avvenimenti insurrezio- 
nali del 1796 in Pavia nel Boll. d. Sor. stor. -pavese, XI, p. 223. 

(1) Pronunciò l'orazione per la di lui laurea come promotore il Belcredi 
stesso. Vd. Carte accademiche Belcredi, Ms. Un. P. 

(2) Lesse in Accademia, tra l'altro, un son. ai professori dell'Università 
per la sua laurea (1791j. 

(3) Era venuto a Pavia con l'arcivescovo di Milano per calmare gli animi 
dei pavesi insorti. Su ciò vd. Fenini, op. cit. ; Vincenzo Rosa, V insurrezione 
ed il sacco di Pavia ecc.. Pavia, Bolzani : ai 27 maggio; Silio Manfredi, op. 
cit., p. 133, 143; Altimammo Suini, Diario, cit. p. 378. Il cadavere di mon- 
signor Rosales, seppellito con gli altri alla Villetta, fu dissotterrato, ricono- 
sciuto all' abito e trasportato al camposanto di S. Giovannino, ad istanza pre- 
sentata alla municipalità da Donna Maria Belcredi: Vd. Fenini, Diario ms. cit. 
15 giugno. 

(4) Il Mascheroni scriveva al suo Fogaccia ai 9 novembre 1796 : « Cosi va 
la vita. Io son tornato per 1' undecima volta alla città della nebbia, ed oh 
quanto diversa da quella che già la vidimo col primo de' miei amici ì due 
primi anni. Dove sono le C. Marie colle brillanti conversazioni d'allora? Dove 
le idee d'allora? Dove gli scolari d'allora? ». Fiammazzo, op. cit., p. 113. 

(5) Vd. più innanzi, in nota, il testamento del marchese Belcredi. 

(6) Vd. il Giornale del Ticino, Pavia, 30 Piovoso, anno 1, n. 8, dove si 
apprende che l' ex Marchesina Belcredi, raccogliendo largo omaggio anche in 
tempo di giacobinismo, si portò alla Municipalità di Pavia, per farsi iscrivere 



- 301 — 

le muso soimicolose. Il Bertola cho coli' arte sua, vivificata dal 
profumo della natura, era sembrato un novatore ed aveva creato 
in Pavia una corrente poetica che parve luce nuova e fu un 
guizzo, che aveva suscitato fuoco d'amore e d'entusiasmo, col- 
pito da quella malattia di petto che da lunghi anni minacciava 
di troncare il debll filo della sua esistenza, divenuto inabile al- 
l' insegnamento, lasciava Pavia ; trascinato da gravi cure, ad 
altri obbietti dedicava l'austera attività il Mascheroni (1); vol- 
geva le spalle alle muse il gran Volta, sacrificando quasi cin- 
quantenne ad Imene; e, fatto segno ad accuse, a insulti, a 
minacce, vagheggiava di lasciare Pavia (2). 



nel registro de* matrimoni a aorma della legge, e « l'intero corpo municipale 
l'accolse nella Sala delle sessioni, di poi l'accompagno fuori dell'anticamera 
storpiandosi in inchini ». E un'altra volta la sullodata ex Marchesiua e Cit- 
tadina che « godeva il chimerico vantaggio di un sangue più fino, colla sua 
venuta fece terminar la sessione, venne accolta nell' anticamera da messer 
Presidente e dal municipalista Longhi, quindi fra ridicoli ossequi, e servili ri- 
verenze cerimoniosamente introdotta nella sala medesima ». Così il prefato 
Giornale al 5 Ventoso, dove si legge questo ameno particolare in più amene 
parole : « quel sacro luogo (la sala delle sessioni) servi di banchetto, si di- 
stribuirono confetti, e i municipalisti assaporarono volentieri le dolcezze dei 
nobili Imenei, col più scandaloso esempio di aristocratica distinzione!» 

(1) Poesie e prose ecc. di Lor. Masch. cit. Introduzione, p. 156 ss. 

(2) Con la la chiusura dell' Università (28 aprile-22 ottobre 1796), il V. si 
allontanò da Pavia, e dopo l'apertura non s'acconciò tosto a tornarvi, per 
l'accusa e le offese e le minacce fattegli dai Pavesi, determinate dalla pre- 
venzione eh' egli avesse maneggiato per togliere 1' Università a Pavia e sta- 
bilirla altrove. Tornò, ma ebbe non poche molestie, e persino la sospensione 
dall « stipendio. Meni, e Doc. per la St. dell' Un. di P. cit., voi. Ili, p. 424 e 
428; A. Magrini, Notizie su A. Volta, negli Atti del r. Istit. lombardo, 1860, 
voi. II, p. 274; Fiammazzo, op. cit., p. 114. In quel torno di tempo il Volta 
fu fatto bersaglio anche ad accuse invereconde e spregevoli, insieme ad altri 
suoi colleghi. Apparve anonimo un libello infamante : Il vero ritratto delle 
donne | ossia | Antipologia d'un frate zoccolante | sul proverbio | Chi sprezza 
fjfmina la vuol comprare \ In versi \ Dedicata da un Capuccino Spregiudi- 
cato | Alle galanti pavesi. In Milano, senza permissione delle donne. [Senza 
data, ma posteriore all' occupazione francese], Il libello vomitava infamie 
contro molte donne pavesi, patrizie o no ; ma riservava una sezione ad alcuni 
uomini di lettere adetti (sic) all'Istruzione che si presentavano su questa scena 



— 302 — 

L'accademia rimase nella memoria fedele e nel cuore 'li 

alcuni superstiti, i quali della Loro qualità dì Affiliati continuarono 
a fregiare il proprio nome e le musaiche creazioni (1). come 
per massimo titolo d'onore, anche ben innanzi nel primo quarto 
del secolo decimonono; ma l'istituzione, quando il 9 gennaio 
1806 mancava ai vivi il suo segretario perpetuo, fra già morta 
di fatto, io credo, da ben duo lustri (2) <■ pei- sempre, benché 
il chiaro suo mecenate si spegnesse nella fede ch'essa si sarebbe 
ripristinata (3); e allorché nel 1815 una nuova accademia rivisse 

[di Pavia] con un carattere non meno disapprovabile; « C'è quello che si fa 

credere di donne astemio [Scarpa], mentre qua'che vecchi» ex nobile <■ I' o/j/etto 

delle sue premure. Un altro [Presciani] invece ha ripiena la domestica abitazione 

di verginelle non troppo di castità amiche. Comparve un altro in pubblico 

[Volta] 

Con donne che lascialo in sulk scene 
La virtude l'amor la pudicizia ». 

Il libello alludeva poi alle disgrazie coniugali di un altro professore [Cai minati}, 
e alla sardonica novelletta di un marito [Giacinto G andini, vicebibliotecario del- 
l'Universitaria] in carica nella Guardia Nazionale, « il quale volle adempiere 
agli obblighi matrimoniali con indosso la scimitarra, e le spollette cucile sopra 
della camicia; eroismo che manca alla greca e romana antichità ». L'indegno li- 
bercolo si trova nel Museo civico pavese, Misceli, in 8, voi. IV, N. 11. Le 
designazioni sono tratte da note marginali manoscritte. 

(1) Vd. p. es. gli Applausi poetici al merito ecc. del prof. Moscati, Pavia, 
Galeazzi, anno Vili rep. (1799 v. s.), pp. Il, 13, 16. 

(2) 11 trovarsi tra le carte degli Affidati, che vuol poi dire tra le carte del 
Belcredi, una corona di due sonetti A Francesco II imperatore [per il ritorno 
degli Austriaci nel 1798], com." « Larva di libertà che ostenti invano s e « Si 
tacque: oh quanto era il tacer molesto » e altre due rime del 1804 edite, non 
significa già che ancora fiorisse l'accademia, mentre è da pensarsi piuttosto 
a intrusioni, sfuggite alla cernita che fu ordinata dal Belcredi nel suo testa- 
mento (vd. la nota seguente) e che dovette essere stata fatta dall' avv. Giu- 
seppe Rolla, esecutore testamentario. 

(3) Vd. nella Fald. 3 dell'Acc. il « Testamento noncupativo del Sig. es 
Marchese e Professore Emerito in questa Università Giuseppe Gaspare Bei- 
credi », 8 gennaio 1806, a rogito Siro Quarti not. coli, di Pavia. Il Belcredi 
dopo aver disposto delle sue cospicue sostanze, lascia i libri all' avv. Giuseppe 
Rolla, con clausole in favore della biblioteca universitaria; incarica il Rolla 
stesso di separare tutti i libri, stampe e carte che possono riguardare o illu- 
strare l' Accademia, ritenendoli in deposito « da restituirsi all'Acc. stessa 



— 303 — 

tra gli uomini più illustri della città e dell'ateneo, ebbe nome e 
intenti di Società scientifico-letteraria (1), abbracciando nel vasto 
suo programma ogni ramo delle lettere e delle scienze (2). 



quando siasi ripristinata » ; obbliga gli eredi ad assegnare un luogo dove ri- 
porr.' le dotte eose sotto la custodia del Rolla, a mantenere agli Affidati l'an- 
tico diritto e possesso di fare le loro adunanze nella casa Belcredi come si 
costumava per il passato, e a restituire ai medesimi gli stemmi antichi che 
felle passate circostante erano stati ritirati, come ne era a notizia il maggior- 
Pelice Cantò. 
(I) Ms. P. Un. 288: « Alcuni atti e relazioni con poche altre carte d' una 
società scientifico-letteraria stata in Pavia dal 1815 al 1823 ». Sono i verbali 
accademici stesi dal segretario Antonio Bonetti, gli estratti delle memorie, gli 
indici delle medesime e dei soci. Vi appaiouo i nomi più chiari del tempo: 
!.. V. Brugnatelli, Capsoni, Belli, Carati, Fiocchi, Sacchi, Campari, Nazzani, 
Gratto^nini, Platner, Del Maino, Gabba, Reali, Picchioni, Rivoli a, Scaren/.io, 
Carpanelli, Gene,, Odescalchi, Strambio ecc. ecc. ; e si apprende che si trat- 
tavano durante l'anno accademico, dal novembre all'agosto, argomenti letterari, 
politici, religiosi, ledali, fisici, chimici, medici, e non mancava neanche — 
cosi diceva il benemerito Segretario — il sorriso delle muse a rallegrare dolce- 
mente l'austerità delle adunanze. Si ammettevano alla Società membri d'altre 
città d' Italia, come Giunio Bazzoni e stranieri, come il Caroti di Ginevra. 
Avevano, si capisce, un presidente annuo non rieleggibile due volte di seguito, 
censori ecc., un corpo di leggi, e la bizzarra disposizione che tutte le memorie, 
tranne quelle del presidente, dopo la lettura in accademia, venissero sottoposte 
alla censura di due soci deputati ad hoc, censura che veniva pur letta in adu- 
nanza. Il lettore non ha bisogno d' essere avvertito che, tra tanta austerità, 
non mancava 1' accademia della scienza. 

- Per stendere queste note mi convenne sfogliare, oltre le carte degli 
Affidati in tre grosse buste (Mss. 533), un numero non piccolo di manoscritti set- 
tecenteschi della nostra biblioteca universitaria, nella massima parte non ancora 
descritti e pressoché inesplorati. Essi sono di assai scarso valore; ma io non 
dico di averne cavato tutto il partito che se ne può cavare, anche perchè non era 
ne' miei intenti. Le stesse carte degli Affidati sono suscettibili, se non di mag- 
giore esplorazione, di ulteriore distillazione per chi con molto spirito di curiosità, 
e con un po' di abnegazione, voglia far rivivere un istante nomi degni d'obblio. 
Ma il disordine di quelle carte già da me avvertito, disordine inevitabile e 
~ario, indipendente da ogni possibile riordinamento, connaturato con la 
anonimia, con la mancanza di date, bene spesso con l'indecifrabilità, rende 
ingrata l' impresa. Quando sto ormai per licenziare le ultime puntate delle 
bozze di stampa apprendo che le carte accademiche si avviano ad essere 



- 304 — 

Note aggiunte. 

Lo sollecitazioni fatte al Metastasio dagli Accademici pel 
averlo collaboratore nella Raccolta in onore 'li Antoniotto Hot ta 
Adorno, ebbero risposta nel seguente documento (Ms 533. Fald. 3). 

u Copia di Lettera del Sigr. r<! Abate Pietro Metastasi i Po 
sareo in data de' 9 Marzo J 775 in Vienna al Sig. r '- Don Ippolita 
Maggi Regio Avvocato Fiscale in Mantova n. 

111. 1 » Sig. 1 ' Sig. 1 ' , e P.ron. Col. ; "" 

Quanto ini sento, e ini confesso onorato dalla insigne Nostra 
Accidemia, che mi ha stimato degno di far numero fra i sublimi 
ingegni eletti a formar la poetica meditata raccolta; tanto mi morti- 
ficano, e mi affiigono (sic) le circostanze, che mi defraudano dell'a- 
cquisto d'un cosi invidiabile vantaggio. In tutto il corso di ben 45. 
e più anni, che fortunatamente io mi trovo dedicato a Cesarei Ser- 
vigi, fisicamente inabile a poter sodisfare alle numerose straniere 
richieste di somigliante specie, ed ai laboriosi insieme continui, e 
precisi doveri del mio impiego sono stato costretto ad imponili 
l'inviolabil legge di serbar le circoscritte forze de' deboli miei ta- 
lenti unicamente all'esecuzione de' Comandi Augustissimi, e l'ho 
fin'ora religiosamente osservata. Non può V. S. 111. ma non considerare 
con quanta ragione un nuovo esempio in contrario m'irritarebbe sic 
ora meritamente contro quei moltissimi, che hanno sino al presente 
perdonate al mio stato le involontarie mie renitenze. M'implori V. 8j 
Ill. raa dalla benignità de' degnissimi Nostri Colleghi il compatimento 
ch'io merito per non potermi approfittar d'nna cosi fausta occasione : 
e non cessi di considerarmi sempre nel suo particolare con l'antica 
stima, e col dovuto rispetto. 

Di V. S. IU. ma Vienna 9 marzo 1775. 

Dev. mo Obb. mo Servitore 
Pietro Metastasio. 

sistematicamente' ordinate e descritte da un egregio giovane, il dott. F. Ageno, 
per incarico della Direzione della biblioteca, ed io debbo vivamente ringra- 
ziarlo, per aver posto a mia disposizione la parte di materia ormai descritta, 
per eventuali riscontri. Il lettore resta avvertito che, dopo il riordinamento, j 
le carte accademiche comprese nei mss. segnati 533, necessariamente non j 
avranno la primiera distribuzione nelle tre cartelle da me citate, ma saranno 
reperibili per indici degli autori e dei capoversi. 



30.") 



Nella dotta Kaki. 3 e un quadernetto a stampa di complessive 
ni otto, senza data, recante l'Anacreontica dell' ab. Vin- 
Denzo Monti « \h\ industre Aclieo Pittore », edita da G-. Carducci, 
te poesie liriche di V. .1/., Firenze, Barbera, Bianchi e Co., 
ISj8, col titolo: Poemetto anacreontico [177. ..J. — A p. 7 del qua- 
fernetto, è la seguente nota manoscritta, che qui si reca perchè 
Stabilisce la data del componimento, lasciata incerta dal Carducci: 

.. Fino dall' anno 76 uscì in Ferrara questa Anacreontica. LAutore 
avendola composta per soddisfare al suo genio unicamente, e per 
non lasciare in oscuro un amoroso accidente che gli era occorso, la 
liede a leggere in manuscritto ad alcuni amici, i quali ebbero 1' in- 
discretezza di farla pubblicare colle stampe di Venezia senza data 
del luogo, e senza nome dell' autore, e quel che è peggio senza di 
lui saputa. Qualche copia di questa Anacreontica che giunse a Fi- 
renze diede campo a qualche cigno bastardo dell'Arno di appropriar- 
sela, e di farla inserire nel decimo Tomo della Biblioteca ealante 
che ivi si stampa, ma tutta deformata da alcune mutazioni che vi 
furono fatte, le quali quantunque siano pochissimi! bastano però per 
isfigurarla ». 

Alberto Corbellini. 



oli. a. IX. p. 187, 1. 2 

» » 190, 1. 7 

» 196. nota 

.. 215, 1. 7 

» r.ò. ì. i 

» » 227. nota 

» 231, nota 

• 242, » 1. 

» >> » nota 

» • 251, 1. 2 

.. » 1. 19 
» » nota, 

ili. a. X, p. 171, 1. 13 
.» ». 1. 14 
.» » 1. 17 
» » 1. 22 

» 173. 1. 8 

» » 183, 1. 19 

». 187. 1. ! 

- .. I. L'I 

» 501, nota, 

'.I. a. XI. p. 124, ». 

» 125 .. 

» 131. 1. 19 
ili. X, pag. 470, n. (1), 



111, 1. 
(1) 

7 
(2) 



ERRATA 

due buste 

30 gemi. 1767 

un libro di convocati 

fronde ascrea 

eascagine 

Savinj 

Ms. Un. P. 266 

3 marzo 

3 marzo 



CORRIGE 

tre buste 
20 gemi. . . . 
un verbale 
fronda ascrea 

cascaggine 

Lavinj 

Ms. Un. P. 276 

31 marzo 

28 febbraio 



e in questa e nella seduta del nelle sedute del 15 febb. e del 



(1 I. 1 
1. 26 
1. 21 



Bolzoni 

Luca 

l'an sempre... principi 
tenore la 
se non da 
mi invia 
risentire una 
la -co 

orcio da Rimini 
un pa\ esc 
Restori 
assevererà 

le terzine e in ispecie 
un' improvvisatore 



Bolzani 
Lucca 

1' àn sempre... principj 
tenore tuttavia la 
se non se da 
m invia 

risentire vivamente una 
lasciò 

da Pesaro 28, II, 1775 
un nizzardo 
Sartori 
asseverare 

e in ispecie le terzine 
un improvvisatore 



1. 23. La data dell'ingresso della Grismondi in Accademia non è si- 
cura : i verbali si contraddicono. 



SUL NOME DI PAVIA 



Egidio Gorra in un suo dotto articolo (1) ha passato in ras- 
segna tutte le opinioni espresse intorno alle origini del nome di 
Pavia {lai. Papia), proponendo per conclusione una sua ipotesi 
« non del tutto improbabile o inverosimile ». com'egli la dice 
con quel senso di modestia, di misura, di riservatezza, che tutti 
riconoscono al valente professore dell'Università ticinese. Ed io 
riconosco subito che, oltre la competenza speciale dello studioso, 
quella vicina località di Papiano è un formidabile argomento per 
riattaccare il nome odierno dell'antica Ticinurn ad una «gens» 
Papiria, o Pdpia, o Papilla, o Papaia. Ma poiché il Gorra 
stesso rileva col suo fine giudizio che quello del nome di Pavia 
non è un mero problema glottologico, ma si complica di elementi 
di varia natura, non paia a lui né ad altri illecita presunzione di 
collega profano agli studi linguistici se, tratto a dovermi occupare 
del quesito in relazione ad un mio ampio lavoro storico nel quale 
me lo trovo proprio dinanzi (2), vengo anch'io ad interloquire 
nella discussione con osservazioni e proposte nuove. 

Dalle ricerche del Gorra è assodato che il nome di Papia per 
indicare l'antica Ticinurn comincia a comparire in fonti scritte 
soltanto nel secolo VII: mi si permetta di aggiungere che com- 
pare sul principio di esso, perchè il Cosmografo Ravennate, anche 
dopo le acute indagini del Tamassia (3), non può rappresentare, 
per quanto riguarda l'Italia Occidentale, una situazione posteriore 

(1) In questo Bollett. Soc. pav. st. patria, IV. 525 segg. (1904). 

(2) Cioè per il capo IX del voi. I della mia Storia dell'Italia Occidentale nel 
Medio Evo, in avanzato corso di stampa. 

(3) I filosofi goti dell' Anonimo Ravennate, Venezia, 1910 (estr. Atti R. htu. 
ven. se., leti, ed arti, LXIX, n). 



— 307 — 

alla conquista rotariana delle Alpes Cottine. Questa determina- 
zione, di fronte al silenzio assoluto delle fonti anteriori — e di 
una fonte locale, per es., così ricca di particolari come Ennodio 
— sembra essere un indizio non trascurabile che si tratti di un 
nome nuovo. Nuovo, però: non nuovissimo: un buon tratto di 
tempo dev'essere trascorso perchè il Cosmografo possa scrivere 
Papia quae et Ticinus, e il cosidetto Fredegario: Ticinus quae 
mito nomine Papia appellatur. Contrariamente all'opinione del 
Gorra, credo quindi che le origini del nome di Pavia vadano 
cercate nel secolo VI, e proprio là dov'egli fu per cogliere, a 
mio avviso, la soluzione del problema, ritraendosene per un pre- 
concetto o per un disguido di spirito proprio in sul buono. « Se al 
nome Papia », scrive egli infatti (1). « vogliamo attribuire un'ori- 
gine greca, perchè non ne facciamo autori addirittura quei Greci 
che ebbero in Italia e qui sì largo dominio, i Bizantini? Il nome 
Papia ha impronta greca; e il greco conosce i nomi mima e 
boTtiag : ed era minia: nome di dignità del palazzo di Costanti- 
nopoli, e valeva quanto « custode del palazzo ». Qui bisognava 
fermarsi, e procedendo innanzi per altra via, la verità — o, al- 
meno, quella che a me pare la verità — era trovata. 

Narra l'Anonimo Valesiano II (2) che Teoderico, re degli Ostro- 
goti. « Ticini palatium . . . fecit », e Paolo Diacono (3), soggiunge, 
discorrendo dell'ingresso di Alboino nella città: « tunc ad eurn 
omnis populus in palatium, quod quondam rex Theudericus con- 
struxerat, concurrens, etc. ». L' importanza e lo sviluppo del 
palati)', a ticinese sono stati messi in rilievo più volte: esso non 
sarà soltanto materialmente l'edifizio di abitazione regia, la resi- 
denza del Re per antonomasia, ma la sede del Governo; il luogo 
dove, con il tesoro del Principe, è il supremo tribunale giudi- 
ziario; il cervello dello Stato, il cuore della vita publica donde 
irradia e si effonde benefica e temuta (4^. Che cosa di più 

(I) Pag. 544. 

(2)C. 71, ed. Gardthausen, Lipsia, Teubner, 1875, e ed. Mommsen, in M. G. 
L .1.1. aa., IV, 324. 

(3) Hist. Long., II, 27. 

(4) Romano, A proposito di un passo di Agnello Ravennate, in questo Bollett., 
X, 207 segg. (1910), dov'è la bibliografia anteriore. 



- 308 — 

naturale che Ticinum riceva e accetti con orgoglio e soddisfa- 
zione la qualifica di « custodi' del palazzo » - Ttcudas, Papia -, 

e ne faccia un secondo nome che finirà con offuscar'- <■ far ca- 
dere l'antico? Liutprando, il bizzarro vescovo di Cremona del 
secolo X. che era slato a Costantinopoli e conosceva bone il 
significato del vocabolo, poteva scrivere a ragione di Ticinum 
« quae nunc alio excellentiori Papia notatur vocabulo ». senz'al- 
luder.; adatto alle fantastiche e puerili etimologie di scrittori pi| 
tardi da nana), da Papa, e simili stramberie. 

Ma come e quando si cominciò ad usare, e si affermò quindi 
la nuova denominazione? 11 Gorra sa (1 che « spento nel 553 il 
regno dei Goti, i Bizantini non soltanto si afforzarono in Pavia, 
ma ne fecero un forte arnese a fronteggiare l'invasione barba- 
rica. E singolari furono la potenza di vita e la forza di assimi- 
lazione che essi spiegarono. Noi vediamo l'ellenismo nel corso 
dei secoli VI e VII insinuarsi dovunque: nei poteri pubblici, nel- 
l'amministrazione, nella società. E sebbene fosse ardua impresa il 
far penetrare l'influsso greco nella Chiesa, tuttavia in essa pure 

è innegabile Por ciò che riguarda Pavia, sembra che anche 

qui il loro influsso sia stato notevole », ricordando il culto di 
santi greci e la liturgia greca della chiesa di san Michele. Nondi- 
meno, « che un nuovo nome sia stato imposto a Ticinum dalla 
dominazione bizantina » sembra al Gorra poco probabile. E qui ha 
pienamente ragione, perchè se il nome di Papia viene a Ticinum 
dai Bizantini, ne antecede però la dominazione : i fenomeni d'in- 
flusso, che accompagnarono e seguirono per lungo tempo la 
dominazione effettiva dei Bizantini nella città valgono a spiegare, 
con altre circostanze, come il nuovo nome siasi mantenuto e 
affermato, non come sia sorto. 

Ma riportiamoci un poco addietro, e ricerchiamo in Procopio 
— da cui attingono gli altri narratori della guerra goto-bizantina 
quanto dicono di Ticinum. Essi ci apprendono eh' era un baluardo 
dei Goti (òxi>Q(»,ua laxvQÓv) in cui avevano posto un grosso pre- 
sidio e depositato le cose più preziose (2): più tardi, caduta 

(1) Loco citato. 

(2) Procopio, G. g. Il, 12 e 24 (ed. Comparetti, II, 81 e 161). 



— 300 — 

Ravenna in potere dei Bizantini, i principali trai Barbari super- 
stiti vi si raccolgono intorno ad Uraia, nipote di Vitige, e vi 
procedono all'elezione di un nuovo re [Ildibado] (1). Succeduti 
poi Erarico e Totila, quest'ultimo vi colloca una parte del suo te- 
soro; e dopo la sua morto è ancora in Ticinum che viene procla- 
mato re Teia (2). La città possiede così il palatium non solo come 
edifizio, ma come governo; nuova capitale dello Stato sotto gli 
ultimi re goti, dopo la perdita di Ravenna. Per lungo tempo i 
i, pur facendo le viste di prenderla come obbiettivo di qualche 
loro campagna, non osarono effettivamente assalirla (3), tantoché 
gara, con Verona e con Brescia, uno degli estremi luoghi di 
rifugio e di difesa dei Goti (4). Si capisce come in questo periodo 
i snidati bizantini chiamassero volgarmente Ticinum la « custode 
ilei palatami », « quella in cui è il palatium », ossia, in altri 
termini — come diremmo noi adesso — , la « capitale » dei ne- 
mici: pap>'a (5). Finita la guerra, il nome non avrebbe più avuto 
ragione di essere, perchè Ticinum non fu più a capo del go- 
verno ; invece permase e si radicò ned' uso. 

Qui entrano in giuoco altri fattori. Anzitutto la consuetudine 
^;i ormai contratta da parecchi anni e fattasi quindi tenace. 
Ma non basta. Anche sotto i bizantini fu massima l'importanza 
militare di Ticinum, come già abbiamo veduto rilevato dal Gorra: 
da questo punto di vista, e tanto più data la distruzione di Milano, 
essa ritenne, colla materialità del palazzo teodcriciano, una tal 
[naie superiorità almeno sul rimanente dell'Italia Occidentale, 
udustificante il perdurare di un nome che alla popolazione ticinese 
ioveva sonare gradito come di onore per la propria città. Non 
limentichiamo che alla dominazione bizantina non tarda a sot- 
tentrare la langobardica, e Ticinum ridiventa la capitale, se non 

i Ibidem, II. 30(11, 201). 
2) Ibidem, IV, 33 e 34 (III. 251 e 264). 
Ibidem, III, 3 (II, 225). 

(4) Ibidem, IV, 15(111,267). 

(5) Anche noi oggidì usiamo dire « la Capitale » per Roma, e nelle città mi- 
ri del Piemonte si dice scherzosamente dagli uni, seriamente dagli altri — 
r abitudine risalente avanti al 1864—, anche Torino; anzi, nei paesetti più 

iccoli, si chiama « la Capitale » persino il maggior centro della regione. 



- 310 - 

con Alboino, almeno coli' elezione 'li Clefl (1). Infine, anche di 
un probabile equivoco prodotto dall'ignoranza va tenuto il debito 
conto. Quello innumerevoli epigrafi con trib. pap. [e magari altre 
di un Pdpius o di una Pdpia: ricordare Papiago, da fan 
papianum], che in tempi più recenti moveranno qualche igi 
di leggi filologiche e di archeologia romana a derivare il nome 
di Pavia da una pretesa tribù Pàpia, devono avere; esercitato 
anch'esse il loro influsso in un periodo in cui l'istruzione, nonché 
la coltura, declinava rapidamente, lasciando credere ai pochi 
appena capaci di leggere che il nome Papìa di cui si comin- 
ciava a non più intendere il vero significato — , anziché nuovo, 
l'osse antico e registrato da vetustissimi monumenti cittadini. 
Così restano chiaramente spiegati anche i due versi del Carmen 
de si/nodo ticinensi del 698 : 

Ticino dieta ab amne qui confluet 
proprium gerens Papia vocabulum (2). 

Per tutte queste ragioni Ticinum, mentre nel linguaggio 
ufficiale continua ancora per molto tempo a portare il suo vero 
nome, vede a poco a poco prevalere nelF uso comune la nuova 
denominazione di Papia, finché un bel giorno questa finirà per 
entrare anche nei documenti pubblici, prima accanto all'altra, 
poi da sola, restando in ultimo, anche ufficialmente, predominante, 
se non esclusiva. 

Genova, 9 maggio 1911. 

Ferdinando Gabotto. 

(1) Romano, Perchè Pavia divenne la sede dei re longobardi, in questo Bollett., 
I, 1 segg. (1901), mentre per il Crivellaci, in St. stor., I, 8ò segg. (1892), biso- 
gnerebbe discendere ad Autari. 

(2) Cfr. Gorra, pag. 534. 



PAVIA 

[ELLA STORIA DELLA NAVIGAZIONE FLUVIALE (1) 



Non v'è persona, anche mediocremente colta, che ignori la 
prande importanza che hanno avuto i fiumi nella storia. Le più 
intiche civiltà sono sorte sulle rive dei fiumi, e, senza uscire 
lairitalia, la relativa prosperità economica che ha goduto in ogni 
tempo la Lombardia sarebbe incomprensibile se non si tenesse 
»nto della fitta rete di vie fluviali che, mettendo capo alla via mae- 
stra del Po, ha fatto di questo fiume una delle principali arterie 
lei commercio continentale europeo. La storia di Firenze sarebbe 
inch'essa incomprensibile, se non si tenesse conto dell' Arno, 
:ungo le cui rive essa venne svolgendo la sua potenza finché, 
-oii l'assoggettamento di Pisa, si pose definitivamente in diretta 
relazione coi paesi del Mediterraneo (2). Ed incomprensibile 
arcbbe altresì la storia romana antica, se, sfrondata di tutte 
e sue leggende, prescindesse dalla posizione di Roma sul Tevere, 
;he la pose di buon' ora in diretta comunicazione con l'Umbria 
; con T Etruria, da un lato, dall' altro col mare, e rese possibile 
a formazione di una classe mercantile che fu parte non piccola 
lei ceto plebeo. Fin dalla più remota antichità i Romani fecero 
lei Tevere una via navigabile ; per quella via, anche prima 

(I) Il presente lavoro è la parte sostanziale della conferenza tenuta in Pavia 
■i\ maggio 1911 ad iniziativa del Comitato per la Crociera motonautica 
orino- Venezia-Roma. 

Vedi specialmente Villari, I primi due secoli della storia, di Firenze; 
faenze, Sansoni, 1, 302 sg. — Volpe, Pisa, Firenze, Impero ai principi del 
300 in Studi Storici del Crivellucci, XI, 185 sg. — Doren, Studien aus der 
lorentiner Wirtschaftsgeschichte, Stuttgart, 1901, I, 115. — Silva, Il governo 
i Pietro Gambacorta in Pisa e le sue relazioni col resto della Toscana e coi 
r iscouti; Pisa, 1911, pag. 1 sg. 



— 312 — 

che dal mare, vennero a Roma le vettovaglie destinate al nu- 
trimento dei cittadini ; e che la naviga2Ìone fluviale abbili real- 
mente preceduto quella marittima è dimostrato dal fatto che 
la parola nave (navùj è di origine greca, laddove linter, con 
cui s'indicava la zattera da fiume, è di conio perfettamente 
Ialino. Della navigabilità del Tevere i Romani ebbero sempre 
grandissima cura; un particolare magistrato vegliava sulla buona 
conservazione del letto del fiume e delle sue rive {Comes ripa- 
rum et alvei Tiberis) ed è noto che Giulio Cesare, per rendere 
più proficuo il commercio del Tevere, ideò di deviarne il a 
inferiore, trasportando la foce da Ostia a Terracina l . 

Né solo il Tevere era navigabile nell'antichità, ma anche in 
generale tutti gii altri fiumi dell'Italia centrale e settentrionale, 
solo che il corso fosse appena considerevole. E la ragione di 
questo fatto s' intende facilmente, se si pensa che. essendo il 
paese irto di selve e sparso di paludi, la popolazione era assai 
scarsa, e i rari aggruppamenti umani, per mancanza di strade. 
non potevano comunicare fra lóro che per le vie fluviali 2 . 
Certo i Romani furono grandi costruttori di strade; ma non si 
deve dimenticare che le strade do' Romani ebbero specialmente 
uno scopo militare; commercialmente poco potevano servire a 
causa della mancanza di sicurezza, che esponeva le persone e 
le merci a continui pericoli (3). 

Gli antichi scrittori ci hanno lasciato non poehe notizie sui 

(1) Mommsen, Rò'mische Gescluchte, 7 Aufl. Ili, 518. 

(2) Cfr. Beloch, Bevolkervtng des griech. ròm. Welt, 1886. — Sai.violi, Sullo 
stato e la popolazione d' Italia prima e dopo le invasioni barbariche in Atti 
della r. Accad. di Palermo, 1899, p. 5 sg. 

(3) Questa mancanza di sicurezza fu una delle piaghe del M. E. a causa 
della imperfetta polizia delle strade terrestri e del brigantaggio quasi perma- 
nente. È caratteristico che la lode più frequente che si fa dei sovrani, che la- 
sciarono più lunga traccia nella tradizione popolare, è quella di avere assicu- 
rato i viandanti dal pericolo de' malandrini. Vedi, per Teoderico, la Vitro,, ira 
Theodericiana in M. G. H., Auct. Antiq., IX, 324 ; per Autari, P. Diacono, Hist. 
Lang., Ili, 16 (Cfr. Cipolla, Pensieri intorno a due famosi passi di P. D„ estr. 
dagli Atti della r. Acc. d. se. di Torino, voi. XLV, Torino, 1910); per Guglielmo 
li il Buono, Riccardo da S. Germano in M. G. H., Script., XIX, 323. 



- 313 — 

fiumi navigabili del nostro paese. Oltre al Tevere, troviamo ri- 
cordati corno tali l'Arno, l'Oglio, il Mincio, l'Adige, il Ticino e 
specialmente il Po, la cui vasta corrente offriva ai naviganti 
condizioni particolarmente favorevoli. Sulle rive di questi fiumi, 
come su quelle de' laghi, sorsero ben presto tanti centri di atti- 
vità commerciale, la cui importanza é attestata dalle iscrizioni, 
che parlano assai spesso di navicularii amnici, battellieri di 
fiumi o di laghi, riuniti in corporazioni o collegi, la cui organiz- 
zazione aveva stretti rapporti con l'annona, per assicurare l'ap- 
provigionamento di Roma e dell' Italia, che fu in ogni tempo 
precipua cura dello Stato romano (1). 

Essendo i fiumi le vie di comunicazione più comode e più 
sicure, non devo far meraviglia se di buon'ora si sentì il bisogno 
di un servizio regolare di navigazione. Sidonio Apollinare, scrit- 
tore del V secolo, s' imbarcò sul Ticino sopra una nave-corriera 
(orso ria), che lo trasportò per tutto il corso del Po, ed anche 
più oltre, fino a Ravenna (2). Ennodio, il famoso vescovo ticinese, 
essendogli morta una sorella, non si sa se a Ravenna o in qual- 
cuna delle città padane, affrontò la navigazione del Ticino e del 
Po in un giorno d'inondazione e di cattivo tempo, viaggio che 
egli descrive in quello stile gonfio, che è una delle principali ca- 
ratteristiche delle sue opere (3). AH' esistenza di un servizio re- 
golare di navigazione tra Pavia e Ravenna accenna una lettera 
di Cassiodoro, nella quale Teoderico ordina al capo della guar- 
nigione gotica in Ticino di mandare a Ravenna alcuni goti 
spesati per cinque giorni; il che fa supporre che la distanza fra 
e due città fosse percorsa in cinque giorni (4). Tale servizio di 
navigazione si venne col tempo perfezionando. Sappiamo infatti 
che nel X secolo Liudprando, lo storico, impiegò soli tre giorni 
pei' andare da Pavia a Venezia (5). e si potrebbero addurre altri 

(1) Daremberg et Saglio, Dictionnaire d' ariti qui tés grecques et romaines, 
VI, 21. 

(2) Epistolae et carmina, ed. Lvetjolian in M. G. H., Auct. Antiq., T. Vili, 6. 
?>, Ennomi Opera, ed. Vogel in M. G. H., Auct. Antiq., T. VII, 107. 

(4) Cassiodori Variae, ed. Mommsen, IV, 45. 

(5) LiuDPRANDi Antapodosis, VI, 4; ed. Dùmmle'r, Hannoverae, 1877. 



_ 314 - 

esempi per dimostrare che, specialmente in discesa, il vi;,-. 
del Ticino e del Po si faceva con una notevole rapidità. 

Le notizie che si hanno sul commercio fluviale dopo il VI secolo 
e per tutto il VII e parte dell' Vili sono scarsissime. Fu quello 
,,,, periodo tristissimo pel nostro paese, prima per la guerra greco- 
gotica durata circa vent' anni, e poi per l'invasione dei Longo- 
bardi, cui seguirono molti decenni di oppressioni e 'li rovino (1). 
Nel soc. Vili, cessate le guerre tra Longobardi e Bizantini <• rista- 
bilite le condizioni generali di sicurezza, anche il commercio rifiori. 
E rifiorì specialmente nell'Alta Italia, dove la ricchezza delle vie 
fluviali rendeva più facili le comunicazioni e gli scambi. I primi a 
percorrere la via del Po e a ravvivare la pratica mercantile furono 
i Veneziani e i Cornaceli i osi. Gli uni commerciavano specialm* 
in stoffe e pietre preziose e spezie ed altri prodotti orientali, 
che venivano per la via di Costantinopoli; gli altri avevano 
il monopolio del sale, che estraevano in gran copia dalle loro 
saline. Il più antico documento che possediamo su questo com- 
mercio fluviale è una specie di trattato di commercio e di navi- 
gazione tra Liudprando e Comacchio del 715, in cui erano fissate 
le norme con cui i Comacchiesi dovevano esercitare il loro com- 
mercio lungo i porti del Po e stabiliti i dazi a cui erano soggetti. 
In questo documento è ricordo dei più antichi porti esistenti 
lungo la linea padana: il porto mantovano e quello del Mincio 
{Caput Mincìi\ i porti di Brescia, di Parma, di Cremona, di 
Piacenza e del Lambro. In tutti questi porti esistevano funzionari 
regi incaricati di riscuotere i dazi, che, per essere assai miti, 
favorivano gli scambi e li resero, fin dall' VIII secolo, molto at- 
tivi (2). I nomi di quei porti meritano la nostra attenzione ; essi 
richiamano alla memoria le città che si elevarono a grande 
potenza all'epoca del Comune (3), perchè la pratica commerciale 

(1) Ciò non toglie per altro che la navigazione fluviale continuasse ad essere 
rigorosamente regolata dallo Stato. Cfr. Rotari, Ed. 265-268. 

(2) Per tutta questa parte vedi L. M. Hartmann, Zur Wirtschaftsgeschichte 
Italiens im fruhen Mittelalter ; Gotha, Perthus, p. 74 sg. e il doc. a pag. 123. 

(3) Cfr. A. Solmi, Le diete imperiali in Roncaglia e la navigazione del Po 
■presso Piacenza; Parma, 1910, pag. 18 sg. 



- 315 - 

diodo origine al formarsi di una classe mercantile, tra cui quei 
negotiatores, che non a torto sono considerati come il nòcciolo 
del futuro svolgimento della borghesia comunale. 

Il trattato del 715 può considerarsi come la magna diaria 
della navigazione fluviale noli' Alto M. E. I Veneziani non tar- 
darono a sostituirsi ai Comacchiesi nel dominio commerciale 
della valle dol Po, e i patti da loro stipulati coi sovrani carolingi 
o poi co' re d' Italia por tutto il corso dol IX e del X secolo (1) 
provano l'importanza elio ossi annettevano alla libertà di navi- 
gazione che veniva loro accordata in tutta l'estensione del 
Regno. 

Nel documento che abbiamo esaminato di Pavia non si parla. 
Nondimeno ossa acquistò subito uno dei primi posti nel campo 
delle relazioni fluviali. Sappiamo infatti che i Veneziani veni- 
vano al suo mercato fin dall' Vili secolo, e poi, sul loro esem- 
pio, vi vennero, probabilmente, anche gli Amalfitani (2). I 
Pavesi, alla lor volta, fin dall'anno 800 navigavano la corrente 
del Po per andare a Comacchio a provvedersi di sale; anzi 
a Comacchio il monastero di S. Pietro in Ciel d'Oro posse- 
deva delle saline di sua proprietà (3). La. speciale importanza 
acquistata da Pavia nella navigazione fluviale dipendeva non 
solo dalla sua posizione, che la metteva in diretta comunica- 
zione col Lago Maggiore e con l'Adriatico (4), ma anche dal 
suo grado di centro politico e sede dell'amministrazione del 
Regno Italico. A Pavia si tenevano le assemblee o concilii na- 
zionali ; qui convenivano vescovi ed abati e grandi laici per 
trattare con la corte: di qui passavano molti stranieri e pellegrini 

(1) M. G. H., Capitola regum frane, p. II, pag. 130 sg. 
!) Cfr. Liudprandi Legatio, 55. — G. Romano, Le dominazioni barbariche 
in Itali,,, Milano, Vallardi, 1909, pag. 785, n. 22. 

V . il mio lavoro : Il Codice diplomatico agostiniano di s. Pietro in Ciel 
'/' Oro in Boll. pav. di stor. patria, VI (1906), 302. 

(4) Azario. Chronicon, ed Milano 1771, p. 225: « Nee potest dici similis 
■l par in aliena Civitate Lombardie. Nam navigiis dominatur, quia sita super 
Jkimen Ticini, habens introitum et potentiam in ipso Ticino, et potius intra 
Padum <'t proinde in muri Adriatico ». 



— 316 - 

diretti a Roma, che sostavano volentieri nella città nostra per 
visitami; le basiliche rinomate o venerarvi le reliquie, che la 
pietà de 1 re Longobardi aveva raccolto nei secoli anteriori Si 
aggiunga che in quei tempo essendo i vescovi e gli abati i più 
grandi proprietari di tene, per smerciare i loro prodotti ne te- 
nevano deposito in Pavia, dove o li facevano vendere su) mer- 
cato, o per mezzo di proprio barche li facevano trasportare al- 
trove, agli altri mercati esistenti lungo le vie del Ticino e del Pò, 
Pavia quindi presentava allora un aspetto assai animato. Essa ap- 
pariva come un fitto conglomerato di case di legno e di pietra, con 
numerose botteghe o stazioni, dove si vendevano i prodotti naturali 
e manifatturati di tutte le parti di Lombardia. 11 suo mercato della 
seta era forse il più importante della valle padana. Centro di 
tutta quell'attività economica era il palazzo reale, dove per conto 
dell'amministrazione si fabbricavano e si vendevano tele e tessuti 
e si raccoglievano l'olio che veniva dal lago di Como ed altri 
prodotti provenienti dalle terre della corona. Il Ticino, popolato 
di porti e solcato da barche dirette verso il Po o verso il Lago 
Maggiore, era la via naturale di tutto quel movimento commer- 
ciale, che formava la ricchezza della città e sostentava una nu- 
merosa popolazione di artigiani e di mercanti, tanto che un 
cronista del X secolo non dubitò di paragonarla, per l'opulenza 
dei traffici, a Tiro e a Sidone (1). 

' v l) L'importanza commerciale di Pavia nell'Alto M. E. è stata posta in ri- 
lievo da' più recenti studi. Non sono molti anni che C. Merkel (L' epitafio di 
Ennodio, Roma, Tip. R. Accad. dei Lincei, 1896, p. 102) parlava di una de- 
cadenza della città subito dopo la fine del regno longobardo, rappresentan- 
dola « silenziosa e deserta », salvo ne' rari periodi di passaggi d' imperatori 
e di soldatesche straniere. A risultati ben diversi, mediante un più accurato 
studio delle fonti cronistiche e dei documenti, sono giunti : E. Sacklr, Die 
Cluniacenser in ihrer kirchlichen u. allgemeingeschichtlichen Wirksamkeit bis 
sur Mitte d. elften Jahrhunderts, I, 237, Halle a. S., 1892 — L. M. Hartmann, 
op. cit. — G. Volpe, Per la storia giuridica ed economica del M. E. in Studi 
Storici, 1905, p. 203 — A. Schaube, Handelsgeschichte der Romanischen Volker, 
Munchen - Berlin, 1906, pag. 12 seg. — W. Lenel, Zur àlteren Geschichte 
Venedigs in Historische Zeitschrift, 1907, pag. 99 sg. — G. Romano, Le domi- 
nazioni barbariche in Italia, Milano, Vallardi, 1909, pag. 600, e A proposito 



- 317 - 



Tale stato di coso durò circa tre secoli, tra l' Vili e 1' XI, 
un periodo che possiamo chiamare pavese della navigazione 
fluviale, e che corrisponde a quello in cui Pavia fu la città poli- 
ticamente più importante del Regno Italico. A datare dal sec. XI 
le cose cambiano aspetto. Pavia non è più il centro politico del 
Regno: col sorgere del Comune si formano tanti centri quante sono 
le città, e fra queste Milano primeggia di buon'ora per il numero 
dei suoi abitanti e la potenza sempre crescente della sua borghe- 
sia industriale e mercantile. Da quel punto una fiera lotta s'ingag- 
gia tra Milano e le vicine città di Pavia, Como, Lodi. Sono guerre 
I che hanno un carattere essenzialmente economico, perchè nascono 
; dal bisogno che il Comune milanese sente di espandersi a spese 
I dei vicini, per impadronirsi delle vie commerciali e avvicinarsi 
i ai grandi mercati di esportazione: Genova e Venezia. In questo 
atteggiamento che assume Milano di fronte a' Comuni limitrofi, 
la navigazione fluviale, strettamente collegata con le esigenze del 
commercio, entra come elemento essenziale. Se non che, rispetto 
t alla navigazione fluviale, Milano si trovava in condizione assai 
| più svantaggiosa di altri Comuni lombardi (1). È vero che le 

idi un passo di Agnello Ravennate in questo Bollettino X (1910).- Tra le testi- 
■monianze contemporanee sono notevoli quella del cronista Notkero (M. G. H., 
MScript., II, 760), da cui risulta che fin dall' Vili secolo i Veneziani frequenta- 
Ivano il mercato di Pavia, e l'inchiesta del doge Otto Orseolo poco dopo il 
■mille (Cronache Veneziane antichissime, ed. Monticolo, I. 178). Che Pavia fosse 
un mercato importante per la seta argomentasi da un elenco di beni del mo- 
nastero di s. Giulia in Brescia (Porro Lambertenghi, Cod. diplom. Long., 
pag. 726). Circa la popolazione e il movimento mercantile pavese nel X sec. 
è interessante il passo dell'ANON. Sii.viniac, Vita S. Maioli (Bibl. Cluniac, col. 
1775), eap. 18: « Quae multipli cibus populorum referta turbis, nobiliurn et di- 
versarum mercium speciebus insignis, quasi quaedam Tyrus et Sydon videtur 
remansisse, quibus complacet ad sui mercimonii comparationem et venditionem 
venire ». 

(I) Questa deficienza era lamentata vari secoli fa da Bonvesin dei la Riva, 
De Magnalibns urbis Mediolani. ed. Novati in Bullett. Ist. Stor. hai., 1898, 
p. 170. Vedi anche G. Bruschetti, Storia dei progetti e delle opere per la na- 
vigazione interna del milanese, Milano, 1842, p. 2, 



B18 — 

grandi vie dell' Alta Italia e quelle provenienti dalla Francia e 
dall'Europa Centrale s'incontravano sotto le Bue mura; ma 
Milano non aveva il beneficio della vicinanza di un fiume che la 
mettesse in diretta comunicazione col Po e co' laghi ire e 

di Como. Trovare, quindi, un mozzo di giungere al Po e per 
esso all'Adriatico; avvicinarsi a' laghi mediante vie dirette di 
comunicazione destinate a rendere più facili e più rapidi gli 
scambi; abbreviare il più possibile la distanza da Genova, il cui 
porto era lo sbocco naturale dei prodotti lombardi : ecco i pro- 
blemi che Milano si propose fin da quando., per la vittoria sul 
Barbarossa, ebbe chiara coscienza del suo grande avvenire eco- 
nomico, e alla soluzione di quei problemi si collegauo essenzial- 
mente le sue guerre e le sue alleanze, che condussero col tempo. 
prima sotto il Comune, poi sotto i Visconti, all'assoggettamento 
politico dei paesi vicini (1). E con gli stessi problemi si collega 
l'opera sapiente; di canalizzazione, con cui Milano, correggendo 
gli svantaggi della sua posizione, cercò di mettersi in diretta 
comunicazione col Po, col Ticino e con 1' Adda ; donde i pro- 
gressi raggiunti dai Milanesi nell'ingegneria idraulica e portuale, 
in cui la loro industre attività si affermò in modo meraviglioso. 
Senza risalire a tempi più antichi (2), il primo serio tentativo 
fatto da Milano per aprirsi una via fluviale fino al Po rimonta 
al secolo XII. È di questo tempo la costruzione di un naviglio 
che da Porta Tosa andava fino a Monluè sul Lambro. Su questo 
fiume il monopolio della navigazione era tenuto da' Piacentini, 
i quali risalivano la corrente sino a Salerano, che era come il 
porto di Lodi, e dove pagavano un pedagio di 5 soldi. Ma questa 
situazione cambiò radicalmente quando, distrutto Lodi vecchio, 
la città nuova fu spostata più ad oriente, sulla riva destra del- 
l' Adda. Federico Barbarossa concesse alla nuova città 1' esclu- j 

(1) Sulle cause ecouomiche della conquista viscontea vedi il mio lavoro: 
La guerra tra i Visconti e la Chiesa in Bollett. della società pavese di st. patria, 
III, 417 seg. 

(2) Alludo al noto passo di Landolfo il Vecchio (II, 24), più volte ricordato 
dagli storici, in cui si accenna ad un' antica comunicazione di Milano col Po 
per mezzo della Vettabbia. 



- 319 - 

sività del porto sull' Adda e l'immunità commerciale su tutti i 
fiumi di Lombardia. Così i Lodigiani si allontanarono definitiva- 
mente dalla navigazione del Lambro, non solo, ma ebbero inte- 
resse di avversarla contro i Piacentini e contro i Milanesi, per 
costringere i loro rivali a far capo al proprio porto sull' Adda 
e servirsi esclusivamente della navigazione di questo fiume. Dopo 
varie vicende guerresche i Lodigiani riuscirono pienamente nel 
loro intento. Nel trattato di pace stipulato nel 1198 i Milanesi 
si obbligarono a servirsi del porto dell'Adda e a non percorrere 
altra via fluviale che questa per le merci destinate al Po e alle 
sue adiacenze. Così il canale di porta Tosa fu abbandonato e 
servi solo ai bisogni dell'irrigazione (1). 

Fallito il tentativo di aprire una via diretta lino al Po, Milano 
tentò di mettersi in comunicazione col Lago Maggiore mediante 
un canale. Fu questo il Ticinello o naviglio di Baggiano, detto più 
tardi Naviglio Grande, costruito nel sec. XIII al tempo di Napo- 
leone Tornani. Sull'origine prima di questo canale le opinioni 
non sono concordi [2) ; ma è un fatto che il Naviglio Grande 
divenne presto navigabile, con grande vantaggio dei Milanesi, 
i quali poterono attirare nella loro città buona parte del com- 
mercio del Lago Maggiore, e con non minore dell' agricoltura, 
per le derivazioni d' acqua che se ne fecero e che servirono 
a scopo irrigatorio. 

Colla costruzione del Naviglio Grande Milano risolveva indi- 
rettamente anche il problema delle sue comunicazioni col Po e 
coli' Adriatico. Se non che, da questo lato, la soluzione urtava 
contro 1' ostacolo di Pavia che dominando, a valle, le due rive 
del fiume, era la vera chiave delle comunicazioni col Po e con 
le vie fluviali dell'Italia superiore (3). L'assoggettamento di 

(1) Cfr. Biscaro, Gli antichi « navigli » milanesi in Arch. stor. lomb., 
XXXV (dicembre 1908), 292 sg. 

(2) Cfr. Biscaro, op. cit., p. 298 sg. — Bruschetti, op. cit., p. 3. 

(3) Ecco come 1' Anonimo Ticinese, op. cit., p. 23, parlava, sui primi de- 
cenni del sec. XIV, del commercio pavese per le vie fluviali : « Ad civiiateni 
ittam papiensem, cum duorum ex maioribus Lombardie fluminibus portus ob- 
tineat, ex diversis partibus mundi mercimonio deferuntur : usane illue enirn 



- 320 — 

Pavia a Milano divenne, quindi, una necessità non solo per i 
rapporti con Genova d), ma anche ne' riguardi nella navi- 
gazione fluviale, il cui problema nassumevasi per i Mil; 
nel trovare una via piò spedita per giungere al Po e quindi 
a Venezia e agli alni porti dell' Adriatici;. Jl problema fu ri- 
soluto nel 1359, quando Pavia cadde in potere di Galeazzo 11. 
e non deve perciò far meraviglia che imo de 1 primi atti del Vi- 
sconti sia stato quello di costruire un canale navigabile da Milano 
a Pavia (diverso dall'attuale), che rimase per molto tempo aperto 
al trasporto delle merci fra le due città. 

E noto che 1' attività canalizzatrice di Milano non si arrestò 
a questo punto. Più tardi sotto gli Sforza, fu costruito il naviglio 
della Martesana, che unì Milano all' Adda, e al principio del 
sec. XVI, regnando Francesco I, fu ideato un altro canale che 
doveva porla in più diretta comunicazione col lago di Como. 
Questo canale doveva cominciare a Brivio e giungere fino alla 
metropoli lombarda per la via di Trezzo (2). 



Ma i nostri fiumi non ebbero soltanto una funzione commer- 
ciale, ma anche militare e guerresca. 

Già fin dall' XI secolo, quando i privilegi della feudalità laica 
ed ecclesiastica vennero alle prese con la forza conquistatrice 
de' Comuni, la navigazione fluviale formò oggetto di contestazioni 
e di controversie. Invano l' Impero si sforzò nella dieta di Ron- 
caglia del 1158 di richiamare all'autorità dello Stato i diritti 

de Adriatico mari, ubi est Venetiarum civitas per multas Mine dielas d>stans , 
ab oriente, naves cum sale et aliis mercimoni is per Padum et Ticinum ascen- \ 
dunt. llluc tam de suo territorio quam de Monteferralo cum preciosis et rubi- 
cundis vinis et aliis rebus per Padum ab occidente descendunt. Similiter de- 
scendunt illue cum optimis vinis de Nooariensium et Madiolanensium partibus 
per Ticinum ». 

(1) Vedi il mio lavoro : Delle relazioni tra Pavia e Milano nella formazione 
della signoria viscontea in Arch. stor. lomb.., XIX (1892), 578, e 1" altro già 
citato su La guerra tm i Visconti e la Chiesa, p. 421. 

(2) Cfr. Formentini, Ducato di Milano, p. 637, 






— 321 - 

pubblici intorno alle acque ; questi rimasero in potere delle cit- 
tadinanze in virtù delle autonomie comunali, e furono difesi stre- 
mamente contro gli antichi feudatari, contro i monasteri e le 
chiese ed anche contro i Comuni limitrofi (1). Così, quando le 
guerre» municipali divennero quasi permanenti a datare dal XII 
secolo, si combattè egualmente per terra e per acqua: nelle città ri- 
verasche dei grandi fiumi sorsero darsene e si fabbricarono navigli 
I da guerra. Ferrara, Mantova, Cremona, Piacenza, Pavia si segna- 
larono specialmente in questo nuovo campo di attività: Pavia più 
di tutte. Le più antiche memorie di un arsenale e di una darsena 
destinati ad accogliere il naviglio guerresco risalgono in Pavia 
, al secolo XIII. Essi erano situati dove sono i giardini e le mar- 
I cite del Collegio Borromeo, e comunicavano col Ticino per mezzo 

(di una porta fortificata, sbarrata da una pesante catena (2). 
Non sapremmo dire con precisione a che numero di navi 
ascendesse l'armata pavese. Sappiamo però, per testimonianza 
dei cronisti, che era assai rilevante. Delle navi, alcune erano 
lunghe, acute e velocissime al corso e si chiamavano scancerie 
o ganzerre, altre più pesanti dette incastellate, dal castello di 
poppa capace di contenere un buon numero di armati. Del loro 
impiego e della tattica navale non siamo bene informati. Sembra 
però che le ganzerre fossero impiegate sopratutto nelle esplo- 
razioni e nella corsa contro le navi nemiche, e le incastellate 
servissero al trasporto di vettovaglie e truppe da sbarco, che 
dopo aver dato il guasto alle terre del nemico, tornavano a bordo 
con prede e prigionieri. 

Francesco Petrarca, in una lettera a Francesco Bruni del 1368, 
descrive 1' avventuroso viaggio che egli fece in quell'anno, navi- 
gando il Ticino e il Po, per tornare a Padova; e quella lettera è 
una viva rappresentazione delle sue impressioni personali e del- 
l'aspetto che prendevano i nostri fiumi in tempo di guerra. Dopo 
aver narrato le difficoltà della partenza, perchè nessun battel- 



(1) Cfr. Solmi, op. cit., pag. 24 seg. 

(2) Vidari, Arsenale, Darsena e Campo del tiro a segno in Pavia ; Pavia, 
Fusi, 1892, p. 15 sg. 



922 — 

liero era disposto a noleggiargli una barca, temendo i pericoli 
della guerra: « Ad ogni tratto, egli scrive, ci scontravamo 
con flottiglie urinato, che scorrevano il fiume, con armate schiere, 
che guarnivan le sponde: tremavano, impallidivano i servi: 
solo sempre mi feci innanzi intrepido e inerme, e non solamente 
salvo, ma sèmpre con onoranza fui lasciato passare, mentre 
tutti dicevano che, da me infuori, nessuno certamente sarebbe 
andato sicuro. In somma, dove nessuno avrebbe osato inoltrarsi 
senza certezza di essere o [iroso o ucciso o almeno spogliato, 
io vidi colmarmisi la barca di bottiglie, di caccagioni, di poma, 
d'ogni specie regali, per guisa che non alcun'angheria, ma solo la 
cortese; ospitalità di quelle soldatesche mi fece andar lento in 
quel pacifico mio viaggio » (]). 

I Pavesi acquistarono subito una grande reputazione in quel 
genere di guerra : lo attestano i cronisti contemporanei, uno 
dei quali, 1' Azario, dice che in acqua i Pavesi erano in- 
vincibili (2). Quando Pavia cadde in potere de' Visconti, questi 
ne fecero la prima stazione navale del loro Stato, e da Pavia e 
dal suo arsenale partirono le armate ducali che, lungo il XV 
secolo, gareggiarono a più riprese contro i Veneziani e, il più 
delle volte, con prospera fortuna. In quelle guerre si segnalarono 
in modo speciale alcuni pavesi della famiglia degli Eustachi, tra 
cui quel Pasino ricordato più volte ne' documenti col titolo di 
Capitaneus ducalis navigii, che si rese assai famoso per varie 
vittorie riportate sui Veneziani nel Po. Parecchie navi veneziane 
da lui catturate si conservavano nella darsena pavese, come trofei 
di guerra, ancora nell'anno 1515 (3). 

Anche dopo, e fino al sec. XVII, si ha notizia di fazioni mi- 
litari combattute sul Po; ma la funzione militare de' nostri fiumi 
si può dire cessata nella seconda metà del quattrocento, quando 
i progressi dell' arte militare e più la cresciuta potenza delle ar- 

(1) Lettere senili, volgarizzate dal Fracassetti, Firenze, 1870, Lib. XI, 2. 

(2) Chronicon, p. 174. Cfr. Anonvmi Ticinensis De laudibus civitatis tici- 
nensis presso Muratori, R. I. S., 2. ediz., Città di Castello 1903, pag. 24. 

(3) G. Vidari, op. cit., pag. 23. 



._ 323 — 

liglierie tolsero ai navigli fluviali ogni importanza come arnesi 
di guerra. 



Con la fine degli Sforza si chiude il periodo classico della 
navigazione fluviale in Lombardia. I danni della dominazione 
spaglinola, improvvida e dissanguatrice, aggravati dalla terribile 
crisi economica prodotta dalla scoperta dell'America, avviarono 
il paese ad una irreparabile decadenza. A poco a poco diminuì 
la popolazione, tacquero i telai, si chiusero le fabbriche ; la 
mano d'opera, non trovando più impiego nel paese, andò all'estero 
in cerca di lavoro più remunerativo. Allora anche i traffici de- 
clinarono e la navigazione fluviale ne risentì necessariamente il 
controcolpo. E se questa non cessò del tutto, fu perchè essa 
presentava sempre, come mezzo di comunicazione, dei grandi 
vantaggi : i noleggi assai meno costosi in confronto delle comu- 
nicazioni terrestri, e la maggior sicurezza del viaggiar per acqua 
che per terra, le cui strade erano assai meno sicure pel cattivo 
servizio di diligenze e pel rifiorire del malandrinaggio (1). 

Si può dire che 1' ultimo segno di provvidenza da parte del 
governo, nei riguardi delle comunicazioni fluviali, sia dovuto a 
quel conte di Fuentes, governatore spagnolo in Lombardia, che 
al principio del XVII secolo spiegò una certa energia per scavare 
un nuovo canale navigabile tra Milano e Pavia in sostituzione 
di quello, oramai andato in disuso, costruito al tempo dei Vi- 
sconti : poi tutto tacque e decadde. Il Po, il Ticino e gli altri 
fiumi lombardi rimasero però sempre aperti al trasporto delle 
merci e delle persone, e non è raro il caso che i documenti e 
gli storici ci parlino di principi e principesse che vanno per acqua 
da Torino a Venezia o a Ferrara, e talora anche di liete bri- 
gate viaggianti a diporto lungo il corso del Po. 

(1) Sulle condizioni generali della Lombardia all'epoca spagnuola vedi 
('. Canti.', La Lombardia nel secolo XVII. Ragionamenti ; Milano, Volpato, 
1854, pag. 16 sg. 



- 324 - 

Fra questi viaggi è degno di essere ricordato quello che fe< 
il Goldoni da Pavia a Venezia, mentre era studente del Collegio 
del Papa Ghislieri), durante le vacanze nel suo secondo anno 
d' Università (1724 ?). È una pagina assai pittoresca delle 
memorie giovanili, u crediamo di doverne riferire la parte più 
interessante. 

u Aussi-tót quo la compagnie fut prète à partir, on m' envova 
chercher. Je me rendis au bord du Tesino et j' entrai dans le bateaa 
couvert, où tout le monde s' étoit renda. 

Rieri de plus commode, rien de plus élégant que ce petit bàtiment 
appellé Burchiello, et que 1' on avoit fait venir exprès de Venise. ! 
C etoit une salle et une anti-salle couvertes en bois, surmontées d'une 
balustrade, éclairées des deux cótés, et ornées de glaces, de pein- 
tures, de sculptures, d' armoires, de bancs et de chaises de la plus 
grande commodité. C etoit bien autre chose que la barque des Coraé- 
diens de Rimini. 

Nous etions dix maitres et plusieurs domestiques. Il y avoit des 
lits sous la proue et sous la poupe ; mais on ne devoit voyager que 
de jour ; on avoit de plus décide qu'on coucheroit dans de bonnes 
auberges, et qu'où il n'y en auroit pas, on iroi deinander Pbospita- 
litó aux riches Benedictins qui possèdent des biens immenses sur ' 
les deux rives du Po. 

Tous ces Messieurs jouoient de quelqu' instrument. Il y avoit troia 
violons, un violoncelle, deux haut-bois, un cor-de-cbasse et une gui- 
tarre. Il n'y avoit que moi qui n' etoit bon àrien, j'en étois honteux 
et pour tàcher de réparer le defaut d'utilité, je m'occupois pendant 
deux heures tous les jours à tnettre en vers, tant bons que mauvais, 
les anecdotes et les agrémans de la veille. Cette galanterie faisoit 
grand plaisir à mes compagnons de voyage, et e' étoit leur amuse- 
ment et le mien après le café. 

La musique étoit leur occupation favorite. A la chute du jour ila 
se rangeoient sur une espèce de tillac qui faisoit le toìt de l'habi- 
tation flottante, et là, faisant retentir les airs de leurs accords harmo- 



— 325 — 

nieux, ils attiroient de tous còtés les Nymphes et les Bergers de 
ce fleuve qui fut le tombeau de Phaéton. 

Diriez-vous, mon cher leoteur, que je donne un peu dans l'emphase? 
Cela peut ètre; mais voilà coinme je peignois dans mes vers notre 
sérénade. Le fait est, que les rives du Po (appaile par le Poètes 
Italiens le Roi des fleuves) ótoient bordées de tous le habitans des 
euvirons, qui venoient eu foule nous entendre; les chapeaux en l'air 
et les mouchoirs déployés, nous faisoient coinprendre leur plaisir et 
leur applaudisseinens » (1). 

* 
* * 

Sotto la dominazione austriaca, che fu (da qualunque parte sia 
venuto l'impulso) un periodo di salutare risveglio delle forze 
economiche in Lombardia, la navigazione interna fu oggetto di 
seria attenzione da parte del governo. Appartiene a quegli anni 
tutta una fioritura di memorie, dissertazioni e progetti relativi alla 
canalizzazione delle acque, che fece fare molti progressi all' in- 
gegneria idraulica e suggerì malinconiche riflessioni ad uno 
scrittore romano del tempo, il quale, grande fautore della navi- 
gazione del Tevere, contrapponeva Tindustre attività dei Lom- 
bardi alla pigrizia e alla dappocaggine delle classi dirigenti di 
Roma e dello Stato Pontificio (2). Fra le tante pubblicate allora 
merita particolare menzione una elaboratissima memoria di Paolo 
Frisi (3) diretta nel 1772 all'Arciduca Ferdinando, governatore au- 
striaco in Lombardia, riguardante un nuovo progetto di canale da 
Milano a Pavia reso indispensabile dalle nuove esigenze del com- 
mercio milanese e lombardo (4). Se non che i grandi avvenimenti 

(1) Mémoires de M. Goldoni, pour servir à V histoire de sa vie etc, Paris, 
Duchesne, 1787, voi. I, pp. 78-80. 

(2) L. Pascoli, II Tevere navigato e navigabile, Roma, 1470. 

(3) Pubbl. dal Conte A. Cavagna-Sangiuliani in Bollett. pavese di storia patria, 
Vili, pag. 9. 

(4) Su questo punto vedi E. Rota, La politica economica dell'Austria in Lom- 
bardia e le necessità del commercio milanese in Boll. pav. di st. patria, anno 
X (1910), pp. 118 sg. 



— 'Ì20 

occorsi in Italia dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese arre- 
starono quel movimento interno 'li rinnovamento economico, <■ 
solo più tardi, per impulso di Napoleone, i lavori del nuovo 
naie Milano-Pavia poterono essere ripresi e condoni a termine. 
Lo grandi feste con cui il 16 agosto 1819 fu inaugurata la 
grand' opera erano l'espressione della rinata fiducia dei Pa 
nel loro avvenire commerciale. Pavia aveva molto sofferto por le 
guerre di successione, cho le avevano tolto la maggiore e mi- 
glior parto del suo territorio : né il trattato stretto da -Maria Te- 
rosa con la corte Sarda il 4 ottobre 1751, col quale s'era 
cercato di attenuare le gravi conseguenze economiche di quegli 
smembramenti, era riuscito ad impedire i numerosi inciampi 
frapposti alla sua vita commerciale (1), a cui era indispensabile 
fondamento la libera navigazione del Ticino, del Po e del I 
Maggiore. « Libertà di navigazione » fu il motto d'ordine de' 
Pavesi nel 1815 quando, ristabilito il dominio austriaco, il Magi- 
strato localo mandò a Vienna il marchese Luigi Malaspina a pa- 
trocinare presso il Governo gl'interessi della città. Nelle istru- 
zioni date al proprio inviato il Municipio deplorava che il trat- 
tato di Vienna del 1814 avesse « sottomesso a soverchie esigenze di 
sicurezza e di polizia fluviale e terrestre » la libera navigazione 
de' fiumi, sui quali da secoli i Pavesi avevano esercitato i loro 
commerci; domandava che venisse dichiarato u franco - il Po 
da Torino al mare, il Ticino dal Lago Maggiore alla foce: e in- 
fine proponeva la formazione di una lega doganale e di navi- 
gazione tra gli stati ripuari, dal Lago Maggiore e da Torino al- 
l'Adriatico, con dazi abbastanza leggieri da favorire gli scarnili 
e le relazioni commerciali (2). 

fi) Sui danni economici prodotti a Pavia dalle guerre di successione vedi 
li. Scotoni, Emigrati pavesi nei primi anni della dominazione francese in Boll. 
pav. di st. patria, VII (1907), 383 sg. e C. Panigada, Pavia nel primo anno 
della dominazione francese dopo la rivoluzione (maggio 1796 - giugno 1797)} 
ibidem, X ( 1910), 253 sg. Sugli smembramenti del territorio e loro conseguenze 
vedi il lavoro di A. Malagugini, Gli smembramenti del Principato di Pavia nella 
prima metà del sec. X Vili in corso di stampa nello stesso Bollettino, fase. III- 
IV, 1911. 

(2) G. Vidari, Frammenti cronistorici dell'agro ticinese, 2* ed., Pavia, 
1892, voi. IV, p. 258. 



- 327 — 

L'applicazione (lolla macchina a vaporo alla navigazione parve, 
sul principio, chiamata a dare un nuovo impulso alle comunica- 
zioni fluviali. A tal uopo si formò una Società d'azionisti, che 
costruì sci battelli a vapore per la navigazione lacustre e quella 
«lei maggiori fiumi lombardi. A questi ultimi furono destinati 
due battelli, V Eridano e il Virgilio, l'uno per il servizio rego- 
lare tra Venezia e Pavia, l'altro tra Venezia e Mantova. L' Eri- 
ibtiìo approdò la prima volta a Pavia nel giugno del 1820, per- 
correndo 360 miglia geografiche in 37 ore (1). 

Interrotto per poco, a causa dei moti del 1821, poi ripreso, 
il servizio di navigazione continuò negli anni successivi. Nel 
1S44 la ditta Perelli e Paradisi di Milano allestì due vapori per 
la navigazione e i trasporti fluviali da Milano a Pavia e a Ve- 
nezia ; ma dopo pochi anni, caduta in sospetto del governo 
austriaco, cessò dall'impresa, e il monopolio della navigazione 
fluviale fu raccolto dal Lloyd austriaco, il cui servizio si esten- 
deva da Trieste e da Venezia fino a Mantova, a Pavia e a Mi- 
lano, abbracciando il trasporto di merci, di passeggieri, della 
posta e del sale. « Da quel tempo, scrive il nostro Vidari, le 
ruscone pavesi, ossia le grosse ed antiche navi annonarie a corda 
e a vela, non gittarono l'ancora nelle acque del Borgo Ticino, 
le più issarono sulla maggiore antenna l'antica bandiera pavese 
- croce rossa in campo bianco — ormeggiando sulla destra del 
fiume nei dì festivi a valle del ponte » (•>). 



Il servizio del Lloyd austriaco durò fino al 1859. Poi cessò, 
e la navigazione a vapore sui nostri fiumi parve morta per 
sempre. 

Ora essa accenna a risorgere ; ma non per fare la concor- 
renza al traffico terrestre, sì bene per venire in suo aiuto come 



(1) Cfr. Rrlschetti, op. cit., p. 292 sg. 

(2) Op. cit., IV, pag. 478. 



— 328 

forza integrativa e sussidiaria. Nella nobile gara con cui Governo, 

Comuni e privati tendono a ravvivare le assopite energìe del 
nostro antico commercio fluviale, i maggiori vantaggi saranno. 
come in lutti gli altri campi dell'operosità umana, 'lei più vo- 
lonterosi. Pavia, forte della sua posizione <• del suo passato, Pavia, 
naturai porto fluviale della metropoli lombarda, saprà, in questo 
campo, occupare indubbiamente uno dei primi posti. 

G. Romano. 



NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XVIII 



Introduzione. 



Il 23 settembre 1859, Vittorio Emanuele II — reduce dai 
trionfi di Palestre- e di San Martino — poneva la firma alla 
legge determinante la composizione delle nuove Provincie del 
suo Regno: il 10 ottobre successivo veniva soppressa la barriera 
Doganale fra le provincie piemontesi e lombarde. 

Per quella legge, con questa soppressione, Pavia vide realiz- 
zata la secolare aspirazione alla reintegrazione del suo territorio: 
la Provincia, che ebbe nella città delle cento torri il suo natu- 
rale capoluogo, comprese, fra le altre terre, quella Lomellina e 
quell'Oltrepò, che, a lei legate da tradizioni storiche e da ne- 
cessità economiche, le erano state divelto un secolo e mezzo 
prima, nel turbinio violento delle guerre di successione, onde fu 
travolta l'Europa tutta nella prima metà del secolo decimottavo. 

A chi oggi osservi la carta geografica, la Provincia Pavese 
appare come un grande trapezio irregolare. La base minore, 
verso nord-est — costituita da una linea corrente da Landriano 
sulla destra del Lambro fino alla influenza di questo nel Po -- 
confina rispettivamente col Milanese e col Piacentino; la base 
maggiore ad ovest-sud-ovest si estende dal comune di Con- 
fienza verso il novarese sino a Rondanina, Fontanigorda e Ca- 
soni, gli estremi comuni del Robbiese. seminati fra gli alpestri 
dirupi dell'Appennino ligure. Zona vastissima dunque e varia 



— 330 — 

quant' altre mai Dalla pianura, 'li pochi metri appena supei 
al livello del mare, attraverso la collina dal dolce declivio, 
passa alla montagna vera e propri;!,, che nel M. Lesima supera i 
1700 moiri. 

Dovendo noi studiare, specialmente rielle loro co 
gli smembramenti del Principato Pavese succedutisi dal 1707 al 
1743, ci sembra, più che opportuno uecessario esaminare uri 
pò' da vicino queste terre: quelle specialmente che furono mer- 
canteggiate tra il governo di Torino e quello di Vienna, il 
quale ultimo ha trovato nel Distretto di Pavia il carciofo da 
sfogliare a saldo delle sue partite di guerra. 

Resterà escluso dal nostro esame il Bobbiesc poiché al prilli 
cipio del sec. XVIII esso costituiva un contado a sé. sotto la 
dipendenza diretta del governatore e del senato di Milano (1 . 

La Campagna Pavese propriamente detta ha la forma di 
un triangolo rettangolo, con l'ipotenusa costituita dal Ticino da 
Bereguardo alla foce) e dal Po fino a Monticelli: il vertice op- 
posto si può fissare a Landriauo. 11 territorio di Casorate Primo 
s'incunea nel Milanese e precisamente nel distretto di Abbiate- 
grasso, che fu per alcuni decenni aggregato a Pavia, magro e 
insufficiente compenso alle partite smembrazioni. 

Oltre ai due fiumi maggiori, due soli corsi d'acqua di una 
certa importanza solcano la pianura: l'Olona e un ramo secon- 
dario, detto Meridionale, del Lambro. Ma l' arteria aorta della 
regione, il benefico distributore della fertilità nella campagna 
settentrionale, che ai tempi di cui dovremo parlare si chiamava 
ancora soprana, è il Naviglio, il superbo canale che da Pavia 
conduce a Milano. Risaie e marcite si notano in grande quantità, 
in quantità cortamente maggiore che non fossero nel sette- 
cento; ma non manca la coltivazione del frumento, del grano- 
turco e, specialmente sulle colline di Monteleone e di Mira- 
dolo, della vite. Lunghe distese di boschi popolano le valli del 

CI) A rigore, dovrebbe rimanere escluso per la medesima ragione il Vigeva- 
lesco, che attualmente costituisce la parte settentrionale della Lomellina, e 
allora ora contado a sé. Indirettamente però questo entra nell'ambito del nostro 
studio, come avremo occasione di vedere più avanti. 



- 331 — 

Ticino o del Po, ove la minaccia permanente delle piene scon- 
siglia ogni altra coltivazione; la marcita è interrotta tratto tratto 
da praterie stendentisi a vista (rocchio, ove [(ascolano centinaia 
di mandre, che alimentano la produttiva industria del caseificio (1). 

l'iiì interessanti por noi sono la Lomellinà e l'Oltrepò. La 
prima, aperta a nord verso Novara, chiusa dagli altri lati fra 
la Sesia il Po e il Ticino, attraversata dal Tordoppio e dal- 
l'Agogna, si prosenta come un immenso piano ubertoso, che ha 
in Mortara e in Mede i suoi centri commerciali. Irrigata da in- 
numerevoli canali, attraversata da strade importantissime — 
basti citare quella da Genova per Novi e Mortara alle Alpi — 
la Lomellinà è oggi, come fu in passato, il vero granaio della 
Lombardia. Il riso ha in essa il terreno più propizio per cre- 
scere rigoglioso e in gran copia; il frumento pure vi prospera; 
legumi d'ogni sorta, melica, segale vi abbondano; dai boschi 
salvatisi lungo le vallate del Po e del Ticino si trae ottimo le- 
gname. 

L'estremo lembo sud-orientale della pianura, terminante ad 
angolo acuto alla confluenza del Ticino col Po, è costituito da 
una zona di terre basse formate in epoca relativamente recente 
dallo alluvioni. Il Siccomario — tale è il nome della zona (2) — 
famoso anticamente soltanto per la squisitezza delle molte frutta 

è oggi coltivato in gran parte a grani, a prato, a risaia. 

Col nome di Oltrepò Pavese si comprende quel tratto della 
Provincia die dalla riva destra del Po, da Cornale ad Arena, va 
via via restringendosi ad angolo acuto fino al Comune di S. Ponzo 
Semola (3). Un tratto non molto esteso di pianura è frapposto 
tra il fiume e le colline: una quindicina di chilometri dal lato 

(1) E. Galletti, Disegno geograf. della Prov. di Pavia (1874-75). Per le 
notizie sullo stato attuale della Prov. di Pavia ho inoltre attinto ad opuscoli 
vari editi della Camera di Commercio locale. 

' Non mi soffermo a spiegarne l'origine per non allontanarmi troppo dal 
tema. Tanto per questo, quanto pel significato del nome, vedi: Bernardo Sacco 
De Italicarum veruni varìetate ci elegantia, Ticini 1587. 

(3) I confini dell' attuale Oltrepò — che costituisce il circondario di Voghera 
— non sono precisamente gli antichi ; ma di ciò dovremo occuparci nel corso 
del lavoro. 



— 3'ì2 — 

occidentale, non pia di tre dalla parte orientale. Da Voghera 
a Stradella cominciano ad alzarsi gli ultimi contrafforti dell'Ap- 
pennino Ligure: colli fertilissimi, alti da 20U a 50 >. ad 800 

metri sul livello del Mare, ricchi di superbi vigneti ond' escono 
vini prelibati, che dovevano essere certamente migliori, quando 
l'agricoltore non aveva ancora imparato o non sentiva il bisogno 
di aumentarne artificiosamente la produzione 

Tanto la pianura quanto la collina producono inoltre grani il 
notevole quantità; non mancano i prati ed abbondano i boschi 
lungo la riva del Po e sui pendii dei colli. Torrenti, asciutti 
per la maggior parte dell'anno, scendono dalle alture verso il 
gran fiume, formando numerose vallate, d'aspetto vario e talvolta 
veramente pittoresche: se ne togliamo la Stafferà, tutti gli altri 
hanno un'importanza molto relativa. Di gran lunga maggiore 
l'avevano una cinquantina d'anni fa, quando la mancanza di 
strade costringeva gli abitatori dei paeselli sperduti nella mon- 
tagna a servirsi del loro alveo come dell'unico mezzo di comu- 
nicazione con la pianura. 



* * 



Dopo questi rapidissimi cenni — i quali nessun' altra pre- 
tesa hanno se non quella di dare un'idea generale dei paesi le 
cui vicende nel sec. XVIII dovremo studiare e possibilmente 
chiarire — crediamo di potere senz'altro entrare nell'argomento, 
cominciando a riassumere in breve gli arruffati avvenimenti che 
hanno condotto alla prima smembrazione dell'antico Principato 
Pavese. 



— 333 — 

CAPITOLO I. 
// primo smembramento. 

L'Arbitrio imperiale e le suppliche pavesi. 

All'inizio del secolo XVIII gran parte dell'Europa avvampava 
in un immane incendio di guerra. 

La Casa d'Austria s'era spenta nel trono di Spagna con 
Carlo II. senza Agli nonostante il duplice matrimonio (1): la 
Francia, la Baviera, l'Austria e il Piemonte concorrevano alla 
successione, ciascuna con gran copia di pretese, se non di ti- 
toli 2). La conlesa assumeva un'importanza eccezionale, poiché 
l'esito di essa poteva segnare il consolidamento del primato 
borbonico o lo stabilirsi di quello asburghese. 

Luigi XIV — la cui fine astuzia era stata in quell'occasione 
ottimamente sorretta dall'abilità diplomatica del suo ambascia- 
tore a Madrid, il Maresciallo d'Harcourt, e dalla assoluta impe- 
rizia del suo maggior rivale Leopoldo I (3) — aveva saputo 

(1) Aveva sposato nelle prime nozze Maria Luisa d'Orleans, sorella della 
Duchessa Anna di Savoia e nelle seconde Maria Anna di Neubourg. 

(2) Luigi XIV, re di Francia — accampando i diritti della moglie primoge- 
nita di Filippo IV, sorella di Carlo IL e quelli della madre, primogenita di Fi- 
lippo III — esigeva il trono per uno dei figli del Delfino; 1' elettore di Baviera 
Massimiliano II, poiché la moglie Maria Antonietta era figlia di Leopoldo I 
d'Austria e di Margherita Teresa ter/.ogenita di Fil. IV, chiedeva l'eredità 
per il figlio Gius. Ferdinando; Leopoldo I invocava i diritti della moglie, quelli 
della Casa e le disposizioni di un patto di famiglia per il secondogenito Carlo ; 
Vittorio Amedeo II di Savoia faceva risalire le sue pretese alla figlia di Fi- 
lippo !I Caterina, moglie del bisavolo suo Carlo Eman. I. 

(3) Il primo testamento di Carlo lì lasciava erede l'arciduca Carlo d'Austria. 
Leopoldo I, sordo alle istanze del Consiglio Supremo di Madrid, il quale voleva 
che il giovane principe fosse mandato in Ispagna a famigliarizzarsi con le co- 
stumanze di quel regno, disgustò i suoi partigiani, i quali permisero che 
la regina facesse mutare al marito il testamento a favore di Gius. Ferdinando 
di Baviera da lei prediletto. Questi però mori poco dopo, sgombrando il terreno 
ai maneggi del Borbone. 



- 334 - 

ottenere in mezzo a mille difficoltà che si gtrapp mori- 

bondo e rimbambito re spagnolo un testamento a favore del 
secondogenito del Delfino, il buca d'Angiò, giovane di diecisette 
anni. Col nome di Filippo V questi era stato infatti proclamato 
re il 'il novembre del 1700, pochi giorni dopo la morte dell'in- 
glorioso rampollo di Carlo V. 

L'assunzione del Duca d'Angiò a) trono di Spagna segi 
col trionfo 'li Luigi XIV. il predominio incontrastato dei Borboni 
in tutta l'Europa. Potevano le altre nazioni sopportarlo? Oltre 
al pericoli! generale del rinnovarsi dell'impero di Carlo V. che 
su loro incombeva per la non esclusa eventualità della riunione 
delle duo corone di Francia e Spagna sul capo di un si 
troppi interessi erano stati feriti, troppe speranze deluse, perchè 
— cessato lo sbigottimento prodotto ovunque dalla riuscita del 
colpo audace — non sorgesse nei governi e nei principi battuti 
dalla politica di Luigi XtV il bisogno di un'alleanza difensiva 
e offensiva contro la preponderanza francese. Una guerra era 
inevitabile, ed arse infatti furiosamente per quattordici anni, non 
solo in Europa ma anche nelle lontane colonie transoceaniche. 
Appunto durante questa guerra si preparò, si sancì e si effettuò 
il primo strappo all'integrità territoriale del Principato di Pavia. 

Riassumiamo. Vittorio Amedeo II. alleato da principio ai Fran- 
co-Ispani che gli aveano promesso lauti compensi territoriali, se 
ne staccò definitivamente nel 1703, sia perchè irritato contro la 
corte francese, che non si decideva a convertire in formale trat- 
tato le vaghe promesse, sia perchè impensierita ed attratto nel 
tempo stesso dalle vittorie del cugino Eugenio, il quale al co- 
mando dell'esercito imperiale era sceso in Italia, gettando lo 
scompiglio nell'esercito borbonico, guidato dal Catinai dal Yille- 
roy, dal Vendóme. 

Si è discusso a lungo sulla condotta del duca di Savoia in 
questo frangente e si è da molti gridato alla slealtà e al tradi- 
mento: ingenuamente, secondo noi, e con visione politica ristretta. 
Giacché, se bisogna essere molto cauti nei giudizi di questo ge- 
nere, sempre, lo si deve essere ben maggiormente in quest'oc- 
casione, in cui Vittorio Amedeo aveva di fronte un avversario 



- 335 — 

come Luigi XIV. della cui lealtà l'Europa aveva avuto si elo- 
quenti prove. 

L'S novembre, a Torino, dal Conto d'Auersperg, consigliere 
di Stato di Leopoldo I, e dai due ministri di Vittorio — il 
Marchese di Prie e il Marchese di Saint Thomas — fu firmato 
il trattato d'alleanza tra Piemonte e Casa d'Austria, il quale 
dowva segnare, alla fine della guerra, un notevole ingrandimento 
dei domini Sabaudi, a danno dello Stato di Milano. Il trattato 
ebbe la ratifica dell'Imperatore il 21 novembre 1703 e quella 
del Re di Spagna il) il 5 febbraio 1705. Una convenzione con la 
Regina Anna d'Inghilterra confermava il 4 agosto 1704 le ces- 
sioni austriache; lo stesso n\ veniva il 21 gennaio 1705 per 
parte degli Stati Generali delle Provincie Unite dei Paesi Bassi. 
Vittorio Amedeo dal canto suo accettava il trattato della Grande 
Alleanza che era stato concluso contro la Francia il 7 Settembre 
1701 (2). 

I fatti che seguirono il trattato di Torino sono noti. Il Pie- 
monte fu invaso dai Francesi del Venderne e del La Feuil- 
lade: Torino assediata dovette la sua salvezza all'intervento 
del Principe Eugenio, che, vincitore ad Hòchstàdt in Ger- 
mania, era sceso precipitosamente in Italia. Presso le mura 
della Capitale si combattè la grande battaglia (settembre 1706), 
che segnò la definitiva sconfitta dei francesi e rese necessaria da 
parte loro e dei loro alleati spagnoli l'evacuazione della Lom- 
bardia (31, rimasta nelle mani degli imperiali. Giuseppe I, suc- 
ceduto nel 1705 al padre Leopoldo, nominò Governatore di 
Milano il Principe Eugenio, che il '24 settembre v'era entrato 

(1) Il Re di Spagna al quale qui si accenna non è Filippo V, e si capisce 
perchè non può esserlo. Si tratta del sreondogenito di Leopoldo, l'Arciduca 
Carlo, il quale era stato proclamato Re cattolico e come tale riconosciuto da 
tutti i Principi della Grande Alleanza. 

(2) Per questi e per gli altri trattati che dovremo citare più avanti, vedi: 
Traités Publics de la Roijale Maison de Savoie avec les Puissances Etrangères 
depuis la Paix de Chateau-Cambrèsis iusqu'd nos jours... publiés pai- le Co. 
Solar de la Marguerite — Turin 1836 — Tomes 11 e 111. 

(3) Riguardo alle condizioni dello sgombero, vedi la raccolta citata: Traités 
Publics... etc. Tome 11 p. 249. 



— 330 - 

trionfante. L'ultimo governatore Bpagnolo, l). Carlo Enrico di 
Lorena, Principe -li Vaudemont, dopo aver tentato di ingannare 
il Senato sulle conseguenze della battaglia di Torino, era vil- 
mente fuggito da Milano la notte dal 18 al 19 e s'era rifugiato 
nella fortezza di Pizzigbettone l : mentre Vittorio Amedeo, 
adempiuti gli impegni assunti, otteneva l'esecuzione del Trattato 
di Torino. 

La guerra intanto continuava noi Paesi Bassi, nelle Fiandre, 
nella Francia Stessa, ovunque disastrosa per le armi di Luigi XIV, 
che, proposta la pace, non potè poi accettarla per le gravose 
ed inumane condizioni poste dagli alleati (2,. La rese però ne- 
cessaria un cumulo di circostanze favorevoli al re francese : la 
sconfitta parlamentare in Inghilterra dei bellicosi wbigs, la vit- 
toria del Vendòme a Villaviciosa in Ispagna 1710) la morte di 
Giuseppe I (1711) e l'assunzione all'impero del fratello Carlo. 
già designato al trono di Spagna; assunzione che veniva a spostare 
il pericolo di una monarchia universale dai Borboni agli 
Asburgo. Ad Utrecht 1' 1 1 aprile 1713 e a Rastadt .il 7 marzo 
1714 furono firmati i trattati di pace. In virtù del primo il 
borbone Filippo V fu riconosciuto re di Spagna e il Duca di 
Savoia ricevette la Sicilia col titolo regio; l'Olanda e l'Inghil- 
terra ebbero pure lauti compensi. In forza dell'altro - che a 
noi maggiormente interessa l'imperatore Carlo VI ottenne 
il Belgio, il Milanese, il Ducato di Mantova, lo Stato dei Presidi, 
il Napolitano, la Sardegna e il Marchesato di Finale e confermò 
a Vittorio Amedeo II le cessioni fatte nel Trattato del 170**, le 
quali, come abbian detto, erano già state realizzate fin dal Ì707. 

In che cosa consistevano? Si erano effettuate pacificamente i 
Quali interessi avevano ferito e quali proteste suscitate? 

La risposta a queste domande formerà l'oggetto della prima 
parte del nostro studio. 

(1) Per la lettera del Vaudemont al Senato, vedi Archivio Civico di Pavia 
Pacco 552. Una parte di essa é riportata dal Cusani : Storia di Milano, voi. II 
pag. 107. 

(2) Si voleva fra l'altro ch'egli fornisse aiuti per cacciare il nipote Filippo 
V dalla Spagna ! 



337 — 



* 
* * 



Non è a credere che il trattato di Torino sia stato stretto 
da un giorno all' altro Lunghe e laboriose trattative lo prece- 
dettero, provocate dalle eccessive pretese del Duca di Savoia, il 
quale voleva vendere a ben caro prezzo il suo appoggio, tanto 
ambito dal monarca austriaco. Insisteva specialmente per mezzo 
dei suoi ministri nel volere — insieme con quella della Lomcl- 
lina dell'Alessandrino, del Valenzano, della Valsesia — la ces- 
sione del Vigevanasco e di cinque terre del territorio Novarese. 
Il Co. d'Auersperg a malincuore cedette, convinto però che Leo- 
poldo non avrebbe ratificato il patto. Così infatti avvenne; e 
l'edificio, con tanta abilità costruito dalla diplomazia piemontese 
sarebbe miseramente crollato, se l'imperatore non avesse poi 
acconsentito a mutare l' articolo controverso, obbligandosi di 
cedere altre terre de' Milanese dello stesso valore del Vigeva- 
nasco (lì. Come i successori abbiano mantenuto l'impegno as- 
sunto da Leopoldo vedremo in seguito. 

Il trattato (•>) consta di 19 articoli, ai quali ne sono aggiunti 
5 segreti. 

Lo scopo dell'alleanza: « tuitio, seu conservatio iustitiae, 
securitatis et tranquillitatis publicae » conquistate, s' intende, 
ai danni della Domus Borbonica. All'art. II si promette l'invio 
di 20.000 uomini in difesa del Piemonte. Supremo comandante 
dell'esercito austro-sardo (dice l'art. Ili) sarà Vittorio Amedeo, 
il quale « oiotus et operationes sub auspiciis S. C. Majestatis 
dn-iget, prout communis utilitas et necessitas id exegerint ». 
In virtù dell'art. IV la Regina d'Inghilterra e gli Stati Gene- 
rali sono obbligati a mandare al Duca di Savoia un sussidio 

il) Domenico Carutti, Storia di V. Amedeo II. Torino 1897, (III ediz.) 
pag. 298. 

) Tratte, et articles secrets, d' alliance entre S. A. R. Victor Ami 11 
puc de Savoie et l'Empereur Léopold pour continuer la guerre contro la Cou- 
ronne de Frutice (1703, 8 novembre, Archives de Cour, Traités, paquet XIII, 
n. 19, 20) nella raccolta citata: Traites Pvblies eie. Tome II, p. 203. 



— 338 - 

mensile di 80.000 scudi; 100.00'J gliene saranno spediti subito 
por le prime spese 'li guerra. Con l'art V Leopoldo cede a 
Vittorio Amedeo quella parte del Monferrato della quale erano 
stati investiti i Duchi di Mantova. L'articolo seguente, conte- 
nendo i termini della cessione che piò particolarmente ci inte- 
ressa, stimiamo opportuno di riportarlo integralmente: tanto pia 
che al suo testo preciso dovremo in seguito più volte ricorrere. 
« Praeterea S. C. Maiestas ut remunerationem 6uam utilitati 
ex dicto S. R. Celsitudinis sacrificio in Augustissima™ Domum 
et causam communem redundanti magis adaequatara reddat, 
aliisque etiam de causis, et motivis supra memoratis ( I ) ulterim 
cedit et transfert in R. Celsitudinem Suam eiusque Descei 
dentes et Successore.? (2), una cum ornni proprietate, domini 
et iurisdictione Provincias Allexandriae et Valentiae cur 
omnibus terris intra Padum et Tanarum sitis. item Provinciam quae di- 
citur Lumellina, et Vallem Sesiae, cum omnibus urbibus, castellis, 
pagis, terris, locis, regalibus, redditibus, ac generaliter omnibus 
quibuscumque iuribus, et rationibus eo pertinentibus. vel ind< 
dependentibus, nulla re excepta; ita pariter sub Iraperatoribus, 
et S. R. Imperio tenenda et possidenda, prout ea defuncti Reges 
Hispaniae tenuerunt et possederunt, sive tenere et possidert 
valuerunt, eurn in finem S. C. Maiestas in yerpetuum sepc 
rat praedicta territoria et loca a Statu Mediolanensi. ac d( 
rogat in quantum ad hoc requiritur omni ci, quod praefatac 
cessioni et separationi quovis modo contrarium esse vel censei 
posset, salvo tamen etiam per omnia ut supra Imperii direct 
dominio ; et ubi Inter praefatas regiones ut supra cessas aliqi 
invenirentur pagi vel loca eis commixta, aut errcumsepte 
universitatem componentia. quatenus non sint ultra quatuoì 
sub hac etiam cessione comprehendantur, quod si quatuoì 
pagorum seu locorum ut supra numerum excedant, congrue 
de excedentibus fiet permutatio ex aequo arbitrio Commisst 
riorurn hinc inde ad id eligendorum ». 



(1) Fra gli altri la rinuncia ad ogni diritto spettali tegli per l'eredità del 
l'Infante Caterina, figlia di Filippo li. 

(2) All'art. XVI il diritto di possesso è ristretto alla sola linea mascolina 



- 339 - 

Dei rimanenti articoli il più interessante per noi è quello 
(riguardante le fortezze. 

Alessandria e Valenza sono cedute con le relative fortifica- 
zioni: quelle di Mortara debbono venir rase al suolo e non potersi 
più riedificare; quanto a Casale, deve rimanere nello stato in 
cui l'ha ridotto l'assedio del L695 (art. Vili). Le cessioni avranno 
effetto alla line della guerra: « praedictae cessiones integrimi sor- 
tiantur effectum quocumque tempore et modo praesens bellum 
finiatur. post subscriptionem huius tractatus.... » (art. X). Il Duca 
devo rimanere fedele alla contratta alleanza « et est haec una ex 
litionibus praecipuis, ac, ut dici solet, sine qua non, prae- 
dictarum cessionum ». 

Seguono gli articoli segreti. Col primo, la rinuncia di Vittorio 
Amedeo ai diritti spettatigli per la famosa eredità dell'Infante 
Caterina viene pagata 200.000 scudi d'oro, che formeranno la 
dote della secondogenita del Duca, Ludovica Gabriella. Al se- 
condo si parla del controverso Vigevanasco: « Cum sua Celsitudo 
Regia praeter cessiones per supradictum Tractatum Foederis 
expressas Provinciam seu Ditionem Vigevanum, vulgo Vigeva- 
nasco dictam, deinde etiam quinque Villas in Territorio Nova- 
Hensi sitas, nimirum, Prarolam, Palestrum, Rivoltellam, Rosa- 
scum et Langoscum, in Se suosque Successores transferri petierit 
ratione autem horum locorum difficultates quaedam se se obiecerint, 
S. C. Majestas attenta animi generositate et constantia, qua Cel- 
situdo Sua Regia se se quam maximis periculis et damnis prò 
causa communi exposuit et incessanter exponit, cupiensque 
ampliores munifieentiae suae effectus in eandem conferre declarat 
%uod eidem eisque Successoribus, non tantum prò supradictis 
quinque villis, sed etiam prò ditione seu Provincia Vigevi- 
§asco alia loca eiusdem pretii et valoris, habito scilicet respectu 
'«>,} ad numerimi pagorum et subditorum, quam ad quanti- 
totem redituum et ad spatium seu amplitudinem locorum 
in statu Mediolanensi et quidem in partibus Suae Regiae Celsi- 
hdinis territorio contiguis cedere et assignare velit, idque 
etiam cum translatione omnimoda proprietatis dominii et iuris- 
dictionis eadem forma et modo, quo rcliquae cessiones factae 
siuit ». 



- 340 - 

Gli altri tre articoli segreti non hanno relazione alcuna con 
l'oggetto del nostro studio. 

A proposito dell'art. VI riguardante la cessione di parte 
dello Stato di Milano. l'Aw. Giovanni Vidari, uri appassionato 
ma non sempre guardingo cultore degli studi storici della sua 
terra, scrive che il tutto avveniva con l'assenso del nuovo re 
di Spagna, il quale, eseguendo il testamento 'li Carlo II, 
aveva ceduto la Lombardia all' Imperni (in- l). Orbene, Carlo IT, 
nel suo testamento, riportato dal Cusani (2 , non parla affatto 
di una tale disposizione; anzi è oltremodo esplicito nel dichia- 
rare che tutti i suoi domini, nessuno escluso, devono andare al 
secondogenito del Delfino, il Duca d'Ansio. « Declaro sor mi 
successor el Duque de Anjou Hijo segundo del Delfin; .// corno 
a tal lo llamo a la succession de todos mis reynos, y domini os 
sin exception de ninguna parte de ellos. Y mando, y ordeno 
a todos mis subditos y vassallos de todos mis reynos, y senho- 
ryos, le tengati y reconozcan por su Rey, y Senhor naturai ». 
Il Vidari doveva dire che la cessione avveniva con l'assenso 
dell' allora pretendente al trono di Spagna, l'arciduca austriaco 
Carlo, poi Re Carlo III e imperatore Carlo VI. Questi infatti 
ratificò - come noi abbiamo visto - il trattato, il 5 febbraio 1705. 



Mentre a Torino la diplomazia decretava lo smembramento 
dello Stato di Milano, Pavia e il suo principato, funestati da 
continui passaggi di truppe francesi e spagnole, che spargevano 
ovunque desolazione e rovina, attendevano con ansia e con de- 
siderio una pace duratura. 

(1) Il Vidari — conoscendo forse il trattato in una redazione inesatta — 
dice V questo art. abbinandolo con l'altro riferentesi al Monferrato. Più oltre 
parla dell' art. IX, come di quello relativo alle fortificazioni, che è invece 
l'ottavo. Un errore tipografico deve invece essere Carlo VI per Carlo II. Vedi: 
Avv. G. Vidari, Frammenti Cronistorici dell'Agro Ticinese. Seconda edizione, 
Voi. Ili, pag. 217. 

(2) Storia di Milano. Voi. II, nota. 



- 341 — 

All'assunzione al trono di Spagna di Filippo V nel 1701 i 
Pavesi radunati per parrocchie avevano prestato il giuramento 
di fedeltà. Il 17 giugno 1702 il nuovo monarca, come Duca di 
Milano e Principe di Pavia, aveva fatto dal ponte sul Ticino 
il solenne ingresso in città. Poi la lega di Vittorio Amedeo II 
con l'Imperatore aveva reso la guerra più agitata e feroce e 
ne aveva spostato il campo verso il Piemonte. Troppo lungo 
sarebbe riandare le vicende di quelle campagne, nelle quali ri- 
fulsero il genio strategico di Eugenio di Savoia e la imperturbata 
fermezza di Vittorio Amedeo, e che conquistarono la Lombardia 
all'Impero. Basti per noi osservare che il Pavese, e specialmente 
l'Oltrepò, ne ebbe a risentire funestissime conseguenze. 

Nel settembre 1706 — quando intorno a Torino si preparava 
e si combatteva la battaglia decisiva — la piazza forte di Pavia 
era ancora occupata dai francesi, che vi rimasero fino al 3 ottobre 
dopo aver sostenuto un breve assedio cominciato'il 27 settembre: 
il generale Daun occupò la città in nome dell'Imperatore Giu- 
seppe I, il quale a sua volta la conquistava per il fratello Carlo III, 
Re di Spagna. 

Eugenio di Savoia, nominato governatore dello Stato di Mi- 
lano il 21 novembre 170(5 e confermato nella carica il 13 gen- 
naio del 1707 (.[) aveva fra l'altro avuto l'ordine da Vienna 
di preparare la pattuita cessione a favore di Vittorio Amedeo II (2). 
Appunto in esecuzione a quest'ordine il 23 febbraio, egli pub- 
blicò da Milano l'editto seguente: 

« Il sacrificio che S. A. R. di Savoia ha fatto della sua per- 
sona e de' propri stati per l'Augustissima Casa d'Austria e per 
promuovere il vantaggio della Causa Commune e ristabilire la 
tranquillità dell'Italia, impegnò la S. C. Maestà di Leopoldo Primo 
i Gloriosa Memoria a cedergli, oltre altri Paesi, le Città di 
Valenza et Alessandria con sua Provincia, quella della Lumellina 
et la Valle di Sesia con tutte le Terre, Castelli, Borghi, Dritti, 

Cusani, Storia di Milano. II, 133. La data è tolta dall'Arch. di Stato 
di Milano. Dispacci sovrani. 

(2i Milano, Archivio di Stato. Gride 1707, Pacco 208. 



- 34 '2 - 

Regalie e Rendite dipendenti, e dò con la ratificatione di S. M. 
Cattolica il Re Carlo Terzo per tenerle nella stessa forma, che 
le hanno possedute li defonti Re di Spagna sotto gì' Imperatori 
et l'Impero. Li moderni motivi poi uniti alla grande utilità, che 
l'Augustissima Casa, e hi causa communi' hanno ricevuto dalla 
fermezza e costanza di detta A. li. per li loro interessi, hanno 
successivamente impegnata S. M. Cesarea di rimettere alla detta 
R. A. la piena ed attuale possessione dell'intiera proprietà del- 
l'accennate Città e Provincie che gli sono state cedute, in con- 
formità del trattato stabilito fra il defonto Imperatore, <• ratificato 
dalla Cattolica Maestà del Re Carlo Terzo. Perciò S. M. i 
ordina a tutte le Città, Borghi, Comminuta, Vassalli e Sudditi 
de' Luoghi ceduti alla detta A. R. di riconoscerlo per loro legit- 
timo Signore, e Sovrano nella forma stessa, che hanno ricono- 
sciuti li defonti Re di Spagna, e prestargli a questo fine il 
dovuto Giuramento di fedeltà. 

Havendo la detta M. Cesarea espressamente dato commissione 
a S. A. Ser. ma il Sig. Principe Eugenio di Savoia di far sapere la 
sua intenzione, ed ordini alle dette Città, e Provincie, Comminuta 
Vassalli, et habitanti, acciò senza difficoltà obbediscano, e perchè 
P esecutione che vuole S. M. Cesarea rimanga in tutte le sue 
parti adempita si trattarà subito per mezzo de' Commissari! 
d'ambe le parti tutto ciò che è giusto e conveniente per il reci- 
proco sostegno de' Dritti, e prerogative de' Paesi ceduti, e di 
quelli che restano allo Stato » (1). 

Il primo marzo successivo, Vittorio Amedeo, intitolandosi già 
Conte di Alessandria e Signore della Lomellina e Valle di Sesia, 

(1) Archivio di Stato di Milano, id. id. — A proposito di questo editto, il Vi- 
dari {Frammenti crollisi, citati — III, 248 e segg.) fa una grande confusione. 
Ne riporta, in data 3 febbraio, la seconda parte, parlandone come di un editto 
a sé. Poi aggiunge: ciò avveniva verso la fine del 1706. 

E più avanti: « Solo con manifesto tardivo 7 febbraio 1707 da Milano 
l'imperatore Giuseppe I fece noti i motivi che indotto l'avevano a consegnare 
al duca di Savoia tanta parte del Ticinese.... » e qui riporta la prima parie 
dell' editto di Eugenio da noi citato, la cui data è senza dubbio del 23 febb. 

Siamo in tema di smembramenti : anche il proclama ha subito la sorte del 
territorio pavese — 



— 343 — 

lanciava ai nuovi sudditi il proclama in cui richiedeva da essi 
il tradizionale giuramento di fedeltà: 

« Essendosi compiacciuta S. M. Cesarea di farci attualmente 
trasferire e rimettere l'intiero dominio e Possesso delle Città, 
Terre e Luoghi delle Provincie, e Distretti d'Alessandria, Lo- 
mellina e Valle di Sesia, in esecutione de' trattati stabiliti con 
la M. Cesarea del defonto Imperatore Suo Padre di sempre glo- 
riosa memoria, ratificati dalla M. Cattolica di Carlo III, Re delle 
Spagne — habbiamo commandato e commandiamo a tutte le 
Città, Terre e Luoghi delle Provincie sodette, et a tutti li Citta- 
dini originarli, et habitanti in esse, Vassalli, Feudatarii, Nobili, 
Ignobili e Plebei, et a tutti universalmente li particolari d'esse 
di qualunque grado, sesso, conditione sijno in qualsivoglia di- 
gnità costituiti, nissuno eccettuato, di doverci prestare il debito 
Giuramento di Fedeltà Giurisditionale Vassallitia e ligia rispetti- 
vamente come a loro vero Signore, e Patrone nelle mani del 
Commandante nostro che da Noi verrà preposto ad esse Provincie, 
o di chi verrà dal medemo a ciò deputato, e di dover in avve- 
nire riconoscere in tutto, e per tutto gl'Offitiali nostri, tanto di 
Giustizia, Azienda, che di Guerra, sì e come verranno in nome 
nostro, tempo per tempo provisti; mandando a tal effetto pub- 
blicarsi il presente nostro Ordine e Manifesto in dette Città e 
Terre e Luoghi nelle forme solite.... ecc. ecc. ». L'editto, firmato 
da Vittorio Amedeo, è sottoscritto dal Ministro Segretario di 
Stato, De S.Thomas, e vistato dai Consiglieri Ducali Bellegarde 
e Gropello (1). 

Ora, prima di passare allo studio degli avvenimenti posteriori, 
prediamo opportuno di rifarci un po' indietro per meglio illustrare 
come si addivenne alla pubblicazione dei due proclami. 

Come per la stipulazione del Trattato, nel 170 ! , le trat- 
tative tra Vienna e Torino furono molto laboriose, cosi non 
del tutto piane procedettero le cose, quando si trattò di 

(I) Arch. Civico di Pavia. Pacco 348. Abbiamo riportato testualmente i due 
ti di Eugenio e di Vittorio Amedeo non solo per correggere le inesattezze 
n cui ta'uno, il Vidari ad. es., è incorso; ma anche per averli presenti, 
quando saranno più volte citati nelle contestazioni di territori. 



- 344 — 

mantenere i patti. Vi fu un dietroscena, direbbe un giorna- 
lista moderno, in cui lottarono fra loro l'insistenza di Vittorio 
Amedei, nel pretendere il possesso dei paesi gpettantigli e la 

riluttanza di Eugenio ad assecondare il desiderio febbrile del 
cugino suo. La Corrispondenza Militare di quest'ultimo, pub- 
blicata or non sono molti anni come supplemento ad un* «/pera 
poderosa sulle sue Campagne (1), ci svela, meglio ci chiarisce 
come andarono le cose. 

Nel Rapporto all'Imperatore dell' 8 febbraio 1708 (2) il Prin- 
cipe Governatore parla di un colloquio avuto col Duca di Savoia 
a Torino. « Gli esposi — egli scrive nel suo italiano imbastar- 
dito di parole francesi e di desinenze tedesche — una volta per 
sempre le ragioni per cui io indugiava ad effettuare le cessioni 
subito adesso e reputava essere assai meglio lo indugiare più 
a lungo, perchè ne potrebbero derivare altre dannose con- 
seguenze ed altri inaspettati accidenti. Il Duca mi rispose che 
egli non avrebbe mai dubitato in proposito se da vari avisen 
non avesse avuto la notizia che si volesse fargli qualche di/fi- 
cultàt e non essere vero ch'egli abbia fatto in Inghilterra e 
m Olanda tutto quel grande bruii di cui si è parlato e detto. 
Frattanto però, siccome è noto avere egli per mezzo dei suoi 
Ministros fatto moviren questa faccenda presso ambedue le po- 
tenze anzidette, gli ho replicirt essere egli stesso la causa di 
tutto, perocché quando in occasione della prima entraftì con lui 
in questo Stato abbiamo passirt Milano e parlato della posses- 
sion delle terre a lui spettanti in virtù del trattato, io gli dissi 
che nelle conjuncturen del momento non mi pareva opportuno 
dare effetto a quella possession, attesoché se la popolazione 
avesse saputo della separation dello Stato facilmente sarebbe 
nato un pericoloso tumuli e ne sarebbe derivato qualche malau- 

(1) Campagne del Principe Eugenio di Savoia. Opera pubblicata dalla Divi- 
sione Storica-Militare dell' I. R. Archivio di Guerra Austro-Ungarico, fatta 
tradurre e stampare da S. M. Umberto I, Re d'Italia. — Il Voi. IX, che è 
quello che c'interessa perchè riguarda il 1707, porta le date: Vienna 1883 e 
Torino 1896. 

(2; Opera citata, Voi. IX. Supplemento, Lettera N. 8, pag. 15. 



— 345 - 

gurato accidente.... ». La lettera poi continua parlando delle ul- 
teriori insistenze di Vittorio Amedeo e chiedendo ordini in me- 
rito. Il documento a noi interessa specialmente per quanto 
riguarda le preoccupazioni di Eugenio sul modo con cui il po- 
polo avrebbe accolto la notizia dello smembramento: Eugenio, 
che alle qualità di ottimo capitano accoppiava quelle di uomo 
di stato accortissimo, aveva dunque compreso la gravità e, forse, 
V ingiustizia del fatto che stava per compiersi e che egli doveva, 
suo malgrado, contribuire a realizzare. 

E il 23 febbraio, dopo la pubblicazione dell'editto a cui aveva 
saputo giungere con le sue pressioni l'ostinato Duca sabaudo, 
il governatore di Milano scrive all'Imperatore: « Non posso 
umilissimamente tacere a V. M. Imperiale quale confusion e 
scoraggiamento produca in tutto lo Stato la notizia via via di- 
vulgatasi di questa demembration e come sopratutto sia sgo- 
menta la Noblesse, perchè molti hanno quasi tutti i loro beni 
nei territoriis ceduti, cosicché o noi li perderemmo del tutto, 
oppure bisognerebbe pensare al modo di dare loro una equa 
compensation. Debbo inoltre dire in tutta segretezza a S. M. 
Imperiale che perdendo un si ampio districi dello Stato di Mi- 
lano non sarà possibile far sussistere in avvenire un numero 
così grande di truppe. Perciò per parte mia subordinatissima ' 
crederei necessario di reflectiren come coli' annessione di un 
altro pezzo di territorio si potrebbe di nuovo ampliare questo 
Statum e se non in totum risarcirlo almeno in parte di quanto 
gli verrà a mancare per effetto del sovradetto tractat (1). 

Le stesse osservazioni e gli stessi consigli esprime e rivolge 
in un altro rapporto del 4 marzo all'imperatore e in una lettera 
del "ì a Carlo III di Spagna. Si spiega anzi più chiaramente; 
dicendo al primo che « bisognerebbe non avere verun riguardo ed 
anche a costo di un sacrifizio fare in modo che per i beni posti 
nei territoriis ceduti sia dato alla Noblesse un aequivalent, 
piuttosto che perderla così malamente »; ricordando all'altro « che, 
senza un ampliamento dovendosi necessariamente diminuire il 

(I) Op. cit. Voi. IX, Supplem. Lett. N. 16 Pag. 36. 



— 846 — 

numero delle truppe, non potrebbe avere un piede sicuro e saldo 
in Italia, gopratutto perchè mediante i territori cedutigli, il Duca 
ili Savoia divonterà discretamente potent >■ bisognerà tenerlo 
d'occhio ». 

A parte il fatto che la proposta formulata per 'lare un com- 
penso alla nobiltà sarebbe stata (li quasi impossibile attuazione 
— a noi interessa rilevare che il Principe Eugenio, pur preoc 
cupandosi esclusivamente delle conseguenze politiche dello smem- 
bramento, ebbe chiara la coscienza di due cose: che la nobiltà 
si sarebbe agitata perchè tocca dal lato economico, e che il 
Ducato pedemontano, iniziando la sua espansione verso la pia- 
nura padana, avrebbe posto le basi della sua potenza futura ai 
danni della casa d'Asburgo. 



Fin qui abbiamo seguito nel loro complesso le cessioni im- 
periali: è giunto ora il momento di restringerci a quella parte 
che tocca nel vivo la Città di Pavia. 

Il '28 marzo, il Principe Eugenio, non tanto forse perchè in- 
certo sulle formalità da seguire, quanto per sentire l'umore del 
Senato, spedisce a questo un messaggio, porgendogli ufficialmente 
la notizia della cessione « affinchè, occorrendogli nell'esecuzione 
cosa da ricordare, la suggerisca con la maggior brevità possi- 
bile ». Il Senato, prima di rispondere al Principe Governatore, 
volle sentire il parere, oltre che del Collegio Fiscale e della 
Congregazione di Stato, anche della città di Pavia, direttamente 
e profondamente interessata (.1). 

Due giorni dopo quindi scrisse ai Decurioni pavesi : « Ut de- 

(1) Il Vidari a questo proposito scrive : « Il senato sentendo l'ingiustizia del 
fatto e sé impotente a scongiurarla, con officio 28 marzo 1707 (arch. coni, di 
Pavia) girò la interrogazione al Comune di Pavia senz' altro aggiungere ». 
Anzitutto l'officio del Senato porta la data 30 marzo, come risulta dal documento 
dell'archivio di Stato di Milano e come doveva risultare da quello dell' Archi- 
vio di Pavia che io non son riuscito a trovare nonostante lunghe ricerche. In 
secondo luogo il tono delle parole del Vidari è inesatto, giacché lascia dubitare 
ohe il Senato si sia poi disinteressato della cosa. 






— 347 — 

liberare valeainus super responso dando D. Principi Eugenio a 
Sabaudia, ex cuius ordine transmissum fuit ad Nos decretum circa 
executionera cessionis in proprietatem factae D. Duci Sabaudiae 
de Civitate Alexandriae, arce Valentiae, Provinciis Lumellinae et 
Vallis Sicidae, ac aliis in eodem Decreto expressis ; de Senatus 
Nostri Sententia Exeraplar eiusdem decreti ad vos remitimus, 
mandantes, ut statini dicatis, quod Vobis occurrit (1) ». 

Si può facilmente immaginare quale impressione deve aver 
prodotto nella cittadinanza pavese una tale notizia; in quella 
parte specialmente della cittadinanza che possedeva beni nella 
Lomellina, la quale veniva ad essere staccata non soltanto dal 
Principato di Pavia, ma a diritura dallo Stato di Milano. Già 
qualche cosa doveva essere trapelato in Città anche prima della 
comunicazione ufficiale del Senato — basta pensare che questa è 
del 30 marzo mentre il decreto di cessione del Principe Eu- 
genio è del 23 febbraio - ; ma nessun documento ci autorizza ad 
affermare che prima di questa data si fosse reso pubblico il trattato 
austro-sabaudo, destinato a rimaner segreto fino alla definitiva 
conquista della Lombardia. 

La Citta di Pavia per mezzo dei suoi rappresentanti - gli Abati 
e i Decurioni — rispose all'invito del senato il aprile: prima di 
lei avevano dato il loro parere i componenti il Collegio Fiscale 
dello Stato di Milano. Le Osservazioni fatte dal Collegio Fiscale 
nel suo voto del 3 aprile (2) meritano di essere riassunte 
fedelmente: esse mostrano chiara la visione in coloro che le 
hanno stese del danno enorme che le cessioni avrebbero pro- 
dotto all'economia dello Stato e alla sua compagine politica; e 
d'altra parte, indicando con saggezza e precisione i pericoli 
latenti nel fatto compiuto, ne suggeriscono i rimedi. 

Quanto di verità e di chiaroveggenza ci fosse nelle loro note 
modeste doveva dimostrare lo svolgimento successivo dei fatti. 

Ricordati i termini della cessione, il Collegio scrive che con 

(1) Archivio di Stato di Milano. Pacco 190 — Confini — Torino — Provvid. 
Generali. 

(2) Milano — Archivio di Stato — id. id. 



- 348 — 

una cosi grave deliberazione « non parum turbatur economia 
totius Corporis politici huius domini) Mediolanengis, tv/m 
ex ea ratione quod magia ardua reddetur defensio ex causa 
separationia Valentie Mortarii et Alexandria, que opportunitate 
loci et qualitate mimi mentor uni magnum presidi um ac securi- 
tatem semper prebuere et de quibua extant preclara monumenta 
tam apud antiquos qoam apud modernos biatoricoa ..; tum etiam 
ratione ubertatis Provinciarum que non immerito horreum 
huius Statua Mediolanengis appellar/' possunt ex magna vi 
frumenti aliarurnque rerum affluentin quibus Me Provincie 
abundant, precipue Lumellina ». 

La difesa militare resa più difficile e la perdita di un gra- 
naio tanto necessario all' economia dello Stato, qual'era la Lo- 
mellina: ecco i due punti che colpiscono subito i saggi esami- 
natori, come colpiscono — e lo vedremo tra poco — i de- 
curioni pavesi. Ma il Collegio Fiscale comprende che ogni ulteriore 
lamento sarebbe vano; e non potendo criticare più a fondo le 
ragioni « que Cesaream et Regiam mentem movere potuerint 
ad tam gravem deliberationem » s'affretta a dare gli avverti- 
menti che crede atti ad attenuare le conseguenze dell'avvenuta 
cessione. 

Anzitutto si badi a determinar bene i confini con una depu- 
tazione mista austro-piemontese: prezioso suggerimento questo, 
giacché vedremo quali e quante contestazioni trascinerà dietro 
di sé l'esecuzione del trattato. 

In secondo luogo, si conservino illesi « iura ac privilegia 
tam feudatariorum quam aliorum subditorum huius regii dominii 
qui possident promiscue bona et feuda in hoc statu ac in ter- 
ritoriis alienatis, neque ibi habitare cogantur, quocumque et ex 
quacumque causa eisque liberum sit sine onere vectigalis fructus 
ex propriis bonis collectos in hoc dominium asportare ». Attra- 
verso a proteste e a discussioni infinite, vedremo sancita — e non 
integralmente — questa massima soltanto nel trattato di Com- 
mercio austro-sardo del 1751, la cui applicazione a sua volta fu 
causa di liti ed incidenti, perpetuatisi oltre la fine del secolo. 

Il Collegio inoltre raccomanda al Senato di far presente al 



— 349 - 

Principe Governatore il pericolo che alcuni sudditi, esausti per 
i molti annui tributi,, allettati dalla speranza di mutar fortuna 
si rifugino senza intenzion di ritorno nelle provincie alienate, 
il che tornerebbe di gran danno alle provincie soggette « ob 
deffectum culture agrorum ». Si affidi quindi alla paterna vigi- 
lanza di S. A. il pubblicare nelle provincie alienate un editto, 
proibendo che alcuno, di qualsiasi grado e condizione possa 
trasferire il domicilio fuori dello Stato « absque facilitate Gu- 
bernii » sotto pene pecuniarie per i possidenti e corporali per 
i nullatenenti, « promisso premio delatoribus iuxta consuetum in 
similibus ». Questo esodo interessato di abitanti nelle provincie 
smembrate non si verificherà a breve scadenza: almeno i docu- 
menti non ne serbano traccia, Assumerà però l'aspetto di un 
fenomeno preoccupante durante il dominio francese, quando la 
nobiltà, colpita in modo speciale da tutte le gravezze imposte 
dalle autorità civili e militari, si rifugerà nelle provincie alienate 
della Lomellina e dell'Oltrepò (1). 

Contro di essa si acuiranno gli strali della Municipalità pa- 
vese, la quale verrà a seguire - certo inconsciamente - le 
norme dettate novant'anni prima da un Collegio Fiscale dello 
abborrito governo austriaco. 

Il quale Collegio - riassumiamo rapidamente — continua 
le sue osservazioni raccomandando che si conservi libero il 
transito dei fiumi « absque ullo vectigalis vel pedagii onere »; 
che le cause pendenti « ac introducte in hec regia tribunalia » 
siano terminate nei medesimi; che si faccia una convenzione 
col Duca Sabaudo per la reciproca consegna dei delinquenti e 
dei banditi, nei casi più atroci « qui illos iure asyli indignos 
reddunt » come si pratica con gli altri principi confinanti; che 
rimangano illesi tutti i diritti sui Feudi imperiali delle Langhe; 
che si conservino infine nei loro posti tutti gli impiegati dello 
Stato. 

Queste — nella loro sostanza - le conclusioni del Collegio 

(1) Vedi in proposito un lucido articolo di Rafaello Scotoni: Emigrati pa- 
vesi nei primi anni del dominio francese (Boll, della Soc. Pavese di Storia 
Patria. Voi. Vili 1907, fase. IV, Pag. 383). 



— 350 — 

Fiscale, nel suo voto del 3 aprile Sei giorni dopo, come abbiamo 

accennato, ebbe luogo una solenne saluta dei Itecnrioni della 
Città di Pavia, durante la quale venne approvato il testo della 
risposta da dare al Senato. 

È un vero peccato che l'Archivio Civico non abbia conservato 
i verbali della importante riunione. Sarebbe stato certamente 
interessante seguire nei suoi particolari la discussione: dobbiamo 
invece accontentarci di esaminarne il risultato nella risposta tra- 
smessa al Senato. 

Le « Riflessioni particolari della Città di Pavia sopra la 
smembr azione della Provincia Lumellina (1) » — accompagnate 
da una epistola latina a firma degli abbatcs Confalonerius e 
Ludovicus Niger — si possono dividere in due parti. Nella 
prima la Città parla di sé con brevi accenni alla sua storia 
gloriosa e ai privilegi acquistati dall'Impero a prezzo di devo- 
zione e di sacrifici: adduce, cioè, le ragioni storiche che si op- 
pongono allo smembramento del suo territorio; nella seconda 
enumera i danni enormi che la separazione della Lomellina re- 
cherebbe allo Stato di Milano in generale e al Principato Pavese 
in particolare. 

Gli Abbati e Decurioni sentono il dovere di fare una rive- 
rente pompa delle prerogative e privilegi della Città perchè 
questi non portati alla conoscenza del Principe, potrebbero 
contro il diritto delle leggi -patire una involontaria ed inno- 
cente violazione. Ben lungi da loro il pensiero « d' opporsi al 
merito di chi nelle presenti contingenze ha tanto contribuito al 
vantaggio e gloria della Corona Reale, col haver esposto a re- 

(1) La risposta di Pavia alla lettera eccitatoria del Senato non si trova più 
tra i documenti dell'Archivio della città interessata. E citata ma non riferita 
estesamente, nel ricordato Pacco 190 (Confini — Torino Provv. Gen.) dell'Arch. 
di Stato di Milano. Noi ne ricaviamo il testo preciso dalla copia a stampa 
tratta dall'Archivio Pavese nel 1711 e inserita nell' opuscolo « Civitatis Papiae 
reintegrandae ad earn sui Principatus Regionem ab olirti S. C. Maiestate Au- 
gustissimi Imperatoris Leopoldi Primi cessam Regiae Celsitudini D. Ducis 
Sabaudiae — iuris advocatio cuna annexo summario facti et privilegiorum ad 
Sacrum Romanum Imperium » (Ticini Regii MDCCXI). A questa interessante 
raccolta di documenti dovremo spesso ricorrere. 



— 351 — 

pentaglio non che gli propri Stati, sostanze, sudditi, anzi la propria 
persona »; solo intento di queste considerazioni è « di far com- 
prendere quanto la separazione di detta Provincia Lumellina 
s' opponghi a queir augumento , che fu sempre , a costo di 
tanti patimenti, guerre, assedii e saocomani, sostenuto dalla 
città di Pavia e voluto dagli antecessori della Maestà Sua, e delli 
danni che verrebbero a causarsi dalla separazione d' essa dal 
rimanente Territorio.... ». 

Cominciano col ricordare il diploma famoso di Federico 1 
del 1164, il quale, oltre a beneficare la Città di Pavia «celebre 
sopra tutte l'altro dell'Italia, di vari doni, prerogative e grazie, 
ne aggrandì il territorio coli' unione ed investitura di moltissime 
Terre, Castelli e Luoghi, specialmente nella Provincia Lumel- 
lina (1) con libera giurisdizione e misto impero, padronanza dei 
fiumi, loro ripe, porti e regalie, il tutto solennemente sancito 
nella pace di Costanza ». Segui poi quello di Enrico VI nel 1191, 
il quale regalò altri luoghi considerevoli (2); l' una e l'altra 
donazione furono confermate da Ottone I nel 1209 per mezzo 
del Patriarca di Aquileia, ed allargate successivamente da Fe- 
derico II nel P210 (3), nel 1220 (4), nel 1230. Quando un secolo 
e mezzo più tardi — nel 1396 — signoreggiando il ducato di 
Milano Gian Galeazzo Visconti, Pavia fu eretta col suo territorio 
in Contea primogeniale dall' imperatore Venceslao, fu dichiarata 
distinta dal rimanente del Ducato con la precisa condizione che 

(1) Fra le terre concesse o confermate a Pavia con questo diploma, appar- 
tengono alla Lumellina: Albonese, Parona, Mortara, Rosasco, Cerpente o Cer- 
penigo (Cerpengius) Langosco. Cozzo, Candia, Breme, Sartirana, Lomello, Fra- 
scarolo, Sparvara, Gambarana, Cairo. Eccettuate le tre prime, che sono a 
sinistra dell'Agogna, tutte le altre sono comprese da nord a sud nella zona 
tra il detto fiume e la Sesia. 

Cassolo, Cilavegna, Vigevano e Nicorvo — pure compresi nel diploma — 
ai tempi di cui ci occupiamo facevano parte del Contado di Vigevano, che, 
come abbiamo già detto, non era più sotto la giurisdizione di Pavia. 

(2) Fra gli altri Pieve del Cairo nella Lomellina e Villanova nel Vigevanasco. 

(3) In questa concessione, troviamo Rivoltella lomellina, insieme con Robbio 
(Rodubium) e Confienza vigevanasche. 

(4) Nel diploma di quest'anno (1 dicembre) è compreso Palestro (Vigev.). 



— 352 — 

mai avesse dovuto essere inquietata o decaduta dallo grazie ;t 
lei concesso e tanto meno privata del,le terre a lei unite ed 
aggregate; olio anzi il diploma imperiale, insistendo su q\ 
punto, stabili testualmente « quod lohanne Galeaz et sui de- 
scendentes Duce* Mediolanenses tenerenl ei tenere débereni 
Comitatum Papiae sub nomine Comitatus et tamquam Co- 
mites Papiae non autern tamquam ducei mediolanenses l . 
In seguito, nel 1447, nel'a convenzione col nuovo Duca Fran- 
cesco Sforza venne pattuita la inviolabile conservazione del ter- 
ritorio pavese, che fu poi esaltato dall'imperatore Massimiliano 
al grado di Principato primogeniale, distinto sempre dal rima- 
nente del Ducato, con le stesse ragioni e prerogative di cui 
godevano i Principati del Sacro Romano Impero. Carlo Y infine 
e i suoi discendenti sino a Filippo V costantemente rinnovarono 
le concessioni e i privilegi sanciti dagli imperatori e consacrati 
dalla tradizione. 

Prima di passare alla seconda parte delle loro riflessioni, i 
Rappresentanti di Pavia hanno poche parole sulla posizione e 
l'importanza della loro Città: ricordano ch'essa è « posta sopra 
le rive del Ticino in poca distanza del fiume Po, nel più bel 
sito della Lombardia, nel cuore dello Stato di Milano, di facile 
e pronta comunicazione per via de' detti fiumi con le altre città 
dello Stato; antemurale alla città di Milano e perciò in ogni 
tempo bersagliata dall'armi nemiche, con tanti assedii che glo- 
riosamente sostenne, col più affettuoso aggradimento de' suoi 
monarchi e per ultimo arricchita di territorio proporzionato al 
sostenimento e grandezza della medesima, consistente nella Pro- 
vincia del Principato e Lumellina ». Belle parole invero, nelle 
quali l'esagerazione è ben giustificata dallo scopo che la città 
si prefiggeva di raggiungere. 

Di tre ordini si possono dire i danni che i decurioni enu- 
merano alla rinfusa, come conseguenza inevitabile dello smem- 
bramento : danni politici, difficoltà giudiziarie e di ordine pub- 
blico, danni economici e finanziari. È necessario esaminarli 

(1) Vedi la copia autentica del diploma nel citato opuscolo Civitatis Pa- 
piae reintegrandae ecc. Sommario fol. 42 num. 18. 






— 353 — 

partitamente una volta por sempro, giacché ossi si ripeteranno, 
con leggero varianti più di forma che di sostanza, nei numerosi 
memoriali che verranno ulteriormente presentati a principi e 
governi. 

Primo e principale dei danni politici, la difficoltà di difesa dello 
Stato. « Trattandosi della separazione d'un membro al rima- 
nente corpo del restante territorio così unito e intrinsecato, 
sarebbero infinite le angustie e mali a' quali soggiacerebbe la 
città medesima nel caso di diffidenza con principi confinanti e 
con altre Potenze nemiche della Real Corona per la subdita e 
inevitabile invasione che potesse succedere nel restante territorio 
col solo così facile traghetto delli detti due fiumi (Ticino e Po) ». 

Non che noi dubitiamo — si affrettano a osservare i decu- 
rioni — dell'amicizia e della lealtà del Duca di Savoia; «tuttavia 
anche li Principi non sono esenti dal comune tributo e le ra- 
gioni di stato e le vicende del mondo non lasciano fondamento 
di sicurezza ». In ogni modo poi i confini portati a così breve 
distanza dalla Città obbligherebbero a maggiori presidi, sospetti 
ed apprensioni non solo Pavia, ma anche gli altri centri dello 
Stato, Milano principalmente. 

Si aggiungano inoltre le continue discrepanze ed inquietudini 
che potrebbero sorgere per la fissazione e conservazione dalla 
linea di confine in un così lungo tratto di paese, a causa spe- 
cialmente delle molte corrosioni ed alluvioni de' fiumi. 

« Minorarebbesi anco » — altro danno politico-militare con- 
siderevole — « il numero delle milizie forensi e guastadori in 
tempo di guerra, o col discapito della più valida difesa dello 
Stato o col sopracarico degli altri .sudditi ». 

In quest'ordine di inconvenienti possiamo comprendere quello 
« di tanti nobili e patritii » che, possedendo beni nell'uno e 
Bell'altro dominio ed essendo quindi obbligati al giuramento di fe- 
deltà verso due monarchi - in caso di rottura fra questi, se « ad- 
di mandati ad un attuai servizio » o dall'uno o dall'altro, corre- 
rebbero l'evidente pericolo « di soggiacere al danno delle 
probabili confische e privatione de' beni nell'uno o nell'altro 
dominio ». 



- :*54 — 

Ai quali nobili — (Mitriamo ora nelle difficoltà di ordine 
giudiziario — sarebbe inoltre pur grave incomodo « babitando 
in questo dominio, il dover sostener liti sotto li ministri di S. A. 
li. contro li loro debitori flttabili e massari » che verrebbero 
ad essere sottoposti a quel foro; senza tener conto poi della 
facilità con cui i flttabili e massari stessi del Pavese, debitori 
verso i loro padroni, potrebbero eluderne Je legittime pretese 
col solo traghetto del Po o del Ticino trasportando in Lomellina 
tutte le cose loro. 

E che dire delle difficoltà che s'incontrerebbero nell'esecu- 
zione delle sentenze emanate dai tribunali dello Stato contro 
gli abitanti nella Lomellina, o nelle cause fra due sudditi dello 
Stato per beni colà situati? 

Un pericolo costante per l'ordine e la tranquillità pubblica 
sarebbe infine l'invasione inevitabile di malviventi, favoriti dalla 
vicinanza dei confini e dalla conseguente facilità di rifugio nel- 
l'uno o nell'altro dominio, e protetti dalla molteplicità dei boschi 
lungo la valle del Ticino. 

Ma di gran lunga più gravi dei danni politici e degli incon- 
venienti giudiziari si dovevano presentare alla mente dei Pavesi 
le conseguenze economiche e finanziarie del minacciato smem- 
bramento. 

La perdita di un territorio, qualunque esso sia. costituisce 
sempre — non occorre dimostrarlo — un colpo alle finanze di 
uno Stato; maggiore o minore a seconda della sua posizione 
geografica, delle sue risorse naturali, della sua popo'azione, ecc. 
Orbene, se si pensi che la Lomellina nel Principato Pavese 
rappresentava la parte più fertile e più ricca - avremo occa- 
sione di dimostrarlo più avanti — si riterrà più che giustificato 
l'allarme dei decurioni pavesi, alla notizia della sua progettata 
separazione. 

Con la perdita di un sì vasto perticato di terreno e di un 
numero tanto considerevole di sudditi, sarebbero venute a di- 
minuire sensibilmente le rendite dello stato; sia per quanto 
riguarda i carichi personali e collettivi, ordinari e straordinari, 
sia per ciò che riflette i dazi « per la macina, mercanzia, pan 



— 355 — 

venale, introduzione, bollino del vino, tabacco, acquavita, fieno, 
neve, e ghiaccio e molti altri ». 

E, separandosi la Lomellina, come lo Stato potrà rimediare 
a questa diminuzione di rendite? Vorrà e potrà addossare alla 
disgraziata provincia rimasta, anche la quota spettante alla re- 
gione smembrata? E i debiti accumulati in tanti anni di guerre 
e di miseria da tutto il Principato dovrà soddisfarli la sola 
parte rimasta? 

Preoccupazioni gravi senza dubbio tutte queste, alle quali 
altre si aggiungono di carattere propriamente economico com- 
merciale. « Succederebbe anco — scrivono i decurioni — la 
perdita del libero dominio delli fiumi Po e Ticino, tanto conside- 
rabile per la navigazione, commercio e trasporto de frutti, ve- 
nendo S. A. R. ad esser padrone della metà e in parte assoluto 
signore dell'una e dell'altra riva e porti, come a Sommo e in 
altri luoghi ; di tanti molini posti nel fiume Po, che, oltre la 
contribuzione del carico reale, in che restano quotizzati, sono 

sì necessari al mantenimento della Città ». « Quando 

anche a tutte queste perdite non s'aggiungesse di più il danno 
di nuovi dazi, gabelle e pedaggi che piacesse a S. A. R. imporre 
alla strada di Sommo, ai porti e alle ripe de' fiumi ». 

Un' osservazione un po' deboluccia e che avrebbe potuto 
anche essere omessa è quella riguardante il pericolo che 1' e- 
ventuale estrazione di acque dal Po o dal Ticino, fatta per render 
più fertile la Lomellina, apporti difficoltà o incomodo alla navi- 
gazione, massime verso Milano. Come pure non serio è il timore 
che il Duca di Savoia per il bene della sua nuova Provincia 
« ordini grossi ripari alle proprie ripe de' fiumi, dalle quali, 
sostenuto l'impeto delle acque inondanti, vengano queste re- 
spinte con danno intolerabile de' sudditi della Corona all'opposta 
parte dei fiumi stessi ». Grave è invece il pericolo che la città 
venga a trovarsi sprovvista, o almeno non abbastanza fornita, 
di legna, carbone e fieno, dei quali prodotti tanto abbonda la 
valle del Ticino, compresa nella Lomellina. Ma la preoccupazione 
più seria, il timore più fondato dei decurioni pavesi è certa- 
mente quello riguardante l'introduzione de' frutti dei cittadini 



— 356 — 

possessori di beni non solo nella Lomellina ma anche nell'Oltrepò 
superiore. Cava e Sommo,sulle due grandi vie di terra e d'acqua 
verso quelle ubertosissime plaghe, verrebbero ad in manq 

del Duca di Savoia. Quali e quante garanzie si potrebbero avere 
sul libero transito verso Tortona. 8erravalle, Genova; quale e 
quanta sicurezza por l' introduzione nello Stato di Milano dei 
prodotti agricoli della Lomellina e dell'Oltrepò? I danni di una 
possibile proibizione o dell'imposizione di pesanti balzelli sareb- 
bero certamente incalcolabili. 

Se a questo quadro dolorosissimo dell'avvenire che attende 
il Principato Pavese si aggiunge poi l'attuale « stato deplora- 
bile della stessa Città e suo Territorio » immiseriti dallo fazioni 
e dalle tasse straordinarie, devastali dalle guerre interminabili, 
desolati dalle continue inondazioni, si dovrà ritenere inevitabile 
e non molto lontano « l'abbandonarnento de' beni censiti e la 
spopolazione del paese e lo smarrimento del personale ». 

Faccia Sua Maestà — concludono i decurioni — che la gioia 
dei cittadini pavesi d'essere restituiti alla Sua Augusta domi- 
nazione non debba essere mescolata con le lacrime universali 
per la perdita di tanto utile e così necessario territorio; e come 
nel 16S5 Carlo II, su proposta del Supremo Consiglio madrilense 
per l'Italia negò l'alienazione di Broni chiesta dal Duca di 
Parma (l), così Egli oggi, memore del passato e preveggente 
nell'avvenire, scelga altri mezzi per premiare l'eroico sforzo di 
Vittorio Amedeo II : salverà in tal modo la fedelissima Città di 
Pavia da sicura, irreparabile rovina. 



(1) Ranuzio Farnese pretendeva gli fosse ceduto Broni e il suo territorio a 
saldo di alcuni crediti ch'egli affermava d'avere verso la R. Camera di Napoli. 
Il supremo Consiglio d'Italia, sentito il parere del Fisco e della Congregazione 
di Stato, deliberò di respingere la pretesa del Duca ; il relativo decreto fu fir- 
mato il 17 Settembre 1685 da Carlo II e comunicato agli interessati il 29 no- 
vembre dall'allora Governatore di Milano Enriquez de Cabrerà Conte di Melgar. 
(Civitatis Papiae reintegrandae... etc. Sommario fol. 142). 



— 357 — 



* 

* * 



L'Avv. Giovanni Vidari - i cui Frammenti Cronistorici del- 
l'Agro Ticinese abbiamo dovuto più volte citare — accenna pur 
esso alla risposta data dal Comune di Pavia al Senato con officio 
9 aprile 1707; ma. quando si accinge a riassumerla (1), cade 
in un equivoco, giacché la scambia con il lungo elaborato me- 
moriale o consulto, latino, presentato a Carlo III nel 1711 (2), 
alla vigilia della sua assunzione al trono imperiale. Noi, riser- 
vandoci di esaminare più avanti questo tardivo documento, cre- 
diamo opportuno fermare l'attenzione su quello poco fa riassunto, 
il quale, siccome compilato in breve tempo e sotto l'impressione 
immediata della notizia pressoché inattesa, ci sembra meglio 
poter rispecchiare i pensieri e i sentimenti della pubblica opinione 
del tempo. 

Una domanda anzitutto. Dobbiamo noi ricercare nelle parole 
dei decurioni pavesi « il linguaggio dignitoso del vinto su cui 
pesa la volontà rude e prepotente del padrone assoluto e 
straniero? » (3). Francamente, non ci pare; né crediamo sia il 
caso di parlare di gratitudine di nepoti per il contegno generoso 
e virile degli avi. 

All'annuncio dello smembramento, Pavia ebbe una sola grande 
preoccupazione, un solo assillante timore : quello della sua ro- 
vina economica. Non tutte le classi sociali avvertirono subito 
la gravità del fatto che stava per compiersi. Il popolo lavoratore 
- operai, contadini, impiegati — che pure sente sempre gli 
affronti fatti ai suoi diritti e contro di essi insorge, in que- 
st'occasione non si mosse. Il mutamento era un qualche cosa 
che non lo toccava da- vicino; egli non conosceva il valore 
morale delle vecchie pergamene imperiali e la loro rievocazione 
non aveva virtù di farlo fremere. 

(1) G. Vidari, Framm. Cronist. ecc. Voi. Ili, pag. 255 e segg. 

(2) Inserito nell'opuscolo Civitatis Papiae reintegrandae ecc. del quale 

iforrua la parte principale. 

(3) G. Vidari, libro e voi. citati, pag. 259. 



— 358 — 

Chi si agitava era la nobiltà terriera, la borghesia agricola. 
Non tanto — solo in apparenza — come portavoce del Co- 
mune ghibellino che si ribella alla fellonia dell'alto ignare 1 
— erano troppo lontani i tempi in cui una ribellione in questo 
senso poteva essere sincera e sentita — ma bensi come difen- 
ditricc degli interessi propri, che dalla separazione della Lomel- 
lina venivano ad essere maggiormente e più direttamente mi- 
nacciati. 

Tale a noi sembra essere l'idea animatrice del documento 
che abbiamo testé esaminato. Preconcetti o avversioni politiche 
contro il Piemonte, di cui la terra pavese smembrata sarebbe 
divenuta Provincia, non esistono o almeno non appaiono ; né 
ad affermarne l'esistenza ci autorizzano i pochi cenni alle dif- 
ficoltà future per la difesa dello stato nell'eventualità di una 
guerra. Tutto il resto esula completamente dal campo politico 
ed entra, direttamente o indirettamente, in quello economico. 
La possibilità che i carichi e le contribuzioni non siano dimi- 
nuiti dopo la separazione; il timore che i fittabili possano truf- 
fare i loro padroni emigrando con facilità nel territorio piemon- 
tese ; lo spettro dei dazi che a Sommo ed a Cava debbano 
opprimere il libero commercio, tutto questo atterrisce la nobiltà 
pavese e la induce ad implorare la revoca della pattuita cessione. 
Implorare — abbiamo detto con intenzione, poiché è proprio 
fuori di luogo il parlare di virile protesta del Comune lom- 
bardo contro le prepotenze imperiali (2). Non che noi ci 
aspettassimo a dirittura un'invettiva dai rappresentanti d'un 
popolo snervato ed avvilito da quasi dugent'anni di dominazione 
spagnola : ma, d' altra parte, serenamente giudicando, nessuna 
frase, nessuno spunto, nessun impeto di magari repressa ribel- 
lione ci consente di chiamare protesta le umili Riflessioni della 
Città di Pavia. E si badi eh' esse erano dirette al Senato, 
presso il quale qualche arditezza di parola avrebbe trovato se 
non plauso, certo giustificazione. Forse, chissà, i decurioni pa- 
ci) Vidari, id. id.. pag. 259. 
(2) Vidari, id. id., 260. 



- 359 — 

vosi affidavano alla umiltà della forma l' ingenua speranza nel- 
T accoglimento delle loro legittime domande. 

Che di protesta non si possa assolutamente parlare è provato 
anche da un altro fatto eloquentissimo. 

Convocati da un editto del Principe Eugenio in data 26 
aprile — posteriore cioè alla comunicazione ufficiale dell' av- 
venuta cessione — convennero due giorni dopo nel Palazzo 
Pretorio gli Abati e i Decurioni della Città insieme con i 
Sindici e Procuratori delle singole parrocchie per prestare 
il giuramento di fedeltà a Carlo 111 nelle mani di Don Pirro 
Visconti, Gran Cancelliere dello Stato di Milano, assistito da 
Don Ignazio Olgiati, segretario della Cancelleria Segreta (1). 

Davanti e intorno al supremo Cancelliere, sedens sub balda- 
chino et super cathedra aliquantulum elevata et decenter ac- 
comodata erano i più notevoli rappresentanti del patriziato pa- 
vese: gli Opizzoni, i Mezzabarba, i Giorgi, i Malaspina, i Menochio, 
i Belcrcdi, i Bottigella, i Bellisomi — per non citare che gli 
insigni. 

Dopoché il Segretario March. Olgiati ebbe letto il decreto 
di Carlo III confermante fra l'altro « tutti li Tribunali e Mi- 
nistri di questo stato, seconda la pianta della Maestà di Carlo V, 
esclusi però quelli che erano stati nullamente provisti in tempo 
del Sig. Duca d'Angiò (Filippo V) fino a nuovo ordine » — il 
Pretore della Città, Conte Senatore Gian Battista Modigliani, 
ab eius sede consurgens, humiles eleganti sermone gratias 
egit al potentissimo Be Carlo III de eius confirmalione in mu- 
neribus suis, e dopo di lui VAbbas Senior Antonio Confalo- 

(1) Il Vidari, a questo proposito, asserisce parecchie inesattezze. 11 giura- 
mento di fedeltà a Carlo III non fu fatto nel marzo 1707 dal Comune di Pavia, 
ignaro dei patti segreti del trattato di Torino, ma bensì il 28 aprile, come è 
provato dal Cerimoniale stesso (Arch. Civ. di Pavia) che il Vidari pure riporta 
con questa data, e dal documento ufficiale estratto ex pitia Provisionuui anni 
Ì707 e inserito nel Civitatis Papiae reintegrandae... ecc. Dal quale appare 
inoltre come la cerimonia sia avvenuta alla presenza non di Eugenio di Savoia 
(come afferma il Vidari) cuni, ob urgentissimas belli occupationes gravissimis 
detentus negotiis, personaliter accedere non potuerit, ma del delegato imperiale 
Don Pirro Visconti. 



— 880 - 

meri (quello stesso che aveva Ormato venti giorni prima la ri- 
sposta 'li Pavia al Senato, parità,- ab eius sede, conmrgen 
nome dei Deputati dal Consiglio Generalo della Città e dei 
Procuratori delle Parrocchie, dixit liberiti animo esse parata 
in exequendis Suae Celsitudini» Serenissima^ mandati* ac 
preslanda ftdelitate et obedientia al solito potentissimo Re 
et sub sua protectione vivere. All'uno e all'altro benigne re- 
spondem Illustrissimus D. Supremus Cancellarius, nomine 
etiam Suae Majestatis, dixit semper peculiari memoria ser- 
vaturum merita fldelissimae Civitatis, immo Gelsitudinem 
Suam Serenisi imam paratane [ore ad representandum Suae 
Catholicae Majestati multum convenire ut eiusdem privilegia 
concesdones et gratiae eidem alias concessae confirmentur 
quod a Regia magnificentia facillime concederai a m speratur. 

A questo punto — senza più oltre procedere nella descri- 
zione del gonfio cerimoniale spagnolo vien fatto di chiedersi: 
T rappresentanti di Pavia avevano già messo il cuore in pace 
circa la sorte della Lomcllina ? E se cosi non era - le molte 
istanze posteriori lo dimostrano - come mai nessuno di loro, 
all'atto di prestare il giuramento di fedeltà, sentì il bisogno di 
esprimere i comuni sentimenti di indignazione e di protesta, 
neppure quando - ironia delle cose! — il Visconti annunciò 
che il Principe Eugenio, proprio lui, l' incaricato della cessione, 
avrebbe consigliato al Re la conferma degli antichi privilegi 
cittadini ? Quale occasione più di questa favorevole, se il minacciato 
smembramento avesse realmente e profondamente colpito la 
mente e il cuore del popolo, per dimostrare all'inviato reale i 
veri sentimenti della cittadinanza pavese ? 

Nulla di tutto ciò : il popolo è assente e la nobiltà si limita, 
per bocca del Confalonieri, a dichiararsi pronta in praestanda 
ftdelitate et obedientia. 

Vero è che il Vidari parla di una specie di tumulto, di ri- 
bellione che sarebbe avvenuta nell'agosto successivo, quando, 
opponendosi i decurioni alla consegna delle carte relative alla 
regione ceduta, sarebbe venuto a Pavia il Principe Eugenio in 
persona a richiederle con l' argomento molto persuasivo dei 



— 3(>1 — 

suoi dragoni pronti ad irrompere nel pretorio della Città (1). 
Ma quest' episodio, che sarebbe certamente significativo, non 
solo non è sufficientemente provato dai documenti, ma è anzi 
smentito in un particolare non trascurabile: la presenza a Pavia 
di Eugenio di Savoia neh' agosto del 1707. 

Il Vidari trae la sua notizia da un cronista del periodo fran- 
cese, il Fenini, il quale sotto la data 7 luglio scrive : « Nel 
corrente anno il Principe Eugenio di Savoia ha fatto chiedere 
alla Città tutte le scritture analoghe alla Lomellina. Avendo de- 
stinati i commissari per riceverli e indugiando la Città a far 
questa consegna, si portò in persona in Città, scortato da un 
corpo di cavalleria, minacciando rompere gli armari per avere 
le scritture. La città prima di consegnarli le scritture fece di- 
stendere una scrittura qualmente la Lumellina è Dote della Città 
di Pavia e non poteva essere smembrata, con protesta di non 
dare il loro {sic) consenso di questa allienazione. Con tutto ciò 
ottenne poi di essere registrata la consegna delle scritture li- 
bera e volontaria » (2). 

Che il Principe Eugenio non potesse essere a Pavia né il 7 
luglio, né nell'agosto successivo è provato dalla sua Corrispon- 
do za Militare. E invero, nel rapporto del 28 giugno, da To- 
rino, il gran capitano avverte l' imperatore « che le truppe de- 
stinate alla nota grande operation (l'assedio di Tolone) sono ormai 
in movimento per recarsi tutte in giù verso Busca ed alle falde 
dei monti, cosichè, se a Dio piaccia, il 1 del prossimo luglio sa- 
remo già effettivamente sulle montagne... (3) ». L'S luglio infatti 
egli è già a Sospello, donde narra al suo Signore « come ed in 
qual maniera sia entrato nelle montagne e abbia continuato la 
marcia sin là » (4). I successivi rapporti durante tutto il luglio 

(1) Vidari. opera e volume citati pag. 252 e 261. La stessa affernwione è 
in un altro studio del Vidari: Le Carte Storiche di Pavia in «Miscellanea di 
Storia Italiana » (Voi. XXVII pag. 35 e segg.). 

(2) Fenini, Diario, fol. 3 (Mss. Biblioteca Universitaria di Pavia N. 416). 

(3) Campagne del Principe Eugenio... ecc. Op. cit. Voi. IX Supplemento. 
Lettera N. 87 pag. 167. 

(4) id. iil. Lett. N. 90 pag, 169. 

8 



— 362 — 

;i l'agosto sono provenienti prima dal Campo di Saint. Laurent, 
poi da quello <li La Valette (1). 

Esclusa quindi in modo assoluto la possibilità dell' intervento! 
armato del principe Eugenio por vincere l'ostinazione dei Pa 
noi rifiutare la consegna delle cario- relative alla Lomellina, la 
narrazione del Feniui perdo certamente gran parte della 
attendibilità. Può darsi che qualche resistenza i decurioni ab- 
biano tentato, vista l' inanità delle loro suppliche ; può darsi 
anche che da parte dell' autorità militare ci sia stata qualche 
minaccia; ma nessun documento serio ci autorizza ad affermarlo 
decisamente. Tutto forse si ridusse ad una protesta formale, in- 
serita nell'atto della consegna. 

E allora, se anche quest'episodio non ha nessun fondamento 
storico, noi siamo indotti a confermarci nella già espressa opi- 
nione : che la risposta dei decurioni pavesi al senato, air an- 
nuncio dello smembramento, non ha né nella sostanza né nella 
forma nessuno di quei caratteri di vivacità, di sdegno, di ri- 
bellione che la possano far chiamare « una pagina bella e ge- 
nerosa di storia patria » ( - 2). Tanto questa risposta quanto gli altri 
memoriali sullo slesso argomento dimostrano che se la nobiltà 
era rimasta colpita (e soltanto, si badi bene, per le conseguenze 
economiche a suo riguardo, non per lo spostamento politico) 
la gran massa dei cittadini, lungi dall' agitarsi in nome del 
passato glorioso e dei privilegi acquisiti, non aveva avvertito 
neppure — allora — la gravità del danno economico, che si 
sarebbe inevitabilmente ripercosso su di essa. 

Deve passare ancora qualche tempo, prima che. attraverso 
le manifestazioni dello spirito pubblico, si possa scorgere formata 
e viva nel popolo la coscienza di essere la vittima più disgra- 
ziata dell' arbitrio imperiale. 



Riprendiamo ora, dopo questa necessaria parentesi, l' inter- 
rotta narrazione degli avvenimenti. 

(1) id. id. Lettere N. 91-97 pagg. 172-185. 

(2) Vidari, Framm. Cronist. ecc. Voi. Ili, pag. 259. 



- 363 — 

Non di audacia pecca certamente il Consulto che il Senato 
di Milano inviò il 23 novembre dello stesso anno all'Imperatore (1). 
Esso, secondo noi, dimostra una intenzione sola: quella di im- 
pensierire, se non proprio di spaventare, Giuseppe I e i suoi 
aulici consiglieri, presentando in un quadro tragico — stavamo 
per dire macabro - le conseguenze della cessione nei riguardi 
del rimanente dello Stato. 

Riferiti i precedenti, ricordato l'incarico avuto dal Principe 
Eugenio, riassunti i pareri richiesti dal Collegio dei Fiscali e 
dalla Città di Pavia - il Senato aggiunge: « Etsi tamen gravia 
et gravissima sint discrimina procul dubio timenda ex scissione 
istius Mediolanensis Dominii, prout meminerunt responsa pre- 
dieta, gra mora nihilominus suspicari adhuc licei, ne eoe muti- 
latone membrorum universum corpus contabescat ». E il 
timore dei Senatori è giustificato dalle investiture del Ducato di 
Milano concesse da Carlo V e dai Successori, i quali prescris- 
sero « perpetuis temporibus conservationem integri corporis 
ducalis ex ea ratione economica et politica ne alioquin diminute 
viivs minime sufficerent ad repellendas hostium invasiones aut 
quelibet finitimorum atentata reprimenda ... ». E più avanti, 
preoccupati sempre da quella tale intenzione d'incuter timore, ri- 
corrono perfino alla chirurgia e scrivono: « Quamvis enim non 
nulli scriptores secuti documentimi chyrurgiae senserint expe- 
dire iinmo et proficuam et salubrem evadere sectionem unius 
membri tendentem ad servandum corpus, attamen talis regula 
non est applicabilis casui de quo agitur: illa enim procedit 
quando membrum sive phisicum et naturale sive misticum est 
contaminatum et morbosum. Tunc siquidem optimum est consi- 
lium abscissionis ne de cetero corruptio se extendat ad partes 
cura periculo totius, sevum autem est quoties versemur in 
membris non labefactis nec infirmis sed sanis et optime in suo 
genere consistenti bus, cum tunc non nisi periculosa et lethifera 
peritorum omnium iuditio sit resecatio ». 

Quale puerilità di paragone! Ci si sente proprio dinanzi alla 
vuota ampollosità del secentismo spagnolesco. 

(1) Arch. di Stato di \filano. — Pacco 190. Confini, Torino, Provvid. Generali. 



— 304 — 

Una pietosa bugia il Senato sente poi il dovere di aggiungere 
ricordando « ingentem numerum incoiarmi] in locis predictis 
gloriantium de sua subiectione Austriaco imperio, Dio danù 
rostituto, quorum extremus prope dolor et meror est ad- 
dictos se pati alteri principi... ■>: pietosa bugia, giacché 
nessuna manifestazione pubblica 'li dolore o di protesta da 

parto dei sudditi era avvenuta fin allora per il mutamento 
politico. Fatta presente infine l' importanza e la fertilità dei 
paesi ceduti, specialmente della Lomellina " pollen pre ceti 
maiori ubertate annone granarie « i Senatori conchiudono 

col dichiarare che, pur ammirando il valore e la costanza del 
Duca di Savoia e riconoscendo doveroso il tributaceli un premio, 
non credono pero ch'esso debba essere tale da costituire l'estrema 
rovina dello Stato di Milano. 

Il tono delle istanze pavesi per la reintegrazione del territorio 
si fa un po' più energico e deciso nella supplica spedita a Giu- 
seppe I nel 1710 (l), quando cioè cominciavano a sentirsi le con- 
seguenze dello smembramento, ma quando anche un ritorno 
allo statu quo ante il 1707 sarebbe stato ormai pressoché im- 
possibile. 

Dopo avere a lungo insistito nella rievocazione dei privilegi 
imperiali, i rappresentanti di Pavia scrivono: Ergo ex bis liquet 
Augustissime Caesar, Papiae Civitatem habuisse feudali iure et 
gravi titulo effusi sanguinis Laumellum eiusque Agrum cum 
aliis Oppidis, Pagis et locis supra relatis: ideirco loca haec 
omnia, nulla eius culpa intercedente, non potuisse ab ipsc 
dividi vel separavi ut Regiae Celsitudini Sabaudiae Ducis co? 
cederentur ». E più avanti... « Praesumuntur Principes solui 
velie quod iustum... Cum vero nemo adduci possit ut credat Sa- 
oratissimum Leopoldum, cuius iustitiam non soliim praesens 
aetas sed futura etiam saecula admirabuntur, fuisse concessurur 
Serenissimo Sabaudiae Duci Provinciam Lumellinam si scivisset 
eam ab Augustis Praedecessoribus Cesareae Majestatis Yestrac 
pretio effusi sanguinis fuisse feudali titulo in Papienses collatai 

(I) Archivio di Stato di Torino — Paesi di nuovo acquisto. Signoria dello 
Lumellina. Mazzo 2 N. 10. 



— 865 — 

— seguitio- contractum initum cum praefato Duce in praeiu- 
ditium Civitatis Papiae o trinino subsister e non posse ». Questa 
ripetuta affermazione di arbitrio, di illegalità — per quanto dedotta 
da una premessa troppo ingenuamente ottimista e per quanto 
galleggiante nel mare untuoso dell'umile frasario convenzionale 

— ha certo contenuto e sapore di protesta. 

Né adduca il Principe Sabaudo — continuano i cittadini pavesi 
- i suoi grandi meriti verso l' impero ; nessuno li disconosce, 
ma neppure Pavia fu da meno : « Saepe ager foede vastatus, 
oppida diruta ipsaque urbs gravissima clade perculsa, capta et 
eversa et fidissimi S. R. Imponi Oives hostium iugum invitis- 
simi subiorunt ut fidem scilicet servarent Imperatori et i 11 i 
Palmas proprio sanguine irrigarent, quem, vix reparata urbe, ab 
adversa fortuna iactatum, iterum, semperque fideles receperunt, 
servarunt ». 

In via subordinata, essi raccomandano che siano conservate 
al Principato alcune terre fra il Tanaro e il Po ed altre nel 
Siccomario, delle vicende delle quali dovremo occuparci a lungo 
nel prossimo capitolo. 

Concludono infine esprimendo la speranza che i loro voti 
vengano accolti e che la Lomellina venga restituita ; poiché il 
Principato, Ma disiuncta, corpus mutilum atque informe 
futurum. 

Ma anche questa invocazione dei Pavesi ebbe la sorte della 
precedente. Non ancora persuasi della vanità di ogni ulteriore 
tentativo, essi redassero più tardi, con gran copia di documenti, 
un nuovo memoriale e dopo la morte di Giuseppe I (17 aprile 
1711) — durante l'interregno che dovea terminare con l'assunzione 
di Carlo III al trono imperiale (col titolo di Carlo VI) — lo invia- 
rono, stampato, al futuro imperatore (1). Ma questo documento, 

(1) E l'opuscolo Civitatis Papiae reintegrandae... etc. che abbiamo più 
volle citato. Che esso sia stato spedito a Carlo III durante l'interregno è pro- 
vato dalla lettera-prefazione, nella quale è detto fra l'altro: « Ha pazientato 
(la Città) sperando il più pacifico possesso della Monarchia della M. V., ma 
dilongandosi il sospirato evento, pria di perire totalmente, ha unito le ragioni 
legali con documenti giustificanti diretti alla Cesarea Maestà di Giuseppe (sii 



_ 366 — 

che pur contiene qualche frase ed espressione i rinforza 

le argomentazioni in base alle quali V Imperatore non poteva 
cedere la Lomellina, rivela già, nel suo comp nello spirito 

che lo informa, La persuasione che il fatto compiuto era ormai 
irretrattabile e che era più opportuno cercare di attenuane 
conseguenze, combattendo le errate interpretazioni e le e< 
pretese del linea di Savoia, infatti, dopo avere affermato che Ih 
cessione era illegale, perché fra l'altro, nel trattato del 1703 
« la Lumellina è supposta Provincia distinta, separata e indipen- 
dente, senza la minima espressione die quella fosse parte del 
Principato di Pavia e alla Città uni/" e soggetta *, il Comune 
di Pavia insiste a lungo per dimostrare come, « quand'anc 
havesse a supporre per sussistente la medesima cessione, conve- 
nisse per ogni termine di giustizia restringersi alla pura e 
propria Lumellina, consistente semplicemente nel Borgo di 
Lamella, da cui sorse questa denominazione, con alcune Terre 
poste di là dall' Atj'if/ u u tra li Fiumi Po e Sesia, quali si 
chiamavano Corte o sia Contado di detto Borgo (1) » e n _ 
poi con la scorta di vari documenti, che si possano ritenere 
incluse nei termini del Trattato quelle Terre tra Po e Tanaro 
e le altre del Siecomario, che abbiamo visto ricordate anche 
nell'istanza del 1710. 

La riprova che Pavia avesse ormai poca fiducia nell' accogli- 
mento della domanda principale l'abbiamo negli avvenimenti imme- 
diatamente posteriori. Carlo III. reduce dalla Spagna, giunse per 
mare al Finale il 27 Settembre del 1711 e di qui si diresse a 
Milano (-2). Passando per Pavia, egli ricevette una deputazione 
di decurioni, i quali, dopo avere invocato dal suo « paterno 
amore la confermazione di tutte le grazie e mercedi fatte » lo 
pregarono di un « risarcimento provvisionale delti gravi 
danni e pregiudizi che la Città soffriva per la, smembrazione 

in Gloria) mediante la precedenza del benigno assenso della M. V. a cui solo 
ora s'inviano sperandola già come Monarca delle Spagne anco portata alla 
Corona Imperiale, pria meritata che conseguita ». 

(1) Civitatis Papiae reintegrandae... etc. Compendio. 

(2) Cusani, Storia di Milano, voi. II, pag. 150 



- 367 — 

della Lumellina, et altre Terre del di Lei Principato (1; ». 
Non si parla ormai più di restituzione, ma soltanto di un risar- 
cimento dei danni. 

A questo proposito il Ferrini, nel suo diario, sotto la data 
13 ottobre, ricorda: « La Città lo ha ricevuto (Carlo III) 
al Gravellone. L'Abbate Togato gli presentò le chiavi della Città 
e fece un discorso raccomandandogli la sua protezione e la re- 
stituzione della Lomellina. S. M. Cattolica rispose con un affetto 
veramente da padre e consolò tutti quanti... (2) ». Tra la ver- 
sione del Fenini (che a quest'epoca non era ancora nato e che 
spesso non bada troppo all' esattezza) e la testimonianza del do- 
cumento da noi sopra citato (3), non crediamo si possa esitare; 
e d'altra parte le ultime parole del cronista, riferentisi alla ri- 
sposta paterna del Re meglio si comprendono pensando che la 
Città abbia chiesto un semplice risarcimento provvisionale, 
che avrebbe potuto essere concretato in una diminuzione di 
carichi. 

Le carte dell'Archivio Civico di Pavia non ci permettono di 
confermare la notizia del Vidari, il quale scrive che « passando 
da Pavia nel 1711 il Duca di Modena, i municipalisti pavesi lo 
richiesero di intervenire presso la Corte di Vienna per ottenere 
la retrocessione della Lomellina (4) » : possiamo so'tanto dire 
che Rinaldo d' Este incontrò e complimentò Carlo III, al suo pas- 
saggio da S. Martino. Forse in queir occasione il March. Ge- 
rolamo Olevano o qualche altro nobile feudatario di Lomellina 
può aver parlato al Duca della scottante questione. 

Le stesse riserve dobbiamo fare, per la medesima ragione, 
quanto alla supplica che il Vidari, sempre attingendo dal Fenini, 
afferma presentata a Cristina Elisabetta, moglie dell' ormai im- 
peratore Carlo VI, quand'essa il 9 aprile del 1713 fu a Pavia, 
solennemente accolta e cordialmente festeggiata. 

il) Archivio Civico di Pavia. Pacco 349. 

(2) Fenini, Diario. Fol. 6. 

(3) Consiste precisamente in una specie di memoria che doveva servire di 
base al Rappresentante la Città nel suo saluto a Carlo III. 

(4) Vidari, Franmi, Cronist, Voi. Ili, pag. 263. 



- 368 

Giunti a questo punto, al termine cioè della rassegna e del 
l'esame delle vane suppliche certe o incerte, umili o risen- 
tite — che dallo Stato 'li Milano in generale e da Pavia in par- 
ticolare partirono alla volta di Vienna, vien fatto di domandai 
Quale risposta seppe e volle dare la Corte Imperiale alle isl 
dei suoi fedelissimi sudditi ? 

Il Vidari parla di un « rescritto del 7 luglio 1708 di Giu- 
seppe I, che, respingendo senz'altro il memorandum ticim 
citava il connine di Pavia a dnrsi pace ». Sull'attendibilità di 
questa notizia ci sembra possibile e giustificato esprimere qualche 
dubbio: anzitutto perché essa inanca come molte altre del Vidari 
di documentazione, in secondo luogo perchè sembra, a noi 
almeno, oltremodo strano che il rescritto giuseppino non sia 
affatto ricordato nei memoriali pavesi posteriori al 7 luglio 1708 (\ . 

Comunque sia, una o meglio parecchie risposte vennero dal- 
l'aprile del 1713 al marzo 1714: e furono solenni, sicure, tali 
da escludere ogni ulteriore appello. I trattati di Utrecht e di 
Rastadt, ponendo fine alla disastrosa guerra per la successione 
spagnola, sanzionarono, incondizionatamente, le cessioni imperiali 
comprese nel patto del 170 5. 

Vittorio Amedeo II, coronato Re di Sicilia, poteva finalmente 
dominare tranquillo sui paesi conquistati ai danni di Pavia. Alla 
gloriosa Città non restava oramai che la rassegnazione: le esi- 
genze dinastiche e le mene diplomatiche avevano ancora una 
volta facilmente trionfato sui diritti dei popoli. 

* 

* * 

Abbiamo detto cbe una delle caratteristiche più notevoli 
delle manifestazioni pavesi per la reintegrazione del territorio 

(1) In un riassunto degli avvenimenti seguiti dal 1703 al 1722 — dovuto 
forse al senatore Marchese Miro — dopo di aver ricordato i memoriali pavesi, 
si dice: « Quali suppliche e scritture dicono ì laverie la città trasmesse tutte al 
fu March, d' Erenda zù (?) ma senza avere avuto già mai ne pur riscontro 
d'esserle capitate ». (Arch. di Stato di Milano. Pacco 190 — Confini — To- 
rino. Provv. Gener). 



— 369 — 

fu V assenza e il disinteresse della gran massa popolare, inconscia 
dei pericoli che lo smembramento avrebbe fatto sorgere. 

Non bisogna credere però che la secolare dominazione spa- 
gnola avesse sopito a tal segno i sentimenti di Pavia da ren- 
derla scettica di fronte a qualunque avvenimento che si fosse 
maturato ai suoi danni. Per disingannarsi basta dare una rapida 
scorsa agli episodi, veramente singolari, verificatisi durante il 
breve assedio patito dalla città tra la fine del settembre e il 
principio dell' ottobre 1706 : da essi appare chiaramente che 
i Pavesi — pur sotto il giogo oppressore di uno straniero 
ignorante e rapace quant' altri mai — avevano serbato vivo e 
possente 1' affetto per la loro Città. 

Dopo la famosa battaglia di Torino, avvicinandosi gli Impe- 
riali a Milano, il Comandante la Piazza di Pavia, Generale Gat- 
tinara, ordinò che per il 12 di settembre fosse messa in piedi 
la MiHtia Urbana (L). Attesa l'assenza del Mastro di Campo 
March. Francesco Corti, fu incaricato dell'allestimento il Sar- 
gente Maggiore D. Francesco Maria Mezzalbarba. Al giorno sta- 
bilito la milizia ricevette in consegna le porte della Città eccetto 
quella di Milano, quale veniva guardata dai pochi soldati di 
fortuna che si trovavano a Pavia. Dopo alcuni giorni, il Gene- 
rale Gattinara ricevette il rinforzo di 800 francesi e 400 spagnoli 
« quali ad entrar che fecero in Pavia pretesero subitto la cu- 
stodia delle Porte ; e ciò dibattendose qualche giorno restò con- 
cluso che la militia urbana rilasciasse tutte le porte ai soldati 
francesi eccetto quella del Ponte di Ticino, quale restò a detta 
militia ». Avvenuta però la resa di Milano, il Presidio pretese 
la consegna anche dell'ultima porta; ma, opponendosi la Città, 
il Generale non insistette. Senonchè un Sergente Magg. Orineri, 



(1) Togliamo la narrazione dal documento di un contemporaneo. (Fedele e 
distinta relazione di quanto è seguito nel assedio fatto da V armi Cesaree alla 
Ci'ià di Pavia, e sua resa, seguita il giorno 3 ottobre 1706) inserito nella 
raccolta Ticinensia Voi. I N. 24 (Mss. Bibl. Univers. Pavia). L'assedio è ri- 
cordato brevemente anche nei Framm. Cronist. ecc. del Vidari. 



— 370 

pare di sua iniziativa, mandò il suo Agente con io soldati fran- 
cesi con L'ordine 'l* intimare al Capitano civico Gaetano Sartirana 
la consegna della Porta. Questi, credendo ad un ordine supe- 
riore, cedette il posto e si ritirò con le sue truppe. 

Di tal eccesso scrive il cronista — fu sui, ih, notitio a 
la Città: si protestò presso il Generale, che, dicendosi all'oscuro 
di tutto, acconsenti a far rioccupare il posto dalla Milizia urbana. 
TI Serg. Magg. Mezzabarba si presentò al Ponte con alcuni cit- 
tadini ; ma i francesi, udito di che si trattava, presero Panni in 
atto di difesa e di offesa. 11 Mezzabarba allora (fece avvertire il 
comandante francese che riflettesse al Popolo che si era ra- 
dunato, quale sarebbe stato tutto a di lui disposinone: e, 
vedendo li Francesi che a momenti si antiurti ingrossando, 
rissolsero abbandonare la Porta, che la militia urini uà tenne 
poi fino alla resa. 

Quest'episodio ci mostra anzitutto che i Pavesi annettevano 
importanza alla loro milizia e preferivano sapersi da essa difesi; 
ci dice in secondo luogo che nella popolazione serpeggiavano 
sentimenti di antipatia verso i francesi ; antipatia che esplode in 
furiosa ostilità nei giorni seguenti. 

Il 27 settembre furono in vista li Alemani. Il 28 alle 8 di 
sera, per un falso allarme, al suono del campanone comparvero 
in Piazza Grande tutti i cittadini armati : chiarito l'equivoco 
furono tosto licenziati. 

Frattanto, « li Signori Decurioni della Città stavano giorno 
e notte in Consiglio altercando sopra la chiamata Cesarea 
che fu fatta alla Città il primo giorno che amarono li Alemani ». 
S' era opposto alla resa il Generale Gattinara, appoggiato da 
pochi decurioni, ma la maggioranza era favorevole, per l' insuf- 
fìcenza del Presidio. Tuttavia il partito Gattinara « obstava e 
faceva sperare al popolo intendenze d' agiustamento e che il Sig. 
Duca D' Orleans aveva messa la di lui armata in numero di 
40 mila uomini e che si trovava in Alessandria : e sopra 
tali speranze aclamate il popolo maggiormente s' esacerbava, 
conoscendo essere menzogne per tirare in lungo ». Ma l'inci- 
dente che fece traboccare il vaso della mal repressa indigna- 






— 371 - 

zione popolare avvenne il primo ottobre. La mattina di quel 
giorno, alcune donne tornavano dal vescovado, ov' erano state 
per mostrare al Cardinal Moriggia una palla di cannone caduta 
in Piazza Grande. « Incontratesi in un Francese e questo addi- 
ratosi contro le medesime, disse che li Francesi havrebbero 
dato il foco alla città (il faut brùler cette ville); e queste 
maggiormente s'addirarono contro del medemo e in loro difesa 
accorsero degli nomini «e il francese ebbe carestia di tempo 
in fuggire in chiesa, atteso che il popolo occorso lo voleva 
lapidare ». 

Fu questo il segnale della rivolta. Divulgatasi in città la 
voce che i Francesi volessero incendiarla « in poco tempo ac- 
corsero alla Piazza, per quello che si poi giudicare, più di 
6000 persone armate, risoluti dal primo all'ultimo di volerla 
finita il medemo giorno, e se li uni il Clero in numero di 
&00 e più parimente armato, che faceva bonissima figura ». 
Il Serg. Magg. Mezzabarba, avvertito dell'ammutinamento mentre 
stava salvando la vita a 15 francesi accusati di aver acceso le 
miccie per dar foco a granate da gettar sulla legna, accorse 
verso Piazza Grande. Per via, presso le Chiese di S. Michele e 
di S. Marino se li aventarono preti e popolani con esclammi 
di morte e di sterminio ai Francesi e ai loro partigiani. Egli 
cercò di acquetarli con buone parole; e, sprezzando l' invito del 
Mastro di campo Corti, il quale lo consigliava ad andare a 
casa e rinforzare le sue guardie, si preparò ad affrontare la 
collera popolare « non ostante fosse certo di sacrificare la 
rifa per la patria ». 

Il popolo, schierato metà da una parte e metà dall' altra 
della Piazza, era infervorato nei suoi propositi bellicosi dalle 
parole del Conte Luigi Belcredi : cittadini e preti erano armati 
di schioppi e di pistolle in grosso numero. Al Mezzabarba che 
raccomandava la calma fu risposto « che la spada ormai era 
sguainata e che più non si poneva nel fodro convenendo a 
tnedemì morire per forza d'armi non già de' capestri, ma 
eh" prima volevano ammazzare li SS. Decurioni della Città... 
d'indi se la morte fosse venuta per loro poco ci importava». 



— 372 — 

Ma le saggie parole del Sergente Maggiore e .sopratutto la 
promessa che la resa sarebbe stata fra breve decisa valsei 
calmare l'eccitazione degli animi. Il Generale e i suoi aderenti, 
di fronte al pericolo di un eccidio generale, cedettero e la capi- 
tolazione fu (issata : alla sera del primo ottobre stosso furono 
scambiati gli ostaggi. Ma i Pavesi, nella loro folle agita/ 
mista d'odio e di terrore, vegliarono tutta notte con la città 
illuminata e a contrade barricate pel dubbio che li Frantisi 
non li sorprendessero nel sonno. 

La mattina seguente comparvero tutti li cittadini squadrtk 
nati in Piazza Grande... 77 Clero sotto formava un bellissimo 
Reggimento quale inalzava in un gran ramo di lauro una 
grande Aquila con due teste tenendo in petto l' arma Cesarea.^ 
e questi marchiavano in forma di battaglia. Il Conte Praine» 
che precedeva il Generale Daun, entrò in città acclamato con 
repplicati li viva, che penso - dice il cronista restasse 

stordito, ma maggiormente consolato per vedere il giubilo che 
facevano questi Cittadini ». 

Alla domenica poi le feste e le acclamazioni si rinnovarono 
entusiastiche : Daun e l'esercito suo venivano accolti e salutati 
come liberatori. 

Abbiamo voluto parlare con qualche ampiezza dell'assedio 
del 170B, oltreché per provare quanto abbiamo affermato sui 
non sopiti sentimenti d'amor patrio nei cittadini pavesi, anche 
per avere la documentazione viva e irrefutabile che i Francesi 
a Pavia erano cordialmente odiati. Questo sentimento di avver- 
sione, che vedremo rinascere e rinvigorirsi durante la parentesi 
di dominio franco sardo nello Stato di Milano dal 1733 al 1735, 
ha la sua causa principale, se non unica, negli insoffribili esten- 
nuanti carichi di cui essi gravavano le misere popolazioni. Ales- 
sandro Guidi, il fortunato poeta pavese del secondo seicento — 
in una istanza scritta per il Comune di Pavia nel 1709 al Go- 
vernatore di Milano (il Principe Eugenio) per reclamare contro 
la minacciata esecuzione di un progetto finanziario che sarebbe 
stato dannosissimo alla città - scrive : « Occupato da' Francesi 



- 373 - 

lo stato, benché fosso fama che il loro Re somministrasse col 
proprio Erario il mantenimento a' suoi Eserciti in Italia; nulla 
dimeno furono costretti questi Popoli a soggiacere ad immo- 
derate gravezze, le (inali, perchè eccedevano r abilità nostra, 
rimanevano in parte inesatte. La sola città di Pavia nel tempo 
che cessò il dominio di quella Nazione, si trovò debitrice presso 
a seccntomila lire; onde da ciò si possono misurare e compren- 
dere quali fossero i debiti e l'angustie di tutto lo Stato » (1). 
Ora. se a questo si aggiungano gli abusi delle milizie - requi- 
sizioni d'animali, saccheggi di case e devastazioni di campagne 
- si comprenderà di leggeri come, a Pavia, francese fosse si- 
nonimo di desolazione, e come, di conseguenza, l'entrata degli 
imperiali sia stata salutata con un respiro di sollievo dalla cit - 
dinanza dissanguata. 

E invero le tracce della misera condizione economica della 
città si riscontrano con impressionante frequenza nelle carte 
del tempo. In due istanze del '29 novembre 1 703 perchè fossero 
aperte al pubblico le porte di S. Giovanni e Borgoratto, gli 
esercenti di quei rioni lamentano l'impossibilità in cui si trovano 
non solo di pagare i Reali carichi né il dovuto mercimonio 
alla loro Città, ma neppure di provvedere al sostentamento 
proprio e della famiglia (2) : e sono prestinari, postari, sarti, 
legnamari, hosti ecc., perfino professori di chirurgia (3;, in 
tutti un centinaio. 

Lo stesso quadro doloroso vediamo riprodotto, a distanza 
di alcuni anni, nella risposta data il 29 novembre 17C9 dai De- 
curioni al Podestà, Sen. Orazio Bazzotta, il quale aveva loro 
chiesto se avessero nulla in contrario acche egli rendesse ese- 
cutivo un decreto autorizzante certo Antonio Peverelli, impresario 
del R. Ducal Teatro, ad aprire in Pavia un lotto di argenti e 
'ci. L'Abate Giovanni De Giorgi, a nome dei colleghi del 

1 Ticinensia, voi. I, N. 22. 
'2 Archivio Civico di F'avia. Pacco 142. 
(' Questi ultimi, nel numero di coloro che vogliono l'apertura al pubblico 
li l'orta Borgoratto, sono: Giuseppe Monticelli, Siro Giuseppe Mettalino, Pà- 
volo Caccialuppi, Jo. Carlo Canevari, Pietro Musso, Jo. Giacomo Laborante. 



Il 



— 874 — 

Consiglio civico, esprime il parere che il decreto debba i 
revocato. « Noi, egli dico, abbiamo stimalo nostro preciso carie 
ed obbligo per il beneficio di questo pubblico ricordare all'Eoe. 1 
V. 111. 1 ™ le 'presenti angustie e calumila cau ate dall' ect <■ in 

(ìli eruzione (le' 'prezzi del pinu\ ri ,,0 et nitri COmestlbUi et 
assieme V esausiezza del danaro, il che non accade 
d'avantaggio a V. S. 111."" già ben intesa e notitiosa dello stato 
pernicioso in cui ritrovasi questo popolo, dimodoché sarebbe 
giudicata grande disattenzione degli stessi Abbati e Decurioni 
il dar ansa con 1' apertura di detto lotto a maggiori discapiti 
delle povere famiglie et che queste correndo dietro i,<<n util- 
mente ad un incertezza di guadagno avessero a gettare sopra 
detto lotto quelle poche sostanze che lor derogo seri-ire pen 
la pura necessità del vivere (1) ». 

Ma la crisi economica, in cui non solo Pavia ma tutto lo 
Stato di Milano si dibatte in quest'epoca, la troviamo ritratta 
con accenti di cruda verità, velati da un'onda di non simulata 
tristezza, nella già riferita istanza di Alessandro Guidi. Il progetto 
finanziario, contro cui il Comune di Pavia insorge, é enunciato 
e condannato fin dalle prime parole del poeta: « Esibisce il 
nuovo sistema a beneficio pubblico V abbassamento di alcune 
gravezze, i frutti delle quali sono già stati in parte alienati 
dalla Regia Camera, e, senza proporzione tra rutile e il 
danno, propone il carico d'8 milioni, oltre altrettanti di peso 
presente, che porta il titolo di Diaria, somma formidabile 
alla possanza d'un Regno, non che allo Stato di Milano di 
breve estensione e ora mutilato in parte (2). Senza seguire il 

(1) I Decurioni, continuano poi preoccupandosi della distrazione e de^li 
altri inconvenienti economici per i giovani dello Studio, e infine dello scandalo 
che il lotto provocherebbe attirando a sé la gente che, in giorni d'avvento, deve 
frequentare le chiese e far penitenze, non andare ai fiochi. Un particolare 
curioso : in data 8 dicembre il decreto fu ciononostante confermato dalla su- 
periore autorità di Milano, perchè — coni' ebbe a riferire l'oratore della Città 
March. Achille Torelli — il Peverelli ha rappresentato che non obbliga alcuno 
a giocare...!! (Arch. Civ. di Pavia. Pacco 96 — Provvisioni 1709). 

(2) Supponendo che i milioni di cui parla il Guidi siano milioni di Lire 
Imperiali, 16 di essi verrebbero a corrispondere a 17.705.600 lire Italiane, 



— 375 — 

Guidi nella dimostrazione particolareggiata del suo asserto, noi 
trarremo dalla sua relazione quanto riguarda, nelle linee gene- 
rali, le condizioni economiche, agricole, demografiche dello Stato, 
con speciale riguardo al Territorio Pavese. 

« Vi sono, egli scrive, terreni d'indole fertile, ma soggetti 
a frequenti infortuni, altri aspri ed incolti; alcuni sono sovente 
sottomessi dall'acque. L'utile che lo stato riceve da frutti, che 
oltre il suo mantenimento produce e che somministra agli Stati 
vicini, non è già bastante a provvederlo di quanto gli è neces- 
sario di avere dai Paesi stranieri. Non ha porti marittimi, non 
Commercio, non oro, non Industria. Talvolta l'abbondanza a lui 
è greve egualmente che la penuria. I Dazi e l'accrescimento del 
sale ascendono a sì alto grado che sono difficoltà e pena al 
vivere de' suoi popoli. — Numera un lungo ordine di milioni 
di debiti contratti in tempi meno calamitosi ; or che farà in 
questi per tante avversità così gravi e funesti? Il pagamento 
della Diaria non è già indizio sicuro delle sue forze ; poiché di 
giorno in giorno è da essa divorato nei fondi, e come cade il 
corpo morto, cadrà improvviso lo Stato ». 

Ammettiamo pure che il Guidi, infervorato della causa che 
voleva vincere in difesa della sua città, abbia un po' esagerato 
e che la realtà fosse meno fosca che non traspaia dalle sue 
parole : ma è certo che, se noi riflettiamo agli avvenimenti 
di cui fu teatro il Milanese al principio del settecento e a questa 
riflessione aggiungiamo il fatto dell'abbandono e del malgoverno 
a cui tu in preda la Lombardia nei due secoli precedenti, siamo 
indotti a ritenere che il sentimento pairiottico del poeta non 
abbia influito gran che nella esposizione dei fatti. 

« Gli Abati e i Deputati della Città di Pavia - continua il 
Guidi, che hanno significato finora a V. A. Ser. n,a le comuni 
calamità dello Stato, presentemente sono in necessità di separare 
quelle della loro Patria per rappresentare a V. A. qualche cosa 

poiché la Lira Imperiale = L. It. 1.1066. (Vedi il Manuale di Metrologia di 
Angelo Martini — Torino — Loescher 1883) Se invece trattasi di lire correnti 
16 milioni di esse equivalgono a Italiane Lire 12.512.000, poiché la lira cor- 
rente = L. It. 0.7820. 



376 — 

di più orrido e miseràbile ; poiché su le porte ed a vi ta 
ili queste mura seguì lo smembramento della Lomellina, ter a 
parie di questo Principato, per lo ohe oltre le discordie le 
gelosie, le angustie che si sono introdotte, non solo sono cessati 
gli utili ma sopravvenuti infiniti danni, dovendosi l'altre due 
parti soggiacere presso a 2 milioni di debiti ed a soliti pesi delle 
speso locali e degli alloggi e de' transiti due volte l'anno di 
tutta Tarmata, oltre ogni ricompensa molesti e dannosi... ». 
Dopo aver ricordato le frequenti inondazioni con tutte le loro 
lagrimevoli conseguenze, e dopo avere accennato allo spopola- 
mento della Lomellina e dell'Oltrepò, il quale ultimo specialmente 
in causa delle frequenti guerre « resta cos'i sprovveduto di 
gente che quei terreni non arrivano a dare la metà e molti 
la terza parte del frutto die potrebbe raccogliersi, » egli 
conclude affidandosi alla giustizia e alla prudenza superiori e 
ricordando che « è troppo utile a' gran Principi, massimamente 
per ampliare il loro dominio, la fama di pietosi e di benefici ». 

Noi non possiamo dire, come afferma il Fenini, se proprie 
e soltanto questa istanza del « concitadino o celebre poet 
Alessandro Guidi » abbia fatto « porre sotto silenzio il pro- 
getto (1) »: ad ogni modo non siamo alieni dal crederò che 
la relazione in se stessa e la fama del suo autore abbiano prc 
dotto una certa impressione nelle alte sfere governative ed al 
biano potuto anch'esse contribuire alla revoca del combattut 
piano finanziario (2 . 

Fu questa certamente una vittoria considerevole; ma ben 
altro sarebbe occorso per compensare Pavia dei danni che co- 
minciava a sentire per lo smembramento della Lomellina. Quali 
e quanto grandi essi fossero diremo, dopo di avere esaminato 
le condizioni di quell'ubertosa regione al principio del se- 
colo XVIII. 

(1) Fenini, Diario, sotto la data 1709. fol. 4. 

(2) Il Vidari, sulla testimonianza del Fenini, ricorda ancora ad onore del 
Guidi che « essendosi proposto il trasporto a Milano dell'Ateneo Ticinese... 
il Guidi, beneviso alle Corti di Milano e di Vienna, patrocinò valorosamente 
la eausa della sua città nativa » (Framm. Cronist. Ili, 271). 



- 377 



CAPITOLO II. 



Da Rastadt a Vienna (1714-1738). 

La Lomellina al principio del sec. XVIII. 

Confini incerti e territori controversi. 

Mentre i rappresentanti di Pavia si affannavano a rinnovar 
domande per ottenere dall'impero la restituzione della Lomellina 
alla loro città, Vittorio Amedeo II e i suoi sagaci ministri, in- 
curanti di tali domande, o meglio, sicuri della sorte che le at- 
tendeva, provvedevano con celerità alla prosa di possesso del 
territorio ceduto. 

Il Conte della Rocca, incaricato di questa speciale missione, 
il primo marzo 1 707 — il giorno stesso cioè, in cui fu pubbli- 
cato il proclama del nuovo Signore — riceveva da Torino le 
istruzioni necessarie. « Connoissant le zèle que vous avez pour 
nostre service, et vos talents et manières pour commander 
à des peuples nouvellement soumis à nostre obéissance à qui il 
faut inspirer les sentiments d'amour et de soumission qu'ils 
foivent à leur souverain et leur ferire connoistre qu'ils en 
peoceat recevolr plus d' avantage que de ceux sous qui ils 
ont precedemment està et gouter plus de douceur qu'ils n'ont 
fait par le passe... ». vi incarichiamo di prender possesso a 
nome nostro della Lomellina... ecc. (1). 

Il Governo Piemontese, come appare chiaro da questo docu- 
mento, non destinato certo alla pubblicità, cerca di calmare 
gli eventuali sdegni dei Lomellini e di rendersi amici i nuovi 
sudditi allettandoli con lusinghiere promesse di migliori vantaggi 
e di maggior benessere. 

E sembra che che il Della Rocca e i suoi aiutanti abbiano 
saputo raggiungere ottimamente lo scopo, se si deve prestar 

(1) Archivio di stato di Torino. Paesi di nuovo acquisto, Signoria della 
Lumellina, mazzo 2, n. 2. 



— 378 - 

fede a quanto afferma l'Intendente Generale di Alessandria Gian 
Battista Fontana in una lettera spedita al Duca di Savoia da 

Casal*' il 22 Marzo (1). « Le Terre della Provintia Lomellwa ■> 
egli scrivo « hanno prestato sotto li 19 e 20 di questo me <■ 
il dovuto giuramento di fedeltà nelle mani del Co. Bourghé 
con dimostrationi così sincere della loro sodisfattane '-in; 
non potrebbero desiderarsi maggiori; dopo di che si cantò 
il Tedeum in quella Parochiale Idi Mortara] con intiero con* 
corso del Popolo ». E più avanti: «... Questa Provintia non 
è ni altra maggiore esiggenza fuori di venir sollevata dal 
l'agravij e spese inutili che II venivano causate dalla Con\ 
gregatione ordinaria (Vessa, li di cui soggetti sono così unii 
versalmente odiati che diverse Comunità nell'atto istesso della 
prestazione di giuramento chiamavano d'esser liberate dai 
maneggio della Congregatone ». Non devo far meraviglia 
questa indignazione, quando si rifletta che chiunque — persona 
o istituto — eserciti una funzione fiscale non può certo attirarsi 
le simpatie di coloro che dalle tasse rimangono necessariamente 
colpiti : nel caso attuale poi si trattava di persone che avevano 
esercitato il loro ufficio in tempi burrascosi, quando cioè ad ogni 
istante ordini nuovi di nuove somministrazioni all'erario li ave- 
vano costretti a maggiormente infierire sui contribuenti. Gli 
emissari piemontesi hanno avuto quindi buon giuoco nella loro 
opera di penetrazione e di preparazione al nuovo regime. 

Dopo il giuramento delle Comunità occorreva però quello dei 
feudatari, che si poteva pensare dovessero opporre qualche re- 
sistenza, prima di adattarsi alle necessità del momento. 

Delegato a ricevere il giuramento di fedeltà Uggia dalli 
vassalli delle 62 terre della Prov. Lumellina fu ancora il Co. 
Renato Birago di Borghe : primo dei nobili pavesi a rispondere 
all'appello fu il Marchese Giuseppe Malaspina il quale giurò, 
l'8 aprile, personalmente, pei feudi di Alagna, Bettolino Oltrepò, 
Ferrera e Pieve Albignola. Lo seguirono in quel mese e nel 
maggio successivo gli Olevano, i Gambarana, i Bellisomi, i 

(1) Archivio di Stato di Torino — ibidem, mazzo 2, n. 8. 



- 379 - 

Provera (1), gii Sparvara, gli Stampa, i Crivelli, i Litta, i Galla- 
rati... ecc., tutti insomma i possessori di beni in quella regione : 
ultimo rimase il Co. Carlo Archinto che prestò giuramento, per 
mezzo di mi suo procuratore, il 5 luglio. Dobbiamo ricordare, 
fra tutti, per ragioni che si chiariranno in seguito, il Marchese 
Girolamo Olevano, il quale, per mezzo di Bernardino Besozzo 
Prevosto di Mede da lui incaricato, giurò il 1 maggio pei feudi 
di Cabianca. Cava. Torre de' Torti, S. Fedele, Sabbione, Spessa 
Taverna, Sairano, S. Nazzaro del Bosco, Villanova d'Ardenghi e 
Zinasco (2). 

Cosi tranquillamente, senza incidenti, anche la nobiltà terriera 
aveva prestato al nuovo signore l'atto di sudditanza: nei ver- 
bali delle cerimonie per il giuramento — si conservano inte- 
gralmente nel grosso fascicolo ora citato dell'Archivio di To- 
rino — non c'è da parte di alcuno la minima espressione di 
malcontento o di protesta. Il Vidari — sempre sulla traccia del 
Fenini — ricorda una riunione di proprietari delle terre lomel- 
line avvenuta nella rocca di Gropello ; ma, tratto in inganno 
dalle parole del cronista, altera lo scopo della riunione stessa. 
Non per fare un ulteriore atto di sudditanza al Duca di Savoia, 
ma per provvedere all' esazione delle tasse, ebbe luogo nei 
giorni 17 e 18 agosto, sempre del 1707 (3), il « convocato o 
sii unione generale delti Signori Pavesi possessori de' beni 
civili della Lumellina (4) ». L'aveva indetto Giuseppe Amedeo 
Ermanno, Co. di Gross e Villanova, Senatore nel Senato del 

(1) Questa famiglia, secondo quanto scrive il Fenini o riferisce il Vidari, 
avrebbe avuto il titolo marchionale da Vittorio Amedeo II, che sarebbe stato 
suo ospite in Pavia nel maggio 1707. 

(2) Arch. di Stato di Torino ibidem, Mazzo 2 N. 1. (Vedi Appendice). 

(3) Il Vidari (Framm. Cronist. ecc. IH, 262) fa avvenire quest'assemblea 
dopo il rescritto imperiale del 7 luglio 1708; forse per dar ragione delle pa- 
role seguenti: abbandonati (i proprietari) dal loro 'patrono e impotenti a resi- 
stere, furono costretti a giurare. La preoccupazione di fare onore a qualunque 
costo alla sua città induce il benemerito Avvocato a spostare avvenimenti 
talvolta, spesso a mutarne il significato. 

(4) Ticinensia, voi. XIII. n. 13. —Archivio Civico di Pavia, Archivi di Stato 
di Milano e di Torino. E un opuscolo a stampa. 



380 - 

Piemonte e Podestà della Provincia Lumellina, con decreto t~> 
luglio, da Valenza, per « stabilire il modo con cui si facilita <■ 
la riscossione e 'pagamento nelle mani de' Tesorieri generali 
ili lui li li tributi e Carichi, tanto ordinari quanto straordi- 
nari che per Vaddietro si eran pagati alla Città di Pavia ». 
Al convocato erano presenti o rappresentati tutti i nobili pavesi 
e milanesi aventi interessi nella Loinellina. 

Lette le disposizioni del governo ducalo, si procedette alla 
nomina di « sette Soggetti, quali costituissero e formassero un 
Corpo o sia Congregai ione rappresentante l'Università de' par- 
ticolari possidenti de' beni Civili nella Provincia, ammovibili 
in pai-te essi soggetti cadmi anno, con autorità alli mederai 
d'imponer li tributi e provveder a tutti gli emergenti che circa 
la riscossion d'essi sarebbero occorsi; costituire e deputare un 
Commissario di Scossa idoneo e con le dovute cautele qua! 
dovesse esigere e pagare nelle mani e con quitanza de' Signori 
Tesorieri Generali di S. A. R.... li suddetti tributi per quella 
quota e porzión d'essi che dalli possessori, padroni e inte- 
ressati de' beni civili si pagava per V addietro alla Città di 
Pavia ». Riuscirono eletti il Co. Aurelio Gambarana, il Dott. 
Barone Gio-Batta Marco Tornielli, il Co. Antonio Domenico 
Paleari, il Mastro di campo Don Domenico Pietra, il Dott. Col- 
legiate Antonio Confalonieri, il Dott. Francesco Lauzio e il Co. 
Cari' Antonio Busca. 

L'anno seguente, il 1 marzo, lo stesso Co. di Gross emanava 
un nuovo editto con cui « mandava a tutti i vassalli e Feu- 
datari della Provincia di nominare fra il termine di giorni 
dieci i podestà e giudici nelle rispettive Terre ed a questi 
di spedirgli una nota di tutti i processi criminali ventilantisi 
nei rispettivi uffizi (1) ». 

Occupata militarmente delle guarnigioni sabaude, regolata 
secondo la volontà e i criteri della Corte di Torino nella parte 
fiscale, nell'assetto amministrativo e nelle disposizioni giudiziarie 

(1) Arch. di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Signoria della Lu- 
mellina, Mazzo 2 N. 7. 



— 381 — 

— la Lomellina, nella primavera del 1708, poteva ormai dirsi 
una provincia piemontese di diritto e di fatto. 

Restavano, è vero, intorno alla sua estensione e ai suoi con- 
tini non trascurabili contestazioni, destinate a perpetuarsi per 
qualche decennio. Ma prima d'intrattenerci sopra di esse dobbiamo 
assolvere l'impegno assunto alla fine del precedente capitolo. 



« La Lumellina consiste, per quanto presentemente vien con- 
siderata, (e però con riserva di provare quale e quanta sia) in 
un vasto Territorio contenuto fra il Torrente Sesia e li Fiumi 
Po e Ticino e Gran Vallone, di longhezza fino a miglia 30 e 
largbezza 18 e più (1); confinante, mediante detti Fiumi e Tor- 
rente, col Territorio di Vercelli, Monferrato e Novarese, e cbo 
verso levante viene a terminare tra detto Gran Vallone e Po, 
in faccia l' istessa Città, con la sola distanza d'un miglio o poco 
più: numerosa d'ottant'otto e più Terre, Castelli e Borghi ; divisa 
al longo del Torrente Ogogna, di dove viene da ponente ad 
esser chiamata Lumellina alta, cb'è l'antica e vera, e da levante 
Lumellina bassa ; dimodoché nella di lei vastità viene a costituire 
il terzo di tutto il Territorio Pavese ; feconda d'ogni sorte de 
grani, vini e frutti, fieni, legna, e seta... ». 

Con queste parole viene presentata dai Decurioni pavesi la 
Lomellina nella famosa risposta al Senato del 9 aprile 1707: 
confini, estensione, suddivisione, produzioni diverse, tutto è ac- 
cennato. Le indicazioni, è vero, sono un po' troppo generali; ma, 
tenuto conto del carattere del documento in cui sono inserite e 
dello scopo a cui questo deve servire, si possono ritenere suffi- 
cienti a dare un'idea complessiva del territorio che Pavia stava 
per veder sottratto alla sua diretta influenza. 



(1) Il miglio Lombardo, secondo le indicazioni del Martini, equivale a 
metri 1784,809344 ; quindi la lunghezza massima della Lomellina sarebbe di 
Km. 53,544 circa; e la sua larghezza di Km. 32,126. 



— 382 — 

La riserva sui limiti della regione è sciolta dai rappresentanti 

della Città nel memoriale a stampa del 1711. nel quale, comi 
notammo, si sostiene, in via subordinata, doversi per Lomel- 
lina intendere il territorio dell'antico Contado di Lomello posto 
tra Po, Sosia ed Agogna; ma noi attenendoci al signi- 

ficato che la denominazione aveva nella realtà al principio del 
sec. XVIII - dobbiamo considerarla come quella compresa tra 
Sesia, Po e Ticino. 

La supplica del 1707 non chiarisce con precisione i confini 
della Lomellina verso il nord, poiché non parla del Vigevan; 
da essa diviso: riempie la lacuna il memoriale del 1711, il quale 
la dice finitima Agro Viglevanen&i et Novariensi. E difatti 
chi esamini le carte geografiche del tempo trova nettamente 'li- 
stinto dalla Lomellina il Contado di Vigevano che si presenta 
come un grande otto coricato, dai contorni irregolari, le cui 
due parti sono separate da una breve striscia di territorio sulla 
quale s'incontrano i comuni di Albonese lomellino e di Porgo 
Lavezzaro novarese (1). 

La suddivisione interna della regione, che nel primo documento 
è data soltanto dall' Agogna, diventa nel memoriale posteriore più 
particolareggiata: « tripartitili 1 eadem Regio in Superiorem, Mediani 
et Inferiorem ; Superior interiacet ab Aconia ad Padum Sicci- 
damque, Media succedit ab ipsa Aconia per totani planitiem ad 
supercilium Vallis Ticini, Inferior est ab ipso supercilio ad prae- 
dictum Flumen, quae illius Vallis nuncupatur ». 

Una nota completa di tutte le Terre comprese nella Lomellina 
è difficile formularla: il loro numero varia negli elenchi delle 
carte dei diversi archivi a seconda del concetto con cui gli 
elenchi stessi sono redatti. In alcuni troviamo soltanto i paesi 
più notevoli per estensione e per abitanti, in altri troviamo 



(1) Nell'Archivio Civico di Pavia — Legato Brambilla — fra gli Atti go- 
vernativi per la delimitazione del territorio pavese, ve a'è uno che dice: 
« La linea di confine che separava il Vigevanasco dalla Lomellina trovasi al 
disopra di Parasacco, Magnona, Albonese, Castel Noveto e Rivoltella; ina al 
disotto di Gainbolò, Cilavegna, Nicorvo e Robbio ». 



— 383 - 

frammisti nomi di cascino, formato magari da duo o tre caseg- 
giati colonici : cosicché una cernita può fare incorrere in errori 
o in equivoci. Riservandoci di riportare in appendice i diversi 
elenchi, rileviamo alcune notizie interessanti lasciateci dal Por- 
talupi, un lomellino, che a mezzo il settecento pubblicò una 
storia della sua regione (1). 

Dei paesi ch'egli nomina come facenti parte della Lomellina 
non vi apparteneva certamente Borgo Levizzaro (Lavezzaro), che 
era invece sotto la giurisdizione di Novara ; non vi apparteneva 
Cilavegna del contado di Vigevano; non vi apparteneva infine 
Valenza che formava una provincia a sé (2). Tutti gli altri luoghi 
ch'egli ricorda (3) compaiono nei documenti e sono registrati nelle 
carte geografiche del tempo, come compresi nella Lomellina. 

Parlando delle condizioni e dei prodotti della regione, il 
Portalupi scrive: «Ella abbonda d'ogni cosa che servir può 
non pure alle necessità ma alle delizie dell'umana vita. Vero è 
però che da alcuni lustri in qua molto ha cangiato del suo 
sembiante. Scarsa di abitatori, consunta dalle guerre e per- 
cossa dalle carestie soffre il dolore di vedere molte sue rag- 
guardevoli famiglie o del tutto scadute o altrove disperse. Per 
altro, siccome la Lomellina tutta in vasta pianura si stende, 
inartìata da frequenti rivi e da copiosissimi canali d'acque, così 
ella produce a gran dovizia ogni sorta di biade, frumento, se- 
gale, grano turchesco e miglio per non parlare dei legumi e 
molto più del riso del quale evvi incredibile abbondanza (4) ». 
E continua poi, ricordando il robusto vino dato dai vigneti che 
giornalmente vannosi moltiplicando; la produzione della seta; 
la squisitezza dell'olio di noce in sostituzione di quello d'uliva; 
l'abbondanza dei cavalli da sella e da carico e del bestiame 

CI) Portalupi, Storia della Lumellina e del Principato di Pavia dai suoi 
primi abitatori st7to all'anno 1746 (Lugano 1756). 

(2) Vedi la carta delia Lumellina in Appendice. Per Valenza basta ricordare 
che l'art. IX del Trattato di Torino la nomina a parte insieme con l'Alessan- 
drino, la Lomellina e la Valsesia. 

(3) Ne riferiamo l'elenco in Appendice. 

(4) Portalupi, Oj era citata, |>ag. 129. 



- 384 - 

bovino; la prodigiosa dovizia dell'uccellame e infine le fav< 
volissime condizioni por la cuccia e la pesca. 

La testimonianza del Portalupi è certamente notevole i 

giungi; molto ai cenni che della Lomellina abbiamo visto fatti 
nelle suppliche pavesi. Ma notizie più particolari e più pre 
possiamo desumerle da alcuni documenti che fortunatamente cj 
ha conservati l'Archivio di Stato di Torino. 

L'intendente Generale Fontana, di cui abbiamo ricordato la 
relazione al Duca di Savoia suir avvenuto giuramento delle Terrà 
della Lomellina, allega alla sua lettera la Nola delle Terre st< 
e dei loro vassalli. « La Provintia della Lumi-lima — egli scrivi 
— è composta di Luoghi o sijno Terre N. 61 clic formarla 
Communi N. 96 alcuni de' quali non consistono che solo m 
due o tre Cascine possedute da Nobili e smembrate da dette 
Terre per non haver dipendenza dalle moderne. Di dette Tene 
61 ve ne sono 25 vocali che si radunano per risolvere gì' in- 
teressi più esenziali della Provincia e per formare la Congregai 
tione della inedema che consiste: in un Sindico generale, qual 
risiede con stipendio fìsso ordinariamente in Milano per accudire 
all'interessi d'essa, et entra in quella Congregatone di Staio; 
in altro S'indico chiamato forense e quattro Conseglieri, uno 
de' quali risiede in Mortara, con più il Ragionato o sij CanA 
celliere ; e quali tutti eserciscono tal rispettivo impiego loro vita 
naturai durante e si congregano per risolvere le imposte et 
altri interessi provinciali (1) ». 

Dopo queste indicazioni, le quali ci danno un'idea dell'or- 
dinamento amministrativo della regione, segue la nota delle 
Terre coi rispettivi vassalli. Ricorrono quasi sempre nomi di 
famiglie o di Enti pavesi (oltre ai Marchesi Malaspina, Bellisomi 
Olevano, Corti, Provera e ai Conti Sparvara, Albonese, Gamba- 

(I) Le Terre vocali sono le seguenti: Borgo Franco, Breme, Candia, Va- 
stelnovelto, Cozzo, Domo, Frascarolo, Garlasco, Gropello, Langosco, Lamello, 
Mede, Mortara, Ottobiano, Pieve del Cairo, Rozasco, Samignana, per metà; 
Sant' Angelo, San Giorgio, Sartirana, San Nazzaro de' Burgondi con Ferreria 
Scaldasole, Trumello, Valle, Zeme. (Archivio di Stato di Torino. Paesi di 
nuovo acquisto, Signoria della Lumellina, Mazzo 2, n. 8). 



— 385 — 

rana. Gattinara ecc.. ricorderemo l'Ospedale di San Matteo 
- per la Terra di Borgo S. Siro e il Comune di Cassina del 
Ma.jno - e la Mensa Episcopale, per Bastia di Pancarana e 
Rozasco vocale) e milanesi (1); di rado appare qualche piacen- 
tino o qualche alessandrino ; alcuni luoghi sono digiurisdizione 
della B. Camera. 

Quello che a noi maggiormente interessa è il documento 
che nel più volte ricordato mazzo dell'Archivio di Torino porta 
il numero )9 : esso è intitolato « Descrizione e stato delle 
Terre della Provincia Lumellina, e loro dipendenze, Feuda- 
tari, loro habitazioni, numero d' anime in caduna di d. e 
Terre, bestiame e prodotto de frutti » ed è costituito di 
82 fogli manoscritti nei quali sono ritratte con diligente preci- 
sione le condizioni della Lomollina al momento della cessione (2). 

Il relatore, intelligente e coscienzioso, è sempre l'Intendente 
«Tonerale Fontana, e il risultato delle sue ricerche forma la 
risposta a un questionario o sia Tnstruttione che il Governo 
piemontese gli aveva spedito il 1 novembre 1707. Noi non pos- 
siamo seguire il Fontana in tutti i minuti particolari ch'egli 
raccoglie e riferisce; ci limitiamo pertanto a riassumere e a met- 
tere in luce le notizie che ci sembrano degne di nota. 

In primo luogo, i dati demografici. 

(1) Ecco la nota completa de' Vassalli delle Terre della Lomellina Abitanti 
in Milano {nel 1708): Don Giulio Visconti, (Breme) ; Co. Giulio e Cugini 
Visconti (Gropello e Zerboló); Co. Antonio Visconti, Governatore di Como 

-ina S. Pollo); Co. Porro e G. B. Mede (Castel d'Agogna); March. Ver- 
eellino Visconti (Sant'Alessandro,); March. Sen. Gallaralo (Cerpencio e Sant'An- 
elo : March. G aliar ati (Cozzo, Villata e Roncone); March. Luca Paltigna 
(Castellaro de' Giorgi); Marcitesi Isìmbardi (Oallia, Cairo e Pieve del Cairo); 
Conti Risiiti (?) (Castelnovetto); Dr. Giorgio e F.Ui Roma (Cerreto); March. 
Lonetti (Cassina de' Ardici); March. Crivelli (Domo e Lumello); Co. Cerano 
(Goido ; Co. Castiglione (Garlasco); Co. Guasco (Guasta, Mezzana Rabattone 
e Parasacco); Co. Goyrano (Grua),- Co. Lorenzo Taverna (Marza); Marchesa 
Stampa (Paroiia); Co. Uberto Stampa (Roventino e Trumello) ; March. Passa- 
relli (Villanova d'Ardenghi) ; March. Lilla (Valle); Co. Quintana (Valeggio). 

\rch. di Stato di Torino ibidem, Mazzo 2, n. 8). 

(2) Il documento è citato di sfuggita, in una nota, da Giuseppe Prato nel 
suo pregevolissimo lavoro: La vita economica in Piemonte a mecao ilsec. XV11I 
(pag. 6 nota 2). 



— 386 - 

Il numero complessivo degli abitanti [anime) <■ di 80.698, 
divisi nelle varie terre, lo quali ne albergano da un minimo di 

26 {Terno: altre volte cantone 'li Vellezzo a un massimo di 
2005 {Garlasco). I luoghi più piccoli, con popolazione inferiore 

ai 100 abitanti, sono: Cascina Gattinara altre volte imita a 
s. Nazzaro) con 30 aiutanti : Abbadia d'Erbamala (membro di 

Cergnago) con W> . Occhio non infeudato, pur unito a Para- 
sacco) con 5'); Roventino (membro altre volte di Trumello) 
con 58; Sannazzaro del Bosco (unito a Zinasco, ina separato di 
comunità) con 66; Sabbione (caseina non infeudata, membro 
già di Carbonara et bora separata] con 72; Abbadia d'Acqìia- 
longa (del vescovado di Vigevano) con 80; Gallio con 8>'>. 

Fra i centri maggiori, con popolazione superiore ai 1000 
abitanti, dopo Garlasco occupa il primo posto Trumello con 
1800 e seguono poi Mortara 'feudo incamerato) con 1600; Mede 
con 1405; drappello con 1228; Unsi in Pancarana con 1200; 
San Giorgio con 1190; Sannazzaro de' Burgondì con 1120; 
Pieve del Cairo con 1105; Domo con 10*20 e finalmente Zi- 
nasco e Salvano con 1000. Altre località, per varie ragioni in- 
teressanti, sono relativamente poco popolate: Cava ba appena 
191 abitanti ; Lumello 860; Sommo 500. 

Non sarà fuor di luogo dare qualche notizia anche sulla po- 
polazione delle bestie bovine. Essa ascende, in tutta la Lomellina 
a 14.406 capi di bestiame. La terra che ne ha di più è Ottobiano 
(898: le anime sono appena 900). Vengono poi: Pieve del Cairo 
con 660; San Giorgio con 590; Domo con 520; Garlasco con 
489; Mede con 450; Valle con 416. L'Abbadia d'Acqualonga 
ha più bovini che uomini: 84 di fronte a 80; cosi dicasi di Ro- 
ventino che ne ha 102 di fronte a 58 e di Temo, i cui 26 
abitanti hanno 40 capi di bestiame bovino. 

Riservandoci di illustrare più avanti con osservazioni e con- 
fronti le cifre or ora esposte, continuiamo a frugare di fra le 
fitte pagine della relazione Fontana. 

« Li religiosi — egli scrive rispondendo ad analoga domanda 
rivoltagli dal Governo — si contengono ne' limiti antichi per 
l' immunità de' loro beni et in generale non vi é abuso a danno 



— 387 — 

del Pubblico ». Per comprendere il valore di questa domanda 
ìe di questa risposta bisogna tener presente che al tempo nostro 
tra Roma e Torino i rapporti orano molto tesi, anzi a dirittura 
ostili. Vittorio Amedeo II s' era mostrato fin dagli inizi del suo 
regno un rigido sostenitore dei diritti dello Stato contro tutti 
gli abusi e le inframmettenze della potestà ecclesiastica. Reinte- 
grati fin dal 1694 i sudditi Valdesi nei loro diritti e privilegi, (1) 
frenato e reso quasi nullo il potere della Santa Inquisizione, 
affermato il diritto del Principe di dare o meno il consenso per 
il conferimento della dignità abbaziale, in virtù della bolla di 
Nicolò V del 1451 ; Vittorio Amedeo, intento a migliorare l'as- 
setto economico dello Stato, s' era accinto a togliere gli abusi 
introdottisi nelle esenzioni delle temporalità ecclesiastiche dalle 
pubbliche taglie e a porre regola agli acquisti delle manimorte (2). 
Ed ecco quindi che, all'atto di entrar in possesso del nuovo 
territorio, fedele al suo programma di affermazione laica e di 
ristorazione economica, egli si preoccupa degli eventuali abusi 
de" Religiosi per poterli subito affrontare e togliere. 

L' Intendente Fontana, continuando il suo referto, dopo aver 
parlato delle difficoltà esistenti per « distinguere i beni tanto rurali 
che civili pavesi, interessati milanesi, liberati ed ecclesiastici », 
e dopo aver trattato brevemente del metodo arruffato e malsicuro 
vigente nell'esazione delle imposte, passa a rispondere alle qui- 
stioni riflettenti il commercio e la produttività della regione. 

« II Commercio della Lumellina non è che per li grani 
et risi che si vendono a cavallanti, mediante il pagamento del 
solito dazio per condurli nel Monferrato, Vigevanasco, Vercellese, 
Asteggiami et Genovesato, quando ve n'è qualche richiesta per 
quelle Parti. Vi sono altresì qualche gallette, che si esitano 
a Vigevano... ». 

« 1$, tutta ci." Provincia non vi è altra fiera che quella della 
Pieve del Cairo, qnal si crede che d'hor in avanti andarà in 

(1) Noncurante dei fulmini pontifici di Innocenzo XII. 

(2) Domenico Carutti, Storia di Vittorio Amedeo II (III edizione. Torino, 
Clausen 1897. Pag. 228 e segg.). 



- 388 — 

disuso per non baver detta comunità potato dimora ottenere la 
confermatione de 1 suoi pretosi privileggi, senza l'osservanza de* 
quali non vi sarebbe più concorso 'ir-' forastieri ad - ome 

per il passato ». 

oltre al grano e al riso che formano materia d'esportazione 
su larga scala, la regione produce in considererò! copia segale, 
fieno, legna, melica, marzaschi ecc. uva in poca quantità. 

Quanto ai redditi demaniali, essi sono costituiti, secondo 
lo notizie fornite dal Dottor Langbi, Sindico Generale della Pro- 
vincia, dai (itici (del pane venale, della carne, delle pelli verdi, 
del fieno, del bollino del vino); dalle imprese (del ghiaccio, 
dello carte, del tabacco, dei solferini, dell' acqua vita, della ma- 
cina); dai porti (sul Po o sul Ticino : dalle Barche (su l'Agogna 
e sul Terdoppio) : dai pedaggi, dai forni, dallo osterie, dalla 
pesca, dall' 'imbottato (I). Tutti questi redditi però avverte 

il Langhi — sono alienati a Particolari, a Feudatari o ;> C omu- 
nità, ad eccezione delle imprese del ghiaccio, del tabaci o e dei 
solferini, che rimangono alla R. Camera: quella dell' acquavita 
lo è pure, eccezion fatta per la Città di Mortala, la cui impresa 
è del Marchese Colombo. 

Al fol. 68 della Relaziono Fontana si parla dogli s frasi 
e si osserva che il più pregiudiziale alle Generali Gabelle è 
quello del sale. Dopo aver accennato agli abusi che si com- 
mettono nell'Alessandrino, si aggiunge: « Vi è nel luogo del 
Cairo un gran concorso di sfrosadori di Monesiglio et altri luoghi 
al carico de' sali, che ivi liberamente si commerciano ne' tre 
giorni del mercato d'ogni -settimana, diffondendosi detti sali in 
ogni parte del Piemonte. Nella Provincia Lumellina per via del 
porto dell'Inforno e della Gerola (sul Po) s'inoltrano gli sfrosa- 
dori di Pozzolo in grosse squadre con ogli, saponi e simili, senza 
che loro se gli possa opporre por il gran numero ; uscendo pa- 
rimenti da d. a Provincia con risi in quantità senza levar li re- 
capiti. La Terra d'Alessandria mantiene gli sfrosi del Tabacco 
in Monferrato, Lumellina e Asteggiami, ricoverandosi li avanzi 

(1) E il dazio « per ciascun sacco di grano et minuti o brenta di vino ». 



- 389 - 

no' luoghi di Felizzano e Refrancore (1), da dove con facilità 
vengono introdotti e smaltiti a vii prezzo in pregiudizio dell'ac- 
penza generale sì del Piemonte, sì di questi Paesi di nuovo 
acquieto.... Per contener gli sfrosi nella Lumellina, converrebbe 
mantenervi anche della cavalleria, non potendo li corridori re- 
sistere alla forza de' sfrosadori, mentre a misura si rinforzano 
le squadre de' primi, si moltiplica il numero degli ultimi ». 
Seguono quindi altre notizie minute che non hanno soverchia 
importanza né per sé stesse né in relazione al nostro studio. 



Che ci troviamo di fronte a una regione per molti aspetti 
importantissima, dopo quanto i documenti del tempo ne hanno 
detto, non ci pare sia possibile il dubbio. Non abbiamo, è vero, 
dati precisi, cifre esatte sulla quantità della sua produzione ; 
ma il fatto stesso che grano e riso, per non ricordare che i 
frutti più utili e più necessari, non solo bastavano ai bisogni 
della Lomellina e dell'intero Principato Pavese, ma venivano 
anche esportati in gran copia nei Paesi limitrofi, sta a dimo- 
strare il vantaggio eccezionale che una tal provincia doveva 
costituire per l'economia di uno stato. 

Orbene, quali danni lo smembramento veniva a portare al 
Ducato di Milano in genere e a Pavia in particolare? Anzitutto il 
passaggio per una grande strada d'importanza commerciale e 
militare, come quella per Genova veniva ad essere, con la ces- 
sione, se non impedito certo reso diffìcile e pieno di noie e di 
spese: se ne sentirono subito le conseguenze, e furono così 
gravi dal lato economico che « li principali negotianti della 
Piazza di Milano » dovettero fare istanza affinchè fossero di- 
minuiti gli enormi dazi. La loro voce fu accolta, ma, nonostante 
la sensibile riduzione accordata, le ducali gabelle nell'anno 1709 
incassarono per il Dazio di Sommo Lire 13198.14.9 e per quello di 
Cava Lire 4243.0.7; gran parte di questi introiti furon dati da 

(1) Terre dell'Alessandrino controverse fra il Duca di Savoia e la Casa 
d'Austria ; asilo sicuro per questo genere di contrabbandieri. 



- 390 - 

merci semplicemente transitato o per il Po o per ria <li terra 
« da aliena in aliena giurisditionc l; ». 

La questione, specialmente per quanto riguardava il 
saggio da Pavia all'Oltrepò di sua pertinenza, in seguito allei 
continue proteste dei sudditi pavesi e milanesi s'impose ai goi 
verni di Vienna e di Torino e li indusse a convocare un'assemblea 
per cercare mia possibile soluzione. In una memoria 'li fonte 
piemontese troviamo a questo proposito qualche notizia interes- 
sante. Il Fiscale Garoelli e i Deputati milanesi in primo I 
avanzarono le difficoltà d'ordine militare e giudiziario in cui lo 
Stato veniva a trovarsi per il passaggio nell'Oltrepò e nel Tori 
tonese dei soldati e degli ufficiali di giustizia; passaggio che q 
si doveva fare mediante un giro vizioso di 7 od 8 miglia (fi 
per il porto della Stellai o, volendo effettuarlo pei 1 Cava Lomel- 
lina, importava grandi ritardi, data la necessità di richiederne 
ogni volta il permesso alle autorità piemontesi. In secondo lu 
gli stessi deputati milanesi richiesero delle garanzie per l'estra- 
zione dei frutti « croissants dans Ics biens de ceux qui habi- 



(I) « 1709 — Memoria dato dui Sig. Monza circa il prodotto del Dacita 
di Somn e Cava nella Lumellina. Le poste di Somo et della Cava hanno pro- 
dotto di Datio nell'anno 1709 la somma come sotto cioè; 

Somo Lire 13198.14.9 
Cava » 4243.0.7 
provenute dette somme di 
SOMO e CAVA 
Lire 263. 0.9 467.18. 1 Datio d'entrata di merci introdotte d'aliena 

giurisditione. 
493. 3.3 262.15. 3 Da merci del paese uscite per alieno stato. 

2757. 3.0 313.10. 8 Da granaglie estratte dal paese. 

282.18.6 540.14. 9 Da piccole minutie entrate, uscite e transitate. 

9402. 9.3 2658. 1.10 Da merci di transito che per via del Po sono 
passate per Piemonte e Monferrato, rispetto a 
Somo et rispetto a Cava per merci e robbe 
da aliena in aliena giurisditione. 



Lire 13198.14.9 Lire 4243. 0. 7 

(Archivio di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Signoria della Lu- 
mellina, Mazzo 2, n. 9). 



- 391 - 

taient dans l'Etat de Milan et avaient des possessions dans la 
Lumelline et l'Àlexandrie ». 

Il rappresentante del Duca sabaudo, che è l'estensore della 
memoria che abbiamo in esame (1), alla prima questione — 
premesso che gii sembravano esagerati i lamenti mossi — ri- 
spose che si sarebbero facilitati i mezzi per ottenere la libertà 
di passaggio (*2) ; quanto poi all'altra richiesta, egli osservò 
« qu'il n'y avait point de defense en Piemont d'en sortir les 
Bleds (grani) ny de droit d'extraction »; che quindi era inutile 
parlare di garanzie e che la reciprocità sarebbe stata la sola 
regola da osservarsi. 

Belle parole queste del funzionario torinese, le quali però non 
sappiamo se siano frutto di ingenuità o indice di diplomatica 
disinvoltura. 

Il problema dell'importazione dei frutti dai paesi smembrati 
nello Stato di Milano non ora certamente di quelli che si 
risolvono cosi alla buona: lo prova il fatto ch'esso, comple- 
tamente, non fu risolto mai. Esso comprendeva due questioni 
l'ima all'altra subordinata: l a , che il governo ducale, permet- 
tesse l'esportazione dai suoi domini in quelli austriaci e se- 
gnatamente in Pavia; 2 a , che si astenesse dal porre dazi che gra- 
vassero sui generi da esportarsi. 11 trattato di commercio 
austro-sardo del 1751 parve porre un rimedio ai continui la- 
mentati inconvenienti, divenuti più gravi con la cessione del- 
l'Oltrepò; nella realtà però le disposizioni a questo riguardo in 
quel trattato contenute non costituirono che un semplice pallia- 
tivo la cui efficacia era destinata ad annullarsi necessariamente 
di fronte alla forza delle cose. Ma di ciò dovremo parlare più 
chiaro e più a lungo nel prossimo capitolo. 

Ci sembra ora opportuna qualche considerazione sui dati 
demografici poco sopra esposti. Che la Lomellina fosse poco 

(1) Memoria di diverse pretensioni eccitale da deputati di Milano, in seguito 
alla cessione fatta della Lumellina, nel congresso a questo fine tenutosi. (Arch. 
di Stato di Torino, ibidem, Mazzo 2 n. 15). 

(2) Al governo però, nella sua relazione, suggerisce di commutare i paesi 
di Cava, Sommo e Limito lomellini con altri nelle vicinanze di Bastia; e 
ciò per togliere ogni ulteriore motivo di malumori. 



- 392 - 

abitata all'epoca dello smembramento ]'. ono tatti i docu- 

menti del tempo, i quali ne attribuiscono principalmente la 
gione alle lunghe guerre disastrose die avevano ucciso o dj- 
sperso intero famiglie. 

L'asserzione, pur essendo verisimile, rimarrebbe assoluta e 
senza prova, se mancasse un termine qualsiasi di confronto con 
altre regioni: fortunatamente co lo fornisce il Giudizio <i<-<ji' <>,-- 
hih-i cmglo olandesi nominati por decidere sullo divi _ e fra 
il Duca di Savoia e l'Imperatore a proposito dell'interpretazione 
del trattato del 1703 (1). Alla domanda: quale- sia il numero 
degli abitanti della Città e del contado di Vigevano ".li arbitri 
rispondono: « La Città ha 0714 abitanti e il contado ne ha 
12340... ». Ora. se si consideri la modesta estensione di qnesta 
Provincia e la sua scarse/za di paesi a paragone della Lomel- 
lina (2), risulterà evidente che ì 35.698 abitanti di quest'ultima 
sono ben pochi in confronto dei -22000 dell'altra, la (piale può 
vantare in Vigevano una città di (piasi 100 K) anime, mentre 
Garlasco, il borgo lo niellino più popolato, non ne raggiunge che 
2005 e Mortara, il capoluogo, tocca appena le 1000. 

Ma questa constatazione mentre non doveva nò poteva dimi- 
nuire nei Pavesi il rammarico di aver perduta la Lomellina, 
non era d'altro lato cagione di soverchio sconforto ai nuovi 
dominatori: agli uni e agli altri, in condizioni psicologiche di- 
verse, giungeva, con effetti opposti, la voce di Alessandro Guidi, 
il quale, richiamandoli alla esatta valutazione delle cose, osser- 
vava che « pochi anni di pace, ristorando il paese del popolo 
perduto, avrebbero fatto riprendere la cultura de' suoi fruttiferi 
terreni, tanto più facili a rifiorire con poca fatica degli agricoltori 
quanto restavano in gran parte favoriti dal cielo con privilegi 
di rivi e fonti larghissimi... (3) ». 

(1) Traités Piiblìcs... ctc. Tome II, pag. 272. 

(2) Il Vigevanasco, oltre la città di Vigevano, con la Sforzesca, compren- 
deva: Villanova, Cassolo (Nuovo e Vecchio) Gravellona, Cilavegna, Gambolò e 
Remondó — nel tratto orientale ; Vinzaglio. Palestra, Confienza, Nicorvo e 
Robbio — nel tratto occidentale. (Vedi la carta della Lomellina e del Vigevanasco 
in Appendice). 

(3) Vedi il ricorso giada noi citato, scritto dal poeta a nome della Città, e 
raccolto in Ticinensia I. n. 22. Che il Guidi fosse buon profeta lo dimostrano le 



— 393 



Abbiamo or ora citato un giudizio arbitrale a proposito di 
divergenze tra il Duca di Savoia e l'Imperatore. Prima di esa- 
minarlo, è necessario spiegare le cause che l'hai) fatto invo- 
care ai due alleati. 

Il trattato di Torino del 1703' - come abbiamo visto — 
oltre a stabilire la cessione imperiale del Monferrato, Alessan- 
drino, Lomellina, Valsesia e Valenzano cum omnibus terris 
infra Padum et Tanarum sitis — aveva un articolo segreto 
in cui a Vittorio Amedeo II era promessa anche Provincia seu 
Ditio Vigecanum vulgo Vigevinasco dieta, con la clausola che 
qualora detta promessa per eventuali difficoltà non potesse es- 
sere mantenuta, il Vigevanasco sarebbe stato commutato con 
altri luoghi dello stato di Milano, eiusdem pretti et valoris, 
habito scilicet respectu tam ad numerimi pagorum et subdi- 
tonciii quam ad quantitatem redituum et ad spatium seu ani- 
plitudinem locorum. Ora, nel 1707, alla Corte di Vienna di 
questo patto segreto non si voleva saperne: quindi note diplo- 
matiche, rimostranze, proteste, con intervento dello stesso duca 
Vittorio Amedeo, il quale insisteva presso il cugino Eugenio 
affinchè la questione fosse risolta subito, prima che il Vigeva- 
nasco prestasse il giuramento a Carlo III, e minacciava in caso 
contrario una pubblica clamorosa protesta. Il Vigevanasco tut- 
tavia giurò, e la protesta non ebbe luogo, con grande soddisfa- 
zione dell'accorto Capitano (1). 

Ma non solo su questo punto v' era ragione di controversia 
fra le due corti di Vienna e di Torino. 



statistiche del 1750, dalle quali risulta che la Lomellina contava 45.621 anime. 
Vedi la citata opera di G. Prato. La vita economica in Piemonte... ecc. (pag. 32) 
Dalla quale sappiamo anche che nella Provincia erano 13 conventi con 130 
religiosi, 4 monasteri con 135 suore, e 63 parrocchie (pag. 34); e che la popo- 
lazione relativa (essendo la superficie di 96! Km 2 ) era di 57,56 abitanti p. Km 2 . 
(1) Campagne del Principe Eugenio, voi. IX. Supplemento. Lettere all'im- 
peratore 4 e 9 marzo e 20 aprile 1707. Pagg. 43, 54, 99. 

io 



- 394 - 
appoggiandosi alle parole del trattato: Provintiai Alexan- 

tirine ci Vu/c/ilinr CUm 'minibus lr/-ri> infra Padum et 'l'i- 
numili si/is. gli ufficiali sabaudi avevano occupato e pretende- 
vano «li conservare le quattro Terre 'li Bassignana, Pecetto, 
Rivarone e Pietra de' Murazzi (appunto tra il Po o il Tara 
che Pavia asseriva, cod copiose testimonianze, appartenenti all'Ol- 
trepò del suo principato e quindi non incluse nella cessione; 
pretendevano inoltre d'entrare in possesso di Tor <!<■' 'l'urli, 
Travedo e San Fedele, che, sempre secondo Pavia, erano luoghi 
del Siccomario, e di Campo Maggiore, uno dei Corpi Santi della 
Città (l). V'ora infine una quantità di piccole contese di confine 
tra comunità pavesi e comunità lomelline, per definire le quali 
occorreva l'opera di una speciale commissione mista. Altre 
questioni erano state agitate dall'una o dall'altra delle parti 
contendenti: tutte le vediamo presentate al giudizio degli arbitri. 

A proposito dei quali e per rendersi ragione del perché furono 
scelti a questo delicato ufficio i rappresentanti dell'Inghilterra 
e dell'Olanda, occorre avvertire che furono appunto queste due 
potenze, le quali nel 1703 garantirono al Duca sabaudo la com- 
pleta ed esatta esecuzione del trattato (2). 

La sentenza arbitrale fu data in Milano il 27 giugno 1712 e 
porta le Arme di Abramo Stanyan, delegato inglese, e di Alberto 
Wander Mcer, olandese. I quali. « auditis, lectis, riteque perpensis 
omnibus rationibus quibus Domini Commissari Plenipotentiarii 
Sacrae Caesareae et Catholicac Maicstatis et Serenissimi Sabaudiae 
Ducis contradictorie usi sunt circa... controversias, frustraque 
tentata amicabili transazione », decisero nel modo seguente: 

Alla prima domanda: se la Città di Vigevano all'art. 2 del 
trattato sejgreto fosse compresa sotto il nome di Provincia di 
Vigevano vulgo Vigevinasco dieta — risposero affermativamente. 

La stessa risposta diedero alla quinta questione: se Tor de' 
Torti, Travedo e San Fedele fossero, come Campo Maggiore, 

(1) II traduttore italiano della citata opera « Campagne del Principe Eu- 
genio » in una nota al Rapporto 4 aprile 1707 (Voi. IX, Supplemento, pag. 85) 
scambia queste terre con le altre poste fra Po e Tanaro. 

(2) Traités Publics... ecc. Tome II, pag. 203. 



— 395 — 

della Provincia Lumellina e comprosi nella cessione della me- 
desima. 

Quanto alla seguente : se i luogi di Cava, Sommo e Albonese 
fossero da stimarsi esclusi dalla cessione generale della Pro- 
vincia Lomellina, per il pregiudizo dell'intersecazione che, con 
la loro cessione, sarebbe sorto allo stato di Milano; e, nel caso 
che fossero compresi, se il duca fosse tenuto a permutarli — 
gli arbitri risposero sì senza contestazione al primo punto, ag- 
giungendo, per il secondo, R. Celsitudine invita permutationem 
fpsorum fieri non posse. 

Alle questioni settima, ottava e nona : se al Duca competesse 
il diritto di esiger dazi o gabelle a Cava e a Sommo, per tran- 
sitimi ad Provinciali Lumellinam — ; se con le Provincie fos- 
sero stati ceduti anche i dumi Po e Ticino — ; se con la Lo- 
mellina fossero stati ceduti anche i beni civili ivi posti degli 
interessati — i giudici anglo-olandesi risposero affermativamente; 
come pure risposero affermativamente alla decima questione: 
se con le parole dell'art. VI del trattato « cum omnibus terris 
infra Padum et Tanarum sitis » fossero state comprese le 4 
terre del Principato di Pavia : Bassignana, Pecetto, Rivarone e 
Pietra de' Marazzi. 

Alla undicesima questione : qual porzione dovesse pagare S. 
A. R. dei debiti dello Stato di Milano per le provincie a lui 
cedute — i delegati risposero: quella parte soltanto per cui le 
Provincie cedute e i loro redditi specialiter et nominatim erant 
liypothecati et obligati, e nessuna parte di quelli per cui tutto 
lo Stato di Milano e i suoi redditi erano generaliter obbligati. 

Un responso tal fatta costituiva il trionfo completo, incondi- 
zionato, della diplomazia sabauda. Non vi si rassegnò però il 
governo imperiale, i cui Commissari Plenipotenziari Senatori 
Bazzetta e Giulini presentarono il 28 giugno formale protesta 
contro la sentenza arbitrale, accusandola di ingiustizia e di 
parzialità « poiché li giudici erano già preoccupati da una 
aperta propensione » tanto che avevan rifiutato di far una vi- 
sita ai luoghi controversi; ed avevano poi dimostrato troppa 



— 306 — 

confiden a con i Commissari del Duca di Savoia, dei quali 
erano Btati frequentemente ospiti a pranzo 1 ■ 

Con la stessa, anzi con maggiore severità, troviamo molti 

anni più tardi ricordato il giudizio anglo -olandese in una illa- 
zione che la Giunta Senatoria presentò al Governatore il 31 
marzo 1740 « sulla natura e sialo delle l terre rimi unite. 
Pietra de' Marazzi, Rivarone, Pezzetto <■ Bassignana pò te 
ni ili iiì del fiume Tartaro 2 ■>. - Possiamo con franchezza 
asserire — scrivono i Senatori - ch'eglino [gli arbitri] si sond 
di mollo discostati non tanto dalla legge nel loro mandato con- 
tenuta e dalle regole del giusto e dell'equo, quanto dalla mas 
sima legale suggerita da ripiano e abbracciata dagli altri Pro- 
fessori del gius pubblico, cioè che semper in obscuris i<l quoà 
minimum est sequitur; affinchè chi del suo si priva ed altrui 
lo conceda resti men pregiudicato che far si possa ». E dopo 
aver sostenuto che lo Stanyan e il Wander Meer « non potevano 
rigorosamente dirsi arbitri ma più tosto delegati dai loro rispet- 
tivi sovrani » e che quindi il loro giudizio era legalmente ap- 
pellabile, la relazione conclude affermando che — in ogni modo 
— i commissari avevano trasgredito « i più venerabili precetti 
della legge di natura e della ragion delle genti ». 

Le recriminazioni e le proteste contro il verdetto del 1712, 
se non riuscirono a farlo annullare ufficialmente, fecero si però 
che, nella realtà, alcune delle questioni, le quali in virtù di esso 
dovevano ritenersi definitivamente risolte, fossero invece ancora 
agitate tra le parti e considerate indecise. Cosi fu — in quanto 
a ciò che maggiormente c'interessa — per le quattro terre del 
Siccomario, il cui possesso fu riconosciuto a Casa Savoia soio 
col trattato del 1738; e così pure avvenne per i paesi fra Po e 
Tanaro, che solo il trattato di Worms del 1743 aggiudicò defi- 
nitivamente al Re di Sardegna. 

(1) Archivio di Stato di Milano. Pacco 190, Confini, Torino, Provvid. Ge- 
nerali. 

(2) Arch. di Stato di Milano. Trattati, Potenze Estere, Torino [Trattaz. 
success, al Trattato del 1703 (anni 1740-42)]. La relazione porta le firme di 
Carlo Pertusati, Presidente del Senato, e dei Senatori Alberto de Regibus, Gi- 
rolamo Erba, Giuseppe Opizzone e Martino de Colla. Vidit: Bellinus. 



- 39.7 — 

Ora, prima di illustrare nei riguardi di Pavia le vicende che 
a questi due trattati condussero, è necessario dare uno sguardo 
agli avvenimenti generali che sconvolsero ed agitarono l'Europa 
dopo le paci di Utrecht e Rastadt, ri porco tendosi con funesti 
effetti sull'Italia. 

Eccitato dall'ambasciatore del Duca di Parma, Giulio Albe- 
relli, il re di Spagna Filippo V, dopo la morte della moglie 
Maria Luisa di Savoia, sposò la nipote del Duca stesso, Elisabetta 
Farnese. Questo matrimonio segnò la fortuna dell'Alberoni, che, 
grazie al favore della nuova regina, divenne Cardinale e primo 
ministro. Non immeritamente, giacché con l'opera sua intelli- 
gente contribuì a rialzare l'amministrazione, le finanze, l'eser- 
cito e la marina spagnole ; ma il tentativo di realizzare quello 
che era il sogno, l'aspirazione sua più grande cagionò la sua 
completa rovina. Egli voleva riacquistare al suo re i domimi 
italiani: intrigando presso tutte le corti, senza badare alla mo- 
ralità dei mezzi, era riuscito a lanciare i Turchi contro l'Impero 
a far scoppiare la guerra civile in Inghilterra e in Francia, a 
ravvivare il malcontento di Vittorio Amedeo II contro l'Austria. 
Ma, quando egli cominciò ad agire occupando la Sardegna e 
Palermo — . Francia, Olanda, Inghilterra ed Impero, intuendo il di- 
segno dell' audace, si raccolsero a Londra in congresso e il 2 
agosto 1718 sottoscrissero un'alleanza offensiva e difensiva — 
comunemente conosciuta col nome di Quadruplice alleanza — 
e intimarono a Filippo V l'assoluta rinuncia a ogni velleità di 
rivendicazioni italiche. 

La guerra ricominciò, ma per poco, giacché il re spagnolo 
presto cedette ed espulse l'Alberoni dal regno. All'Aia il ^feb- 
braio 1720 venne conclusa la pace generale. 

Dei Trattati di Londra e dell'Aia a noi interessa quanto si 
riferisce a Vittorio Amedeo II. Egli dovette accettare la Sar- 
degna in cambio della Sicilia che venne data all'Austria: in 
compenso potè far accogliere, a proposito del Trattato di Torino 
del 1703, un articolo così concepito: « S- M. Cesarea confir- 
mabit Regi Siciliae omnes per Tractatum signatura Taurini 
octava novembris MDCCIII eidem factas cessumes tam . . . 



— 398 - 

partis Ducatua Montisferrati.., quam Provinciarum, Urbium, Op- 
pidorum, Castellorum, Terrarum, Locorum, iurium et rcdditorum 
de Statu Mediolanensi, quae possideat eo modo, quo ea actu possidet 
spondcbitque prò Se, eiusque Descendentibus el Successori bus, 
numquam Se, aeque Illuni, nec eius Haeredea el Su* 
dieta possessione esse turbaturam : ea tamen lege, quod om 
ceterae actionea seti praetentiones, quae dicto J.'>-'/i Siciliaé. 
virtute memorati Tractatus competere forte possent, perpetua 
peremptae sint et maneant (1) >>. 

Questo patto doveva avere la conseguenza 'li far cessare 
ogni controversia Bull' interpretazione del famoso trattato di 
Torino: il Duca di Savoia avrebbe mantenuto le terre già occur 
paté, anche quelle che Pavia affermava distinte in modo asso- 
luto dalla Lomellina; mentre d'altra parte l'Imperatore non 
avrebbe dovuto essere più oltre molestato dalle richieste sabaude 
circa il Vigevanasco o il suo equivalente. Vedremo se e fino a 
qual punto questa solenne decisione sia stata poi rispettata. 



Quando il Governo di Vienna venne nella determinazione 
di fare il censimento dello Stato di Milano, uno dei primi 
compiti da assolvere fu quello di fissare con esattezza i con- 
fini coi Principi limitrofi. Le cose procedettero abbastanza piane 
fin che si giunse ai confini col pavese: qui, le controversie che 
parevan sopite si ridestarono, mettendo a prova l'abilita diploma- 
tica dei commissari austriaci e piemontesi. Procuriamo di se- 
guirne le schermaglie conia scorta dei documenti archivistici (2). 

(1) Traités Publics... etc. Tome II pag. 363. È l'art. Ili delle « Conditiones 
tractatus concludendi inter 5. M. Caesaream Regemque Siciliaé » le quali 
fanno parte del « Traile, articles separés et secrets, de la quadruple alliance 
entre l'Empereur, V Angleterre, la France et les Etats Gènéraux portarsi 
cession du Royaume de Sardaigne au Roi de Sicile, en échange du Royaumd 
de Sicile ». 

(2) A proposito di documenti archivistici, una lettera al Governatore in 
data 18 aprile 1721 avverte che ne!P .4 rchivio de' confini di Milano sono andate 
perdute molte scritture; « nihil ali nd repertum est praeter annotationem: 17 H 



- 399 - 

Era Governatore dello Stato di Milano (dal 18 gennaio 1719 
e vi rimase Ano al dicembre 1725) il Co. Girolamo Colloredo : 
nella capitale lombarda il Re di Sardegna era rappresentato 
dal Cav. Castelli. Questi il 15 dicembre 1722 scrive al suo Si- 
gnore avvertendolo che dalla parte dell' Impero sono stati eletti 
i delegati per dirigere la misura de' siti controversi, nelle per- 
sone dei Signori Conte Guidobone, Dott. Collegiato G. B. Be- 
nigno del Conte e Dott. Collegiato di Pavia Domenico Bottigella, 
o fa istanza acciocché il Re scelga presto i suoi (1). La risposta 
di Vittorio Amedeo giunge il 26: egli nomina suoi rappresen- 
tanti i Signori Conte della Porosa, Co. Bolgaro e Luogotenente 
Colonnello Ing. Audibert, e propone quindi come arbitri o terzi, 
in caso che i primi delegati non possano convenire, il March. 
Monti Bendini di Bologna, il Co. Giovanni Negroboni di Brescia 
e il March. Sagramoso di Verona ('2). Se non che, il 28, giunge 
al Colloredo da Vienna una « Nota dei Cardinali proposti dal- 
rEcc.'"° Consiglio Aulico per eleggersi uno per terzo arbitro 
nelle differenze de' Confini co' Prencipi d'Italia » : vi sono com- 
presi i Card/ Paninoci, Pico della Mirandola, Valemani, Tolomei 
e Davia, che vengono poi ridotti a tre, con l'esclusione dei due 
primi (3). Ma come i personaggi proposti arbitri dal governo 
piemontese non furono accettati a Vienna, così non lo furono a 
Torino quelli proposti dall'Aulico Consiglio (4); e non ne parlò più. 

17 Xmbris. Scripture que remanebant penes Egr. Dom. Secrettarium Cesa- 
tigli inscripte " Super alienatione Status Mediolani Domino Duci Sabaudie " con- 
signate sunt hodie Egr. D. Secrettario Castellino in Cancellaria prò tradendis 
Mag. DD. Bazzetle et Giulino ab eis requisitis ». La lettera avverte poi che 
l'anno dopo la morte del Piazzetta (il quale fu, come sappiamo, rappresentante 
imperiale, insieme col Giulini, di fronte agli arbitri anglo-olandesi nel 1712) si 
fecero ricerche, ina che esse riuscirono infruttuose. (Archivio di Stato di Milano, 
Pacco 189, Confini, Torino. Provvid. Gener.). 

(1) Archivio di Stato di Torino, Confini antichi con Milano. Mazzo 9, n. 17. 

(2) Archivio di Stato di Milano, Pacco 189, Confini, Torino, Provvid. Ge- 
nerali. 

(3) Arch. di Stato di Milano, ibidem. 

(4) Da una lettera spedita al Governatore dal Segretario di Guerra dello 
Stato di Milano, Maderno, (20 luglio 1723) mentre apprendiamo che gli arbitri 
piemontesi probabilmente non furono accettati « perchè si trattava di Cavalieri 



— 400 - 

Vi fu invece un rapido carteggio tra il Miniati l stelli e il 
Segretario di Guerra austriaco Francesco Maderno a prop< 
del numero e delle attribuzioni dei delegati sardi, sostenendo 
quest'ultimo (a nome del Governatore) « che il Colon. Co. della 
Porosa, primo dei nominati, ducesse essere l'arbitro destinato 
per parte del Re di Sardegna... e che gli altri due fonerò per 
assistere al primo secondo la loro rispettiva professione nella 
conformità praticata col Sig. Duca di l'arma (1) »: affermando 
l'altro che essi « erano tutti e tre incaricati della delegazione, 
al che non oziava l'essersi nominato un solo a tal effetto dal 
Duca di Parma, il Re SUO padrone avendo giudicato a proposito 
di nominarne tre (2) ». Ma su questo punto il Maderno e il 
Governatore non insistettero. 

Una deliberazione che reca sorpresa è quella del Senato, il 
quale il 5 gennaio 1723 procedette alla nomina di delegati per le 
controversie col Re di Sardegna, diversi da quelli che la let- 
tera del 15 dicembre del Castelli ci aveva indicato come fin 
d'allora scelti. I nuovi furono: il Co. Rivera, già arbitro nelle 
controversie col Duca di Parma, l'Avv. Fiscale Co. Cattaneo 
(prò iuribus Fisci) e il Capitano Barone di Engelhard (3). Sic- 
come i Commissari di cui parla il Castelli — e specialmente il 
Bottigella e il Del Conte — appaiono nei documenti dell'Archivio 
Civico di Pavia (4) come regolatori delle contese territoriali fra 
comunità e comunità dello stesso Stato di Milano, è probabile 
che il ministro sardo, scrivendo al re, abbia confuso le loro at- 

privati ai quali non conveniva rimettere cause di controversia fra Principi » 
siamo certi d'altro lato che Vittorio Amedeo non volle saperne di Cardinali 
« cosi per le pendenze sue con la Corte di Roma, per cui aveva per sospetti 
tutti li ministri della Chiesa, come perchè l'Ecc.™" Valemani era il più contrario 
a li di lui interessi, Davia aveva li suoi parenti in servizio dell'Imperatore e 
Toloraei era vecchio, contando gli anni di ciascuno d'essi... ». (Arch. di Stato 
di Milano ibidem). 

(1) Lettera 2 gennaio 1723 di Maderno a Castelli (Arch. di Stato di Milano, 
ibidem). 

(2) Lettera 3 gennaio di Castelli a Maderno (ibidem). 

(3) Arch. di Stato di Milano. Pacco 189... ecc. 

(4) Arch. Civico di Pavia, Confini, Pac. 348 e 349. 



— 401 — 

tribuzioni: sta il fatto che soltanto gli eletti dal senato il 5 
gennaio rappresentano le ragioni dello Stato in contradittorio 
coi delegati di Vittorio Amedeo. 

Di questi ultimi il più tenace ed accorto si manifesta indub- 
biamente il Conte Gian Battista Bolgaro. Egli ha ricevuto da 
Torino queste istruzioni : non misurare i paesi controversi, ma 
soltanto le differenze territoriali tra comunità sarde e comunità 
austriache: opporsi in ogni modo a qualunque tentativo che 
possa essere fatto a questo riguardo dai delegati di S. M. Ce- 
sarea (1). Neil' assolvere il suo mandato egli rivela un acume 
e una prontezza di spirito veramente singolari: scorrendo la sua 
copiosa corrispondenza col Re sabaudo ci sentiamo dinanzi a 
un vero diplomatico, e proviamo un senso di disgusto e di ama- 
rezza quando leggiamo che un sì valente funzionario - all'av- 
vicinarsi del termine della sua delicata missione — è costretto 
a mendicare replicatamele un impiego che gli consenta di vi- 
vere (2). 

Già prima di avere la nomina di delegato ufficiale, e precisa- 
mente in una lettera del 13 novembre 1722 da Mortara, egli si 
mostra preoccupato della sorte di Torre de' Torti, Travedo e 
San Fedele, i tre luoghi controversi del Siccomario. « lo scorgo 
— egli scrive — da molti indizi che possi rendersi serioso il 
disturbo alle tre note Terre... li principali delle quali, per essere 
terre assai piccole, sono Contadini di niun riguardo; e perciò 
non so cosa compromettermi dall'insinuatione che V. M. s'è de- 
gnata comandarmi di fargli, perchè faccino le loro proteste, et 
indi procurino che nissuno d' esse rispettive Terre assista né 
servi d'Indicante alle misure, che si pretendesse farsi di quei 
Territori. Il March. Olevano, Feudatario d'esse Terre, è vera- 
mente quello che potrebbe con efficacia assicurare le sudette 
precautioni, ma per essere milanese 3) sono quasi certo che non 

(1) Vittorio Amedeo al Co. Bolgaro. Lettera 4 Gennaio 1723 (Arch. di 
Stato di Torino, Confini antichi con Milano, Mazzo 9, n. 19). 

(2) Il Co. Bolgaro al Co. Mellarede in Torino. Lettere 26 ottobre 1723 e 
25 gennaio 1724. (Arch. di Stato di Torino, ibidem). 

(3) Qui milanese è evidentemente nel senso di suddito dello Stato di Milano, 
non di abitante in Milano. 



— 402 — 

vorrà immeschiarsòne, et sarà assai che sottomano non insinui 
sentimenti contrari! agi' Inumimi di quelle Terre. Già nella scorsa 
quaresima ho prevonuto il Pretre Guardamagna, Rettore della 
Torre dei Torti, el assicuratomi tutto zelante per il servi/io di 
S. M., dello cautele che dovevano usare quei Consoli et babitanti in 
caso d' una tentala misura: ma non so so il cai-attore sacerdotale 
basterà per garantire l'abbondanza dello promesse fattemi » 

Fin da questi primi rapporti il Co. Bolgaro dimostra un acuta 
spirito di osservazione e una non comune conoscenza di uomini 
e di cose. Ma la sua abilità si dimostra poi maggiormente nella 
facilità e nella disinvoltura con cui tiene a bada il suo princi- 
pale avversario, il Barone di Engelhard ed elude i tentativi die 
questi fa per indurlo alla misurazione delle terre indecise, spi- 
goliamo fra le lettere più interessanti. 

Il 27 aprile il Co. Bolgaro da Carbonara parla delle difficoltà 
che si oppongono alla prosecuzione dei lavori. <? Mentre credevo 
di gionger presto al fine della commissione, di cui la M. Y. 
s'è degnata onorarmi, come ne sto sollecitando il Bar. d'Engel 
lhard, mi veggo nuovamente incagliato dalla pretesa tonnata 
dal d." Barone di voler far misurare la picciol Terra di Campo 
Maggiore, compresa nella Lumellina ». Si trattava dell'invito 
fatto da un geometra cesareo ai consoli di Carbonara perchè 
intervenissero alla verifica dei confini del loro territorio con 
quello di Campo Maggiore. Il ministro sardo aveva proibito loro 
d' andarvi, avvertendo nel tempo stesso il geometra di non esor- 
bitare dalle sue attribuzioni e sollecitando l'Engelhard a prose- 
guire ulteriormente nei lavori. Quest' ultimo aveva risposto chie- 
dendo un abboccamento « sopra l'occorrenza di Campo Maggiore » 
e il Bolgaro aveva replicato con una lettera, in cui. « ricono- 
scendo inutile la loro transferta a quel luogo et non proprio ch'egli 
s'incomodasse ad andare a Carbonara» lo pregava d'additargli 
qualche luogo ove vi fossero delle controversie corrispondenti alla 
loro Commissione, « che /laverebbe avuto il bene di riverirlo ». 

(1) II Co. Bolgaro al Re. Lettera 13 Novembre 1722 (Arch. di Stato di 
Torino, ibidem). 



— 403 - 

Ciononostante il Barone ora andato a Carbonara e s'era alta- 
mente meravigliato che il Bolo-aro volesse « difficultare la misura 
di Campo Maggiore, per essere questa picciol Terra mai stata 
compresa nelle indecise, ma bensì indubitatamente nel Principato 
di Pavia aggiungendo, per la verificatione del suo supposto, che la 
medema Terra restava censita per il Civile nella Città di Pavia et 
incorporata alla Parrochia di San Gervaso della medema, in modo 
che era sicuro d' haverne la Città di Pavia sempre esatto li 
carichi, d'havervi il Fisco fatti li atti giurisditionali, e d'essere 
in occasione delle guardie della sanità stata detta Terra sepa- 
rata dalla Lomellina con li Rastelli... ». A queste osservazioni 
aveva il ministro sardo rimbeccato « che gli era egualmente 
nuovo che la Terra di Campo Maggiore fosse pretesa come 
membro della Città di Pavia, quando ella era effettivamente 
della Lomellina, per il qua! motivo appunto non si sarà intesa 
nominare fra le Terre indecise, per essere senza dubbio in 
questa Provincia con la quale haveva concorso et concorreva 
attualmente alli carichi; che non gli facevano specie gli atti Giu- 
risdizionali supposti fatti dal Fisco perchè non potevano che 
essere seguiti clandestinamente et con la connivenza degli stessi 
habitanti forsi mal intenzionati; et finalmente che non era da 
considerarsi pregiudiziale l'assorta esclusione seguita in occa- 
sione delle cautele per la pubblica salute mercè che pareva 
conveniente lasciare quegli habitanti in stato di poter essere 
soccorsi nel spirituale dal loro Parodio et di poter loro stessi 
andare con libertà alla loro Parochia ». Aveva inoltre aggiunto 
il Bolgaro, in seguito ad informazioni nascostamente fattesi per- 
venire dal March. Carminale, padrone della maggior parte del 
paese (1) « che tanto mancava che si potesse dubitare essere 
Campo Maggiore della Lumellina, che restava ciò chiaramente 

(1) A proposito di queste informazioni, il Bolgaro, in una lettera da 
Vercelli del 19 gennaio 1724 diretta al March, del Borgo in Torino, osserva 
maliziosamente: « se bene detto Marchese possi haverlo fatto con la seconda 
mtentione di procurarsi la sospensione del pagamento de' carichi sinché susis-- 
stono le presenti controversie » (Arch. di Stato di Torino, Paesi di 'nuovo 
acquisto, Lumellina, Mazzo 3, n. 9). 






- 404 — 

espresso nel libro dotto l'Oppizzone, nei libro Camerale delie 
Entrate di tutto lo Stato di Milano..., da tutti li libri della Com- 
missaria Generale del Co. Visconti, da tuli' 1 le «racchette de' 
Notari, da tutti gì' Istromenti, da tutti li Cattastri della Lomellina 
et da tutti li Cattastri della slessa Città di Pavia... (1) ». 

La lettera del Bolgaro continua aurora a lungo riferendo lo 
ulteriori fasi del colloquio (che fu troncato senza alcuna deci- 
sione, avendo l' Engelhard asserito di dover recarsi a Milano a 
ricever gli ordini) e conclude assiemando il He d'aver preso le 
opportune disposizioni col Dott. Langhi, Sindico Generale della 
Congregazione Lomellina, affinchè sia « deputata una persona 
capace ad invigilare sopra ciò che fosse per seguire in Campo 
Maggiore ed in caso di tentata misura faccia a nome della 
Congregazione la protesta d'innutillità et di nullità, alla quale 
non devenirébbero quegli habitanti o per connivenza... o per 
ignoranza, essendo in picciol numero di villani illiterati et senza 
l'assistenza d'alcun Cancelliere (21 ». 

Pure interessante è un'altra lettera in data 5 maggio, quando 
cioè il Barone tedesco era già tornato da Milano. Nel colloquio 
avuto con lui il ministro sardo aveva insistito nel non voler 
misurare Campo Maggiore e l' Engelhard aveva finito col pre- 
garlo di chiedere ordini ulteriori al Re. « Dopo questa premessa 
— scrive il Conte - che fu dal detto Barone portata con 
qualche prolissità per vedere se volevo piegare, gli dissi se do- 
vevamo hoggi portarsi a riconoscere qualche controversia che 
vi era nelli confini della Bastila di Pancarana Lumellina con 
Branduzzo, Terra Pavese ». Ma l' Engelhard osservò che la Ba- 
stita era del Pavese e che solo per mero sbaglio erano stati 
consegnati ai Commissari Sardi le carte ad essa relative: pro- 
pose invece, tanto per mostrare la sua buona volontà, di visitare 
i terreni controversi tra Mezzana Rabattone Lumellina e Ram- 

(1) Tutte queste ragioni documentate ed altre ancora sono arapiainent 
addotte e discusse al n. 7 del Mazzo 3. Paesi di nuovo acquisto, Lumellin 
(Arch. di Stato di Torino). 

(2) Lettera del Co. Bolgaro al Re. 27 aprile 1723 (Arch. di Stato di Torir.c 
Confini Antichi con Milano, Mazzo 9, n. 19). Questo documento è ripoitat 
integralmente in Appendice. 



- 405 — 

pina Pavese. Il che fu fatto. Chiacchierando, il Barone ha poi 
aggiuntò che giunti a Bassignana e terre vicine tra Po e Ta- 
naro, non si dovrà procedere alla ricognizione « per essere 
audio queste del Principato di Pavia, sebbene per equivoco 
siino state comprese nella cessione dell'Alessandrino ». E con 
questa notizia il Bulgaro termina la sua relazione, soddisfatto 
d'aver messo a giorno il sovrano delle « sinistre intenzioni » del 
delegato cesareo (1). 

Il 4 giugno il Barone d' Engelhard scrive al commissario 
sardo che - avendo il ministro Castelli affermato essere le 
9 terre controverse escluse dall'opera della Commissione — il 
Governatore si riservava di informarne S. M., sicché sarebbe oc- 
corso parecchio tempo prima di venire al disbrigo dell'affare (2). 
Il Bolgaro, che aveva tutto preveduto, ne dà avviso il 6 giugno 
a Vittorio Amedea, aggiungendo di aver fatto ritirare i tre 
agrimensori che avrebbero altrimenti continuato a costituire 
un' ormai inutile spesa (3). 

Mentre in Lomellina i delegati sardi e cesarei mettevano 
a prova il loro ingegno e la loro furberia per far trionfare la 
causa dei rispettivi sovrani, a Milano e a Torino si seguiva con 
vivo interesse il loro duello diplomatico. Nella capitale piemon- 
tese, oltre e forse più che i ministri, se ne occupava il Be; a 
Milano invece la Giunta Senatoria dei Confini. 

E interessante seguire i verbali delle riunioni da questa 
Giunta tenute dall'aprile al giugno 1723 (4). Dal Barone di 
Engelhard venivano continuamente notizie sull'impossibilità di 
misurare i paesi controversi e i senatori si dibattevano tra il 
desiderio personale di farle misurare con la forza e le necessità 

(1) Lettera del Co. Bolgaro al Re. 5 maggio 1723 (Archivio di Stato di 
Torino, ibidem). 

(2) Lettera del Bar. di Engelhard al Co. Bolgaro. 4 giugno 1723 (Arch. 
di Stato di Torino, ibidem). 

(3) Lettera del Co. Bolgaro al Re. 6 giugno 1723 (Arch. di Stalo di To- 
rino, ibidem). 

(4) Era composta del Presidente del Senato Clerici (il quale però si ammalò 
dopo la prima adunanza* e dei Senatori Marcii. Araciel, March. Melzi e Co. 
-Miro. (Arch. di Stato di Milano. Pacco 189. Confini, Torino, Provv. Gener.). 






- 406 — 

politiche che consigliavano 'li « non rompere »ì il Re 'li - 
degna aveva pur sempre dalla sua la sentenza arbitrale del 171-2 
e il Trattato della Quadruplice Alleanza. Il 5 giugno il SeiL 
Miro in una relazione al Governatore Colloredo l'avverte che 
« in effetto tutte le misurazioni e le <li loro mappe sono per- 
fezionate » ad eccezione «li quelle riguardanti lo terre contro- 
verse, la questione delle quali sarebbe stata rimessa al verdetto 
di arbitri. Dopo aver trovato modo di inveire contro il giudizio 
angle -olandese « da ritenersi adatto nullo, ingiusto e insussi- 
stente » ricorda il Miro « li motivi e ragioni addotte e ben 
l'ondate della Città di Pavia, alle di cui mura pochissimo di- 
scosto giugno il territorio di Campo Maggiore, Tor de' Torti, 
Travedo e San Fedele, la prima delle quali è de' suoi Corpi 
Santi e perciò della Città stessa. E per questa ragione — egli 
continua — dovrebbe farsi la presente misura, la quale giove- 
rebbe iniìnitamente a far comprendere la situazione delle mede- 
sime, e a far capire sia agli Arbitri ai quali si rimetteranno ora le 
differenze, sia a quelli delle potenze se possa permettersi che il 
Territorio ceduto... giunga fino alle porto della Città e Piazza che 
è la frontiera dello Stato ». Per ultimo il senatore osserva « do- 
versi riflettere che il Sig. Duca stesso di Savoia (1) ha sempre 
dubitato tanto della sua ragione sopra quelle Terre che fin adi 
non ha usato giurisdizione alcuna sopra di esse e benché da 
principio lo tentasse non potè conseguirlo... (2) ». 

Se questa affermazione fosse conforme a verità potremo vedere 
quando esamineremo sotto tutti gli aspetti la complessa que- 
stione di quei paesi controversi : ora crediamo opportuno di 
dare un quadro delle altre contese di minor conto che furono 
discusse e risolte tra comunità pavesi da una parte e comu- 
nità lomelline, tortonesi, alessandrine e piacentine, dall'altra. 

(1) Questo scambio di titoli — giacché non si può ammettere che il Miro 
ignorasse la dignità regale di Vittorio Amedeo II può essere un errore mate- 
riale, ma può anche essere espressione del disprezzo, che in parecchi documenti 
troviamo ostentato dai funzionari austriaci per il fortunato sovrano sabaudo 
(Vedi Ardi, di Stato di Milano: Pacco 190, Confini, Torino, Provv. Gener. — ; 
Trattati, Potenze estere, Torino; Trattazione successiva al 1703). 

(2) Consulta del Reggente Seri. Miro dopo la misura de' luoghi controversi 
con S. M. Sarda. 5 giugno 1723 (Arch. di Stato di Milano, Pacco 189... ecc.). 



407 — 





CONTROVERSIE TERRITORIALI FRA: 


Superfìcie 


avese 


Lomellina 


Tortonese 


Alessandrina 


Piacentina 


controversa 


tino 

ario) 


Sabbione (1) 

Mezzana Ra- 
battine (3) 








Pertiche 
388.23 (2) 

11131 


no 


S. Nazzaro 








350.6 


la 


S. Nazzaro (4) 








672.18 


la 


Pieve del Cairo 








1149.5 


la 


Gallia 








203.5 


ora 

pò) 

ì 
• 


Pieva del 
Cairo (5) 

Cambiò 
Cairo 


Tortoua 






412.23 

753.10 

555.- 
2739.— (6) 


> 

ì 




Castelnovo 
Scrivia 


Alessandria 




3341.- (6) 
1699.3 


ra 






Alessandria 




139.6 (7) 


■i 




Ponte Curone 






500.- (6) 


Xaz- 




Casal Noceto 






1339.- (6) 


a 
pò) 








Castel San 
Giovanni 




'orto 












ne 












gna 












ri») 








Piacenza 




ICO 








Vicomariuo 




SCO 

ino 








Castel S. Giov. 
e Mondonico 

Moncasacco (9) 





(Per le note, vedi la pagina seguente) 



— 40H — 

Troppo lungo Barebbe l* elencare tutte \c controvi 
confine dibattutesi al tempo di cui ci occupiamo: allo parecchie 
ora esposte s<; ne dovrebbero aggiungere molte altre, specialj 

(1) Tra queste due comunità p'era discussione per un tratto «li strada coni 
ducente alla Costa e per una possessione dettala Barletta. \<<i 
li confini contro vergi tra lo Stato di Milano //<.'<■ parte della !'■■■■ di V 
la Lumellina, dominio attuale di S. V. Sarda, relazione autentica del Barone 
di Engelhard — 28 maggio 17^ì (Arch. di Stato di Milano— l'acce \H'J. 

ti, Secondo le indicazioni del già citato manuale «lei Martini, \. I' 
Milanese corrisponde a ni. 5 654,5179: era equivalente a 24 tavole, e 
delle quali era i volta, di 4 trabucchi quadri. 

(3) Vertenza studiata dall' Ingi e particolare della Città àW 

Pavia nel maggio 1718 a ripresa poi nel maggio 1723. (Ardi. Civ. di Pavia 
Pacco 349). 

(I) La Cassino Grava fu riconosciuta appartenere alla Gerola : i Vruti del 
Mezzano restarono sospesi (Arch. Civ. di Pavia, ibidem). 

(5) Si trattava del pò di un terreno alluvionale (Arch. Civ,. di Pavia 
Pacco 348). 

(6) Le cifre del perticato sono date tutte dall'Archivio di Stato di Milano 
(Pacco 189... ecc.) ad eccezione di queste riguardanti le controversie tra il 
Pavese e il Tortonese, che si trovano invece nel pacco 349 dell'Arch. Civico 
di Pavia. Nel quale, in data I agosto 1731, si trova una « Ordinatio de pa 
consensu secata in ruma finium ini Uem Derthonae et Communilaiem 
Salarum, unitim rum Cioilale Papiae ». 11 documento conciliativo è firmato 
dal Botticella, delegato cesareo, da Carlo Giuseppe Fantone per la Comunità di 
Sale, da Francesco Opi/./.one Salerna, Pretore di Pavia e da Carlo Alessandro 
Bussetti, delegato di Tortona. — Nella misurazione del 1723 il Principato Pa- 
vese era rappreseli tato da Gio-Batta Benigno del Conte, mentre il BottigelM 
rappresentava la città di Tortona. 

(7) Oltre a questo esiguo tratto di terra (costituito dai beni della Vigna 
Braggera, dell'Isola del Mezzo e di Gesiolo — Arch. Civ. di Pavia, Pacco 
348) tra Pioverà ed Alessandria erano controversi « li Lobii, consistenti — 
come dice l' Engelhard nella relazione del 28 maggio 1723 — in 764 pertiche 
di effetti dispersi in parte ne' Corpi Santi d'Alessandria, però anche parte con- 
tigui al Territorio di Pioverà, e la Parte dove vi entrano certe case, che danno 
la denominazione di Lobii, questa è vicina al sito dove l'anno 1720 con oc- 
casione del serrare li passi di S. M. Sarda per la pubblica salute, vi furono 
per ordine di S. E. [il Governatore, a cui questa relazione è diretta] dal di- 
staccamento militare del Presidio di Pavia strappate le colonne poste dagli 
Alessandrini e messe al sito preteso dalla Com. di Pioverà... Dette Case de' 
Lobii sono ben situate sopra la strada pubblica d'Alessandria ». 

(8) La Campagna Pavese propriamente detta è distinta in Soprana e Sottana, 
nomi equivalenti a Superiore ed Inferiore. 

(9) Per le differenze col Piacentino, che sono di scarsa importanza, vedi 
Arch. Civ. di Pavia (Tacco 348» e Arch. di Stato di Torino, Confini col Pia- 
centino, Mazzo 5. 



— 409 — 

mente tra il Pavese e il Piacentino. Ricorderemo soltanto che 
« erano oggetto di disputa anche i territori della Zelatici, di 
Pissarello e Pilastro, Torre d' Isola ed altri ivi contigui della 
Campagna Soprana, quelli confinanti col Tesino e passanti con 
parte de' loro beni di là dal detto fiume in confino con la Lu- 
mellina... (1) ». Di maggiore importanza era la questione della 
Strada di Gallici — da Pavia a Pieve del Cairo — pretesa dai 
delegati sardi come tutta di libero dominio loro, in contestazione 
con quelli della Girola, clic affermavano essere detto pezzo di 
strada nella loro comunità e quindi nello Stato di Milano (2). I ver- 
bali delle misurazioni del 1723 parlano inoltre di controversie 
tra il Vigevanasco e il Vercellese (Palestro con Prarolo), tra il 
Vigevanasco e la Lomellina (Palestro e Cilavegna — con Rivol- 
tella e Parona), tra il Novarese e la Lomellina (Borgo Lavezzaro 
con Albonese); ma, interessandoci di esse, noi esuleremmo dal 
nostro campo. 

E necessario invece che ritorniamo e ci intratteniamo su 
quelle terre indecise, che nella prima metà del sec. XVIII hanno 
avuto — senza meriti e senza colpe notevoli — il loro quarto 
d'ora di fama mondiale: Campo Maggiore, Tor de' Torti, San 
Fedele e Travedo. 



Chi oggi, varcato il Gravellone — il piccolo canale chiamato 
dalla sorte a segnare per oltre un secolo i confini tra il Regno 
di Sardegna e la Lombardia Austriaca — chiedesse notizie di 
Torre de' Torti, di San Fedele e di Travedo (o Gravedo) si ve- 
drebbe indicate tre frazioni di comune, la prima appartenente 
a Cava Manara, le altre due a Sommo : se invece da Pavia, ri- 
Ci) Arch. Civ. di Pavia, Pacco 349. 

(2) « Premeva a S. M. Sarda che questo pezzo di strada fosse dichiarato di 
sua giurisdizione... per il motivo de' dazzi et perchè essa strada non venisse in- 
barazzata da cavalcatori nostri, quali ivi si portano ad esigere il Dazio... ». 
(Dalla Relazione del Sergente Maggiore Sartirana, delegato di Pavia, del maggio 
1723 — Arch. Civ. di Pavia, Pacco 349). 

il 



— 41U — 

salendo il Ticino, si spingesse fino a Santa Solia, scorger, 
sulla riva opposta del fiume — la destra impo Maggiore, 

frazione 'li Carbonara. I quattro luoghi messi insieme possono 
contare un centinaio circa di fabbricati con un migliaio di 
abitanti (1). 

Che cosa fossero al tempo di cui ci occupiamo ci dice una 
chiara e diligente relazione del '20 luglio 1728, dovuta al Prefetto 
di Mortara, Mangarda (2). « La Terra di Campo Maggiore, com- 
prese Cassine e Casotti sul di lei Territorio, componi' fuochi 
a. 40 in tutto anime 176. Il perticato d'esso territorio ascende 
a Perl. 3000 (3);.. le Reggie debiture si riducono a Fr. 100 per- 
ii civile e Fr. 33.13.4 per il rurale e cosi in tutto di Piemonte 
Fr. 198.13.4 (1), scudo il rimanente perticato esente per privi 
leggi ecclesiastici e mollo antichi. — La Torre de' Torti,, comprese 
le Cassine, compone Fuochi 43 ed anime i J lJ. Il perticato del 
di lei Territorio si è di Pert. 3544...; le Pi. debiture ascendono 
in tutto a Fr. 45:3.14... — Le Terre di San Fedele e Travedo, com- 
prese le Cassine tra ambe compongono fuochi n. 28 ed anime 
196 et il Perticato d'entrambi li territori d'esse (unitamente 
per non poter avere li moderni divisi) consiste in Pert. 3300... 
Le R. debiture ascendono a Fr. 403.6.8 ». Il Mangarda dà inoltre 
notizia di altri redditi delle quattro Terre controverse. « Fatta 
poi anche considerazione del Dritto, si pagarono alla R. Gabella 
del Dacito per {'estrazione de' Risi che annualmente si raccol- 
gono ne' Territori di Campo Maggiore e Torre de' Torti, si cal- 

(1) I risultati dell'ultimo censimento (9 giugno 1911). cortesemente forni- 
timi dai Segretari dei comuni di Cava Manara, Sommo e Carbonara al Ticino, 
danno a Tor de' Torti 473 abitanti, a S. Fedele 448, a Travedo (Vecchio e 
Nuovo) 46, a Campo Maggiore 74. 

(2) Archivio di Stato di Torino, Paesi di muovo acquisto, Lumellina, Mazzo 3 
N. 10 (Documento 11). 

(3) Nei documenti di fonte austriaca (Arch. di Stato di Milano, Pacco 
189... ecc.) sotto la rubrica: Perticato in discussione nelle controversie di con- 
fine riguardanti il Principato di Pavia — la superficie di Campo Maggiore 
è stimata di Pert. 3185, quella di Torre de' Torti di Pert. 2728, e quella di 
Travedo e di San Fedele di Pert. 1452. 

(4) Essendo la lira piemontese composta di 20 soldi e il soldo di 12 denari, 
ed equivalendo essa lira ad Italiane Lire 1,1802712, — la somma qui esposta 
è eguale a Lire It. 234,78 circa. 



— 411 — 

cola a Fr. Ó00 Piemontesi, cioè Fr. 300 per li risi di Campo 
Maggiore e 200 per quelli di Torre de' Torti ». La relazione 
parla infine di una strada « (piale venendo dallo Stato di Milano 
da oltre il Ticino in vicinanza del luogo di Campo Maggiore e 
poscia costeggiando nel Territorio di Torre de' Torti va verso 
il medemo Stato di Milano, traghettandosi il fiume Po mediante 
barca denominata di Rea... » e fa presente al Governo Piemon- 
tese l'opportunità di stabilirvi, presso Torre de' Torti per esempio, 
<■> la posta di Dacito, la quale — in considerazione della notoria 
quantità de' risi e forse altre merci che da cavallari e trafilanti 
si levano nello Stato di Milano e conducono al medemo passando 
por la detta strada — (ridarebbe da sola Filippi ducento 
circa (1); oltreché si verrebbe ad impedire una buona parte de' 
sfrosi che si commettono in pregiudicio delle R. Gabelle tanto di 
S. M. che dello Stato di Milano et a purgare quo' contorni et 
assieme questa stessa Provincia da banditi, malviventi e cingari 
che colà ricovransi ». 

Sulla relazione Mangarda è fondato il parere dei Sigg. Con- 
trollore Gen. Palma e Co. di Saint Laurent, circa il prezzo che 
potevano valere i quattro feudi: tenuto conto di tutti i redditi 
s ; a ordinari che straordinari, essi fissano la cifra in Lire pie- 
montesi 84456. E interessante l'osservazione con cui questi due 
funzionari chiudono il loro rapporto : circa l' eleggere quali 
d'essi quattro luoghi, prescindendo dal motivo politico, il puro 
economico richiederebbe di lasciar Campo Maggiore e prender 
gli altri tre (2) ». Queste parole fanno pensare che in un certo 
momento Vittorio Amedeo non fosse del tutto alieno da una 
transazione che definisse il seccante dibattito e mettesse la sua 
diplomazia in condizione di occuparsi di più importanti questioni. 

I documenti or ora esaminati sono — abbiamo detto — del 
1723; l'Archivio torinese ne serba però altri di data anteriore 
e precisamente del 1723, di queir anno cioè che potrebbe chia- 

(1) Circa Lire Italiane 1172 — poiché il Filippo (scudo d'argento) = L. 
It. 5.86. Vedi il Manuale del Martini, più volte citato. 

(2) Arca, di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Lumellina, Mazzo 3, 
n. 10 (Documento 18). 



- 412 - 

marsi, rispetto al nostro argomento, l'anno delle misurazioni con- 
troverso. Gi sembra opportuni anare ad uno dell'Ing. Audibert 
membro della commissione Babauda (vedi pag. 399); anzitutto 
perchè si tratta del giudizio di un tecnico e in secondo luogo perchè 
definisce più esattamente del Mangarda i limiti territoriali dei 
parsi indecisi 0). « Dans la Province de la Lumelline egli scrive 
— restent compris quatre piècet de Terre qui sont abusivement 
nommés villages, scavoir Torre de Torti, Travedo. San Fedele e 
Campo Maggiore. Torre de Torli n' est compose que d' environ 
20 maisons; il est situé sur le bord de la Còte (2) qui esl 
censée separé... du Siccomaro.,. Son territoire est environné de 
trois cò.tès par ceux de la Cava, de Zinasco et de Carbonara 
Lumelline et le quatrième par une langnc du Territoire du Va- 
radiso, terre du pavois, qui est situé au pied de la susdite Còte; 
et cette langue monte et s'ètend au dessous de la Còte environ 
un demy mil (3). — 5. Fedele est situé entièrement sur la phiine 
de la Lumelline au dessus de la Còte entre les Villages de la 
Cave, Sommo, Zinasco et Torre de Torti; et son territoire est 
separé de celai de la Torre de Torti par un petit espace de 
Terrain... (4) Il n'est compose que de deux cassines et son ter- 
ritoire est uni à celui de Travedo au long d'un petit vallon 
qui descend de la Còte et tombe dans la vallèe du Po. — Travedo 
n'est compose que de deux cassines et il est situé au pied de 
la Còte du coté de la vallèe du Po et est environné par les 
territoires de Zinasco et de Somo. - Campo Maggiore n est com- 
pose que de quatre à cinq cassines et il est situé dans la val- 

(1) Arck. di Stato di Torino, ibidem, Documento 19: « Scrittura mandala 
dal Qaarlier Mastro Audibert ai Co. Provana con lo spaccio di S. M. detti 
14 Dicembre 1723 ». 

(2) Questa Costa è il supercilium vallis Ticini che limita la bassa Lomel- 

liua (Vedi pag. 382). 

(3) A questo punto l'Audibert Annota: « Ils (i commissari cesarei) preten- 
de^ qu'une partie du grand chemin qui va à la Cave passe sur leur territoire 
et cela environ de la longueur de 30 pas ». Si tratta della grande strada Mi- 
lano-Genova. 

(■() L'Audibert ancora annota: «Ils pretendent cependant d'avoir une 
communication entr'eux ». 



— 413 — 

« 

lée du Tésin prés du Port do S. ,e Sophie et son territoire est 
onvi ronné de deux còtés par coux de Sabion, de Carbonare et 
de Limide qui sont a S. M. et les autres par coux de S. Martin, 
village du Siccomaro et de S. te Sophie dos Corpi Santi de Pavie, 
duquel pourtant il est separé par le Tésin. S. Fedele e Travedo 
B'ont point de Paroisse et sont cependant do la Paroisse de 
Somo et dans la mensuration generale du 1549 do l'Ètat de 
Milan les terrains et les biens de Travedo et do S. Fedele ont 
ét(> mesurés avec Somo et anciennoment ils ne fosoient point Com- 
mune a part. mais ils étoient unis à Somo... ». 

Dopo aver lette .queste esplicite testimonianze della scarsa 
importanza dello quattro terre controverso, può sembrare strano 
che le corti di Torino e di Vienna abbiano voluto trasci- 
nare per tanti anni una questione così piccina. Che lo Stato di 
Milano o specialmente Pavia, già privata della Lomellina, tentas- 
sero con tutti i mezzi di impedire che le conseguenze eco 
ftomiche e politiche della cessione avessero ad aggravarsi si 
capisco : diecimila pertiche di terroni fertilissimi, spingentisi 
fin quasi alle mura della Città, potevano rappresentare per la 
povera Pavia una risorsa economica e, in caso di guerra, anche 
il mezzo di vedersi ritardato un assalto improvviso. Mentre l'in- 
sistenza da parte del re sardo, il quale non poteva seriamente 
addurre ragioni economiche, lascia apparir chiaro ch'egli nel 
possesso di quelle terre vedeva soltanto una vittoria diplomatica 
e un tornaconto politico. Su quali ragioni fondava Pavia il suo 
diritto e quali obiezioni affacciavano i ministri sardi? 

Dobbiamo risalire il corso degli avvenimenti e ritornare al 
famoso memoriale pavese del 1711. In osso i rappresentanti 
della Città vogliono dimostrare che Torre de Torti, San Fedele 
e Travedo sono terre del Siccomario e che Campo Maggiore è 
dei Corpi Santi. Per le prime citano: il libro delle Tasse de' 
cu rulli del 1533, il Mensuale Forensium del 1537, il Mensuale 
hontro le Comunità del 1540 e 1541, un'altro Mensuale del 
1556 — dai quali tutti appare che gli abitanti di quelle terre 
pagavano le tasse come facenti parte della Provincia del Sicco- 
mario: aggiungono inoltre altri certificati stesi dai Ragionati e 
da Notai Collegiati, attestanti la solidità delle loro affermazioni. 



— 414 — 

Por Campo Maggiore adducono : una fede del Curato 'li 8. 
Gervaso il quale asserisco che quella Terra, insieme con le I 
sine Oà nove, Casa di s. Spirito, Canarazzo, Casoni e Cantarano 
è iscritta nella sua Parrocchia; una fede dell'Odio pavese 
della Forarla, dal quale risulta che a Campo Maggiore si ri- 
chiedevano carri e buoi, come a membro 'lei Corpi Santi della 
Città; il libro del Catasto del 1565, in cui il perticato di questo 
paese era descritto sotto la parrocchia di S. Gei-vaso. 

II primo dibattito fra i due governi aspiranti al pò di 

quelle terre avvenne nel 1712 a Milano, nelle assemblee che 
precedettero il giudizio arbitrale anglo-olandese. 

Sostenevano i commissari imperiali doversi ritenere quei 
paesi rispettivamente del Siccomario e dei Corpi Santi di Pavia: 
a) dall'evidenza del fatto, b) dall'ispezione oculare, cj dalle at- 
testazioni de' Parrochi, d) dai libri d'estimo, e) dalla vicinanza 
a Pavia, f) dalle attestazioni dell'Uffizio di Pavia, civile e crimi- 
nale e del Commissariato Generale, g) dal non avere in quelle 
Terre i ministri di Savoia esatti i carichi. Contrapponeva, a 
nome dei colleghi, l'Intendente Generale Fontana: 1) una fede 
del Sindico Generale della Lumellina, testificante il pagamento 
del censo del sale con detta Provincia ; 2) un istromento di ven- 
dita del 22 luglio 1720, in cui le quattro terre vengono sempre 
nominate nella Lomellina, Principato di Pavia; 3) il libro dei 
daciti; 4) la nota data fuori dalla Città di Pavia alla Prov. Lu- 
mellina per regolarne la scossa ; 5) il libro intitolato Descri- 
zione delle entrate camerali, presentato dal Senatore Giulini (1). 
Dopo la sentenza del 27 giugno, completamente favorevole 
al Duca di Savoia, le dispute si assopirono per risorgere poi 
più vivaci nel 1723. Osserva un documento di quell'anno che 
« nonostante il Re di Sardegna ne abbia preso possesso nel 
1707 (2), le quattro terre sono restate in sospeso né in esse ius 
dicono i giudici di S. M. né quelli della città di Pavia e del 

(1) Arch. di Stato di Torino. Paesi di nuovo acquisto, LumelUna, Mazzo 3 
n. 10 (Docum. 1). 

(2) Esse avevano infatti prestato giuramento, come comunità per mezzo dei 
consoli (Vidari, Fraoim. Cronist... ecc. Ili, 261) e. come feudi per mezzo dei 
rispettivi signori (Vedi pag. 379). 



- 415 — 

Stato. Cos) pure non pagano li possessori carico né all'uno 
nò all'altro » (I). Da parte del governo piemontese si continua 
ad insistere perchè venga riconosciuto il diritto del Re di Sar- 
degna. TI Co. Bulgaro, come abbiamo visto, ottiene di non far 
misurare dai Commissari imperiali le terre indecise e il raggiun- 
gilo del suo proposito costituisce poi un documento in fa- 
rorc dolio protose sabaude; da Mortara e da Alessandria si 
tentano di tanto in tanto, quasi sempre con esito felice, atti 
giurisdizionali, di cui la Corto di Torino si fa forte di fronte 
a quella di Vienna ; si ricorre perfino a sillogismi, che a noi 
oggi sembrano ridicoli, ma che nel settecento potevano anche 
trovar fortuna. Dice, ad esempio, un anonimo relatore piemontese: 
« // Siccomario — cui appartengono S. Fedele, Travedo, Torre 
■ lo* Torti — è alluvione, secondo Bernardo Sacco; l'alluvione 
n acquista dal territorio prossimiore ; la Lumellina, essendo 
territorio prossimiore, comprende anche le tre terre contro- 
certe ». E ancora: « La Lumellina è penisola, secondo lo storico 
Flavio Biondo; ma se la consideriamo disgiunta dal Siccomario 
e dai Corpi Santi - fra i quali si vuol mettere Campo Mag- 
giore — non lo è più; dunque essa non è disgiunta (2] ». 

Ad atti giurisdizionali non mancava certamente occasione 
in quei paesi (3). 

(1) Arch. Civico di Pavia. Confini. Pacco 349. 

2 Arch. di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Lumellina, Mazzo 3, 
i). 7 (Doc. I). 

(3) Ne ricordiamo alcuni, tratti da una « Memoria de' titoli e possesso della 
Reni Caso di Savoia sovra le Terre di Campo Maggiore... ecc. »: 1) Sentenza 
del Prefetto della Lomellina (giugno 1724) contro un G. B. Facchinetto, che 
:cise in Travedo un Carlo Formaggio : le lettere di bando furono pubblicate 
a S. Fedele; 2) inchiesta per un ferimento avvenuto in S. Fedele; 3) altre in- 
chieste in Campo Maggiore negli anni I726-I72W; 4) inseguimento in Campo Mag- 
giore di un disertore Ludovigo zingaro nel 1728; 5) arresto di uno zingaro che 
fuggiva alla vista dei dragoni in Torre de' Torti. (Arch. di Stato di Torino, 
ibidem, Mazzo 3, n. 7). 

Da un lettera del 7 settembre 1726 (il March, di Villasor da Milano al 
March, di Rialp a Vienna) apprendiamo inoltre l'esistenza di un rapporto 
del Maresciallo Co. Sorniani, comandante di Pavia, sempre in ordine a questi 
tentativi sabaudi. « Al 10 del scaduto mese — scrive il Sormani — si portò 



— 410 - 

Abbiamo già sentito il Prefetto Mangarda lamentare ch'ei 
servissero ili ricetto a banditi, malviventi e zingari : i documenti 
degli archivi insistono spesso su questo punto ed invocano la 
fino di uno stato di cose veramente deplorevole. Certo Audiffredi 
« Directeur des fermes dans le departemenl d'Alessandria e Lu- 
mellina », in una memoria al Generale Deportes scrive: « // 
y a aux confins de la Lumelline, proehe de la Cave et Somo 
à troia milles de Pavie, troia villages, qu'on appelle indi 
scavoir S. Fedele, Tour de' Torli, et Travedo, qui ne reco- 
noissent aucun souverain, dans lesquels se soni unis de tonte 
part et font leur demeure une troupe de quatre vingts <-o- 
quins environ, qui se disent Boerniens, mais la plus pari 
soni des deserteurs d' un Estat et de Vanire, des voleurs et 
d'autre pareille cariatile, qui tir cut de voler les pauvreì 
paysans de la Lumelline, lesquels ne peuvent s'opposer à 

alle Terre indecise di S. Fedele e Torre de' Torti il Notano Attuario di Mortara 
Tomasino, col giurato di Gropello Gius. Bertoldo, facendo chiamare a sé i con- 
soli delle antedette Terre pretendendo premurosamente d'admetterli nel pose 
della pretura d' essi luoghi indecisi: e perchè li citati consoli ricusarono d"ac- 
consentirvi in una richiesta contraria agli ordini... de* quali restano fino a questa 
parte muniti, il detto Attuario Tomasino di Mortara gli prescrisse il termine di 
tutto il giorno di Domenica I settembre a dargli nel luogo di Villanova Ardenghi, 
ove li stava attendendo, positiva risposta sopra la richiesta a loro fatta: in 
mancanza della quale li minacciò di mandarli a prendere legati per il collo 
(con amenazar A los consules, que quando no fuesen puntuales en la <i. resp^ 
embiaria a tomarlos ligados por el citello) ». Il Ministro Castelli interpellato 
dal Governatore (il Conte di Dami, dal 24 dicembre 1725) dichiara di non sa- 
perne nulla e, come al solito, prende tempo, dichiarando di scrivere a Torino. 
E da Torino — visto che il colpo non era riuscito — si risponde che il To- 
masino aveva agito di sua iniziativa! (Arch. di Stato di Milano. Pacco 189, 
Confini, Torino, Provv. Gener. — Arch. di Stato di Torino, Paesi di nuovi 
acquisto, Lumellina, Mazzo 3, n. 10 (Doc. 10). 

Un ultimo documento. Da un rapporto del Comandante di Pavia Ce. Sor- 
mani del 30 giugno 1728 : « Nella Cassina Nova distante circa tre miglia da 
questa Piazza e situata nel Territorio limitrofo di Campo Maggiore, arrivativi 
alle sei di questa mattina 50 cavalli Piemontesi, legarono tutti quei abitanti, 
registrando minutamente tutto quel luogo, né avendo forse ritrovato chi cer- 
cavano, lasciati in libertà i legati se ne partirono senz'altro dire, solo che 
andavano in traccia di un malfattore » . (Arch. di Stato di Milano. Pacco 189.. ecc.). 



- 417 - 

leur force, étant armés de toute sorte d'armes, et d'escorter 
tons les contrebandiers, qui portent le faussonage dans la 

Lumelline ou uni transitent par la dire Province avec sei 
ri tabac oh des marchandises sans en payer ics droits... ». 

L'Audiffredi ricorda quindi che alcuni anni prima — la sua 
memoria e dell' 11 maggio 1731 per un accordo intervenuto 
tra l'Imperatore e il Re — s'era riusciti a chasser et denicher 
ces coquins de dittes Terres, riunendo contro di loro un di- 
staccamento della cavalleria pavese e uno della Lomellina: e 
conclude affermando che « le trós grand dommage qui en 
muffre V interest des Fermes de S. M, et le bien du public 
requie ri qu'on en fit de méme à present » (1). Ma questa ra- 
gionevole, opportuna proposta non deve essere stata accolta, 
poiché i contrabbandi, i ladronecci e i fatti di sangue continua- 
rono con impressionante frequenza anche negli anni seguenti (2) 
Quando nel 1733 le vicende della guerra europea perla succes- 
sione di Polonia portarono il battagliero erede di Vittorio Ame- 
deo. Carlo Emanuele III, alleato di Francia, alla occupazione del 
Milanese, ogni controversia avrebbe dovuto essere eliminata: il 
Signore della Lomellina era divenuto per conquista padrone 
anche dello Stato di Milano e Pavia poteva esser soddisfatta di 
veder riunito il suo principato sotto un solo sovrano. Invece, 
dopo circa un anno dall'ingresso dei franco-sardi, il 25 novembre 

734, il R. Fisco presenta al Re sabaudo una consulta in di- 
fesa dell' integrità territoriale dello Stato, minacciata da al- 
cuni ordini dell'Intendenza Generale di Alessandria (3). « Con- 
stans semper fuit — comincia il documento — non minus apud 
Fiscum quam apud Senatum quod Terra Campi Maioris una sit 
ex iis Corporum Sanctorum Civitatis Papiac; Terre autem Tra- 

()) Arch. di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Lurnellina, Mazzo 3, 
n. 10 (Doc. 12). 

(2) Vedi, fra le tante, una relazione in data 22 luglio 1732 del Podestà di 
Pavia, Giuseppe ftiov. Antonio Catlaneo sur un fatto di sangue avvenuto a 
Torre de' Torti (Arch. di Stato di Milano. Pac. 189. Confini, Torino, l'rovv. 
Gener. . L'interessante documento è riportato per intero in Appendice. 

(3 Arch. di Stato di Milano. Pacco 189... ecc. 



- 418 - 

vedi. Sancii Pidelis et Tuitìs de Tortia ex iis sin» Squadre 
l'umani Principatu8 Papié...; ac plerinde clara sii predtctorum 
locorum omnium pertinentia ad Civitatem et Principatum Papié, 
nullatenus vero ad Provinciam Lumellinam; sul» cuiua ideo tra- 
ctatu ceaaionia stipulato anno 1703 intcr Ceaarem Lcopoldum 
ac Regcm Victorium Amedeum immortalia recordationie Prin- 
eipea ea minime comprehondantar ». Ricorda poi gli atti giuri- 
sdizionali compiuti nei procedenti anni dai funzionali picmoi 
ed all'Anna che que8ti atti furono dal governo sconfessati. I'] 
continua: << Ilic orat veruni status sub anteacto gubemio. Novis- 
sime a li. Papié Curia Pretoria — cui occasione novitatis tentate 
ah Intendenza Generali Alcxandric imponcudi ac requi rendi 
quedam onera a Corporibus Sanctis predicte Civitatis Papié. 
iniunctum fuerat pei 1 Junctam Gubernii (1) ac per Senatum ut 
infonnatioues assumere», et prò consueta diligenza invigilare! 
no quid fieret in prejudicium iurium territorialium Imius domi- 
ni]'... — relaturn est quod post ingreasum victricium armonia 
S. M. in Mediolancnsom Statum plura innovata fuerint contra 
predictas terras ex latore Pedemontane poteatatia ». Conclude 
esprimendo la speranza che, postquam ut&rque Principatus sub 
uno eodemque principe vivit, non vengano arrecati nuovi 
maggiori danni allo Stato di Milano. 

Alla lettura di questo documento sorge giustificata la do- 
manda: quale interesse si doveva avere per insistere in una 
divisione che lo stato attuale delle cose rendeva soltanto appa- 
rente? La risposta si affaccia non meno giustificata della domanda. 
Gli estensori della consulta prevedevano, e forse in cuor loro 
speravano, che il regno di Carlo Emanuele fosse di corta durata. 
Alla previsione potevano essere indotti dalle mutevoli vicende 
politiche e guerresche; alla speranza, dall'odio contro gli alleati 
del Re sardo. 

Comunque sia, gii avvenimenti dissero legittime le loro 
preoccupazioni. Nei preliminari di pace segnati a Vienna il 3 
ottobre 173ó tra il Re di Francia e l'Imperatore si stabilì che 

(1) La Giunta di Governo, istituita da Carlo Emanuele III, aveva l'ufficio 
e l'autorità del Governatore (Vedi a questo proposi io il Carulti, il Cusani, ecc.). 



— 419 — 

a Callo Emanuele, oltre a due provincie da scegliersi fra Tor- 
lonese, Novarese e Vigevanasco e alla superiorità territoriale 
sui feudi delle Langhe, fosse dato il possesso di S. Fedele, 
Torre de Torti Travedo e Campo Maggiore, en conformità de 
la sentence prononcée par les arbitres en 1712 (1). Lo con- 
cioni furono poi definitivamente sanzionate nell'art. Vili della 
Pace di Vienna del 18 novembre 1738 (2). 

Le quattro terre, definitivamente aggregate alla Lomellina, 
- irono di vivere fuori del diritto comune. In mezzo ai benefici 
che dovettero certamente sentire nella loro nuova condizione, 
sorse, per un momento, un grave pericolo: quello di dover 
pagare tutti i carichi arretrati dal 1707 in poi. Ma il decreto fu 
revocato, in seguito a ricorso dei proprietari interessati « la 
pili parte dei quali, sentendosi questa pinola alle spalle si 
era disposta a perdere i fondi » (3); e i minuscoli paesi ritor- 
narono nelP oblio donde gli intrighi di gabinetto li avevano 
tratti. 



* 
* * 



Anni di decadenza e di miseria furono per Pavia quelli tra- 
scorsi dal trattato di Utrecht alla Pace di Vienna. 

Un'epidemia, scoppiata in sul finire del 1713, continuata nei 
due anni seguenti, poi soffocata, indi risorta con maggior vio- 
lenza nel 173G distrusse gran parte delle bestie bovine con 
(pianto danno dell'agricoltura e con quale inasprimento del 
prezzo delle carni si può facilmente immaginare (4). La peste, 
scoppiata a Marsiglia e diffusasi nel 1721 in Italia, mise in 
apprensione il Comune di Pavia e lo costrinse ad energiche 
misure di sanità, le quali fortunatamente riuscirono ad impedire 
l'introduzione del morbo: a San Martino Siccomario fu costruito 



(1) Traile Publics... etc. Tome II, p. 462 e segg. (art. 5). 

(2) ibidem, pag. 467. Carlo Emanuele, com'è noto, scelse Tortona e Novara. 

(3) Fenini, Diario, 1736. Il decreto era in data l settembre. 
4) Fenini, Diario. Yidari. Framm. Cronist... Ili, 275. 



— 420 — 

un lazzaretto destinato a ricevere persone e merci provenienti 
dai luoghi sospetti del Piemonte (i). 

\ tutto questo si aggiunse nel 17.T5 lo scoppio il<'ii;t guerra 
per la successione di Polonia. Morto Augusto il di Sassonia, chej 
aveva regnato ad intervalli sul trono polacco dal 1697 al 1733, 
la dieta nazionale aveva eletto re Stanislao Leczinski, già com- 
petitore di Augusto II, mentre una fazione <ii nobili gli aveva 
opposto il tiglio Hi quest'ultimo, Augusto III. La lotta tra qt 
due aspiranti si allargò lino a divenire una conflagrazione eu 
ropea, e mise di front*; la Francia, sostenitrice del Leczinski, 
(Luigi XV ne ora genero) alleata alla Spagna e al Re <li S 
degna, e l'Austria alleata alla Prussia e alla P.ussia. Lungi dal 
voler seguire le complicate vicende della guerra, noi ricordiamo 
soltanto che il 31 ottobre un corpo di milizie francesi, coman- 
dato da un generale, occupò Pavia, nella (piale entrò il .'i no- 
vembre Carlo Emanuele HI l . Seguiamo nel Diario del Fenini 
la narrazione dell' ingresso dei francesi. « Questa notte (il ?>\ 
ottobre) circa le ore tre è venuto un general francese con circa 
3)00 soldati. La Città gli è andata incontro portandogli le chiavi 
della Città. Quelli si sono squadronati alla Piazza Grande e in 
Strada Nova e il Generale si portò in Città dove ha mostrata 
di avere l'ordine di mettere a fuocho e fiamme la città, diman- 
dando anche che voleva il Prevosto di San Teodoro per i cat- 
tivi trattamenti usati alla guarnigione francese che era di presidio 
nell'anno 1706... Le Città non ha mancato di perorare con tutto 
le maniere esibendo anche una contribuzione, ma il tutto era 
fiato tratto al vento. Allora il Marchese Belcredi gli disse che 
facesse pure quello che voleva, che con tre ore di campana 
si sarebbero difesi ; si ricordasse di un popolo disperato die 
pub fare con poco molto. Essendo in questo tempo arrivato S. 

(1) Fenini, Diario. Vidari, Framm. Cronist. Ili, 263. 

(S) Cusani, Storia <l\ Milano. II. 218. Il Fenini. scrive che la Città era ri- 
masta sguarnita, essendo le truppe state inviate a Milano, e che, all'annuncio 
della vicinanza dei francesi, « preti e frali a gambe se ne andavano ». Questo 
contegno, se vero, contrasta con l'ardire bellico da cui abbiamo visto invaso 
il clero durante l'assedio del 1706 (Vedi Cap. I. pag. 371). 



— 421 — 

E. il Sig. Marchese Dos Generale di S. M. Sarda, ha combinato 
amichevolmente il tutto e la città è rimasta illesa » (l). 

A parto l'episodio del minacciato suono delle campane, il quale 
ricorda troppo da vicino la famosa risposta di Pier Capponi, 
niente di più naturale che i Francesi, memori delle sommosse 
popolari del 1706, siano entrati in Pavia con sentimenti poco 
benevoli verso la città imperiale: l'aver poi combinato amiche- 
volmente il tutto lascia comprendere eh' essi a una vendetta 
violenta preferirono l' imposizione di una forte contribuzione di 
guerra. Ma quando il 3 novembre dell'anno seguente lasciarono 
la Città, cedendo il posto a una guarnigione mista di spagnoli 
e Piemontesi, non seppero frenare il loro odio e lo sfogarono 
appiccando il fuoco alla caserma ov' erano alloggiati (2). 

Non soltanto i Pavesi erano esposti alle ribalderie dei soldati 
di Luigi XV, né soltanto in essi s' era venuto acuendo il 
senso di avversione e di antipatia verso i Francesi e verso il 
dominio franco-sardo che col loro intervento s' era instaurato 
nello Stato di Milano. Carlo Emanuele III (al quale nel patto 
d'alleanza stretto in Torino il '2(5 settembre 1733 era stato pro- 
messo tutto intero il Milanese (3)) o per innata moderazione o 
per interesse politico, cercava di porre argine alla insaziabile 
rapacità del suo alleato, arrivando perfino a rinunciare alla parte 
di diaria spettantegli (4); mentre, organizzando una amministra- 

(1) Fenini, Diario. 

( 2 ) « Oggi sono partiti tutti i francesi stazionati in Pavia e sono entrati 
circa 3000 uomini di Spagnoli e Piemontesi; ma li Francesi prima di par- 
tire, quelli che alloggiavano alla Caserma Medici gli hanno dato il fuoco; 
non avendolo potuto dare a tutta la Città hanno voluto far vedere il suo mal 
animo contro Pavia ». Fenini, Diario 1731, 3 novembre. 

(3) « S. M. Très-Chrétienne (Louis XV) s'engage de plus à ne cesser la 
guerre qu'après avoir couquis et procure à S. M. le Roi de Sardaigne la réelle 
possession de VEtat de Milan en entier lequel devra lui appartenir d'orésena- 
vant. avec tous ses droits, appartenances et dépendances... » (Art. Ili, del 
Traiti' r't articles separés et secreta d'alliance offensive et difensive entre S. 
M. le Roi de Sardaigne et S. Majesté le Roi de France. Twin 1733, 26 
7mbre, nel più volte citato Tome II dell'opera Traités publics... etc. p. 444). 

(4) Cusani, Storia di Milano. II, 234. 



— 422 — 

/ione di persone competenti e del paese, tendeva a dare impulso 
di vita nuova allo Stato depresso e sempre più decadente 
Tua prova dei retti intendimenti del re sabaudo l'ebbe anche 
Pavia a proposito di una vertenza insorta Ira i suoi Corpi Santi 
e la Lomellina. 

Dal Sindico Generale di questa Provincia nel giugno 1731 
fu trasmesso alla Congregazione 'lei Corpi Santi di Pavia un 
tanteo, in cui le si faceva carico di pagare Lire 7< 19.9.9 di 
Piemonte nelle mani de] Commissario Rurale di-ila suddetta 
Provincia (2) per l'anno 17H. cioè Lire 080.12.0 per la quota 
con la quale i Corpi Santi concorrevano a sgravio della Lumellina 
prima della sua smembrazione ed altre 128.17.4 per la colonica 
che pure in tal tempo alla Lomellina si pagava. A nomi- e per 
incarico della Congregazione, i deputati di essa Co. Frane* 
Gambarana e March. Pietro Francesco Carminale; insorsero emiro 
questa indebita ed ingiusta pretensione e indirizzarono al Re 
una protesta, rifacendo la storia dei carichi che i Corpi Santi pa- 
gavano alla Lomellina e domandando che non venisse loro fatto 
un tale ingiusto sovraccarico nò per il medemo fossero mole- 
stati come gli veniva minacciato. 

La Lomellina, essi dicevano nel loro ricorso, prima dello 
smembramento era parte del Principato di Pavia e concorreva con 
esso a tutti i carichi regi. Poiché in tale concorso s'incontrava 
difficoltà ne' riparti per la diversità delle quote nelle rispettive 
Provincie componenti il Principato, fu, di comune consenso delle 
medesime, unita la quota proveniente dalla colonica de' Corpi 
Santi e di alcune Terre del Siccomario alla Lumellina, per ri- 
durla con questo sussidio all'eguaglianza con le altre parti nel- 
l'annuale distribuzione delle comuni gravezze. 

Dopo lo smembramento cessò il motivo del concorso e per 
conseguenza i Corpi Santi non ebbero più alcuna connessione 
con la Lomellina, come territorio del tutto distinto; e invece 
del peso che essi sostenevano con la detta Provincia fu loro 

(1) Vedi il cap. Vili del voi. II, del Cusani. 

(2) Certo Gio-Batta Marchetti, abitante a Cozo. 



- 423 — 

addossato l'obbligo di mantenere le due strade che vengono a 
terminare al Gravellone, atteso che una tale manutenzione era 
a carico di tutta la Lo meli ina, la quale più non poteva essere 
costretta a provvedervi, ed essendo d'altra parte la manuten- 
zione slessa troppo necessaria per conservare facile l'accesso 
alla Città. 

Orbene: i Corpi Santi hanno sempre adempiuto l'obbligo 
loro, con grave dispendio, che spesse volte ha ecceduto l'im- 
portanza della colonica, trattandosi di terreno fangoso, sog- 
getto a frequenti mondazioni. Insussistenti erano dunque le ra- 
gioni del nuovo carico per un dato di fatto e per una conside- 
razione di giustizia : perchè cioè la Lumellina nulla aveva più 
a che fare col principato di Pavia e perché i Corpi Santi non 
dovevano essere condannati a pagare un doppio carico. 

Le stesse cose disse sott' altra forma il Fisco nella sua 
consulta del il agosto e tutto riassunse nella sua istanza 
la Real Giunta di Governo: il Senato deliberò in merito il 2 
settembre. Dal Campo di Sabbioneta, il 10 ottobre, rispose Carlo 
Emanuele, dopo di avere interpellato in proposito l'Intendente 
Generale di Alessandria, il quale non aveva saputo dare spie- 
gazioni convincenti: « Voi ben imaginate — diceva il dispaccio 
reale — che non abbiamo noi saputo approvare un tal passo 
da esso Intendente ultroneamente fatto senza la precedenza di 
alcun ordine e perciò gli abbiamo comandato di sospendere 
ogni molestia alli detti Corpi Santi per questo fatto e di non 
pigliar in esso maggior ingerenza, riserbandoci noi di far mag- 
giormente chiarire, bisognando, quest'affare e dare quella più 
positiva risoluzione che potesse essere conveniente. Ve ne te- 
niamo intesi per vostra notizia e vi servirà questa di sicuro 
contrassegno del gradimento con cui abbiamo accolto le vostre rap- 
presentanze su di questa materia ». Tale aperta sconfessione del- 
l'opera di un troppo zelante funzionario fatta da un re è certa- 
mente notevole : essa segnò la vittoria dei Corpi Santi, i quali 
per l'avvenire non furono più molestati (1). 

(1) Tutta la questione da noi riassunta è sparsa in vari documenti del 
Pacco 189 (Confini, Torino, Prow. Gener.) dell' Arch. di Stato di Milano. 



- 424 — 

Ma il saggio G scrupoloso governo del Re 'li Sardegna non 
valse a preservarli» dall'avversione dei nuovi sudditi. i quali 
sospiravano il ritorno degli imperiali. « La somma inclinazione 
— lasciò scritto Gabriele Verri di tutto il pubblico 

imperiali per l'avversione al dominio del re di Sardegna, benché 
(inora giusto, provvido e pieno di desiderio di guadagnarsi Tal- 
fetto dei popoli, è per li grandi danni cagionati dalle truppe 
francesi. Tutta la città di Milano [e noi possiamo aggiungere 
anche quella di Pavia] desidera il ritorno de 1 Tedeschi, benché 
da loro l'ossero questi popoli sommamente aggravati - ! . 

Ma, oltre all'odio suscitato dai francesi, un'altra ragione — 
che d Gusani e il Carutti adducono (2) senza annettervi però 
tutta l'importanza che a parer nostro merita — rendeva avversa 
al nuovo regime la nobiltà lombarda : il timore che Carlo Ema- 
nuele volesse essere un re sul serio. « L'avarizia... della corte 
[austriaca] e la tarda maniera del suo procedere faceva che i 
nobili delle provinole lontane si arrogassero autorità incompe- 
tente nelle signorie loro, quelle governando a guisa di sovrani. 
Né i governatori bastavano a frenare l' immoderata licenza, 
perchè ad ognuno era lecito di richiamare all' imperatore e a 
Vienna; e portandosi munito di raccomandazioni e di regali, 
ritornava poi alla sua casa per lo meno assoluto, se non anco 
fregiato di qualche grazia. E questi tali vedevano benissimo 
sovrastar loro sorte diversa, giungendo mai ad avere un signor 
proprio che da vicino li riguardasse... La nobiltà milanese nu- 
driva avversione grandissima alla Casa di Savoia, sotto di cui 
non avrebbe mai voluto capitare a verun patto » (3). 

(1) Dalle Memorie manoscritte di Gabriele Verri alle quali il figlio Pietro 
appose il titolo: Memorie sugli Avvenimenti del 1733 e della dominazione 
Gallo-Sarda nel Milanese, scritte in forma di cronaca da mio padre. Il brano 
da noi citato è riferito dal Cusani, (Op. cit. II, 241). 

(2) Cusani, Op. cit. II, 241. Carutti, Storia del Regno di Carlo Emanuele 
III, Voi. I, pag. 69. 

(3) Foscarini, Storia Arcana, Libro I. Il Foscarini fu ambasciatore della Re- 
pubblica Veneta presso il Re di Sardegna e lasciò sul governo di Vittorio 
Amedeo II e su Carlo Emanuele III molte notizie e profonde osservazioni. 



— 425 — 

Dopo questa parentesi di carattere generale, ma necessaria 
a lumeggiare i fatti particolari che c'interessano, torniamo a 
Pavia. 

Nel giugno 1735 ai mali della guerra s'aggiunse la carestia 
del grano. « Già s' avvicinavano alla messe le spiche — scrive 
il Fenini — e si mirava un superbo apparato nelle campagne, 
quando all'improvviso sorse dal mezzodì un vento caldo, che 
disseccò insieme con ogni umor delle spiche ogni speranza de' 
poveri agricoltori. Appena si raccolsero, e non da. tutti, le se- 
menti e queste ancora si sfigurate e lorde che sembravano 
inette per consegnarsi di nuovo alla terra... Disastro somma- 
rne, ite terribile, tanto più perchè non si poteva ottenere soc- 
corso da vicini involti nella medesima calamità, essendo 
perciò convenuto alla Città cercar grani da paesi remoti con 
immense somme d'oro, affinchè non perisse di farne il popolo 
il quale inoltre stava sotto il flagello della guerra e veniva 
spolpato da tutte le nazioni... ». 

Era proprio così. Per soddisfare l' ingordigia francese, e per 
riparare in qualche modo all' enorme debito accumulatosi in 
seguito all' impossibità dei sudditi di tenersi al corrente col pa- 
gamento della gravosissima Diaria, Carlo Emanuele aveva invitato 
il 23 aprile 1734 con' un editto tutti gli abitanti dello Stato a un 
prestito volontario; e, poiché ben pochi avevano risposto al- 
l'appello, avea fatto compilare dalla Giunta di Governo un 
elenco di tassabili per una somma complessiva di lire 3.174.000. 
Una deputazione dei colpiti dalla nuova imposta - di essa 
faceva parte il grosso proprietario pavese March. Giovano — si 
recò a Parigi per domandare la sospensione o l'alleggerimento 
dell'enorme peso, ma dovette ritornare senza aver potuto otte- 
nere udienza né dal Re né dal suo ministro, il Cardinale 
Fleury (1). La riscossione però rimase in gran parte insoddi- 
sfatta: alle continue insistenze del governo francese, rispose il 
17 giugno 1736 la Congregazione di Stato con una memoria 
a stampa diretta al maresciallo Duca di Noailles, (2) in- 

(1) Cusani, Op. cit. II, 235 e segg. 

(2) Il Fenini pone l'ingresso in Pavia di S. E. Adriano Maurizio di Noailles, 
maresciallo di Francia, sotto la data del 21 marzo 1735 e dice di lui : « In questo 

12 



— 496 — 

tesa a dimostrare non solo il disobbligo dello Stato ma anche 
ìh di lui fisica intimidì. <i. Questa relazione, infarcita di cita- 
zioni classiche, consigliatiti la moderazione e la clemenza ai 
conquistatori, è notevole per l'acutezza «li alcune osservazioni 
e perchè rispecchia chiaramente la miserevole realtà delle i 
nello Stato di Milano; in quello stato che Carlo Emanuele III 
avrebbe voluto restituire al suo pristino splendore, con l' intro- 
durvi la popolazione e il commercio quali erano al tempo dei 
duelli, quando vi fiorivano in modo da renderlo il più ricco e 
piiì possente Stato d' Italia (3). 

Al Duca, il (pialo aveva asserito che le truppe del Re 
Signore avevano sparso del denaro in somme considerabili^ 
e che perciò queste indennizzavano con vantaggio il p< 
e lo abilitavano a pagare ciò che doveva, la Congregazione 
obbietta: « Il danaro non fu dalle Truppe Francesi sparso indio 
Stato, ma la maggior parte di esso è entrata nelle borse degli 
abitatori de* Paesi finitimi e da dove sono venute le Merci, le 
Vettovaglie e li grani che la scarsezza de' raccolti non ha per- 
messo che si somministrassero da questi Nazionali, né la me- 
noma parte che per avventura si sarà spesa nello Stato mede- 
simo ha potuto indennizzarlo con vantaggio, anzi un tale assunto 
è tanto lontano dal vero quanto è certo che all'universale del 
Paese niuno o poco utile egli ha recato ». 

« E chi non sa che li danari che si spendono dagli eserciti 
vanno quasi tutti in profitto de' Negozianti ed Appaltatori, 
che sono per lo più pochi, e poco di profitto ne ritraggono 
li privati, che vivono delle loro Entrate, e molto meno gli 
Abitatori delle Terre e li Contadini, li quali sono appunti 
quelli che sostener debbono il principal peso della guerra 
coi frutti dei beni loro e dei loro sudori, dovendo massima- 
mente gli Uomini di Campagna torre dal proprio quotidiano 

signore gareggiava la felicità della mente con la bontà del cuore, la generosità 
con la splendideiza ». Noi non possiamo dire se i contemporanei fossero della 
medesima opinione. 

(3) Cusani, Op. cit. II, 230. Dalla corrispondenza tra il Fiscale Colla e Carlo 

Emanuele III. 



- 427 — 

sostentamento li carichi che pagar debbono pel loro solo perso- 
nale obbligato anche agli alloggiamenti e a tante altre giornali 
fazioni ». 

« E se in questi due anni sono saliti li grani ad eccessivi 
prezzi non è tale eccesso ridondato in beneficio del paese e 
particolarmente della Plebe e dei poveri Artigiani e Contadini 
che soffrono una gran parte dei Tributi, ma in loro manifestis- 
simo danno, provando appunto l'eccessività dei prezzi la scar- 
sezza dei frutti della Terra, unico nervo e sola sostanza dello 
Stato, il quale neppure tanti ne ha raccolti quanti necessari 
erano a pascere li suoi Abitatori... (1) ». 

Questo il quadro doloroso del Milanese alla vigilia del Trat- 
tato di Vienna. Eppure il popolo lombardo, così depresso, avvi- 
lito, affamato, sentiva ancora la possibilità di un risorgimento 
e guardava alla pace come all' unica ancora di salvezza. Quando 
il 80 novembre del 1738 si diffuse in Pavia la sospirata notizia, 
inesprimibile fu il giubilo dei cittadini, lusingandosi ognuno di 
godere per gran tempo i frutti della tanto desiderata pace 
che oramai sembrava con uno stabile chiodo fissata (2). 

Era purtroppo una vana lusinga. Il metaforico chiodo del 
cronista pavese era stato fissato a un edificio troppo poco solido, 
che alla prima raffica doveva essere travolto. E Pavia, nel 
nuovo tumulto di guerra, era destinata a soggiacere ancora una 
volta agli arbitrii delle grandi Potenze. 

(1) Arch. Civico di Pavia. Pacco 468. 

(2) Femni, Diario, 30 novembre 1738: 






- 428 - 



CAPITOLO III. 

// secondo smembramento 

e 

il Trattato austro-sardo di Commercio del 1751. 

La paco di Vienna del 173S, ponendo fine alla questione di 
trentanni dibattentesi relativamente a Campo Maggiore, Torre 
de' Torti, San Fedele e Travedo, ne aveva lasciato insoluta 
un'altra, forse meno nota, certo non meno grave: la controversia 
per alcune terre dell'Oltrepò Pavese che la Corte di Tonno 
sosteneva incluse nella cessione del 1703, mentre lo Stato di Mi- 
lano e con particolare insistenza Pavia lo negavano in modo as- 
soluto. Quelle terre - abbiamo avuto già occasione di ricordarle 
parlando dell' arbitrato anglo-olandese del 1712 — erano Bas- 
signana, Pezzetto (o Pecetto), Rivarone e Pietra (p Preda) de 
Marazzi, poste tutte quattro fra il Po e il Tanaro, a non molta 
distanza da Valenza (1). Nelle prime suppliche, Pavia s'era 
affannata a dimostrare che quei paesi appartenevano al suo 
principato ; il governo piemontese non lo negava, ma affermava 
che essi dovevano considerarsi ceduti in virtù delle parole del 
Trattato di Torino: « Provintias Alexandriae et Valentiae cum 
omnibus Terris infra Padani et Tanarum sitis ». Questo ab- 
biamo già visto, come pure abbiamo notato la ripulsa, anche su 
questo punto, della tesi pavese da parte degli arbitri. 

Vittorio Amedeo, che aveva già fatto occupare le terre, ne 
mantenne il possesso, nel quale lo confermò solennemente il 
trattato della quadruplice alleanza. Ma Pavia non sapeva ras- 

(11 Un altro paese controverso era rimasto Bastìa (o Bastida) di Pancarana, 
feudo della Mensa Vescovile di Pavia; ma le proteste della Città a questo ri- 
guardo non furono mai molto vivaci, poiché quel territorio fin dal 1707 fu 
considerato incluso nella cessione, pare per uno sbaglio avvenuto nella con- 
segna delle carte ai commissari sabaudi (vedi cap. II, pag. 4041. La sua su- 
perficie era di Pertiche 7212 (Arch. di Stato di Milano. Pacco 189... ecc.). 



I 



- 429 — 

segnarsi a questa che le sembrava una enorme ingiustizia. Nei 
consessi pavesi e milanesi si sfogava il proprio sdegno, pren- 
dendosela coi giudici del 1712: la relazione già citata (pag. 396) 
della Giunta Senatoria dei Confini proprio a proposito della 
jjuestione di cui ora ci occupiamo, ne offre un documento 
eloquente. 

Fra le carte dell'Archivio Pavese troviamo, in una memoria 
del 1724, elencati i certificati e illustrate le ragioni sulle quali 
Pavia l'ondava il suo diritto: 

1. Una fede del Ragionato del Principato, attestante essere 
Bassignana « censita per il censo del sale con l'Oltrepò et con 
esso aver pagato, insieme a Pezzeto, Rivarone e Pietra de 
Murazzi, non tanto per detto censo del sale, e suo augumento, 
quanto anche per la tassa ordinaria e dupplicata (1) ». 

2. Attestato del Sig. Rag. della Città « d'essere le dette 
Terre situate nell'Oltrepò a libri della misura del Perlasca (15S8) 
e per diversi beni essere censiti al civile sotto la medema Pro- 
vintia et essere stati dati alla scossa de' carichi tanto nell'anno 
1707 retro quanto dal detto anno avanti sino al- presente sopra 
libri che si consegnano al Commissario della Città » (2). 

3. « Li carichi civili massime per Bassignana, da un 
editto del Sig. Intendente Ferrari per S. M. Sarda (3), si vedono 
non essere stati esatti o principiati ad esigersi che dall'anno 
1719 avanti ». 

4. « Altra fede del Rag. della Prov. del Principato di 
Pavia, che da libri camerali... fra le Terre che formano la 
quota rurale dell'Oltrepò... si leggono tutte le d. e quattro terre... 
le quali hanno sempre pagato li carichi camerali, presidii, pro- 



ci) li certificato porta la firma di Cristoforo Ferrari e la data 23 giugno 1710. 

(2) Firmato: Giovanni Trovamala, 14 maggio 1723. 

(3) L'editto, emanato dal Cav. Giulio Cesare Ferrari e datato: Alessandria 
24 luglio 1719, intimava ai possessori civili del territorio di Bassignana il 
pagamento dei tributi arretrati dal 1707 in avanti. Una copia manoscritta di 
isso è nell'Arch. Civico di Pavia, Pacco 348. Nel quale pacco si trovano pure 
tutti gli altri documenti (1-7) qui citati. 



— 430 — 

vinciali ed altri col d.° Principilo dal 1707 inclusivamente, 

retro » (1). 

:>. « .Miro attestato della Cancellerìa d'esso principato, qual- 
mente dai libri e scritture esistenti nell'archivio d'essa provincia 
risultino, fra le terre e borghi che formano la d.* Prov. Oltrepò, 
descritte le suddette 4, e precisamente fra le Terre vocali 
costituenti la Congregazione Generale della med." Provincia » 2). 

6. « Altro attestato del Nob. Criminale della Banca e Pro- 
vincia dell'O. Po, Ciò. Paolo Poma, il quale afferma che da libri 
e scritture di essa Banca risulta essere sempre siate ritenute 
sotto la moderna le d." 1 tene ed essere state da essa fatte le- 
denuncio e fabbricali processi per delitti in esse commessi »(3), 

7. « Attestato del Sig. Rag. della Città sopra gli abbona- 
menti fatti dalla Cassa Imperiale della Città di Pavia per conto 
dell'estimo di d.' Terre dovute alla città, attesa la sospensione 
e la controversia sopra le medesime » (4). 

Ma l'argomento più importante, quello su cui quasi unica- 
mente insisterà poi lo Stato di Milano, 6 nelle parole stesse del 
trattato del 1703 e nella loro logica interpretazione. « Queste 
quattro terre — continua la memoria pavese — sono state ap- 
prese da S. M. Sarda sotto pretesto della cessione fattagli dal- 
l'Augustissimo Leopoldo alPart. 6 della Confederazione sotto 
quelle parole: Provintias Alexandriae et Valentiae cura omnibui 
Terris infra Padani st Tanarum sitis. Ma si deve riflettere 
che si tratta di cessione pregiudiziale alle ragioni dell'Imperio 
e della Città di Pavia e perciò doversi quelli intendere strido 
modo e che pregiudichi meno che sia possibile (5). E perciò 
quel cum omnibus Terris infra Padum et Tanarum sitis non 
importare una cessione principale ma accessoria e dipendente 

(1) Firmato: Cristoforo Ferrari, 27 maggio 1724. 

(2) Cristoforo Ferrari, 27 maggio 1724. 

(3) 30 Marzo 1724. 

(4) Giov. Trovamala, 1723, 22 maggio. 

(5) Le quattro terre in discussione erano di superficie notevole: Bassignana 
Pert. 23306, Pezzetto 12869, Rivarone 4785, Pietra di Marazzi 3877. (Arch. di 
Stato di Milano. Pacco 189... ecc.). 






- 431 - 

dallo altro parole: Provintìas Aleocandriae et Valentiae ; e 
così doversi intendere delle terre fra Po e Tanaro, ma perù di- 
pendenti dalle dette Provincie d'Alessandria e Valenza antece- 
dentemente nominate (1) né mai potersi estendere a questo 
quattro del Pavese in nulla dipendenti nò da Alessandria nò da 
Valenza nò dalla Lumellina, ma bensì unite alla Prov. dell' 0. 
Po Pavese e dipendenti dalla Città di Pavia, della quale in tutta 
la d. a cessione non si vede fatta alcuna menzione né parola ». 

E a sostegno di questa tesi l'estensore della memoria molto 
opportunamente aggiunge : «Che la mente tanto del cedente 
quanto del cessionario non sia stata di includere d.° 4 terre pa- 
vesi ricavasi ad evidenza dagli atti posteriori tanto di S. M. 
Cesarea, quanto di S. M. Sarda. Infatti — mentre la moderna 
Cesarea M. dell'Imperatore Giuseppe nella lettera delli 23 feb- 
braio sopra il possesso da darsi a S. M. Sarda dei Paesi ceduti 
si restringe meramente alle Città di Valenza et Alessandria 
con sua Provincia, quella della Lomellina et la Valle di Sesia 
con tutte le Terre Castelli Borghi Dritti Regalie et Rendite 
dipendenti (2) — nello stesso tenore si espresse S. M. Sarda 
nell'editto del l Marzo...: Essendosi compiaciuta S. M. Cesarea 
di farci attualmente trasferire e rimettere l'intero dominio 
e Possesso delle Città, Terre e Luoghi delle Provincie e Di- 
stretti d'Alessandria, Lomellina e Valle di Sesia, in esecu- 
zione de' trattati... etc. (3 . Restano adunque dal fatto istesso 
di S. M. Sarda escluse le d. e 4 terre con le loro adiacenze, se 
non sono delle Provincie e Distretti d'Alessandria Lomellina e 

(1) Nelle istruzioni pervenute da Vienna al Principe Eugenio il 18 gennaio 
1708 (istruzioni accompagnanti la sua nomina a ministro plenipotenziario da 
parte di S. M. Cesarea nelle controversie col Duca di Savoia) erano state dette 
le medesime cose: che egli cioè sostenesse che le parole « cum omnibus Terris 
infra Padum et Tanarum sitis nostra ex parte aliter non intellecla esse ncque 
inlelligi potuisse quarti quod omnes ad Provinlias Alexandriae et Valentiae per- 
tinentes Terrae ». Questa interpretazione sarà certamente stata affacciata dai 
Sen. Bazzetta e Giulini (ai quali Eugenio aveva passato la plenipotenza) davanti 
agli arbitri nel 1712. 

(2) Vedi Cap. I, pag. 341. 

(3) ibidem, pag. 343. 



- 432 — 

Valle di Sesia. Nello stesso sentimento infine si espresse il 
Principe Eugenio nella di lui lettera rimessa al Senato Ecc." - li 
28 marzo detto anno 1707 dicendo: Eavendo 8. M Cesarea 
ceduto in proprietà a 8. A. lì. di Savoia le Città <■ "Provincie 
di Vale, cu e ili Alessandria con la Provincia detta Lumel- 
lina et la Valle di Sesia, con tutte le Terrei Castelli, Borghi, 

ìlrijiilir ri ]{ ("urtile rtipcurti'uli... eco. ». 

Eppure, quantunque tanti dati di fatto e tante considerazioni 

di diritto stessero a provare le buone ragioni di Pavia, la di- 
plomazia sabauda aveva saputo imporsi e resistere vittoriosa- 
mente. Nuove proteste vennero dopo il 1738, nuove prove furono 
addotte da parte dello Stato di Milano, ma sempre inutilmente ] : 
a troncare ogni ulteriore dibattito doveva venire la nuova 
sione imperiale, di cui dobbiamo ora occuparci. 

Prima però, crediamo opportuno accennare brevemente ad 
un'altra questione, anch'essa lasciata insoluta dal Trattato di 
Vienna, che anzi l'aveva fatta sorgere f anch'essa destinata ad 
essere dalla nuova cessione imperiale definita. 

Il Vigevanasco, abbiamo già visto, (pag. 382) era formato di 
due parti distinte: per passare dall'una all'altra occorreva toc- 
care o il territorio di Albonese lomellino o quello di Borgo 
Lavezzaro novarese. Ora, finché le tre regioni erano provincie 

(I) Si ricorse perfino ad analisi minute e ad osservazioni sottilissime sulla 
proprietà delle singole parole. Disse, ad esempio, la Giunta Senatoria nella 
più volte citata relazione del 31 marzo 1740: « Essendosi nel trattato conve- 
nuto di cedere al Duca Vittorio Amedeo non solamente la Provincia d'Ales- 
sandria, ma al di più il Borgo di Valenza — il quale era del tutto indipen- 
dente dalla Provincia Alessandrina — non si disse già Provinciam Alexandriae 
cum oppirlo Valentiae, ma si espressero le Provincie di Alessandria e di Valenza 
usandosi della preposizione et, la di cui natura ella è di unire e<i accoppiare 
principalmente, e così unjr anclie quelle cose che stanno da per sé e 1" una 
non ha dipendenza dall'altra. All'incontro poi, ove li contraenti favellarono 
delle terre poste fra il Po e il Tanaro, si servirono della dizione cum, perchè 
propria soltanto ad unire e comprendere quelle cose che vengon accessorie, 
onde altro in buon linguaggio dir non vollero né dir s'intesero che cedute fossero 
quelle terre poste fra essi due fiumi spettanti alle Provincie d'Alessandria e 
Valenza. . ». E continua su questo tono a discutere sul valore di cum, citando 
testimonianze ed esempi di uomini di legge e di lettere, antichi e moderni. 



— 433 - 

di un solo stato, tutto andava bene. Non gravi inconvenienti 
portò la cessione della Lomellina, poiché, abbandonata la via 
di Albonese, rimase sempre quella di Borgo Lavezzaro; ma il 
trattato di Vienna, recante la cessione del Novarese, ridusse 
la parte occidentale del Vigevanasco a un'isola di terreni com- 
pletamente circondati da territori sabaudi. 

Quantunque il governo di Vienna e per esso il Senato mi- 
lanese affermasse essere fuor d'ogni dubbio che funzionari e 
sudditi « potessero usare del libero transito per una delle Pro- 
vincie cedute... e ciò per tutti gli usi indistintamente e nella 
guisa medesima che s'era praticato nel tempo che al Milanese 
spettavano le provincie cedute, non come per una facilità che 
oggi verso l'Augustissimo Padrone volesse usare il Re di Sar- 
degna, ma come un diritto proprio di S. M. e della Provincia di 
Vigevano » (1) — pure esso avvertiva tutti gli inconvenienti a cui 
un tale stato di cose poteva dar luogo (2) e pensava a rime- 
diarvi studiando la possibilità e l'opportunità di cambiare quella 
parte del milanese con altre terre. 

Senza voler parlare di tutte le varie proposte fette, diremo 
soltanto che in Senato due erano le correnti principali: l'una, 
con la cessione di Robbio, Palestro, Conflenza, Nicorvo e Vin- 
zaglio (i paesi vigevanaschi isolati) e di altri luoghi (fra i quali 
Sale, Rivellino, Pioverà e Guazzora dell'Oltrepò Pavese, anch'essi 
quasi circondati da domini sardi) voleva ottenere in cambio le 
terre del novarese, comunicanti col Ticino, « per dominarlo 
d'ambe le ripe e assicurare la navigazione e l'estrazione del 
naviglio (3) » ; 1' altra, preoccupandosi della difesa dello Stato 

(I) Da una consulta senatoriale, senza data precisa. L'accenno alla facilità 

promessa dal Re di Sardegna è evidentemente in risposta a una lettera del 

liuisho sardo March. Ormea, il quale in essa parla di « benigna condiscendenza » 

dM suo re al libero transito. (Arch. di Stato di Milano, Trattati, Potenze 

Estere, Torino, Trattaz. success, al 1703, Anni 1735-1739). 

2 Nei documenti é citato più volte 1* arresto del sottopostaro di Palestro. 
compiuto senza alcuna ragione dai battidori del Re di Sardegna sulla strada 
novarese. 

(3) Dispaccio Reale da Vienna, 24 novembre 1736. — La Giunta Senato- 

a dei confini proponeva si domandassero le seguenti IO terre del novarese: 

Cerano, Trecate, Romentino, Cagliate, Cameri, Belinzago, Olegio, Marano, 



— 434 - 

e del commercio granario con la Svizzera, voleva invece conser- 
vare i paesi vigevanasctai, cedere al re di Sardegna le Terre 
dell'Oltrepò pavese Sale ed Unite e ricercare la reintegrazione 
di queste in altri luoghi o delia Lomellina o del novarese, con- 
finanti col Contado di Vigevano e da unirsi al contado stesso. 

il problema metteva a seria prova la sagacia e l'intelligenza 
degli uomini di stato di Vienna e di Milano. A trarli d'impaccio 
e a seppellire la questione giunse improvvisa, ma non inaspet- 
tata, la guerra per la successione d'Austria. 

* 
* * 

Il 20 ottobre 1740. annientato dalla vergognosa pace di liei- 
grado, moriva l'imperatore Carlo VI. recando nel sepolcro la 
speranza che lo potenze europee, mantenendo fede alla Pram- 
matica sanzione, riconoscessero unica erede al trono la figlia sua 
Maria Teresa. Ma i pretendenti invece sorsero numerosi, fatti 
audaci dalle tristissimo condizioni economiche e militari in cui 
l'Austria si trovava, sobillati dalle Case borboniche di Francia, 
di Spagna e di Napoli, nuovamente congiuntesi contro il nemico 
secolare. La guerra, iniziata da Federico TI di Prussia aspirante 
alla conquista della Slesia, si combatté con varia fortuna in 
Germania, nei Paesi Bassi, in Italia e condusse nel 1748 alla 
pace generale di Aquisgrana. In questo periodo fu preparata 
e compiuta la seconda smembrazione del Principato Pavese. 

Carlo Emanuele ITI, negli stati del quale milizia e finanza 
sempre più fiorivano, arbitro per le sue armi e per la giacitura 
del Piemonte dei destini dell'alta Italia, voleva \endere a caro 
prezzo la sua ricercatissima alleanza. Mercè l'opera intelligente 
del suo primo ministro, il Marchese Ormea, abilmente destreg- 
giandosi fra i Borboni e gli Asburgo, era riuscito a concludere 

Pombia e Varai Pombia — della superficie totale di Pert. 344.990.18 con 20754 
abitanti. A formare però l'equivalente, pur computando il perticato e 1& popola- 
zione dei paesi Vigevanaschi e di Sale ed Unite, mancavano ancora Pert. 
46966.21 e 12120 abitanti. (Arch. di Stato di Milano. Trattati, Fot. Estere, 
Torino, 1735-39). 



- 435 - 

a Vienna, il primo febbraio 1742, una Convenzione Provvisio- 
nale, in cui, pur dichiarandosi pronto ad unire le sue armi a quelle 
austriache, si riserbava intatti i diritti sullo Stato di Milano, 
con piena libertà di farli valore da so o con alleanze future, 
con l'unica clausola di darne avviso alla Regina un mese prima (1). 
Dopo l'aspra battaglia di Camposanto sul Panaro combattuta 
con esito incerto il giorno 8 febbraio 1743 tra gli austro-sardi 
e gli spagnoli, l'Ormea, aiutato dall' Inghilterra, insistette presso 
la corte di Vienna affinchè la Convenzione del 1742 fosse presto 
tradotta in un trattato definitivo. Il timore che Carlo Emanuele 
si unisse coi Borboni strappò a Maria Teresa il consenso, e a 
Worms, il 13 settembre 1743, fu segnato il patto d'alleanza fra 
il Re di Sardegna, l'Imperatrice e Giorgio II d'Inghilterra. La 
nuova cessione imperiale rimase consacrata nell'articolo IX: 
« En considération du zèlo et de la générosité avec les quels 
S. M. le Roi de Sardaigne s'est portée à exposer sa Personne 
et scs États pour la cause publique, et pour celle de S. M. la 
Reine de Hongrie et de Bohème, et de la Serenissime Maison 
d'Autriche en particidier, et des secours effectifs qu' Elle en a 
déjà receus ; en considération aussi des engagements onéreux 
d'assistance et de ben perpétuel de garantie qu' il contraete 
avec Elle par la présente alliance. Sa dite Majestè la Reine 
de Hongrie et de Bohème, pour Elle, ses Hèritiers et Succes- 
seurs cède et transfère dès-à-présent et pour toujours à Sa 
<!/'/>' Majestè le Roi de Sardaigne ses Hèritiers et Successeurs 
poi*,- (Hre unis à ses autres Etats, la ville et district de Vigevano 
appellè Le Vigevanasque ; la partie du Pavesati qui est entre le 
Po et le Thésin, en sorte que le Thèsin fasse dors-en-avant 
par son milieu la séparation et la home entre les Ètats de 
part et d' autre depuis le Lago Maggiore jusqu' à l'endroit 
<>i' il se jette dans le Po, à l'exception seulement de V Isle 
foi-mèe par le canal visà vis de la Ville de Parie (2), la 
quelle Iste sera rèservèe à S. M. la Reine, aux conditions 

(I)Cusani, Storia di Milano. Voi. Ili, pag. 19 e segg. — Traités Pitblics... etc. 
Tome III, p. 1. 

(2) Il Gravellone. 



— 430 — 

que le Roi n' aura pas moins la libre communication de la 
rivière du Thésin pour le passage dei barques, sans qu' ellet 
puissent éire ny arrètèes, ny visitées, ny <> ujettie» au pape- 
mene d'aucun (inni . et que le dil canni ne soit jamaii comblé 
et serve iei de home. De plus, cette autre partie du Pavésan 
nommée Pavese oltra Po, Bobbio et son temtoir y compri* » ; 
ancora la Città di Piacenza con hi parte del Piacentino verso il 
Pavese fino alla metà del letto del fiume Nura dalla sua sor- 
gente al Po; e finalmente la parte della Contea d'Angera, ossia 
dello Stato di Milano, la quale confina voi Novarese, la Valsesia 
le Alpi e il paese de' Vali esani, girando sino alle prefetture 
svizzere di Valmaggia e Locamo e lungo il Lago Maggiore 
fino alla metà del medesimo : libera s' intende rimanendo la 
navigazione sui fiumi e nel lago di confine. L'articolo termina 
con la dichiarazione: i paesi suddetti « .S'. M. la Heine dementare 
à perpetuile de ses Etats Héréditaires et de V Etat de Milan 
derogeant pour cet eff'et, autant qu' il peut en étre besoin, 
d tout ce qui en aucune manière pourroit à ce étre contraire 
sauf toujours le droit direct de l'Empire » (1). 

Il diritto delle genti — vien voglia di esclamare dopo la 
lettura di quest'articolo — : ecco ciò che poteva essere contrario 
allo smembramento. Ma la voce reclamante quel diritto sarebbe 
stata troppo debole per potersi imporre ai traffici dei governanti ; 
era rimasta inascoltata nel 1707, lo doveva purtroppo rimanere 
ancora — e in circostanze ben più gravi — verso la fine del 
secolo, lanciata al mondo civile dal grande e sventurato popolo 
polacco. 

Se dobbiamo prestar fede al Fenini, la notizia del Trattato 
di Worms, che toglieva a Pavia l'Oltrepò e il Siccomario, giunse 
in questa città il 20 settembre, producendo vivissima impressione. 
« La Città sentendo questo — scrive il cronista — - una malin- 
conia che pareva la settimana santa ; non si sentivano altro che 

(I) Trailés Pu.bltcs... etc. Tome III p. 23. Il Trattato di Worms porta le 
firme del Cav. Ossorio per il He di Sardegna, di Ignace Jean de Wasner per 
Maria Teresa, di Jean Lord Carteret per il Re d" Inghilterra. Questi io ratificò 
il 20, Maria Teresa il 28 settembre dello stesso anno. 



- 437 - 

maledizioni contro al Conto Beltrame Cristiani, Gran Cancelliere 
della Lombardia Austriaca, avendo rappresentato alla piissima 
Maria Teresa che l'Oltrepò Pavese erano colline tutto sasso, che la 
Pianura era tutto sortume e che lo stato ne ricavava un zero » (1). 

A ragione imprecava Pavia, giacché ben altra cosa erano i 
territori ceduti: l'Oltrepò, fertile di frumento, ricchissimo di vini; 
il Siccomario « abbondante d'ogni sorta di frutta, e, per essere 
qualche parte d' esso irrigua, copioso di fieno e risi ; e, quel 
ch'è più considerabile, nelle immediate vicinanze della città » (2). 

Comprendeva la provincia pavese ultrapadana una città come 
Voghera e oltre 120 terre (3) tra le quali grossi borghi e ca- 
stelli di notevole importanza commerciale e militare, come Sale, (4) 
Broni, Stradella, Casteggio, Piva di Nazzano, Casei : la sua po- 
polazione si aggirava sulle ottantamila persone (5). 

Non solo Pavia era indignata contro la nuova gravissima 
ferita ai suoi più vitali interessi : perfino a Vienna, nel Consiglio 
Aulico, Vera chi aveva, se pur velate dall'ironia, aspre parole di 
rampogna contro i responsabili della cessione. « È stato rimesso 
al Consiglio — scrive il 2 novembre il Conte Paolo di Bermu- 

(1) Fenini, Diario, 20 settembre 1743. Le stesse parole sono in un docu- 
mento detl'Arch. Civico di Pavia (Legato Brambilla, Schede Bussedi), riferito 
nel già citato lavoro dello Scotoni : Emigrati pavesi nei primi anni del do- 
minio francese. 

(2) Gli Abbati e Decurioni della Città di Pavia al Governatore, dopo il 
Trattato di Worms (Arch. di Stato di Milano. Trattati, Potenze Estere, Torino, 
Trattato di Worms — 1743 al 1744, Gennaio). 

(3) In Appendice ne trascriviamo l'elenco completo. 

(4) Di Sale o Sali abbiamo qualche notizia particolareggiata nell'Arch. di 
Stato di Torino (Milanese, Città e Ducato, Mazzo 4, n. 8). « Paese alquanto 
civile, mercantile e cinto; vi s'imbarcano i sali provenienti da Genova e de- 
stinati per la gabella di Pavia ad uso dell'impresa di Milano, come altresì li 
tabacchi e le mercanzie che sono da Genova indirizzate a Pavia, Milano, Cre- 
mona, Piacenza e Parma. Territorio assai grande... si calcola possa ascendere 
a Pertiche 60000 circa...; il personale compone 5000 e più anime di comu- 
nione. Detto Territorio è molto fertile di campi da fromento, vigne, prati... ecc.». 

(5) La statistica del 1750 (già da noi citata per ciò che riguarda la Lo- 
mellina, nel Cap, li, pag. 392 nota 3) dà all'Oltrepò e Siccomario 89,816 anime, 
con la densità di 61,30per Km 1 '. 



- 438 — 

dcz il famoso Trattato conchiuso col Re di Sardegna, perchè 

si consulti il modo d'eseguirlo; la pura 'lisa,, min porteràdo- 
lori di parto traversato » (1). E l'Avvocato Fiscale dello Stato 
di Milano, il Co. Gabriele Verri, nella sua consulta sull'avvenuta 

cessione, diceva: « Tristissimum doloris vmus quam disserta- 
tionis argumentum subijcitur Fisco in articulo nono Fcederis 
Worraatiensis ». Enumerate poi le terre perdute esclam 
< llec omnia (quis memoret quin doleat?) hec inquam omnia 
ab Austriaca felicissima dominatione subducuntur, a Medi ola* 
nensi Provincia uvelluntur, a corpore tandiu tam resecato ampu- 
tanti^, transferuntur, abeunt, recedunt ». E più avanti, a propo- 
sito di Pavia: « Civitas Papié riribus destituta propc ad interi tu m 
redigi necesse est, potiori agri sui parto subducta, eoque fere 
ad menia avulso et modico relieto territorio, nec ad prestanda 
civibus alimenta, nec ad urbana regiaque onera ferenda suffi- 
ciente » (2). Nello stesso senso, quasi con le stesse parole. 
si esprime la Congregazione Generale nel suo ricorso al Gover- 
natore: « Questa Città (Pavia), ragguardevole per tanti titoli, 
deve in oggi dalla Congregazione mirarsi spogliata di quasi 
tutto il di lei territorio e ridotta a una si ristretta circonferenza 
che forse non eguaglia quella di più borghi di questo Stato. Il 
limitato territorio poi che le viene a restare non sarebbe asso- 
lutamente bastante a fornire de' frutti bisognevoli per li alimenti 
de' suoi cittadini... (3) ». 

In mezzo a questo coro generale di lamenti e di proteste, i 
due governi procedevano imperterriti all'esecuzione dei patti 
convenuti. Seguendo le istruzioni viennesi e del Lobkowitz. la 

(1) 11 Co. di Bermudez, del Consiglio Aulico di Vienna, al Principe di 
Lobkowitz (il governatore di Milano, che aostitui il Traun, caduto in disgrazia 
dopo la battaglia di Camposanto). Arch. di Stato di Milano. Trattati, Potenze 
Estere, Torino [Trattaz. success, al Trattato del 1703 (Trattato di Worms 
1743 al genn. 1744)]. 

(2) Consulta dell' Avv. Fiscale Co. Gabriele Verri. 17 dicembre 1743 (Arch. 
di Stato di Milano, ibidem). 

(3) Ricorso della Congregazione di Stato in ordine alla smembr azione. 6 
genn. 1744 (Arch. di Stato di Milano, ibidem). 



— 439 — 

Giunta interina aveva nominato il 19 dicembre 1743 i commis- 
sari per la bisogna, i quali si abboccarono coi delegati del re 
di Sardegna in Vigevano il 9 gennaio successivo; e, dopo pa- 
recchi giorni di discussione, di concreto non stabilirono che la 
formula del proclama con cui annunciare ai sudditi l'avvenuta 
cessione. Questo proclama, il quale altro non è se non la copia 
dell'art. IX del Trattato di AVorms (1), fu reso pubblico il 25 
gennaio. I rappresentanti milanesi avevano bensì affacciato anche le 
conseguenze commerciali del Trattato, ma non erano riusciti a 
condurre su questo terreno gli inviati sardi. Scriveva a questo 
proposito il Co. di Bermudez al Lobkowitz: « Intorno le diffi- 
coltà che li Commissari della Regina hanno incontrato in quelli 
del Re di Sardegna, non meno entrare in discorso sulle dichia- 
razioni propostegli, non si è fatto qui altro che darne a S. M. 
la nuda notizia; perchè la sperienza accredita che presso i turchi 
si troverebbe più agevolezza e simpatia con la ragione e giu- 
stizia. CoW andare del tempo proveremo li pregiudizi che 
per ora non si conoscono perchè si veggono in lontana ap- 
parenza ed assolutamente qui si vuole che senz'altro indugio 
si faccia la consegna, persuadendosi che il nostro candore possa 
ammollire la durezza della Corte di Torino » (2). 

E la consegna infatti avvenne senza indugi, con le formalità 
seguite nel 1707 e senza sollevare proteste da parte dei popoli 
che mutavan padrone. Come allora infatti, dopo il giuramento 



(1) Esemplari a stampa del proclama si trovano numerosi, negli Archivi di 
Stato di Milano e di Torino e nell'Arch. Civ. di Pavia. È firmato 1 dal Lobko- 
witz. e contrassegnato dal Cristiani. 

I Commissari Sardi erano: il Co. Beraldo di Pralormo, Presidente della R. 
Camera ; il Co. d'Asano, referendario del Cons. de' Memoriali e il March, di 
Rivarolo, Luogotenente Gen., Governatore di Novara. Quelli Austriaci: i Se- 
natori March, de Regibus, Co. Peiri e il Fiscale Co. Verri; poi fu aggiunto, 
come commissario militare il Co. di Barbon. Un particolare interessante, ri- 
guardo a questi ultimi: per la loro opera di 15 giorni o poco più richiesero 
ed ebbero 10.000 lire ciascuno! (Arch. di Stato di Milano, ibidem). 

(2) TI Co. di Bermudez al Principe di Lobkowitz. 25 gennaio 17-14 (Arch. 
di Stato di Milano, ibidem). 



— 440 — 

delle Comunità <• dei Feudatari, fu indetto dall'Intendente G< 
pale di Alessandria un Convocato o sii unione delti Signori 
Civili 'possesso/-/ ili beni nella parte ceduta del Principato di 
Pavia; come allora in quel!' assemblea fu costituita una congre- 
gazione, a deputati della quale- furono scelti alcuni soggetti eoo 
l'incarico di dare le opportune preventive disposizioni per 
facilitare il pagamento de' tributi spettanti al Re di Sar-\ 
degna, separa mio a questo fine li beni civili esistenti ne* 
territori ceduti dal Regime e Catasto della Città di l'aria... \ . 
Che cosa restava ormai dell'antico Principato? La città cq 
suoi Corpi Santi, la Campagna Soprana, la Campagna Sottana, 
il Parco Vecchio e il Parco Nuovo (2), ben poca e ben povera 
cosa, in confronto della estensione e della ricchezza di un tempo,! 
e, quel eh' è peggio, insufficiente ai bisogni degli abitanti. 
L'abbiam visto accennato nella consulta del Verri, ripetuto nel 
ricorso della Congregazione Generale; lo troviamo chiaramente 



(1) Una copia della relazione a stampa del Convocato si trova nella Biblio- 
teca Universitaria di Pavia {Ticinensia XII Miscellanea Belcredi \). Da 
ricaviamo che l'editto dell'Intendente Generale porta la data del 15 marzo e 
che le sedute degli Interessati ebbero luogo a Voghera nei giorni 8-9-10 aprile 
1744. Riuscirono eletti deputati: il March. Annibale Gaetano Rellisomi con 
voti 80; il Dott. Collegiato Don Gaspare Giorgi con 76 ; Don Lorenzo Scagliosi 
Pannizzari, pubblico Lettore dell' Univ. di Pavia con 67 ; il March. Gerolamo 
Olevano con 66; il March. D. Carlo Confalonieri Gerardo con 59 ; il Dott. 
Collegiato Don Lodovico Discossa pubblico e primario Lettore dell'Univ. di 
Pavia; e il March. Giuseppe Belcredi. A questi sette, nell'ultima seduta, fu- 
rono aggiunti il March. Pio Pallavicino (interessato milanese) e Don Pio Ni- 
cola Beccaria (residente in Pavia). 

(2) Alcuni dei non molti né troppo vasti paesi delle due campagne — sul 
Ticino e sul Po — rimasero anzi diminuiti della parte del loro territorio si- 
tuata sulla destra dei detti fiumi. Cosi dicasi di Besate, San Varese, Vignate, 
Torre d' Isaia e Zelada (Camp. Soprana) ; Chignolo, Pieve Porto Moroue, Pis- 
sarello, Vaccarizza e San Zenone (Camp. Sottana). Il Parco Vecchio compren- 
deva; Mirabello, Cornajano, Cantogno, Porta Pescarina, Rastellone, Due Porte; 
il Parco Nuovo: Borgarello, Cassina de Sacchi, Comajrano, Gualtrazzano, Porta 
di Bordone, Ponte Carate, San Zenese, Torre del Mangano. (Arch. di Stato di 
Milano, Pacco 190, Confini, Torino, Provv. Gener.). 



— 441 — 

espresso nel memoriale presentato dai decurioni pavesi, dopo 
avvenuta l' annessione. 

« Prima del Trattato di Worms — scrivono i rappresentanti 
di Pavia obbligavansi li possessori [dell'Oltrepò e Siccomario], 
alla introduzione di non poca parte de' generi che ivi si racco- 
glievano; cosi la Città ed il Presidio Militare in quella esistente 
provveduti erano con sufficiente affluenza. Ora, le due campagne 
the restano da questa parte, oltre all' essere assai ristrette, 
Vano scarse ni tal modo di formento e vino che non bastano 
a mantener la Città per pochi mesi, ancora che tutti i suoi 
fruttt s'introducessero ». Doveva quindi presentarsi subito alla 
mente dei governatori - che, avevan conchiuso l'affare — la 
necessità di rimediare in qualche modo a questo insostenibile 
stato di cose: « Ecco dunque fatto indispensabile il convenire la 
piena libertà per il trasporto di formento, vino, legna, paglia... ecc. 
e d"ogni sorta de' frutti dallo smembrato territorio alla Città, 
nella guisa medesima che si è finora praticato, senza che o 
impedimento alcuno possa frapporsi o difficoltarsene la introdu- 
zione per via di dazi, gabelle, pedaggi, accrescimento di portorio 
o altro carico che potesse imporvisi ». 

« L'altro inconveniente — continuano i decurioni pavesi — 
si è per il Commercio quale se in oggi è stato assai languido, 
diverrà totalmente estinto; poiché nella situazione de' confini 
tanto vicini alla Città, ove si mettessero carichi, dazi o qual- 
sivoglia sorta di gabelle, troppo difficile si renderebbe il traffico 
della città con le Provincie smembrate. Rendesi pertanto ne- 
cessaria un'altra convenzione che metta in sicurezza la li- 
bertà del Commercio fra la Città e le terre smembrate; co- 
sicché aperto e libero sempre sia l'accesso de' Terrieri alla 
Jiltà e da questa passare possano i generi anco mercantili alle 
separate provincie, senz'obbligo di dazio o di qualsivoglia altra 
gabella ». Il memoriale parla poi della libertà di navigazione, 
lell'uso gratuito dei porti, del diritto dei cittadini pavesi a non 
issere esclusi dagli impieghi che nelle terre smembrate si eser- 
iiscono, della necessità che le cause siano terminate nella sede 
•ve abbiamo avuto principio ; e finisce con l' esaminare la que- 

13 



— 442 — 

stione dei cariehi, affermando che al Principato devono 

diminuiti in ragione del territorio e dei redditi perduti 

Se le l'osclic previsioni del Co. Paolo di Bermmdez si siano 
avverate e se le raccomandazioni dei cittadini pavesi siano 
siate prese m considerazione vedremo subito dall'esame di al- 
cuni documenti di non indubbia attendibilità. 



* 
» » 



Pochi mesi dopo il « felicissimo » passaggio dell'Oltrepò c 
Siccomario al Re di Sardegna, e precisamente l'U novembre 

17 11, troviamo dirette a Carlo Emanuele III due suppliche, fir- 
male entrambe dal Marchese Gerolamo Olevano: P una scritta - 
a nome dei Censiti della Provincia di Oltrepò, l'altra a nome 
di quelli della Lomellina (2). 

« Rappresenta » la prima « che avanti la smembrazione 
dell'Oltrepò dalla Città di Pavia non solo non si pagava alcun 
dritto alla R. Gabella per ogni genere di vettovaglie e vino che 
rispettivamente si transitava e commerciava dall'una all'altra 
delle Provincie Pavesi, ma anche dal Territorio del Principato 
di Pavia alli Territori delle altre Città dello Stato di Milano, 
bastandoli la licenza del Commissario delle biade che li veniva 
spedita senza costo di spesa; e, per quanto riguarda il diritto, 
di gabella ne pure pagava uscendo dal d° Stato di Milano ». 

« In qual pratica e solito » prosegue POlevano « speravano 
di continuare li possessori di beni.... ma all'opposto appena 
seguita la smembrazione si è subito alterato detto solito pre- 
tendendosi d'esiger, come attualmente si esige da Regolatori 
delle R. Gabelle, per ogni genere di vettovaglie che si estrng- 
gono e rispettivamente si commerciano tanto fra d." Provincia 
dell'Oltrepò e le altre che smembrate dallo Stato di Milano 
godano il vantaggio d'esser suddite di V. S. R. M., quanto 

(1) Gli Abbati e Decurioni della Città di Pavia al Governatore. (Arch. di 
Stato di Milano. Trattati... ecc. Trattato di Worms 1743, al genn. 1744). 

(2) Archivio di Stato di Torino, Paesi di nuovo acquisto, Oltrepò Pavese 
in generale, Mazzo 1, li. 5. 



- 443 — 

con quelle del Pavese ancor rimaste sotto il dominio di d.° 
Stato di Milano e ciò con tali circospezioni die — atteso il 
iistema del paese — rende quasi impraticabile il commercio 
in pregiudizio di questi popoli, quali non potendo contrattare 
i loro frutti consisterti in grano e vino, né meno potino 
flettersi in istato di pagare i R. Tributi ». 

L'Olevano parla poi di un suo viaggio a Torino in compagnia 
lei collega March. Bellisomi, impreso allo scopo di far presenti 
viva voce al Governo i lamentati inconvenienti: l'Intendente 
jenerale delle Gabelle aveva dato assicurazione che in qualche 
lodo si sarebbe provveduto. « Il che mentre si attendeva fu 
uibblieato... l'editto proibitivo della estrazione de' grani (13 
settembre 1744); provvidenza nella quale i nuovi sudditi non 
lamio potuto che ammirare il paterno zelo di V. M. a vantaggio 
universale dei suoi popoli, ma nello stesso tempo fu in neces- 
sità precisa la Congreg. dell'Oltrepò di mettere avanti gli occhi 
purgatissimi della M. V. con suo ricorso non solo che li pro- 
prietari di d. 1 frutti abitanti in alieno dominio non potevano 
prevalersi d'alcuna parte de' medemi pel sostentamento delle 
toro famiglie, ma ancora che, consumando d. a Provincia pochis- 
simo grano rispettivamente al prodotto ed essendone li paesi 
confinanti provveduti più del bisognevole né potendolo tradurre 
alla vicina Città di Pavia che prima ne estraeva tutta la 
stai sussistenza, resta intieramente tolto l' esito di questo frutto 
ed in conseguenza anche tolto il mezzo di ricavar denaro per 
provvedere alle altre indigenze delle famiglie e al pagamento 
de' R. Tributi. E quantunque sia vero che oltre il grano anche 
del vino si ricava nella Provincia dell'Oltrepò, questo, pagate 
1 spese e provveduto all'uso delle famiglie, risulta di poco o 
liun reddito, massime nell'anno corrente in cui essendone stata 
impedita l'estrazione nel calore della vendemmia si cagionarono 
a censiti que' danni che arrecherebbe troppa noia alla S. R. M. 
V. l'ascoltarne il dettaglio. Infatti la Congregazione nonostante 
che abbi pubblicato le imposte non ha potuto esiger tutto il de- 
naro necessario per l'importo de' R. Tributi... ». 

Avanzavano del canto loro gli interessati fornellini nella 



— 444 — 

propria supplica vive lagnanze contro la disposizione dell'Inten- 
denza di Alessandria a proposito delle formalità da seguire per 
ottenere il permesso di estrazione de' frutti necessari alle loro 
famiglie abitanti nel Pavese o nel Milanese, formalità richiedenti 
spese tali « da eccedere senza misura l' importar del dritto delle 
stesse gabelle »; e aggiungevano : "...Dopo essere passate- sotto 
il felicissimo dominio della S. R. M. V. con la Prov. dell'Oltrepò 
le terre del Siccomario,... dovendo una parte de" frutti prove- 
nienti dalla Lomelliua transitare per un brevissimo tratto il 
territorio del Siccomario per andare alla Città 'li Pavia, 
preteso esigere da' Regolatori delle R. Gabelle un nuovo diritto 
per d." piccolo transito (piando prima non si pagava dritto al- 
cuno ». E ancora: « Quando la Prov. Lumellina fu smembrata 
dalla Città di Pavia, il dritto dell' estrazione da detta Provincia 
de' risi che s' introducevano nel Pavese fu stabilito e tassato 
nella quantità di soldi 12 per cadauno sacco ed in oggi si trova 
cresciuto ed augumentato in forma che chi deve tradurre per il 
piccol tratto che trovasi tra la Prov. Lumellina e la Città di 
Pavia... un sacco di riso deve pagar tanto di gabella quanto 
importa il terzo del prezzo corrente dcll'istesso riso; augumento 
che rende ormai impraticabile il commercio con graviss : mo pre- 
giudizio de' possessori... ». 

Tutte e due le istanze concludevano, naturalmente, invocando 
immediati provvedimenti per impedire la totale rovina delle 
Provincie smembrate (1). 

Non occorre certamente spender parole per dimostrare quale 
enorme danno dovesse risentire Pavia da uno stato di cose 
così efficacemente ritratto, nella sua dolorosa realtà, del Mar- 
chese Olevano; quella Pavia, le cui campagne, come abbiamo 
visto, erano scarse in tal modo di frumento e di vino che non 

(1) Un supplica analoga aveva mandato la città di Bobbio « per la libertà 
di estrazione delle granaglie e per essere esimita dalla consegna d'esse ». I 
fìobbiesi volevano inoltre che fosse mantenuto nella loro Città il mercato. « unica 
fonte di commercio e di agiatezza ». 

Lo stesso fece il Contado di Tortona, insistendo specialmente sulla libertà 
di commercio. (Arth. di Stato di Torino, ibidem). 



— 445 - 

potevano bastare a mantenere la Città per pochi mesi, «ancora 
che tutti i loro frutti si introducessero ». 

Bene spese le sue raccomandazioni dopo il Trattato di Worms, 
bene ascoltata la sua invocazione per la libertà di commercio ! 
Il contegno del governo di Torino del resto si capisce e 
si giustifica, come si spiega anche l'apparente indifferenza 
della Corte di Vienna. Carlo Emanuele III, tutto intento come 
il padre a far rifiorire le finanze del suo Regno, aveva un 
programma fiscale ben determinato e non aveva il dovere di 
loverchiamente preoccuparsi dei danni che l'attuazione del pro- 
ramma stesso poteva arrecare ai sudditi di un altro sovrano. 
ia pure stretto con lui in alleanza; e d'altra parte lo stato 
:ontinuo di guerra in cui il suo esercito si trovava l'obbli- 
gava a sospendere il permesso di esportazione dei frutti della 
terra sotto qualsiasi forma, per avere la sicurezza di poter 
provvedere soldati e cavalli di vettovaglie. 

Il governo di Vienna, troppo lontano per poter sentire ve- 
ramente tutta la gravità della situazione, troppo impegnato nelle 
guerre per avere il tempo e la voglia di rimediare, troppo bi- 
sognoso dell'aiuto del Re Sardo per arrischiare una protesta 
contro l'alleato la cui politica economica stringeva in un cerchio 
di ferro quel misero avanzo del Dupato di Milano — taceva, 
aspettando forse la pace, che purtroppo non appariva molto 
vicina. 

Il decreto della proibita estrazione dei generi fu revocato 
con Viglietto reale del 15 gennaio 1745 per l'Alessandrino, la 
Lomellina, il Novarese, il Tortonese, l'Oltrepò Pavese e i con- 
tadi di Bobbio e di Vigevano: l'esportazione fu permessa, me- 
diante, s' intende, il pagamento di dazi (1). Ma quale garanzia 

(1) « Soldi IO denari 6 per ogni soma di frumento di stara 12 in misura e mo- 
neta di Milano (lo staro milanese, secondo le indicazioni del Martini equivale a 
tri 18,28 circa); soldi 7 per la segala, melica ed altre minute granaglie; 
ioidi 6 per la spelta; - e ciò tanto per l'estrazione che rispettivo transito — 
escluse per ora dal diritto d'estrazione quelle granaglie che uscissero a dirit- 
tura dal Contado di Bobbio, e da quello di Transito per il Siccomario le nate 
iella Prov. Lumellina destinate a fermarsi nel Pavese austriaco); soldi 30 
•l riso ». Siccome quesf ultimo dazio doveva apparire enorme, si mise la clau- 
: in caso d'abbondante raccolto si potrà modificare il dritto, diminuendolo. 
Arch. di Stato di Torino, ibidem). 



— 44fl — 

poteva fornire un simile decreto? Quante volto non pò 
sere ritiralo prima dell'estate, prima del raccolto? 

Il biglietto reale accordava inoltre — provvisoriamente però e 
sino a nuovo ordine — ai 'forestieri pavesi e milanesi possessori 
di beni nelle Prov. dell'Oltrepò e di Vigevano la grazia 'li 
estrarre dalle loro terre senza pagamento 'li gabelle i frutti 
necessari ali 1 uso delle loro famiglie. « con che perù non si 
facesse duplicazione ove possedessero altri beni nelle Provincie 
di Novara, Tortona. Alessandria o Lume! ima e si osservassero la 
altre condizioni significate dopo la pubblicazione dell'editto 13 
febbraio 1744 ». Grazia questa delia quale nessuno poteva usu- 
fruir'', perchè le condizioni del famoso editto erano precisamente 
quello contro cui erano insorti gli interessati Lomellini nella 
loro istanza: per soddisfare le quali cioè, la spesa avrebbe <■(■- 
ceduto senza Misura l'importar del dritto delle stesse ga* 
belle (1). 

Quasi che non bastassero i fatti, che abbiamo sentito lamen- 
tati nelle istanze del Marchese Olevano senza vedere nelle con- 

(1) Il Viglictto ridile terminava con disposizioni riguardanti gli istituti rq 
ligiosi in genero e la Certosa in particolare: « Intendiamo pure che i con- 
venti di monache ed altri regolari, Ospedali e Luoghi Pii del Milanese e Pavese 
austriaco — possessori di beni nel Vigevanasco, Oltrepò e in altra delle Prov.' 
di Novara, Tortona, Alessandria o Lumellina — godino nella conformità pre- 
detta sino a nuovo nostro ordine della graziosa estrazione de" frutti raccolti 
ne' beni loro propri e situati in dette Provincie e per la quantità che sarà sli- 
mata necessaria al rispettivo loro mantenimento. Alla Certosa di Pavia, oltre 
la graziosa estrazione de' frutti che raccoglie ne." propri beni situati nel terri- 
torio di Pecetto — accordiamo di poter anche estraerne. senza pagamento di 
diritto, di quelli che provengono da di lei beni situati nel Territorio di Ta- 
steggio Oltrepò per supplire ove sia di bisogno all'uso di detta Certosa; ma 
volendo la medema far introdurre nei- nostri stati per fermarvisi o di puro 
transito li frutti che raccoglie in altre Provincie estere, intendiamo che suino 
soggetti al pagamento de' dazi rispettivamente tariffati... ». 

Il Viglietto, emanato dal Campo di Saluzzo, fu compilato su relazione del- 
l'intendente Generale delle Gabelle, Rn batti ; relazione prima discussa ed ap- 
provata in un Congresso, composto del Presidente Co. Caissotti ; del Controllore 
Gen., Lorena; del Generale di Finanza, De Gregory; del Procuratore Gerii 
Maistre e del Ilubatti stesso. (Arch. di Stato di Torino, ibidem). 



— 447 - 

seguenti disposizioni posto ad essi un efficace rimedio — ad 
iffrettare la rovina economica di Pavia concorreva anche F in- 
gordigia e la malvagità dei privati. Nell'aprile del 1745 troviamo 
intatti un'istanza al Governatore, nella (piale la Città dice di 
lovergli comparire afflitta davanti « posta nell'eri dotte pericolo 
di cedersi annichilato del tutto quel poco rimasto di corn- 
laercio ed abbandonata da' propri cittadini, se dalla benignità 
di lui non viene sollevata dalle continue estorsioni e concus- 
sioni che quasi quotidianamente si fanno dall'Impresario della 
mercanzia ». Gli abusi principali che vengono denunciati riflet- 
tono tutti la pretesa di dazi illegali e non mai esistiti. Quello, per 
'sciupio, « per i gomitoli di filo che si portano da forensi in Città 
ier fare tela, e per la medesima tela che si riconsegna da' tessitori 
a' forensi »: « tale indebito aggravio — osservano i ricorrenti 
— farà mancare a' tessitori della Città la maggior parte de' 
lavori, in modo che saranno necessitati ad abbandonare la propria 
patria per procacciarsi con la loro opra il sostentamento della 
di loro famiglia ». 

Pretende inoltre l'impresario il pagamento del dazio anche 
per i frutti de' Corpi Santi; cosa che nessuno s'è mai sognato 
di chiedere giacché sarebbe lo stesso che far pagare per i frutti 
nati in Città. Ma la rapacità del furfante si manifesta in tutta 
la sua impudenza nel tarsi pagare due volte il dazio sempre 
per la stessa merce. « Il terzo e nuovo ritrovato per più abbat- 
tere ed affliggere questa città è stato d'aver messo una porta 
di dazio da alcune settimane in qua in mezzo al Borgo Ticino, 
>dove pretendesi doversi consegnare lo mercanzie soggette al 
dazio, ricevendone bolletta o sia non impediatur con esiger de- 
naro a titolo di onorario, lasciando che il dazio si paghi al 
luogo solito all'ingresso in Città; e ciò si fa non solo a chi 
entra ma anche a chi sorte, dopo aver pagato il dazio al luogo 
"solito ». Ne viene di conseguenza che parecchi, ignari di queste 
novità, sbagliano; e, allora, son multe e contravvenzioni che vanno 
ad impinguare le tasche dell'impresario.... rigido osservatore della 
legalità (1). 

(!) Archivio Civico di Pavia. Pacco 339 (Corpi Santi). 



- 448 — 

Stretta da questa duplice tirannia, interni terna, l'avi;» 

miseramente languiva. Qual meraviglia se i prosperi 

dello anni spagnole nell'autunno del '45 furono accolli dalla città 

con un respiro di soddisfazione, quasi (ossero preludio a una 
sua prossima resurrezione? 

Quando il 22 settembre i franco-ispani dei buca di Vieuville - 
dopo un breve combattimento sulle mura di porta Borgoratto e 
di Porta S.*' Giustina contro gli Schiavoni e Varadini — entra- 
rono in Pavia, furono ricevuti con grandi feste. Pranzi di gala, 
luminarie, dimostrazioni di giubilo salutarono per due- volte 
l'arrivo dell' infante Don Filippo (24 settembre e ■> dicembre)} 
tacque perfino, in quel breve periodo, l'antico odio contro i 
francesi, alleati degli spagnoli (1). 

L'astro borbonico tramontò presto in Italia: verso la sera 
del 3 aprile 1746 le truppe alleate abbandonarono Pavia e il 
castello. « I nostri concittadini — annota il Fenini — non pos- 
sono darsi pace per questa perdita avendo essi i franco-ispani] 
lasciato delle centinaia di mille lire in questa città; non si trat- 
tava più a soldi né a lire, ma a pezze di Spagna e fino i fac- 
chini ne sono possessori... » (2). 

Questa pioggia d'oro, disgraziatamente per Pavia, era durata 
troppo poco: il giorno dopo l'uscita degli Spagnoli entrarono dal 
Ponte Ticino gli Austriaci, i quali, asserendo d'aver preso la 
città d'assalto, pretendevano una grossa contribuzione. I pochi 
denari accumulati dai Pavesi avrebbero subito trovato dei nuovi 
padroni, se una deputazione mandata a Milano non fosse riuscita 
ad ottenere « la sicurezza della patria »: per placare però l'ir- 
idi) Fenini, Diario. 

(2) « Notano gli scrittori contemporanei che durante la guerra d'Italia gli 
Spagnoli profusero l'oro a piene mani. Muratori dice che molto ne sparsero 
a Piacenza; lo conferma la tradizione in Lombardia, dovè einquant* anni sono 
[nel 1814 circa] vivevano tuttora alcuni vecchissimi testimoni oculari dell'occu- 
pazione spagnola. Ne conobbi io pure e tra questi un contadino della Brianza, 
il quale morì di centodue anni e raccontava diversi fatti, sempre magnificando 
le quadruple lasciate tra noi dagli Spagnoli a quell'epoca ». (Cusani, Storia 
di Milano. Voi. Ili, pag. 121 nota I). 



— 449 - 

ritazione degli Austriaci bisognò trattare l'ufficialità e i soldati 
« come siri » (1). 

* 

Mentre, nel 1748, si svolgevano fra i ministri delle potenze 
belligeranti le laboriose trattative che dovevano condurre alla 
pace generale di Aquisgrana, giunse a Milano, non si sa come, 
insieme con la notizia delle trattative stesse, quella del pericolo 
in cui si sarebbe trovata « la navigazione del grande acquedotto 
chiamato Naviglio ». Il Vicario di Provvisione della Città di 
Milano, gli Oratori delle altre Città e i Sindaci generali del Du- 
cato, Provincie e Contadi dello Stato, « allarmati da tali voci 
sinistre » indirizzarono una supplica al governatore Ferdinando 
Bonaventura Conte. d'Harrach, numerando i danni che « un si- 
mile attentato avrebbe prodotto allo Stato già tanto decaduto e 
immiserito dalle frequenti smembrazioni ». Dopo aver parlato 
di Milano e della sua Provincia, i supplicanti scrivevano: « Lo 
stesso succederebbe del Principato di Pavia che pur esso gode 
di quelle acque, onde quella città in poco tempo andrebbe a 
restare senza alcuna parte dell'antico suo Territorio o perchè 
perso con le tante smembrazioni sofferte o perchè inutile por 
hi mancanza delle acque necessarie alla cultura ». 

« Ben giuste dunque - aggiungevano sono le nostre 

premure per non vedere la rovina di queste città e Provincie, 
1' ultimo abbattimento del commercio interno ed esterno di questo 
afflittissimo stato, l'abbandono delle migliori colture, l'impove- 
rimento di tante famiglie, l'annichilazione delle pubbliche e 
Regie entrate, e così scemata la popolazione del paese, ristrette 
le forze del Regio erario, su quali si sostiene la maestà del 
Principato ». 

E concludevano: « Per ultimo degnisi V. E. di nuovamente 
intendere il giusto dolore, massime della città di Pavia e suo 
Principato, per rapporto alle terre appunto smembrate in virtù 
del trattato di Vormazia. Troppo dolorosa cosa fu che queste 
città abbino dovuto senza veruna loro colpa vedersi levata por- 
ci) Fenini, Diario, 3-4 aprile. 1746 



— 450 — 

zione cosi riguardevole de' loro territori, parte integrante la 
Civile Società, Dote necessaria per sostenerla, sostanza indispen- 
sabile per l'alimento di tante famiglie che abitano nelle mede- 
sime Città. Eppure in ossequio alle determinazioni supreme di 
s. Al. e della dura necessità ne soffrirono il dploi elio; 

con questo però mai credettero d'avere anche a perdere il 
gius, che gli compete per natura, ed insti tu to della stessa Civile 
Società, cioè la libertà «li potere senza il peso di verun dazio 
o gabella tradurre liberamente i frutti raccolti ne' propri terri- 
tori entro le stesse Città, che qual capo della Società Civile 
hanno la ragione di tirare dal suo distretto i frutti necessari 
per il sostentamento de* cittadini, e massime di quelli che sono 
gl'istessi padroni de' fondi: non essendo presumibile che i prin- 
cipi contrattanti col dividere la suprema giurisdizione abbino 
voluto derogare in menoma pai-te ad un diritto che compete 
per ragion di natura, che si acquistarono i popoli nella si' 
prima constiamone della Civile Società... » (1). 

Da questo singolare documento — la cui importanza non 
viene scemata dall'ingenuità della forma: ben altri e più grandi 
diritti infatti i principi contrattanti avevano calpestato per avere 
scrupolo di passar sopra a quello invocato dai ricorrenti — 
appare che le riserve da noi fatte sull' efficacia del famoso Vi- 
glietto sabaudo e sulla garanzia che esso poteva fornire erano 
tutt' altro che infondate: la gravissima questione non poteva 
certo essere risolta cos'i leggermente. 

Ma ben altro da pensare aveva in quel momento il governa- 
tore, in ben altre difficoltà si dibatteva Maria Teresa, la quale 
voleva con ogni mezzo opporsi ad una pace che, sanzionando 
la perdita definitiva della Slesia e delle provincie smembrate 
dal Milanese, avrebbe fatto svanire, forse per sempre, le sue 
ambiziose aspirazioni. Vani però dovevano riuscire i suoi sforzi, 
poiché il rappresentante dell'Inghilterra, l'inviato di Francia e 
i cinque deputati dell'Olanda riuscirono in pochi giorni a con- 
chiudere e il 30 aprile a sottoscrivere gli articoli preliminari 
della pace da proporsi all' accettazione delle altre potenze (2). 

(1) Archivio di Stato di Milano. Pacco 190, Confini, Torino, Provv. Generali. 
(2^ Cusani, Op. cit. Ili, 207. Traités Publics... etc. Tome III, pag. 33. 



— 451 — 

Di quei preliminari, che furono poi, salvo qualche lieve mo- 
dificazione, ridotti a Trattato di pace generale il 18 ottobre, a 
noi interessa Karl. VII (XII nella forma definitiva) col quale a 
Carlo Emanuele TU furono conformate le cessioni del 1743; ad 
eccezione del Marchesato di Finale e del Piacentino, che, insieme 
con Parma e Guastalla formò uno stato per l' Infante di Spagna 
Don Filippo di Borbone (lj. 

Restituita in tal modo un po' di tranquillità all' Europa che 

per oltre cinquant' anni le lotte di successione avevano trasfor- 

i mata in un immenso campo di battaglia, al governo di Vienna 

s'impose la necessità di regolare i rapporti dello Stato di Milano 

co] Regno Sabaudo. 

Il Conte Bogino e il Gran Cancelliere della Lombardia Au- 
striaca Beltrame Cristiani furono incaricati dai rispettivi sovrani 
di studiare tutte le questioni relative a quei rapporti: i due mi- 
nistri si accinsero con impegno al lavoro e riuscirono a con- 
cretare un trattato, che, reso pubblico il 4 ottobre 1751, procurò 
loro i più vivi elogi del Re e dell'Imperatrice (2). 

Dei XII titoli, (suddivisi ciascuno in vari articoli) di cui il 
trattato è composto, il più importante per l'argomento nostro è 
Bonza dubbio il [V, riguardante la Comunicazione de' Generi. In 
virtù di esso, agli abitanti della Città di Pavia e terre Pavesi ri- 
maste sotto il dominio austriaco viene accordato (art. 2) di estrarre 
annualmente dall'Oltrepò some 9000 di frumento e dalla Lomel- 
lina some 4000 di segala e some 4000 tra melica, miglio, legumi 
e marciatici, mediante il pagamento alle R. Gabelle Sarde di 
?un dritto il quale non ecceda in tutto soldi 13 e denari 7 e 
mezzo, per ogni soma di stara dodici, moneta e misura di 
Milano 3. Questa concessione — che pur non rappresenta 

(1) Art. IV dei preliminari, VII della pace generale. 
SANI. Op. cit. Ili, 215. 
i' Dice l'art. 3: «Dette rispettive concessioni sono... accordate alle Comu- 
nità e a' loro abitanti e si spediranno sopra li certificali o procure dell i ri- 
cettivi Amministratori, da presentarsi, per le estrazioni del tormento accor- 
date al Pavese, al Direttore delle lì. Gabelle in Voghera; per la segala, ed 
altre minute granaglie come sopra, al Regolatore delle Gabelle in Pieve d'Al- 
bi-rnola... ». 



— 452 - 

una troppo -rande risorsa per Pavia — è subito dopo ristretta 
nell' art. 4: -Occorrendo che per causa di fallanz;. ne' raccolti 

fosse necessaria la ritenzione di tutte o parte di dette granaglie... 

rimarrà in tale caso, e durante il bisogno, sospesa l'estrazione 
da quel paese, a cui pei' hi causa sovra espressa sarà necessaria 

la ritenzione... »; ma osso paese dovrà darne avviso entro la 
prima metà di settembre. L'articolo seguente permette « alli 
rispettivi possessori di effetti stabili nelle Provincie smembrate... 
dallo Stato di Milano di estrarre senza pagamento di verun 
dritto la quantità de' frutti precisamente necessaria all'uso delle 
loro famiglie, o suo supplemento, purché sieno frutti raccolti 
ne' propri loro beni situati in alcuna di d/ Provincie e i ricor- 
renti non possedano nella Provincia dove abitano o in quelle 
immediatamente confinanti dei rispettivi domini! suddetti, beni 
sufficienti al loro mantenimento » : occorre inoltre la presenta- 
zione di un certificato giurato ai Direttori delle Gabelle per avere 
la licenza, la cui spesa « non potrà eccedere soldi 30 milanesi 
per caduna di dette licenze di qualunque quantità... ». Anche 
questa concessione è circondata di tali restrizioni ed esige tale 
dispendio di tempo se non di denaro che la sua possibile effi- 
cacia viene in gran parte diminuita. 

Dannosissimo a Pavia sopra tutti è l'art. 7: « Agli abitanti 
delle Prov. del Ducato, di Pavia e di Lodi sarà permesso di 
estrarre il riso dal Novarese e dal Vigevanasco, mediante il 
pagamento alle regie Gabelle di S. M. il Re di Sardegna di 
soldi 47, denari 6 milanesi, ogni cosa compresa, e per caduna \ 
soma di stara 12... sotto la riserva però della fallanza o sia bi- 
sogno interno, portata dall'art. 4 » (1). 

(1) Il Vidari nell'opera più volte citata (Framni. Cronist. Voi. Ili, pag. 
301) crede di poter arguire « che la coltivazione del riso non fosse introdotta 
o di poco diffusa in Lomellina » dal fatto che « nessun cenno e nessun prov- 
vedimento per il riso è fatto nell'art. 2 (Titolo IV) ». Ora invece, a parte 
la considerazione che il Governo di Torino poteva per sue ragioni speciali* 
preferire che il riso fosse estratto dal Vigevanasco e dal Novarese piuttosto 
che dalla Lomellina, noi sappiamo dai documenti che abbiamo esaminato nel 
precedente capitolo (Vedi pag. 383 e segg. 1 ) che in questa Provincia il riso 
era uno dei principali e più abb indanti prodotti. 



— 453 - 

Con questo po' po' di dazio i poveri Pavesi di riso erano 
condannati a mangiarne ben poco! 

Molte altre questioni regolava il trattato del 1751: importante 
quella relativa alla conservazione del Naviglio e quella complessa 
ilei prorateo civico e camerale, trascinantesi insoluta fin dal 
primo smembramento del 1707 (1). 

Noi non vogliamo contraddire l'opinione del Cusani che la 
invenzione elaborata dal Cristiani e dal Bogino sia stata, nelsuo 
insieme, un'opera di grande sonno e previdenza ('2); ma, d'altra 
•arte, non possiamo non condividere l'opinione del Prof. Costan- 
tino Panigada, che questa cioè debba essere sembrata ai Pavesi 
una ben misera concessione (3). La libertà di commercio, tante 
volte invocata, rimaneva ancora nel regno delle aspirazioni : e 
Pavia senz'essa non poteva seriamente confidare in un pros- 
simo risorgimento. 






Che Pavia sia rimasta profondamente colpita dalle patite 
smembrazioni e non abbia mai lasciato passare occasione per 
tentar di riavere ancora .intorno a sé l'antico territorio — ci 
dimostrano con larghezza di particolari i documenti dei primi 
anni della dominazione francese. Noi, naturalmente, dobbiamo 
limitarci a brevi cenni. 

Già fin dal 1786, Giuseppe li, il principe riformatore, scosso 
dalle continue istanze pavesi, non potendo restituire le terre 
smembrate, aveva aggregato a Pavia i distretti di Abbiategrasso 
e di Gaggiano (Rosate) nonché alcuni comuni della Pieve di 
S. Giuliano e l'intero Vicariato di Binasco. Ma la concessione 



(1) Per maggiori notizie su questo importante trattato, vedi il testo di 
esso in Traitès Publics... etc. Ili, 100. 

(2) Cusani. Op. cit. Ili, 213. 

(3) Prof. Costant.no Pan.gada. Pavia nel primo anno della dominazione 
francese, dopo la rivoluzione. (Maggio 1796-giugno 1797), in Boll. Soc. Pavese 
di Storia Patria (Anno X, Fase. III-IV, 1910). 



— 454 — 

imperiale non aveva accontentato del tutto i Pavesi ai 
potuto indurli al silenzio e alla rassegnazione (1). 

Senza soffermarci sulle molteplici infrazioni da parte del go- 
verno sardo al Trattato del 1751, e sulle conseguenti proti 
da parte degli interessati (2), ricorderemo che nella Relazione 
sullo spirito pubblico del 5 fruttidoro, anno V, la Municipalità 
dopo avere imprecato conico « la sgraziata divisione del Terri- 
torio, la quale ha latto si che molti ex nobili si siano rifugiati 
in Lomellina e Oltrepò seguiti dai rispettivi servi crede di 

poter predire con sicurezza che il Dipartimento del Ticino si 
distinguerebbe nell'amore delia libertà o dell'eguaglianza, se le 
Provincie di Oltrepò e Lomellina venissero nuovamente a Pavia 
aggregate, come sembra richiedersi dalla giustizia, attese le 
molte e costanti infrazioni dei trattati che si sono fatte e si 
fanno tuttodì dal re di Sardegna, violandone, con danno in- 
calcolabile di Pavia, le più sacre condizioni sotto le quali gli 
furono ceduto » (3). 

E quando l'Azienda Generale delle Gabelle Salde con circo] 
laro 22 luglio 1796 « a Ricettori delle rispettive Poste ordina 
di non dover passare sino a nuovo ordine alcuna tratta gra- 
naglie portata dall'art. 2 ^Titolo IV) del Trattato 1751, e pari- 
menti non doversi spedire alcuna bolla di esenzione a favore 
de' censiti Milanesi o Pavesi anche sulla presentazione delle 
rispettive licenze e molto meno sull'aspettativa » Pavia,, prote- 
stando contro questo illegale, disonesto procedimento, ricorda 

(ì) Il decreto di Giuseppa II fu annullato nel 1791 da Leopoldo II e poi* 
ripristinato dai Francesi e mantenuto da Francesco lì. Passata la bufera ri- 
voluzionaria d'Oltralpe, alcuni comuni del distretto di Abbiategrasso fecero 
ricorso per essere di nuovo aggregati a .Milano; le loro ragioni però non fu- 
rono accolte (Arch. Civico di Pavia, Legalo Brambilla) e la circoscrizione giuj 
seppina rimase in vigore fino al 1859. 

('2) Con lettera 18 dicembre 1794 il giudice delle vettovaglie Francesca 
Gambarana invitava la Congregazione Municipale a far rispettare il trattato di 
commercio del 1751 ; il 23 agosto 179") 1' assessore secondo Filippo Pollini 
avvertiva la Gong. Municip. d'aver sollecitato il Co. di Kevenhuller per il 
ripristino del trattato .stesso (Arch. Civico di Pavia, Pacco 606). 

(3) Archivio Civico di Pavia, Pacco 691. 



— 455 - 

che le cessioni avvenute dello Stalo di Milano « hanno avuto 
Wper firn' gli interessi particolari de' Principi che vi hanno 
tornito parte » e che l'interesse del suo territorio « diviso fra 
due domimi è stato più che non quello di tutte le altre Città 
dello Stato sacrificato all'interasse de' dominanti..., colla 
Conseguenza inevitabile della continuata di lei decadenza... (1). 
La grande speranza di Pavia nella reintegrazione del suo 
territorio, accesa dai vittoriosi progressi delle armi francesi nel 
1796, svanita dopo il trattato di Cherasco, risorse vivissima alla 
notizia dell'annessione del Piemonte alla Repubblica Francese. 
« Onorevoli colleghi, - scriveva il 16 Frimale dell'anno VII 
il municipalista Ricci (2) -- gli occhi dei nostri Concittadini sono 
rivolti tutti verso di noi. ansiosi di osservare la marcia nostra 
tendente a far risorgere in questo Comune un Capoluogo di 
Dipartimento, tanto probabile di ottenerlo in oggi in quanto che 

gli Stati dell'ex Re di Torino in terraferma a disposi- 
zione della Gran Nazione Madre... Voi, Cittadini colleghi, potete 
dubitare forse nell'oracolo della Francia perchè volesse di quegli 
Stati formare una Repubblica Francese o un nuovo di lei Diparti- 
mento? Ma se tanto potesse succedere, anche in qualunque dei 
due casi, non dobbiamo noi sperare dalla Gran Nazione Francese 

1 Consulta sul fatto della proibizione per le estrazioni dei generi dalle 
Provincie Oltrepò e Lomellina alla Città di Pavia (Arch. Civ. di Pavia 
Pacco 691). Per solleticare l'orgoglio francese e dare maggiore importanza" 
alla questiono, la Municipalità Pavese concludendo osserva: « Altronde una 
tale iuibitiva della Corte di Torino per l'estrazione dalle sovra espresse Pro- 
rincie e dei -eneri di cui si tratta non può essere più offensiva alla Repub- 
blica Francese se si riflette che le Provincie della Lomellina e dell'Oltrepò 

• .no state cedute alla Corte di Torino fuorché a motivo di alleanze dalla 
contratte con la Corte di Vienna nell'anno 1703 e nel 1742, ambedue 
contro la Francia... ». 

(2) ...« Ricci, un pizzicagnolo, fornito di coltura molto superficiale, come 
provano i molti errori di cui infiorava i suoi scritti, ma attivo, intelligente, 
roso del pubblico bene... ». (R. Scotom, nell'articolo citato « Emigrali 
primi anni del dominio francese ») Anche noi, come lo Scotoni, ripor- 
tiamo le parole del Ricci, correggendone gli errori, che però non sono molti 
e riflettono sopratutto l'ortografia. 



— 456 - 

la restituzione dei nostri Territori o Provincie? Osservate quali 
siano i proprietari di pressoché tutti quei tondi e ritroverete 
essere tutti pavesi o cisalpini. La nostra Comune ha sofferto 
l'ultimo rullio della barbarie dal momento che le furono tolte, 
staccate, alienate quelle due Provincie, quali formavano una 
parte naturale ed integrante della Pavese Provincia | 
non hawi vicino ad ossa altra città più adatta por formare ca- 
poluogo che Pavia ci). Cos'ora questa Città quando conteneva 
tutta la di lei Provincia Pavese o Principato? La Sin, -in e le 
memorie ci dimostrano la di lei grandezza e ricchezza di 
fabbriche e di navigazione, in cui ha superato tutte le altre 
Città perchè la popolazione fu triplicata della presente; e 
noi non dobbiamo ora impiegare tutta la nostra opera per re- 
stituire la sua opulenza a questa Comune?... Oh, noi felici, 
non disperando dell 1 intento, metteremo in opera tutti i nostri 
sforzi e non lasciercmo intentato alcun mezzo per riuscirvi. 
Questo sarebbe il più bel colpo per la nostra patria e il colmo 
della nostra felicità e di tutto il territorio pavese (3)... ». 

Generose, entusiastiche parole queste del Ricci, le quali oltre 
a documentare l'affermazione nostra sulle non mai abbandonate 
aspirazioni dei Pavesi, dimostrano — se ancora ce ne fosse bi- 
sogno — quale risveglio di coscienze la rivoluzione francese 
avesse provocato nella vecchia decaduta Pavia. 

Tramontato per sempre l'astro napoleonico e, auspice la. 
Santa Alleanza, ripristinato l'antico regime, lo Stato di Milano 

(1) Non par di sentire in queste parole la traduzione letterale di quelle 
scritte dal Verri mezzo secolo prima, subito dopo il trattato di Worms ? 

(2) Non certamente Vigevano — dice più avanti il Ricci, né Mortala, né 
Valenza, né Lumello, né Voghera, né Tortona...; che, se anche la prescelta' 
non fosse Pavia, ciò avverrebbe soltanto per pochi istanti, perchè risalterebbe. 
sempre agli occhi della Gran Nazione per una intollerabile irregolarità. 

(3) Il Ricci cosi termina la sua relazione : « Faccia la nostra buona sorte 
che questa volta possiamo asciugare le lagrime di tante famiglie che atten- 
dono pane e che gli impieghi in avvenire siano più facili per la nostra gio- 
ventù. Se voi, cari colleglli, nutrite al par di ine 1* amore per la nostra patria, 
ora lo ravviserò dalle vostre determinazioni per questo oggetto principale alla 
salute e felicità nostra ». (Arch. Civ. di Pavia, Pacco 697,). 



- 457 — 

non cessò di agognare la restituzione delle Provincie smembrate. 
Ce ne assicura una Memoria dei sudditi austriaci possidenti 
nell'in addietro di parli mento dell' Agogna (che faceva parte 
deli-ex Regno d'Italia ed era composto del Novarese, del Vige- 
valesco e della Lomellina), i quali chiedono al Governo di Vienna 
che le ex provincie di esso vengano aggregate al Lombardo- 
Veneto, e appoggiano il loro voto ai seguenti titoli: 1°) per 
gravi mancanze della Corte Sarda ai patti convenuti ne' trattati 
di cessione; 2°) per necessaria guarentigia del territorio mila- 
nese; 3°) per rilevante utilità si pubblica che privata dell'Au- 
striaca Lombardia (1). 

Ma anche quest' ultima istanza restò inascoltata. Pavia, come 
le altre città dell'antico Stato di Milano, era destinata a conse- 
guire la libertà economica, quando fosse spuntato il giorno della 
sua resurrezione politica. 

(1) Riferiremo integralmente in Appendice il documento, per molti aspetti 
interessante. 



14 



458 — 



Conclusione. 



Se al principio del secolo deeimottavo le condizioni di Pavia 
orano poco liete, nel cinquantennio seguente l'incominciata de- 
cadenza accelerò il suo corso, tramutandosi in completa rovina. 
La città, i cui fasti gloriosi si perdevano ormai nella nebbia dei 
tempi, tutto aveva visto crollare intorno a sé: la grande/za 
inorale, l'importanza politica, la prosperità economica. Nel cozzo 
formidabile tra i Borboni e gli Asburgo essa fu scelta tra le vit- 
timi;, nò la sua grandezza morale nò la sua importanza politica 
valsero a salvarla dalla triste sorte. 

Colpa di uomini? Forza delle cose? L'uno e l'altro insieme! 
forse. La condotta dei principi austriaci e dei loro governi non 
tu certamente delle più felici, pur astraendo dalle ragioni di- 
remo così ideali, che avrebbero dovuto suggerir loro maggiori 
riguardi verso la città imperiale : la diplomazia viennese si lasciò 
indubbiamente sopraffare dai finissimi, astuti consiglieri della 
Corte di Torino. 

Ma, d'altra parte, Leopoldo I e Maria Teresa erano stati tra-j 
scoiati a cedere dall' incalzare degli eventi. Il loro programma 
era qualche cosa di troppo vasto, di troppo complicato perchè 
potessero curarne tutti i particolari: tutti i particolari, ripetiamo, 
poiché niente altro essi dovevano e potevano considerare, nelle 
circostanze critiche in cui si dibattevano, la cessione di provincie 
tanto lontane e, allora, tanto poco sicure. 

Per noi, che abbiamo studiato questo periodo storico dal 
punto di vista pavese, il Trattato di Aquisgrana, sanzionando 
quelli di Torino, di Vienna, di Worms, sanzionò una enorme 
ingiustizia. Non crediamo di esagerare affermando che ancora 
oggi, a un secolo e mezzo di distanza, si risentono gli effetti 
degli smembramenti : i mercati di Alessandria, di Casale, di 
Vercelli, di Novara attraggono ancora, per la fo